9-10-1999
LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE
a cura di Antonio "Huambo" & Collettivo Azad - Gallipoli
I comportamenti tenuti dalla cosiddetta comunità internazionale (leggersi USA e accoliti) nelle due parallele ma contrastanti zone di crisi attualmente visibili: Kossovo e Timor Est inducono a fare delle considerazioni sui reali scopi di detti comportamenti. Infatti, in Kossovo, dopo lo scatenamento di una guerra contro il "dittatore" Milosevic si assiste alla più totale acquiescenza verso la pulizia etnica condotta dai terroristi dellUCK contro rom e serbi, a Timor Est prima si fa portare a termine il genocidio perpetrato da quellIndonesia che da decenni sotto legida amerikana uccide e massacra oppositori, sindacalisti e indipendentisti timoresi, e poi si va a raccogliere i frutti di quel massacro e a contare i morti. Infatti, Timor Est fu consegnata allIndonesia da USA e Australia negli anni 70 per assicurarsi i ricchi giacimenti di petrolio e di materie prime dellisola lasciando allIndonesia la parte sporca del lavoro e cioè la decimazione dei timoresi. Naturalmente come giustamente rileva Noam Chomski nel documento allegato, la campagna giornalistica filoamericana che martellava sullimpotenza dellONU, paralizzata dai russi e cinesi nelle risoluzioni anti-Saddam, taceva sul fatto che gli amerikani avevano impedito qualsiasi risoluzione ONU contro linvasione di Timor Est da parte dellIndonesia. Eppure mentre linvasione del Kuwait non aveva contato vittime, linvasione di Timor Est aveva causato lo sterminio del 10% della popolazione dellisola. Neppure Hitler, in Russia, era riuscito a fare di più. Ugualmente ora si è fatta una canea sulla "pulizia etnica" di Milosevic e niente, o quasi, si è detto sullo sterminio degli indipendentisti timoresi di questi giorni. Nonostante le situazioni sembrano così diverse, una cosa le accomuna, il progetto imperiale amerikano che ha bisogno di stabilizzare il proprio dominio destabilizzando il vecchio status quo e assumendo referenti più fidati e capaci. Per cui se in Europa Orientale si assiste al fenomeno di turchizzazione, da noi spesso citato, nellEstremo Oriente si affida il controllo al Giappone al nord (ricordiamo le manovre militari giapponesi nelle vicinanze della Cina in piena guerra dei Balcani) e direttamente allAustralia a sud (lIndonesia ormai non è più in grado di gestire la situazione).
Questo progetto imperiale si fonda certamente sulla potenza militare e sulla capacità logistica dellintervento diretto, ma ancor più affonda le sue radici sulla potenza economica delle multinazionali del dollaro che oltre a controllare le materie prime strategiche, come il petrolio, tramite la ricerca e la tecnologia si avviano a detenere il monopolio sulla sussistenza alimentare dellintero pianeta. Non è un caso che tramite la biogenetica le multinazionali amerikane detengono il 95% dei semi transgenici oltre al 47% dei semi naturali. Se a ciò aggiungiamo che tramite un virus inserito in detti semi questi non possono essere riprodotti poiché si autodistruggono dopo un anno, abbiamo il quadro di quale sarà nei prossimi anni la dipendenza dellintera umanità per la mera sopravvivenza alimentare. Tutto ciò fa venire il sospetto che non sia casuale la coincidenza con questi fatti dei tanti "buoni" propositi per leliminazione del debito ai paesi del Terzo Mondo. Oltretutto vista la situazione economica di gran parte dellumanità del terzo e quarto mondo immaginiamo a quale punto arriverà limpoverimento e la fame di detti popoli. Tutto ciò per eliminare qualsiasi possibilità di ribellione e riscatto di chi è fuori da questo sistema. Infatti, la concorrenza al ribasso della manodopera causata dallimpoverimento parte da un nuovo tipo di schiavismo. Anzi peggio, perché in tutte le società finora succedutesi da quella teocratica dellAntico Egitto a quella feudale a quella borghese la sussistenza alimentare e lautogestione dei semi è sempre stata garantita. Anche perché vista la situazione economica e tecnologica il mantenimento delle "braccia" era importante. Con la nuova rivoluzione tecnologica e senza il bisogno di grandi masse lavoratrici lesigenza del capitale e quella di controllare anche gli schiavi, soprattutto il costo delle "braccia". Questo lo vediamo anche in Italia. Infatti, tutti i gestori del potere (CONFINDUSTRIA, governo, sindacati) in nome della competitività internazionale si affannano a cercare nuovi meccanismi di precarizzazione del lavoro (ultimo in ordine di tempo i contratti di otto ore settimanali nel solo giorno di sabato, elevabili a 16 ore al 35% del salario). Meccanismi che con la scusa dellinserimento dei giovani nel lavoro portano alla disintegrazione delle residue garanzie. Si vuole dare lultimo colpo di piccone alle residue sacche di lavoro "fordista" ormai in crisi fin dagli anni 70 perché non compatibili col nuovo mercato globale. Non compatibile non solo per gli alti costi della forza lavoro, ma anche perché si vuole mettere in discussione la scissione tra tempo lavorato e tempo libero la cui variabilità era determinata dai conflitti sociali. Infatti, quando si parla di lavoro in affitto e di corsi di formazione funzionali al riciclaggio della forza lavoro si parla ormai della funzionalità del tempo disponibile alla formazione del plus valore. Cè un passaggio ulteriore: se con lintroduzione delle scuole professionali si sanciva una divisione di classe tra scuole e studenti legati al progetto culturale e quelli destinati al mercato del lavoro, con le nuove leggi che mentre innalzano il limite delletà scolare simpedisce il rapporto lavorativo del sabato (già citate) si trasforma, di fatto, la scuola da luogo per la produzione di cultura a luogo per la preparazione allasservimento totale della colonizzazione delle coscienze ai meccanismi di profitto e consumismo. Ma la scuola non è lunico strumento utilizzato per lannullamento di ogni capacità critica vi è luso dei media, le nuove tecniche pedagogiche e si utilizza il martellamento continuo sulle capacità delle leggi di mercato di risolvere non solo i problemi economici dellumanità (sic!), ma anche i problemi di realizzazione personale e persino quelli esistenziali ed etici.
Il dominio totale per essere tale deve essere non solo militare ed economico, ma anche dominio delle coscienze.
