Michel Foucault
Che cosa rende il potere tollerabile e
cosa dovrebbe rendercelo intollerabile? Perché gli attuali sistemi di governo, e
quindi anche le democrazie, hanno potuto parlare di libertà solo quando hanno
organizzato e messo in atto un sistema di sorveglianza, reclusione ed esclusione
che non ha eguali nella storia? Perché le democrazie occidentali hanno potuto
costruire il loro dominio coloniale ed economico parlando di “diritti umani”? In
che modo si è evoluta la pratica del terrore carcerario che tutti i poteri
utilizzano? Se i dittatori hanno almeno un viso o una maschera contro cui
battersi, le società “liberali”
invece occultano i meccanismi perversi che le governano : la volontà di
reclusione e controllo che sottende le nostre società è infinitamente più
pericolosa della repressione proclamata. Com’è stato possibile?
Su queste domande e su molte altre si è
interrogata la ricerca di un pensatore non comune. Michel Foucault, storico,
filosofo ed epistemologo francese, ha cercato di mostrare il volto
impresentabile dei sistemi di dominio culturale e politico – il potere-sapere –
dell’Occidente. Per smascherare la mistificazione del conformismo scientifico,
Foucault decide di analizzare quelle pseudo-scienze conosciute col nome di
“scienze umane”, sceglie campi d’indagine dove il confine tra regime ideologico
e conoscenza è più sottile, territori dove la marginalità è di solito condannata
al silenzio; scende negli inferni dei folli, dei reclusi, della malattia e del
crimine perché è convinto che lì il potere si mostri col suo vero volto, quello
della sua ferocia arcaica, della sua brutalità pura e arbitraria; ma indaga
anche campi dove il dominio si presenta con l’aspetto produttivo e rassicurante
di saperi sulla linguistica, sulla biologia, sulla sessualità e sull’economia
mostrando come le tecniche di controllo possano prendere strade nuove e più
sottili, ma non meno insidiose.
Foucault aveva definito il suo metodo
“archeologico”, non nel senso della riscoperta di fatti dimenticati, come
tessere di un mosaico che il tempo ha eroso, bensì nell’intenzione di voler
considerare i fatti storici nella loro singolarità di eventi, rinunciando cioè a
collocarli secondo una scansione ordinata ma fittizia. L’archeologo non si
occuperà di fare una storia delle idee o dei saperi, ma studierà piuttosto le
condizioni di insorgenza, le regole di formazione dei discorsi. A quali
condizioni alcuni discorsi diventano “scientifici”? A quali condizioni dei
saperi affermano la loro positività pur non essendo scientifici? Così
l’archeologo risale fino al punto in cui esperienze limite, come la follia, non
erano discriminate, ovvero al loro “degré zéro”.
Foucault moriva vent’anni fa, il 25 giugno del 1984, a soli
cinquantasette anni. Le sue simpatie zen lo tenevano lontano da ogni
compiacimento personalistico, da ogni patetismo, : <<di
me non so niente.>>
affermava,<<
Non so neppure la data della mia morte>>.
Con lui, più che un “teorico dei poteri”, scompariva una maniera di sorprendere,
prudente e classica, di riconoscere alle frontiere del pensiero e della storia
un territorio che non era stato mai visitato, e in ogni caso mai come lui aveva
cominciato a fare. E la sua morte arrivava ad interrompere una delle opere più
feconde di quel periodo.
Per essere un filosofo, Foucault inizia
la sua opera in modo assai poco filosofico. Un piccolo libro Malattia
mentale e personalità (1954),
segna l’avvio di una ricerca orientata sulle scienze umane, ma prima di tutto
per metterne in discussione lo statuto, la legittimità, e portare a termine una
critica filosofica della loro importanza. È un libro che precorre i temi
successivi, ma dove già viene messa in discussione la realtà del normale e del
patologico; se la malattia mentale è una deviazione, ha senso curarla con
l’isolamento e l’esclusione? E le nevrosi regressive non sono proprio una
risposta all’arcaicità delle istituzioni sociali? Ma il libro più famoso di
Foucault è senz’altro La
storia della follia (1961).