Un ostacolo al raggiungimento di questo scopo è quello del pensiero religioso soprattutto cristiano e cattolico (esclusi i protestanti). Infatti, se la scappatoia del "date a Cesare quel che è di Cesare, date a Dio quello che è di Dio" poteva essere compatibile con il sistema di capitalismo finora dominante, riesce molto difficile se non impossibile immaginare la sua omologazione al sistema di globalizzazione e di dominio totale. Si assiste, infatti, a ribellioni spesso armate di settori del mondo cattolico (vedi Marcos e quasi tutta lAmerica Latina) contro ogni progetto perseguito dal sistema amerikano. Ma si assiste anche a prese di posizione sempre più dure da parte delle gerarchie sia ortodosse e addirittura cattoliche (vedi i discorsi attuali del Papa) contro il capitalismo selvaggio e contro lasservimento delle coscienze come il capitale amerikano tenta di ovviare a ciò?
Se in campo geo-politico e militare si è usata la tecnica del cambio di cavallo in piena corsa (vedi Saddam Hussein, vedi appunto lIndonesia) questa stessa strategia si tenta di utilizzarla nel campo sovrastrutturale del pensiero religioso. Si comprende quindi laggressione generalizzata e sistematica nei confronti delle comunità cristiane e cattoliche da parte di quel mondo musulmano più vicino finora ai modelli occidentali. Infatti, lamericanissimo Pakistan è il paese che sta insanguinando il continente asiatico dalla Cecenia allIndia passando per il Dagestan, lAfganistan ecc.
E laltrettanta filo-occidentale Indonesia (musulmana) è responsabile dello sterminio della comunità cattolica a Timor Est. Tutto ciò non è casuale. Infatti, un predominio di pensiero protestante da un lato e musulmano dallaltro, viste le loro linee essenziali (il valore del denaro per i protestanti, ed il valore della conquista o guerra santa come dir si voglia per i musulmani) è più funzionale allaccettazione di questo nuovo mondo globalizzato. E per questo che anche in Europa si tenta di incuneare questa nuova forma di pensiero tramite il fenomeno di turkizzazione del Sud Est Europeo dal Caucaso fino alla Bosnia passando per Albania e Kossovo. Tutto ciò in funzione antieuropea non solo dal punto di vista dell'accerchiamento economico, ma anche di accerchiamento della linea di pensiero filosofica ed anche religiosa europeo continentale.
Il crollo della linea Maginot rappresentata dal campo socialista ha tolto lultimo baluardo a questo fenomeno della globalizzazione, visto la mancanza attuale di alternative e di contrapposizione forte a ciò, causando un forte sbandamento non solo a molti compagni, ma anche e soprattutto ai paesi più poveri del Terzo Mondo.
Occorre creare e sviluppare unazione antagonista basandosi non solo sulle forze esistenti, ma allargandolo a tutte quelle forze che in vario modo si oppongono a questo processo pensiamo a quelle forme di aggregazione cristiane come la Teologia della Liberazione, ma per certi versi anche alle forze ufficiali della chiesa cattolica nella loro opposizione al modello capitalistico.
Su quali temi:
Antonio "Huambo" e
Vittoria
L'INDONESIA E L'AMBASCIATORE USA ALL'ONU
Gli scheletri nell'armadio di Richard Holbrooke
____________________________________
U
n capitolo poco conosciuto della carriera di Ricahrd Holbrooke - già plenipotenziario Usa nei Balcani, strenuo fautore della "guerra umanitaria" e adesso ambasciatore all'Onu, proprio quando la crisi timorese è riesplosa in tutta la sua gravità - nel governo statunitense è la sua complicità nella campagna di genocidio contro Timor Est. Durante l'amministrazione Carter, Holbrooke dirigeva l'Ufficio per l'Asia orientale e il Pacifico del Dipartimento di stato.Il 7 dicembre 1975, l'Indonesia invase Timor Est, uccidendo nell'operazione oltre
200.000 timoresi, circa un terzo della popolazione prima dell'invasione.
Non c'è dubbio che l'invasione, l' occupazione e il genocidio non sarebbero stati
possibili senza l'appoggio Usa.
Successivamente all'invasione di Timor Est, gli Usa imposero un embargo sulle armi
all'Indonesia dal dicembre 1975 al giugno 1976. L'embargo era segreto. Di fatto era così
segreto che gli stessi indonesiani non ne erano a conoscenza. In seguito la frode fu
esposta dal professor Benedict Anderson, della Cornell University, nella sua testimonianza
davanti al Congresso nel febbraio 1978. Anderson citò un rapporto, che dimostrava che non
c'era mai stato alcun embargo, e che durante il periodo in questioine gli Usa avevano
avviato nuove offerte di armamenti a Jakarta. In queste forniture, negate da Richard
Holbrooke e da altri funzionari del Pentagono erano compresi componenti per gli OV-10
Bronco, aerei usati in Vietnam e progettati per operazioni di controinsurrezione. La
politica di fornire al regime indonesiano i Bronco, così come altre armi connesse alla
controinsurrezione, continuò immutata durante le amministrazioni Ford e Carter.
Per la verità, negli ultimi mesi del 1977 gli indonesiani, nella loro campagna di
distruzione dei timoresi, cominciarono a esaurire letteralmente le loro scorte di armi.
L'amministrazione Carter, allora, aumentò gli aiuti militari, a cui seguì
l'intensificazione della campagna, che raggiunse livelli da genocidio, tra il '78 e l' 80.
Quando alcuni giornalisti australiani, gli rivolsero alcune domande sulle atrocità a
Timor Est, Holbrooke rispose: "Voglio sottolineare che non mi interessa minimamente
essere coinvolto in una discussione sul reale numero di morti. Sono state uccise delle
persone, e questa è sempre una tragedia, ma la questione è l'effettiva situazione oggi a
Timor". Era il 6 aprile 1977.
Holbrooke doveva certamente sapere che pochi giorni prima (il 1 aprile), il Canberra Times
citava la seguente dichiarazione di Adam Malik, allora ministro degli esteri indonesiano:
"Il totale può essere 50mila persone, ma che significa questo, se paragonato alle
600.000 persone che vogliono unirsi all'Indonesia? [Sic!!] Allora perché tanto
scalpore?". Fortunatamente il Dipartimento di stato poteva contare sul silenzio dei
media statunitensi, per evitare qualsiasi imbarazzo.
Nel settembre 1978, l'ambasciatore americano in Indonesia, Edward Masters, si recò a
Timor Est, dove visitò alcuni campi profughi - veri e propri campi di concentramento - in
cui i timoresi erano stati ammassati e sottoposti a una politica di denutrizione forzata.
Comunque, fu soltanto dopo nove mesi che Masters (nel giugno 1979) richiese agli Usa di
fornire assistenza umanitaria. Il silenzio di Masters coincise con il rafforzamento
militare dell'Indonesia descritto sopra. In altre parole, l'ambasciatore Masters
deliberatamente si astenne, persino tra le mura del Dipartimento di stato, dal proporre
aiuti umanitari a Timor Est, nonostante le insistenze di Holbrooke - padrone dell'ufficio
per il Pacifico e l'Asia orientale - che "il benessere degli abitanti è l'obiettivo
principale della nostra politica nei confronti di Timor Est". L'amministrazione
Carter e Holbrooke in particolare, pur riconoscendo che ai
timoresi non era stata permessa l'autodeterminazione, considerarono la situazione un fatto
compiuto.
Mentre il Dipartimento di stato faceva grandi sforzi per raccogliere le testimonianze dei
profughi cambogiani sulle violazioni dei diritti umani compiute dai Khmer Rossi,
esattamente il contrario accadeva con i profughi timoresi, facilmente raggiungibili in
Australia e in Portogallo. Un articolo del Christian Science Monitor del 1980 su Timor Est
accusava direttamente il Dipartimento di stato per la sua indiffernza nei confronti della
sorte dei timoresi e indicava il principale responsabile della condotta americana in
Richard Holbrooke. Nell'articolo si legge anche come Holbrooke evitò di rispondere alle
domande del Congresso su Timor est: "Holbrooke ha fatto sapere di essere troppo
occupato a preparare un viaggio, per apparire all'audizione del 6 febbraio. Comunque, ha
avuto il tempo, poco più tardi, di partecipare a una cena in abito da sera".
I motivi ispiratori della politica Usa verso l'Indonesia sono stati ben riassunti dallo
stesso Holbrooke, in un discorso all'inizio degli anni '80: "L'Indonesia, con una
popolazione di 150 milioni di persone, è la quinta maggiore nazione al mondo, è un
importante produttore di petrolio e occupa una posizione trasversale alle rotte tra
l'Oceano Indiano e il Pacifico; ha giocato un ruolo centrale nel mantenere la sicurezza
della Thailandia a fronte delle azioni destabilizzanti del Vietnam in Indocina [Sic].
L'Indonesia è, naturalmente, importante anche per i nostri alleati-chiave nella regione,
soprattutto il Giappone e l'Australia. Noi apprezziamo fortemente la nostra collaborazione
con l'Indonesia".
* da Z-Magazine Net
info su Indonesia... per chi in questi anni era "distratto" (1)
______________________________
Indonesia, il caso e' chiuso
di Noam Chomsky
______________________________
Alcuni fatti nuovi negli anni 1990-1991
suscitarono un insolito interesse per le atrocità indonesiane sostenute dagli USA.
Nel maggio 1990, lo State News Service rese note le conclusioni di una ricerca condotta
da Kathy Kadane a Washington: "Secondo ex-diplomatici americani il governo USA giocò
un ruolo importante (nel massacro NdC) fornendo i nomi di migliaia di dirigenti del
Partito Comunista all'esercito indonesiano, che li ricercò e li uccise. furono dati ai
militari almeno 5.000 nominativi e più tardi gli americani, secondo funzionari Usa,
controllarono i nomi di coloro che erano stati uccisi o catturati... Gli elenchi -
dichiaro [il funzionario del Ministero degli Esteri Robert] Martens - erano veri e propri
organigrammi della leadership del partito di tre milioni di iscritti. Quelle liste
comprendevano i nomi dei membri di comitati provinciali, cittadini e locali del Pki, e dei
leader delle "organizzazioni di massa", quali la federazione nazionale dei
lavoratori del Pki, le associazioni delle donne e quelle giovanili".
Gli elenchi venivano trasmessi ai militari che li usavano come una "lista dei
condannati a morte", sostiene Joseph Lazarsky, all'epoca vice capo della Cia a
Giakarta, secondo il quale alcuni erano trattenuti per essere interrogati o per mettere su
dei "processi-farsa" solamente perché gli indonesiani "non avevano
abbastanza squadre della morte per eliminarli tutti". Kathy Kadane scrive poi che
alti funzionari dell'ambasciata Usa avevano ammesso, nel corso di alcune interviste, di
aver approvato la consegna delle liste. William Colby (capo della CIA) paragonò
l'operazione indonesiana al programma "Phoenix" in Vietnam, nel tentativo di
giustificare quest'ultima campagna di assassini politici (quale era, nonostante le sue
smentite, l'operazione "Phoenix").
"A nessuno importava che fossero macellati, fintanto che si trattava di
comunisti", disse Howard Federspiel, allora esperto sull'Indonesia per i servizi del
Dipartimento di Stato. "Nessuno se la prese poi molto". "In tal modo demmo
un grosso aiuto all'esercito", aggiunse Martens. "Probabilmente hanno ucciso
molta gente, e mi sono macchiato di molto sangue, ma non è tutto così negativo".
"A volte bisogna colpire duro al momento giusto".
La notizia fu ripresa da alcuni giornali, ma nessuno ebbe molto da dire: era la solita
storia. Dopotutto, l'ambasciata Usa dieci anni prima aveva agito nello stesso modo in
Guatemala, dove ebbe luogo un'altra "utile" strage. Pur causando qualche breve
irritazione, il documento fu presto dimenticato. Il giornale delle verità ufficiali, il
New York Times, aspetto quasi due mesi prima di occuparsene, il tempo sufficiente per
raccogliere le smentite necessarie. Il giornalista Michael Wines riportò tutti gli usuali
luoghi comuni sull'accaduto della propaganda governativa, per quanto poco credibili
fossero, come dati di fatto incontestabili.
L'ambasciatore Green respinse il rapporto Kadane definendolo "immondizia".
Secondo lui ed altri, gli Usa non ebbero nulla a che fare con le liste dei nomi, che
comunque non erano importanti. A questo proposito Wines cita una lettera di Martens al
Washington Post secondo la quale quei nomi si potevano ottenere facilmente dalla stampa
indonesiana, tralasciando pero la sottolineatura dell'autore sull'importanza della
consegna delle liste; Martens sostenne, infatti, di "non veder niente di male nel
dare una mano" agli indonesiani, e così pensa ancora, perché "il terrore
pro-comunista che portò al golpe... contro i capi militari anticomunisti... aveva
impedito la raccolta sistematica di dati sui membri del Pki"; una storia fantasiosa,
ma poco importa.
Wines non dice nulla a proposito della celebrazione del massacro fatta dal Times, né
dell'orgoglio dei suoi principali commentatori politici sul ruolo americano che l'aveva
favorito.
Stephen Rosenfeld, del Washington Post, fu uno dei pochi nella stampa nazionale a turbarsi
per le rivelazioni di Kadane.
Anche la sua reazione è molto istruttiva.