In esso si analizza la separazione stabilita tra follia e ragione in quella che
i francesi chiamano l’età classica (XVII° e XVIII° sec.), gli spostamenti di
questo partage,
e l’insieme delle pratiche e dei pensieri attraverso i quali degli uomini
avevano escluso altri uomini considerandoli privi di ragione. È il passaggio
dalla follia alla psichiatria, ovvero la costituzione di un sapere sulla follia.
Foucault descrive magistralmente come la ragione occidentale sveli la sua
parentela con l’arbitrio e possa organizzarsi solo attraverso una tecnologia di
esclusione dell’altro. È un testo decisivo che farà lo “stile” dell’archeologia.
Nel 1963 viene pubblicato La
nascita della clinica,
dove l’inchiesta sulla follia confluisce sull’intero sapere medico, un sapere
sui corpi che trova le sue condizioni di formazione proprio nell’istituzione
clinica; è qui che l’osservazione sistematica delle patologie, il nesso tra la
raccolta dei dati e le funzioni variabili, ovvero la tecnica attraverso la quale
l’incertezza diverrà la base di assunti certi, elabora un modello esemplare per
la costituzione delle scienze umane. Continua dunque l’indagine sulle tecnologie
dell’esclusione e sugli istituti disciplinari che modellano la società
occidentale; ma in questo testo Foucault pone in modo più preciso e specifico il
problema delle condizioni generative dei saperi. Con Le
parole e le cose, del 1966, si indaga il rapporto che aveva tenuto insieme,
dall’epoca classica in poi, l’analisi del linguaggio, quella degli esseri
viventi e della ricchezza. Il libro diventerà famoso - e inviso - proprio perché
Foucault vi annuncia, forse troppo ottimisticamente, la fine dell’umanesimo
borghese, cioè la morte di quello strano oggetto “allotropo
empirico-trascendentale detto uomo” che è stato al centro di tutte le
riflessioni della modernità, per cui ogni tentativo di pensiero filosofico
non-dogmatico ha dovuto scontrarsi con il pregiudizio antropologico e mettere
fuori circuito psicologismo, storicismo e razionalismo. L’Archeologia
del sapere
(1969) prende in considerazione le
scienze umane nel loro insieme, mettendo alle strette le figure illusorie del
continuo, del progresso e della prosopopea della coscienza. In Sorvegliare e punire (1975)
si analizza un’altra forma di esclusione, rispetto a quella messa in atto in
nome della ragione: si tratta di interrogare il potere di punire, di mostrare
come l’emergenza delle scienze umane, sotto l’aspetto del sapere medico e
psichiatrico, viene ad indirizzare la pratica punitiva, e lungi dal permetterle
qualsiasi progresso, lungi dal portarla verso un miglioramento sicuro, non fa
altro che cambiare le modalità d’azione e rafforzarne il potere di coercizione
sotto parvenze “più umane”. La prigione infatti non sopprime l’infrazione, ma
organizza la trasgressione delle leggi in una tattica di assoggettamento. Così,
più che constatare il fallimento della prigione, bisogna rilevarne il successo
come luogo di produzione di una delinquenza molto meno pericolosa degli
illegalismi popolari. D’altronde, la diffusione dell’alcool, delle armi, delle
droghe, dimostra come l’interdetto legale crei un campo di pratiche illegali
controllabile e redditizio.
Con le sue ultime opere Foucault mette in
atto un ennesimo, sorprendente cambiamento di fronte. Nel 1976 esce il primo
volume di una vasta Storia
della sessualità.
In La
volontà di sapere
si tenderà ad aggirare la visione repressiva – e rassicurante - del potere,
visto che certe interdizioni funzionano piuttosto come moltiplicatori
d’interesse, e che l’attuale sconfinata produzione di discorsi sul sesso non ci
rende più liberi né più felici, perché il dominio utilizza il piacere-sapere
come strumento di controllo sui corpi. La consapevolezza che il potere ci
attraversa anche nella nostra ricerca del piacere potrebbe davvero rendercelo
intollerabile. Non più solo la prigione, la caserma, la clinica o il manicomio;
ora c’è la palestra che modellerà i corpi secondi i canoni della società
disciplinare. E mentre gli antichi conoscevano l’ars
erotica
che produceva verità procurando piacere, la nostra scientia
sexualis trova il suo fulcro nella confidenza,
nella confessione. Occorre far parlare del sesso, poi codificare clinicamente.