In seguito alle rivelazioni di Kadane, il Post pubblicò una lettera di Carmel Budiardjo,
1 attivista indonesiano per i diritti umani, secondo il quale la complicità diretta Usa
nella strage era già emersa dai cablogrammi, pubblicati da Gabriel Kolko, tra
l'ambasciata Usa a Giakarta ed il Dipartimento di Stato, ed in particolare dal carteggio
Green-Rusk del quale abbiamo già parlato. Un mese più tardi, Rosenfeld manifesto una
certa preoccupazione per il fatto che "nell'unico resoconto che ho letto" -
cioè, quello di Kolko - vengono sollevati dei dubbi sul coinvolgimento dei comunisti nel
presunto tentativo di golpe servito come pretesto per i massacri. Notevole l'aggiramento
della questione principale, un colpo da maestro. Ma, continua Rosenfeld, "il tipico
punto di vista revisionista dai-la-colpa-all'America [di Kolko] mi fa diffidare delle sue
conclusioni". Rosenfeld sperava che "qualcuno dalle idee politiche più
centriste setacci il materiale e dia un resoconto obiettivo". La sua invocazione di
aiuto appari sotto il titolo, "Indonesia 1965: un anno vissuto cinicamente".
Per sua fortuna, i soccorsi stavano già arrivando. Una settimana dopo, con il titolo
"Indonesia 1965: l'anno dell'estraneità Usa", Rosenfeld scrisse di aver
ricevuto per posta "il resoconto indipendente" di uno storico "senza
pregiudizi politici" - cioè, in altre parole, qualcuno capace di rassicurarlo che lo
stato da lui amato non aveva fatto niente di male. Questo rimedio era "pieno di
delizie e sorprese", e concludeva che gli Usa non erano responsabili delle morti o
del rovesciamento di Sukarno. "Il documento scagiona gli americani dal sospetto
dannoso e persistente di essere responsabili del golpe e dei massacri indonesiani" e,
conclude felice Rosenfeld: "Per me, il caso del ruolo americano in Indonesia è
chiuso".
Com'è facile la vita dei credenti.
L'articolo che chiuse il caso, con immenso sollievo di Rosenfeld, fu la ricerca di Brands
di cui abbiamo parlato prima. Del resto sul fatto che Brands sia un commentatore
"indipendente" "senza pregiudizi politici" non vi sono dubbi: per lui
la guerra Usa in Vietnam fu un tentativo "di salvare il Vietnam del Sud";
l'informazione arrivata a Washington secondo la quale "l'esercito ha praticamente
distrutto il Pki" con un enorme massacro era una "buona notizia"; "il
difetto più serio della guerra sporca"è"la sua inevitabile tendenza ad
avvelenare il pozzo dell'opinione pubblica", cioè, di coprire gli Usa di "false
accuse", etc. Molto più importanti sono le "delizie e sorprese" che
mettono a tacere qualche residuo dubbio. Visto che quella ricerca ha chiuso per sempre la
vicenda, possiamo adesso dormire sonni tranquilli sapendo che Washington ha fatto tutto il
possibile per favorire il più grande massacro dai giorni di Hitler e Stalin, ha salutato
le conseguenze di quell'evento con entusiasmo e, immediatamente, si è adoperata per
sostenere il "nuovo ordine" di Suharto, a ragione definito tale. Per fortuna,
non c'è nulla che possa turbare la coscienza dei liberal.
Una "non-reazione" interessante al rapporto di Kadane è stata quella del
senatore Daniel Patrick Moynihan, in un articolo di apertura del New York Review of Books.
In esso egli sostiene di temere che, cancellando gli aspetti spiacevoli del nostro
passato, "stiamo corrompendo la memoria storica del paese". Il senatore fa
rilevare il contrasto tra queste mancanze e "la straordinaria situazione"
dell'Unione Sovietica "nella quale vengono riesumati i peggiori delitti della sua
spaventosa storia".
Naturalmente, "gli Stati Uniti non hanno una storia simile. Al contrario".
La nostra è immacolata; non esistono delitti da "riesumare" compiuti contro la
popolazione indigena o contro gli africani nei 70 anni seguiti alla nostra rivoluzione, o
contro filippini, centroamericani, indocinesi ed altri più recentemente. Tuttavia persino
noi non siamo perfetti: "Non tutto quel che abbiamo fatto in questo paese è stato
fatto alla luce del sole", scrive Moynihan, per quanto "non tutto poteva
esserlo. 0 avrebbe dovuto esserlo". Ma abbiamo nascosto troppe cose, ed è questo il
solo grave delitto della nostra storia.
E' difficile credere che mentre scriveva queste parole, il senatore non avesse in mente le
recenti rivelazioni sull'Indonesia.
Dopotutto, egli era stato coinvolto direttamente in quella vicenda.
Moynihan era ambasciatore all'0nu quando vi fu l'invasione indonesiana di Timor-Est, ed è
sempre stato fiero, come sostiene nelle sue memorie, di aver ostacolato qualsiasi reazione
internazionale all'aggressione ed alla strage. "Gli Usa desideravano che le cose
andassero come sono poi andate", egli scrive, "e si impegnarono per raggiungere
questo risultato. Il Dipartimento di Stato desiderava che le Nazioni Unite si rivelassero,
qualunque misura avessero deciso di prendere, completamente impotenti. Mi fu affidato
questo compito, ed io lo portai avanti con notevole successo". Moynihan allora era
perfettamente consapevole di come erano andate le cose e sapeva che in poche settimane
erano state uccise 60.000 persone, "il 10% della popolazione, quasi la stessa
percentuale di vittime che ebbe l'Unione Sovietica durante la II guerra mondiale".
Così egli si assunse il merito per delle azioni che egli stesso paragonava a quelle dei
nazisti. E sicuramente Moynihan era anche a conoscenza del ruolo avuto successivamente dal
governo Usa nella prosecuzione del massacro, e del contributo dei media e della classe
politica nel tenerlo nascosto.
Ma i rapporti recentemente pubblicati sul ruolo di Washington in quel massacro non hanno
risvegliato la sua memoria storica, né gli hanno suggerito qualche riflessione sui nostri
metodi, ad eccezione del nostro unico difetto: l'insufficiente sincerità.
I successi di Moynihan all'Onu sono entrati nella storia nel modo convenzionale. Le misure
prese contro l'Iraq e la Libia "mostrano nuovamente come il collasso del comunismo
abbia dato al Consiglio di Sicurezza quella coesione necessaria per far rispettare i suoi
ordini", spiega il corrispondente all'Onu del New York Times, Paul Lewis, in un
articolo di prima pagina.
"Questo era stato impossibile in casi precedenti come... l'annessione di Timor-Est da
parte dell'Indonesia".