La volontà di sapere sul sesso diventa strumento di applicazione del potere
medico: sessuologi, psicanalisti, igienisti, psicologi, educatori ascoltano e
producono discorsi sul sesso. D’altronde la confessione è una tecnica comune
nella società disciplinare, presente nella pratica giudiziaria come in quella
psichiatrica, nella psicanalisi e nei discorsi sul sesso. Secondo Foucault, la
nostra è una società che tende l’orecchio. Otto anni dopo l’uscita del primo
volume, vengono pubblicati L’uso
dei piaceri e
La cura di sé, gli
ultimi testi che Foucault ci ha lasciato, mentre stava preparando un quarto
volet
della sua opera.
In questi due splendidi testi Foucault cambia punto d’osservazione e si rivolge
all’Antichità classica per cercare anche in questo caso il “grado zero” del
discorso morale sul sesso. Il timore del sesso, per gli antichi, è legato
all’idea della perdita di energie, quindi il piacere va dosato attraverso una
lotta con se stessi per ottenere la padronanza di sé e degli altri; è una
questione di dietetica. Il regime non proibisce, ma oscilla tra il più ed il
meno. Ci si nutre, si beve, si fa all’amore secondo la stessa etica. Il discorso
sulla temperanza sessuale si trasformerà poi in una accresciuta attenzione verso
se stessi, una tecnica di soggettivizzazione, che va tenuta distinta da
un’affermazione del soggetto; lo stoicismo proporrà, ad esempio, una sorta
d’introspezione permanente, un’auscultazione che definirà la moralità degli
atti, compreso quello sessuale.
Proprio di Fronte alla Senna e all’Île
Saint-Louis, quindi nella zona più centrale di Parigi, si intravede l’austera
facciata dell’Arsenal, un edificio severo che ospita una formidabile
biblioteca, una delle più
importanti di Francia, e che racchiude nelle lunghe file di scaffali scuri una
quantità impressionante di documenti. Quattordicimila manoscritti, un milione di
volumi, quasi centoventimila stampe, migliaia di “papiers” degli archivi della
Bastiglia, la più completa raccolta di opere del teatro francese dalle origini
(250.000 documenti). Questo luogo calmo e silenzioso, nonostante la sua
centralità, era uno dei rifugi preferiti di Michel
Foucault.
In realtà, la pratica storica ha
attraversato tutta l’opera del filosofo francese, che manteneva il rigore delle
ricerche fatte sulle fonti di prima mano. Ecco perché la Bibliothèque Nationale,
quella dell’Arsenal e la moderna e silenziosa biblioteca dei Domenicani erano le
sue miniere d’informazioni. È possibile far parlare la storia contro il potere?
È possibile contraddire le epopee leggendarie che i sistemi di dominio hanno
prodotto su se stessi chiamandole Storia? Foucault ne è convinto: sulla quarta
di copertina dell’Histoire
de la sexualité,
compariva una frase di René Char: La
storia degli uomini è la lunga successione dei sinonimi di uno stesso vocabolo.
Contraddirla è un dovere.
Per contraddire quella storia,
Foucault organizzerà le sue ricerche producendo dossier, si muoverà con
la tecnica dell’inchiesta e dell’archivio facendo risultare le risposte non
dall’intenzionalità del progetto, ma dalla regolarità e dalle rotture nella
successione dei discorsi storici.
Foucault conosce bene la scuola
delle Annales,
ma ne prenderà le distanze perché per lui <<la
storia deve rinunciare alla costruzione delle grandi sintesi e interessarsi al
contrario alla frammentazione dei saperi>>.
L’archeologia foucaultiana farà a meno della strumentazione di una certa
storiografia classica: la continuità lineare, l’analisi seriale, il materialismo
dialettico, il finalismo metafisico; la storia infatti non può essere né un
racconto né un romanzo, ma dev’essere interamente votata alla funzione
critica.
Michel Foucault ha sempre mostrato
un’impazienza ostinata verso ogni forma di categorizzazione ed ha lavorato con
estrema energia e fino alla fine proprio per staccarsi da sé, dalla propria
immagine e dal suo ruolo sociale, fuori da ogni burocrazia del pensiero. Parlare
dei rapporti di Foucault con Marx, o Freud, con Nietzsche o Bachelard, con
l’epistemologia francese o gli strutturalisti, vuol dire quindi tentare proprio
di cogliere quelle distanze attraverso le quali Foucault si è
costruito.
Nell’epistemologia, ad esempio, mentre
Bachelard e Canguilhem si erano mossi nella direzione della ricerca storica,
degli errori e delle false scienze, per una critica delle prospettive
positiviste e “continuiste” – che vedono cioè il progresso scientifico come
processo lineare unitario – Foucault va oltre, e attacca le ”scienze umane”
proprio perché in esse il debole statuto scientifico, l’esile confine tra verità
ed errore evidenzia meglio la sostanziale carica ideologica che le sorregge.
Queste pseudo-scienze, nate con la società industriale, sono discipline
politiche che ammantate di riformismo espletano compiti di controllo
poliziesco.
Nelle prime opere di Foucault sono
ancora presenti numerosi elementi dell’analitica marxista: la borghesia che
guarda al folle come individuo non produttivo, l’utilizzazione dei reclusi come
forza-lavoro non retribuita, la “violenta ideologia economica” che sottende il
rapporto tra medico e paziente; ma ben presto Foucault opera una rottura
radicale con la concezione marxista del rapporto tra apparato produttivo,
ideologia e potere. La ragione economica non determina più la conformazione del
dominio, e l’apparato produttivo diventa solo una componente della struttura di
potere. Così la teoria economica di Marx viene impietosamente relegata nel
reticolo discorsivo del XIX° sec.
proprio come quella di Ricardo.
Medicina mentale e psicanalisi erano
state inizialmente al centro delle ricerche di Foucault, ma egli si allontanerà
anche da Freud perché, se “la
psichiatria è un monologo della ragione sulla follia”,
la psicanalisi, che dovrebbe far parlare l’inconscio, si inserisce a pieno
titolo in quella riorganizzazione dell’antropocentrismo e dell’antropomorfismo
moderno che sono le “scienze umane”.
Con gli strutturalisti Foucault
condivide la critica dello
storicismo, dell’umanesimo e
dell’esistenzialismo; l’urgenza di contrastare la visione rassicurante di una
storia lineare che vede al suo centro l’uomo come soggetto attivo, il dominio
dell’idea di coscienza e d’individuo, e della loro irriducibilità. Ma per
Foucault il dato fenomenologico non offre neppure ad una lettura “specializzata”
niente altro che se stesso, ed è
critico verso l’idea delle
“discontinuità” storiche degli strutturalisti, usa poi il termine di “irruzione”
proprio per descrivere gli eventi storici fuori da ogni visione riduttiva;
mentre la stessa ridefinizione del concetto di episteme aveva avuto effetti
polemici anche nei confronti degli strutturalisti.
Il
metodo archeologico, come abbiamo detto, consentirà a Foucault di
prendere le distanze dal lavoro degli storici; l’archeologo non propone un
periodo o un oggetto di studio, ma analizza un problema (la grande reclusione,
la nascita della prigione) e si interroga sulle condizioni di produzione di quel
problema, sulla formazione dei saperi e dei poteri che ne regolano le pratiche.
La storia non sarà la messa in scena di avvenimenti che permettano di
rintracciare evoluzioni o che diano un senso qualsiasi al passato; essa non è
fine a se stessa, ma è uno strumento che serve a ritagliare nel tempo degli
eventi e delle singolarità e a studiare la loro produzione; tutti momenti che
sono altrettante domande critiche.
Nietzsche e Heidegger sono stati
indicati da Foucault stesso come punti di riferimento importanti: nella storia
non vi sono inizi solenni, epoche auree, non siamo il frutto di un passato
glorioso che ci lascia eredi di alcunché, e la storia non ha affatto la forma
del divenire dove l’uomo si realizza come soggetto; fuori da ogni illusione
teleologica o umanistica, perché nella storia non c’è alcun disvelamento
dell’essere, l’uomo parla solo in quanto risponde al linguaggio. Ma, a ben
vedere, non mancano le distanze anche da questi autori. Infatti, se è vero che
Foucault ha sempre rifiutato la retorica umanistica e il compiacimento dei buoni
sentimenti, è impossibile non vedere come le sue simpatie non andassero certo
agli oppressori, ai padroni, alle classi egemoni, ai potenti; il centro delle
sue ricerche sono gli esclusi, i reietti, gli emarginati, i senza parola.