Un momentaneo turbamento a proposito dell'Indonesia si ebbe nell'agosto del 1990,
all'indomani dell'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq. Era difficile non notare la
somiglianza di quegli eventi con l'aggressione indonesiana (di gran lunga più sanguinosa)
e l'annessione di Timor-Est. Dieci anni prima, quando era cominciato ad emergere qualche
frammento di verità su quanto era successo, alcuni avevano paragonato le imprese di
Suharto a Timor-Est con le contemporanee stragi di Pol Pot. Ma nel 1990, gli Usa ed i loro
alleati furono accusati, al massimo, di aver "ignorato" le atrocità commesse
dagli indonesiani. La verità è stata sempre taciuta durante tutti questi anni:
l'Indonesia aveva ricevuto un decisivo sostegno militare e diplomatico per i suoi
mostruosi crimini di guerra; e certamente, a differenza del caso di Pol Pot e di Saddam,
si sarebbe potuto porre fine rapidamente a questi crimini con il semplice ritiro
dell'assistenza occidentale e con la rottura del silenzio.
Intensi sforzi sono stati compiuti per giustificare reazioni così radicalmente diverse
nei confronti di Suharto, da una parte, e Pol Pot e Saddam Hussein dall'altra, e per
evitare che ciò venga spiegato con la diversità degli interessi americani in quelle
situazioni, motivazione valida in molti altri casi. William Shawcross dette una
"seria spiegazione di ordine strutturale" sostenendo che nel caso di Timor-Est
vi era stata "una relativa mancanza di fonti" e di accesso ai profughi, forse
perché Lisbona e l'Australia sono assai più inaccessibili della frontiera tra la
Tailandia e la Cambogia. Gérard Chaliand, da parte sua, liquidò l'attivo sostegno
francese al massacro perpetrato dall'Indonesia nel mezzo di uno dei suoi show di angoscia
per quanto fatto da Pol Pot, con la scusa che i timoresi sono "geograficamente e
storicamente marginali". La differenza tra il Kuwait e Timor-Est, secondo Fred
Halliday, sta nel fatto che il Kuwait "è esistito ed ha funzionato come stato
indipendente fin dal 1961"; ma, per valutare questo punto, è bene ricordare come gli
Usa abbiano impedito alle Nazioni Unite di interferire con l'invasione del Libano da parte
di Israele, o di trarre le dovute conseguenze dalla loro condanna dell'annessione
israeliana delle alture del Golan siriano e che, a differenza di Suharto nel caso di
Timor-Est, Saddam aveva comunque proposto di ritirarsi dal Kuwait; anche se non sappiamo
quanto seriamente, visto che gli Usa immediatamente rifiutarono l'offerta nel timore che
"potesse disinnescare la crisi". Un punto di vista assai diffuso è quello
secondo cui "l'influenza americana sulla [decisione indonesiana di invadere Timor-
Est] è stata probabilmente esagerata", anche se non vi è dubbio che gli Usa
"si voltarono dall'altra parte" ed "avrebbero potuto fare molto di più per
prendere le distanze dalla carneficina" games Fallows). La colpa, quindi, starebbe
nel non aver agito, e non nell'aver contribuito in modo determinante alla strage ancora in
corso intensificando i rifornimenti di armi e rendendo l'Onu "completamente
impotente" perché "gli Stati Uniti desideravano che le cose andassero come sono
poi andate" (l'ambasciatore Moynihan), mentre la comunità intellettuale preferiva
denunciare solo i delitti dei "nemici ufficiali". Altri sono ricorsi a diversi
espedienti per non rispondere a quelle domande, aggiungendo altre note a pie di pagina
all'ingloriosa storia.
Il governo australiano a proposito di Timor-Est fu più sincero. "Non vi è alcun
obbligo legale vincolante che vieti il riconoscimento dell'acquisizione di territori con
la forza", spiego il ministro degli Esteri Gareth Evans, aggiungendo che "il
mondo è molto iniquo; pieno di esempi di acquisizioni tramite la forza... " (nello
stesso tempo, seguendo l'esempio di Usa e Gran Bretagna, Evans vietò i contatti ufficiali
con l'Olp, doverosamente indignato per il fatto che essa "continuava a difendere e a
non dissociarsi dall'invasione del Kuwait da parte dell'Iraq"). Il primo ministro
Hawke, da parte sua, sostenne che "i grandi paesi non possono invadere i loro vicini
più piccoli e farla franca" (con riferimento all'Iraq ed al Kuwait) e proclamo che
nel Nuovo Ordine stabilito dai virtuosi anglo-americani, "gli aggressori potenziali
ci penseranno due volte prima di invadere i loro vicini più piccoli". I deboli
"si sentiranno più sicuri perché sanno che in caso di pericolo non saranno
soli" e, infine, "tutte le nazioni devono comprendere che nelle relazioni
internazionali il primato del diritto deve prevalere sulla forza bruta".
L'Australia ha un rapporto speciale con Timor-Est; basti ricordare che decine di migliaia
di timoresi furono uccisi durante la II guerra mondiale per proteggere alcuni guerriglieri
australiani che combattevano sull'isola per impedire un'imminente invasione giapponese
dell'Australia. Eppure questo paese è stato il più attivo difensore dell'invasione
indonesiana di Timor-Est.
Una delle ragioni, da tempo nota, è costituita dalle ricche riserve di gas naturale e di
petrolio che si trovano nella fossa di Timor, "una dura, fredda e triste realtà che
dobbiamo riconoscere", spiego sinceramente il ministro degli Esteri Bill Hayden
nell'aprile del 1984. Nel dicembre del 1989, Evans firmò un trattato con i conquistatori
indonesiani spartendosi le ricchezze di Timor e, nel corso del 1990, l'Australia ricavò
31 milioni di dollari (australiani) dalle vendite alle compagnie petrolifere dei permessi
di esplorazione in quell'area. I commenti di Evans, che abbiamo riportato, vennero
formulati per giustificare la posizione australiana in seguito alla presentazione da parte
del Portogallo, considerato come l'autorità responsabile per Timor, di una nota di
protesta contro il trattato presso la Corte Internazionale.
Mentre intellettuali e politici inglesi disquisivano con la dovuta serietà sui valori
della loro cultura tradizionale, che adesso finalmente potevano essere imposti nuovamente
dai difensori del Nuovo Ordine Mondiale (riferendosi alla Crisi del Golfo), la British
Aerospace concordava con l'Indonesia la vendita di aerei da combattimento e 1'inizio di
una coproduzione nel settore aeronautico e bellico, "che potrebbe costituire una
delle maggiori vendite di armi da parte di una singola azienda ad un paese asiatico",
come scrisse il Far Eastern Economic Review. La Gran Bretagna era del resto di ventata,
afferma lo storico di Oxford Peter Carey, "uno dei principali fornitori di armi
dell'Indonesia, alla quale vendette materiali per 290 milioni di sterline nel solo periodo
1986-1990".