Foucault voleva renderci odioso il potere proprio svelandoci le sue tecniche
d’applicazione, e non farne l’apologia.
L’opera di Foucault divenne così
importante e diffusa proprio per le sue implicazioni politiche, è lui stesso ad
ammetterlo. Egli fu senz’altro un filosofo militante, ma qualsiasi tentativo di
arruolarlo in una corrente politica precisa risulterebbe maldestro. Resta il
fatto che Foucault ha rappresentato un riferimento importante per tutti quelli
che negli anni ’70 avvertivano l’inadeguatezza delle categorie marxistiche,
l’urgenza di superare uno schema ideologico incapace di reggere, e ancor meno di
raccogliere, le spinte anti-gerarchiche, libertarie, anti-autoritarie che per
comodità possiamo collegare al Maggio francese. Era finalmente possibile
criticare in modo efficace il sistema dominante rinunciando al materialismo
storico, senza per questo accettare derive di destra o comunque autoritarie,
anzi ritrovando nuovo slancio nella critica anti-borghese ed anti-statale,
perché è il dominio, molto più del profitto, il motore di questo sistema, che
proprio come Dio prende nomi diversi e sempre inadeguati. Va detto, en passant,
che pur non aderendo a nessuna formazione politica, a parte una breve e
giovanile militanza nel PCF, questo liquidatore di ideologie, critico di ogni
genere di boy-scoutismo, questo non-naif smaliziato, è stato per tutta la vita
in prima fila nelle lotte contro le violenze della polizia, nelle manifestazioni
a favore degli immigrati, nelle proteste dei detenuti, ed era stato uno dei
promotori, insieme a Deleuze, del GIP
(gruppo d’informazione sulle prigioni) che si era formato nel 1971. Era
forse il suo modo di sfuggire al
ruolo di studioso e d’essere insieme “engagé-dégagé”.
Foucault ha sempre affermato che i suoi
libri non mirano ad instaurare nuove verità, non sono libri dimostrativi, sono
piuttosto “esperienze”. Ma non ha mai escluso che si potessero considerare i suoi testi come una “boite
à outils”, una scatola d’attrezzi, utile, secondo noi, ancora oggi. Evidenziare
solo alcune delle implicazioni politiche dell’opera di Foucault è senz’altro un
procedimento riduttivo rispetto alla complessità e alla vastità dei suoi
scritti, sottolinearne l’aspetto demistificatorio può risultare “politicamente
scorretto”; ma crediamo sia comunque più onesto che descrivere Foucault come un
tranquillo studioso del potere, o magari un suo tecnico-apologeta. Foucault era
perentorio: “Dovunque si eserciti il potere, scompare la
libertà”
Secondo il filosofo francese, i sistemi
di governo occidentali e le teorie politiche sulle quali essi si fondano,
conservano intatta la centralità della sovranità, della legge e
dell’interdizione. Un loro superamento deve ancora essere messo in atto:
“Bisogna tagliare la testa al re: non lo si è ancora fatto nella teoria
politica”, afferma Foucault con accenti quasi anarchici, e per lui non così
rari. In altri termini Foucault mette in discussione la legittimità stessa del
potere politico e ne mette in evidenza la fondamentale
arbitrarietà.
Gli attuali sistemi di dominio,
anche quelli democratici, hanno creato e moltiplicato i sistemi carcerari,
eppure “Mettere qualcuno in prigione, tenercelo, privarlo del cibo, del
riscaldamento, impedirgli di uscire, di fare l’amore...ecc. è la manifestazione
di potere più delirante che si possa immaginare (...) La prigione è il solo
luogo in cui il potere può manifestarsi allo stato bruto, nelle sue dimensioni
eccessive, e giustificarsi come morale”. La prigione moderna è un’invenzione
recente e nasce con l’intento di rieducare e reinserire i delinquenti. Ma questo
progetto fallisce quasi subito, infatti, invece di trasformare i criminali in
gente onesta, essa “non serve che a fabbricare nuovi criminali o a
sprofondarli ancora di più nella criminalità. La prigione fabbrica dei
delinquenti, ma i delinquenti sono in fondo utili, dal punto di vista economico
come da quello politico”. E su questo problema Foucault è ancora più
preciso:
“Ma
pensare che la delinquenza appartenga all’ordine delle cose, fa parte
probabilmente dell’intelligenza cinica del pensiero borghese del XIX° secolo.
Bisognava essere ingenui come Baudelaire per immaginarsi che la borghesia fosse
stupida e puritana. Essa è intelligente e cinica. Basta leggere quel che diceva
su di sé, ed ancor di più quel che diceva sugli altri. Di una società senza
delinquenza si è sognato alla fine del XVII° secolo. E poi, dopo, pff. La
delinquenza era troppo utile perché si potesse sognare qualcosa di così stolto e
in fondo di così pericoloso come una società senza delinquenza. Senza
delinquenza non c’é polizia. Che cosa rende sopportabile alla popolazione la
presenza ed il controllo poliziesco se non la paura del delinquente?
Quest’istituzione così recente e così pesante della polizia non si giustifica
che per questo.”
Quindi la prigione è un’ipocrisia
sociale, e i sistemi di dominio moderni si sono organizzati attraverso tecniche
e pratiche riconoscibili: si fabbricano dittatori, delinquenti, anormali e
perversi per giustificare l’esistenza dei sistemi di controllo poliziesco,
militare, politico e medico. L’attuale guerra al terrorismo, ad esempio, per
molti versi conferma e avvalora le intuizioni di Foucault, in particolare per
quanto riguarda la creazione e il sostegno alle organizzazione terroristiche da
parte delle potenze occidentali. In altri termini: il potere si dice pronto ad
affrontare le emergenze che crea. D’altro canto quello che un sistema di dominio
racconta di sé, il modo in cui organizza un regime di “verità”, la tecnica
attraverso cui produce la sua storia, sono aspetti costitutivi e irrinunciabili
di quel sistema. Già nell’antica Grecia, fa notare Foucault, il potere aveva
dovuto scacciare i sofisti dalla polis per organizzare il suo regime di
“verità”. È su quel regime che si è potuta edificare la democrazia greca basata
– ma quelle di oggi sono poi così
diverse? - sulla schiavitù di decine di migliaia di individui.
Dunque il potere non agisce solo attraverso le limitazioni, i divieti, le
punizioni; vi è una capacità di produrre, di sollecitare, di gratificare; è ciò
avviene, ad esempio, nel campo della sessualità, dove la produzione di discorsi
sul sesso è molto più potente dell’istanza di interdizione. A ben vedere,
infatti, la concezione di chi si rappresenta una classe dominante e borghese,
timorosa della forza eversiva e liberatoria del sesso, è del tutto illusoria. È
proprio la borghesia che ha cominciato a considerare il proprio sesso come
qualcosa “di importante, tesoro fragile, segreto indispensabile da conoscere
“. L’elemento di distinzione di casta, che nella nobiltà era il “sangue”,
con la borghesia diventa il sesso; il sangue blu dei nobili si trasforma in un
organismo ben curato e in una sessualità sana. Ma insieme alla produzione di
discorsi sul sesso, la nostra civiltà sviluppa qualcosa di diverso: un
formidabile potere di morte. A partire dal XIX°sec avranno luogo le guerre più
cruente e i massacri più feroci che si siano mai visti. Eppure questo potere si
esercita come controllo positivo sulla vita: “Si uccidono legittimamente
quelli che per gli altri sono una sorta di pericolo biologico”. E Foucault accusa liquidando tanta
retorica umanitaria: “Se il genocidio è il sogno dei poteri moderni, non è
per un ritorno degli antichi diritti di uccidere, è perché il potere si colloca
e si esercita a livello della vita, della specie, della razza e dei fenomeni
massivi di popolazione”. È quello che Foucault chiama il
bio-potere.
Michel Foucault era tutt’altro che relativista. Credeva che qualcosa come la verità esistesse, almeno come principio di distinzione tra i discorsi, e come potere di obiezione contro la menzogna, in particolare contro la menzogna politica e ideologica; François Ewald definiva “anatomia politica” il metodo di Foucault e scriveva: “L’anatomia politica non ci promette niente, e non predice niente; piuttosto ci rende il potere odioso, ci insegna a non cedere alle sue dolcezze, a smascherarlo in ogni luogo in cui si esercita, qualunque sia la forma che assume”.
V.
P.