L'opinione pubblica è stata tenuta all'oscuro di questi fatti così sgradevoli, come
anche dell'offensiva militare indonesiana a Timor-Est dell'autunno del 1990, sotto la
copertura della Crisi del Golfo e delle operazioni indonesiane, appoggiate dall'Occidente,
nella West-Papua. Operazioni che potrebbero spazzare via da quella regione un milione di
indigeni e che avrebbero già provocato, come sostengono attivisti per i diritti umani ed
alcuni osservatori, un numero imprecisato di vittime, migliaia delle quali uccise con armi
chimiche. I solenni discorsi sul diritto internazionale, il crimine dell'aggressione ed il
nostro forse troppo fervente idealismo possono continuare . a riecheggiare indisturbati.
L'attenzione dell'Occidente civilizzato deve
concentrarsi, come un laser, sui delitti dei nemici ufficiali, non su quelli per i quali
potrebbe fare qualcosa o persino porvi fine.
L'imbarazzo suscitato dalla possibilità che qualcuno paragonasse i due casi, di Timor-Est
e del Kuwait, svanì ben presto; ed e comprensibile visto che si tratta di uno dei tanti
esempi che provano il totale cinismo delle posizioni ufficiali assunte durante la guerra
del Golfo. Ma qualche difficoltà emerse di nuovo, nel novembre del 1991, quando
l'Indonesia commise lo sciocco errore di perpetrare un massacro nella capitale di Timor,
Dili, sotto gli occhi delle telecamere e di picchiare duramente due giornalisti Usa, Alan
Nairn e Amy Goodman. Fu uno sbaglio al quale Giakarta rimedio, come sempre in questi casi:
un'inchiesta per occultare le atrocità, una bacchettata sulle dita delle autorita, una
punizione minima ai subalterni ed applausi scroscianti dal "club dei ricchi" di
fronte a queste impressionanti prove che l'Indonesia, il nostro cliente
"moderato", sta compiendo ulteriori progressi verso la democrazia. Il copione,
consueto fino alla noia, venne eseguito alla lettera. Intanto i timoresi vennero
condannati a pene durissime e l'atmosfera di terrore si fece ancora più cupa.
Gli affari con l'Indonesia continuarono come sempre. Alcune settimane dopo la strage di
Di1i, l'autorità congiunta indonesiana-australiana firmo sei contratti di esplorazione
petrolifera nella Fossa di Timor, e poi altri quattro a gennaio. Alla meta del 1992 venne
annunciata la firma di undici contratti con 55 compagnie, australiane, inglesi,
giapponesi, olandesi ed americane. Qualche ingenuo potrebbe chiedere quale sarebbe stata
la reazione se 55 compagnie occidentali si fossero unite all'Iraq nello sfruttamento del
petrolio kuwaitiano, anche se l'analogia è imprecisa, visto che le atrocità di Suharto a
Timor-Est sono state cento volte peggiori di quelle commesse in Kuwait. Quello stesso anno
la Gran Bretagna aumentò le sue vendite di armi all'Indonesia e nel mese di gennaio
annunciò il suo proposito di vendere a Giakarta una nave da guerra. Mentre le corti
indonesiane condannavano a pene di quindici anni i "sovversivi" timoresi,
accusati di "aver provocato" il massacro di Dili, la British Aerospace e la
Rolls-Royce negoziavano un affare per milioni di sterline relativo alla vendita di 40
caccia da addestramento Hawk, che si andranno ad aggiungere ai quindici già in servizio,
alcuni dei quali già impiegati nella repressione a Timor-Est. Contemporaneamente,
l'Indonesia divenne oggetto dell'interessamento di molte compagnie britanniche in quanto
offriva interessanti prospettive per le industrie aerospaziali. Mentre il lieve imbarazzo
scompariva, altri seguirono l'esempio della Gran Bretagna.
Il "raggio di luce sull'Asia" del 1965-1966, con lo scintillio che ha lasciato
fino ad oggi, ha ben svelato la realtà degli atteggiamenti ufficiali in materia di
diritti umani e democrazia, i motivi che vi si celano dietro e l'importante ruolo giocato
in queste vicende dagli intellettuali. Quegli atteggiamenti hanno mostrato in maniera
altrettanto chiara quanto sia pragmatico il criterio usato in materia di diritti umani e
di democrazia ad un punto tale da cancellare qualsiasi valore umano dalla cultura
ufficiale.
tratto da Noam Chomsky - Anno 501 la conquista continua - Gamberetti editrice
Info su Indonesia... per chi in questi anni era "distratto"(2)
_________________________________
L'Indonesia, carta
vincente del gioco Usa
di Noam Chomsky
trentacinqueanni di complicità
______________________________
Dalla Thailandia alla Corea del Sud, passando per il Giappone, il
sisma monetario e finanziario continua a destabilizzare l'Asia. Ma dopo i milioni di
lavoratori licenziati, la crisi ha fatto la prima vittima illustre: il generale Suharto.
Presidente da più di trent'anni, Suharto pretendeva di conservare il monopolio di un
potere fondato su prebende e corruzione. Ma incapace di realizzare le riforme imposte dal
Fondo monetario internazionale e di impedire lo scoppio della rivolta popolare, è stato
costretto alle dimissioni il 21 maggio del 1998. Il successore, Bacharuddin Jusuf Habibie,
uomo del serraglio, ha dato alcuni segnali di apertura: promessa di elezioni, liberazione
dei prigionieri politici, ricambio al vertice delle forze armate. Ma è un cambiamento
profondo quello che chiede l'Indonesia, precipitata in pochi mesi allo status di paese
povero. Per un regime che si è insediato al potere dopo un terribile bagno di sangue,
compiuto con il consenso degli Stati Uniti, il bilancio è davvero poco glorioso.
di NOAM CHOMSKY*
Il 20 maggio del 1998 il segretario di stato americano, Madeleine Albright,
ha chiesto al presidente Suharto di rassegnare le dimissioni per aprire la strada a una
"transizione democratica". Poche ore dopo il generale trasferiva i poteri al
vice-presidente, che lui stesso aveva designato. Anche se i due eventi non sono in uno
stretto rapporto di causa-effetto, illustrano bene la natura delle relazioni tra gli Stati
Uniti e l'Indonesia negli ultimi cinquant'anni.
Quattro mesi prima delle dimissioni, una pubblicazione australiana aveva riportato la
seguente scena: davanti al "direttore del Fondo monetario internazionale Fmi), Michel
Camdessus, in piedi con le braccia conserte, alla coloniale, Suharto firmava un nuovo
accordo con il Fmi". La foto che illustrava "l'umiliazione di Suharto" fu
"pubblicata l'indomani dalla stampa indonesiana"
(1). La sua valenza simbolica non sfuggì a nessuno. Suharto ha potuto contare
sull'appoggio degli Stati Uniti e degli altri governi occidentali da quando ha preso il
potere, nel 1965. Per sostenere il suo regime fondato sulla violenza, la Casa Bianca ha
costantemente aggirato le restrizioni del Congresso americano agli aiuti militari e
all'addestramento delle forze armate.
L'amministrazione Clinton ha pure sospeso il monitoraggio delle spaventose condizioni di
lavoro nelle fabbriche indonesiane che producono per gli Stati Uniti. Anzi, si è
complimentata con Jakarta per avere reso tali pratiche "più conformi alle norme
internazionali"! La caduta del generale Suharto si inserisce nel solco di una
tradizione ormai familiare: Mobutu Sese Seko, Saddam Hussein, Ferdinando Marcos, Anastasio
Somoza, la famiglia Duvalier.
In generale, gli americani abbandonano i loro protetti perché disobbediscono o perdono il
controllo della situazione. Nel caso di Suharto le due spiegazioni convergono: prima il
rifiuto di obbedire agli ordini del Fmi, che imponevano un nuovo giro di vite alla
popolazione. Poi, l'incapacità di contenere la rivolta sociale. Il dittatore aveva
semplicemente smesso di essere utile.
Dopo la seconda guerra mondiale, l'Indonesia aveva svolto un ruolo importante per gli
Stati Uniti, impegnati nella costruzione di un nuovo ordine planetario. A ogni regione era
stato assegnato un compito specifico; quello del Sud-Est asiatico era di procurare alle
società industriali risorse e materie prime. L'Indonesia era una delle poste in gioco
più importanti. Nel 1948 George Kennan, lo stratega che "inventò" la dottrina
del contenimento, vedeva "nel problema indonesiano (...) la questione più importante
del momento nella lotta contro il Cremlino".
Questa formula, in realtà, celava la volontà di lottare contro ogni nazionalismo
indipendente, quale che fosse il sostegno fornito a esso da Mosca (molto tiepido nel caso
indonesiano).
George Kennan avvertiva: una Indonesia "comunista" sarebbe stato un focolaio di
"infezione" capace di "estendersi a Ovest" e di intaccare tutta l'Asia
meridionale. Allora si pensava che l'infezione si propagasse più con la forza
dell'esempio che con la conquista.
La "questione indonesiana" rimase aperta a lungo. Nel 1958 il segretario di
stato americano John Foster Dulles informò il Consiglio nazionale di sicurezza che
l'Indonesia era una delle tre maggiori aree di crisi del pianeta le altre due erano
l'Algeria e il Medioriente. Inoltre, fortemente sostenuto dal presidente Eisenhower,
Foster Dulles riteneva che in quelle crisi l'Unione sovietica non svolgesse alcun ruolo.
In Indonesia il "problema" principale veniva dal Partito comunista (Pki), che
continuava ad "estendere la sua influenza, non in quanto partito rivoluzionario, ma
come organizzazione che difende i poveri nel quadro del sistema vigente",
costruendosi "una base di massa tra i braccianti" (2).
L'ambasciata degli Stati Uniti a Jakarta annunciò che non sarebbe stato possibile
sconfiggere il Pki "con gli strumenti democratici ordinari". Bisognava ricorrere
all'"eliminazione" con l'aiuto dell'esercito. I comandanti delle forze armate
insistevano perché "si facesse qualcosa, anche un'azione di forza, per assicurare il
successo dei dissidenti o la soppressione degli elementi comunisti in seno al governo di
Sukarno". I "dissidenti" guidavano una ribellione nelle isole periferiche
dell'arcipelago indonesiano, dove si trovavano quasi tutti i giacimenti petroliferi e gli
investimenti americani. Secondo due specialisti del Sud-Est asiatico, il sostegno dato al
movimento secessionista è stato "di gran lunga il più importante e misconosciuto
intervento militare clandestino dell'amministrazione Eisenhower" (3). Dopo il
fallimento della ribellione che avvenne non prima di avere trascinato con sé quel che
rimaneva delle istituzioni parlamentari gli Stati Uniti ricorsero ad altri metodi per
"eliminare" la principale forza politica del paese. L'obiettivo fu raggiunto
quando, con l'appoggio americano, il generale Suharto prese il potere nel 1965. I
massacri, organizzati dall'esercito, liquidarono il Pki e sfociarono su "una delle
peggiori stragi del XX secolo", come ammise la stessa Cia, paragonabile alle
atrocità di Hitler, Stalin e Mao. Un rappporto dell'agenzia di spionaggio americana
ricordava che "il colpo di stato in Indonesia" fu "sicuramente uno dei
principali eventi del secolo" (4). In pochi mesi circa 500.000 persone furono
massacrate.
Eppure l'evento fu salutato con grande euforia. Per descrivere l'impressionante
carneficina", il New York Times (5) parlò di un "raggio di luce sull'Asia"
e si complimentò con Washington per essere rimasta dietro le quinte e non avere
imbarazzato i "moderati indonesiani" che purificavano la società e si
apprestavano a ricevere il generoso aiuto americano. Il settimanale Time (6), salutò la
"tranquilla determinazione" del generale Suharto e le sue procedure
"scrupolosamente costituzionali, fondate sul diritto e non solo ulla forza", nel
momento in cui assumeva la presidenza di un paese trasformato in un "ribollente bagno
di sangue". Il quale, nonostante le apparenze, costituiva "per l'Occidente la
più bella notizia dall'Asia negli ultimi anni".
L'Indonesia ritrovò i favori della Banca mondiale. I governi e le società occidentali si
precipitarono nel "paradiso degli investitori", ostacolati soltanto dalla
rapacità della famiglia Suharto al potere. Per vent'anni il presidente indonesiano sarà
descritto dal settimanale britannico The Economist come "un moderato, in fondo un
uomo benevolo", nel momento in cui accumulava un numero record di omici e
generalizzava le pratiche del terrore e della corruzione a sistema di governo. Il
"pragmatismo" dell'Occidente L'Occidente si è anche complimentato con Suharto
per i risultati economici del regime. Ma Clive Hamilton, uno specialista australiano che
ha contribuito a elaborare i modelli macroeconomici dell'Indonesia, definisce le
statistiche ufficiali "gravemente inesatte". Hamilton spiega, ad esempio, che il
tasso di crescita annua ufficiale del 7% è stato inventato di sana pianta su ordine del
governo, e non risponde affatto ai calcoli degli economisti (7). La crescita economica
c'è stata davvero, ma grazie alle riserve di petrolio e alla rivoluzione verde, due cose
che "neppure la grande inefficienza del sistema di corruzione ha potuto
impedire". Tali vantaggi si sommano a quelli derivanti dall'estrazione di altre
risorse naturali e dal basso costo della mano d'opera, sottoposta a livelli di
sfruttamento che hanno impressionato persino gli Stati Uniti. Gli altri risultati
economici sono un puro miraggio, evaporato con la fuga degli investitori stranieri.
Il grosso del debito privato indonesiano è nelle mani di poche decine di creditori. Il
patrimonio della famiglia Suharto corrisponde più o meno alla somma del piano di
salvataggio deciso dal Fmi.
Tale confronto suggerirebbe un modo abbastanza semplice per superare la "crisi
finanziaria", ma naturalmente se ne scieglierà un altro... I 200 milioni di
indonesiani che non hanno debiti pagheranno, così come i contribuenti occidentali,
conformemente alle regole del capitalismo reale.
Nel 1975, l'esercito indonesiano invadeva Timor est, i cui abitanti si stavano
organizzando politicamente dopo il crollo del colonialismo portoghese (8). Pur essendo
informati che si preparava l'invasione, Stati Uniti e Australia non hanno fatto niente per
impedirla. Richard Woolcott, ambasciatore australiano a Jakarta, ha incoraggiato il suo
governo a seguire un atteggiamento "pragmatico", ispirato al "realismo alla
Kissinger" (allora segretario di stato sotto la presidenza di Gerald Ford). Woolcott
spiegava che per l'Australia era più vantaggioso che le riserve petrolifere di Timor
orientale finissero in mano all'Indonesia "invece che al Portogallo o a un Timor
indipendente".
Quasi il 90% delle armi dell'esercito di Suharto proveniva dagli Stati Uniti e doveva
servire soltanto all'autodifesa. Ma nessuno si è preoccupato di questa restrizione.
Washington ha addirittura intensificato i rifornimenti di armi poco dopo averne annunciato
la sospensione.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ordinò all'Indonesia di ritirarsi da Timor
est, ma invano. Come ha spiegato nelle sue memorie Daniel Patrick Moynihan, all'epoca
ambasciatore americano alle Nazioni Unite, il dipartimento di stato gli aveva dato
istruzione di rendere l'Onu "completamente inefficace, qualsiasi iniziativa
prendesse": "Gli Stati Uniti desideravano che le cose andassero come sono poi
andate e si sono comportati di conseguenza".
Moynihan ha precisato come sono andate le cose: in pochi mesi 60.000 timoresi furono
uccisi, "quasi la stessa percentuale di vittime che ebbe l'Unione Sovietica durante
seconda guerra mondiale".
Ma il massacro è proseguito, raggiungendo la punta massima nel 1978, grazie alle nuove
armi americane fornite dall'amministrazione Carter. Il bilancio totale sfiora i 200.000
morti; in proporzione i timoresi sono la popolazione più massacrata dopo il genocidio
degli ebrei. Nel 1978, gli Stati Uniti non erano più i soli a sollecitare i favori del
regime, Gran Bretagna, Francia e altri stati si erano aggregati. Sotto la presidenza di
Valéry Giscard D'Estaing, il ministro francese degli esteri, Louis de
Guiringaud, si recò a Jakarta per promuovere la vendita di armi del suo paese. Giudicò
la visita "soddisfacente da tutti i punti di vista", precisando che la Francia
avrebbe cessato di "imbarazzare" l'Indonesia nei fori internazionali (9). Nei
paesi occidentali le proteste furono molto rare. E la stampa non si preoccupò quasi mai
di Timor.
Le atrocità nell'isola continuano, con il concorso degli Stati uniti e dei loro alleati.
Ma si moltiplicano le manifestazioni di protesta, anche all'interno dell'Indonesia, dove
dissidenti coraggiosi, di cui i nostri media non parlano quasi mai, fanno pressioni
sull'Occidente affinché metta in pratica i bei discorsi sulla democrazia.
Per imporre la fine di questa tragedia non c'è bisogno di nessun bombardamento o
sanzione: il semplice rifiuto di collaborare alla "pacificazione" indonesiana
può bastare.
Nel 1989 l'Australia ha firmato un trattato con Jakarta per estrarre petrolio nella
"provincia indonesiana di Timor est", che secondo molti "realisti" non
avrebbe mai potuto avere un'economia funzionante e perciò era inadatta
all'autodeterminazione, nonostante questa fosse ribadita dal Consiglio di sicurezza e
dalla Corte Internazionale dell'Aja. Il trattato è entrato in vigore poco dopo che
l'esercito indonesiano aveva massacrato altre centinaia di timoresi riuniti per
commemorare un precedente eccidio. Le compagnie occidentali si sono associate nello
sfruttamento petrolifero di Timor est, senza per questo suscitare alcuna riprovazione.
Così sono andate le cose fino al giorno in cui il generale Suharto commise i suoi primi
errori...
note:
* Professore al Massachussetts Institute of Technology.
torna al testo (1) Inside Indonesia (Australia), aprile-giugno 1998, e
Business Week, primo giugno 1998.
torna al testo (2) In Harold Crouch, Army and Politics in Indonesia,
Cornell University Press, Ithaca, 1978.
torna al testo (3) Audrey e George Kahin, Subversion as Foreign Policy, New
Press, New York, 1995.
torna al testo (4) Central Intelligence Agency, Directorate of
Intelligence, "Intelligence report column, Indonesia, 1965, the
coup that backfired", Washington, 1968.
torna al testo (5) The New York Times, 22 dicembre 1965, 17 febbraio 1966 e
19 giugno 1966.
torna al testo (6) Time, 15 luglio 1966.
torna al testo (7) Australian Financial Review, 18 marzo 1998.
torna al testo (8) Vedere Noam Chomsky, Powers and Prospects, reflexions on
Human Nature and the Social order, capitoli 7
e 8, Pluto Press, Londra, 1996.
torna al testo (9) Cfr. l'articolo di Roland-Pierre Paringaux, Le Monde, 14
settembre 1978.
(Traduzione di R.L.)
Noam Chomsky articolo tratto da: Le Monde Diplomatique
_________________________________
Archivio Web Noam Chomsky [it]
http://pages.hotbot.com/edu/chomsky.it
e-mail: chomsky.it@hotbot.com
_________________________________
Realizzato in Ottobre 1999