SOCIETA'-CARCERE

 

Arriva l'autunno, e si prepara una nuova stagione di repressione.
Tutto normale, qualcuno potrebbe dire. E invece no! Non è tutto normale, perchénon si tratta più della normale repressione poliziesca, al proliferare delle lotte, o in risposta a certe lotte che il potere considera illegali.
Si tratta di ben altro. Si tratta della repressione preventiva contro tutti quei soggetti sociali e/o politici, che si pongono fuori delle regole, sempre più tassative, del mercato, del profitto, della precarizzazione sociale.
Ormai, e lo diciamo da tempo, preventivamente, siamo al regime economico, in una fase del capitalismo, in cui sempre più stretti si fanno i rapporti, anche fisici, tra regime economico e regime politico.
Sia chiaro, noi non siamo di quelli, che urlano al regime berlusconiano, quasi bastasse una svolta elettoralistica, per creare uno stato democratico in Italia. Noi siamo convinti, e lo abbiamo sempre detto, che siamo in presenza di un regime, voluto da tutte le forze parlamentari, di destra e di sinistra, per frenare ogni ribellione contro la precarizzazione sociale, e contro la protervia di un capitalismo che per accrescere i suoi profitti, intende far diminuire sempre di più il costo del lavoro, e quindi intende marginalizzare sempre di più i ceti proletari. Daltronde la crisi del capitale qualcuno la dovrà pagare e, come al solito, toccherà ai proletari; e quando la crisi si fa pesante, ancora più pesanti sono i costi che i proletari dovranno pagare.
Ecco quindi la vera natura di questa repressione preventiva, che si sta preparando.
Non è un caso, che dopo una relativa calma, sono ricominciati i battage pubblicitari sulla sicurezza, a partire dal caso di Rozzano e proseguendo per tutti i casi di delitti familiari. Tutti casi "normali", che ci sono sempre stati, ma che sono diventati casi nazionali, perchési vuole incrementare il grado di repressione sociale, e di presenza poliziesca sul territorio. Casi "normali", dicevamo, compreso quello di Rozzano, alla periferia di Milano, dove in una sparatoria è morta anche una bambina. Sappiamo come l'hanno presentata i media, dipingendo lo sparatore come un mostro, mentre il quartiere era stato dipinto come una succursale del paradiso, salvo poi scoprire che mentre lo sparatore, confuso, si consegnava piangendo ai cc, gli angioletti del quartiere rilasciavano dichiarazioni roboanti di vendette, di faide e di giustizia privata, contemporaneamente alle richieste urlate di costruzione della caserma cc.
L'impressione che a prima vista si poteva trarre era insomma che a parte le vittime della sparatoria, non c'erano buoni da sbandierare. Sembrava che in quel quartiere si erano concentrati tutti i peggiori sentimenti umani.
Ma il problema, come al solito, è quello del degrado e della marginalizzazione sociale.
Perchélo stato, dismesse le sue vesti di imprenditore, lasciate le sue prerogative di garante della promozione sociale, e, persino, con la ministra Moratti, quelle di educatore, tutte cose delegate ai privati, e quindi al profitto, con la conseguente marginalizzazione sociale, non trova altro modo di intervenire, se non rafforzando l'unica prerogativa conservata, quella di controllo, di repressione, quella poliziesca insomma.
Ed ecco quindi le soluzioni: costruzione di sempre più caserme di carabinieri, creazione di polizie regionali e provinciali, militarizzazione delle polizie municipali e, magari, anche campestri, creazione di nuove carceri di massima sicurezza, al posto di quelle esistenti, ormai obsolete, controllo sociale fatto di telecamere, microspie, e di tutto ciò che le nuove tecnologie permettono.
Ed infatti, se si guarda bene, nei due contemporanei vertici di questi giorni, quello di Viterbo e quello di Riva, al di là degli argomenti di facciata, proprio di sicurezza e di controllo si parlerà.
A Viterbo, al di là delle belle chiacchiere su bande larghe e tv digitale e altre amenità del genere, si parlerà e si deciderà soprattutto su temi riguardanti delibere europee in chiave di sicurezza informatica, controllo informatico e quindi polizia informatica, mentre a Riva, dopo i fallimenti degli accordi sia in tema di aiuti ai paesi eufemisticamente chiamati emergenti (in realtà negati), e rispetto ai temi riguardanti l'ecologia, si discuterà, e si prenderanno decisioni, rispetto al problema delle liste nere, in particolare sulla probabilità di inserire Hamas in queste liste nere.
Come si vede, insomma, ormai l'unica prerogativa degli Stati, vecchi e nuovi, è quella repressiva, sia a livello sociale, che politico.
E, che tutti si stanno attrezzando in questo senso si vede ad ogni angolo di strada.
La presenza dei poliziotti di quartiere, volanti che girano in continuazione, controllo continuo di tutti coloro, che sono nel mirino di questo stato poliziesco, telecamerizzazione di tutti i paesi e cittadine (ormai ogni negozietto che si rispetti pensa a dotarsi della sua telecamera, mica solo le banche o gli uffici pubblici!!!), e, naturalmente il controllo attraverso telefoni, telefonini e così via, sono tutti segnali di una tendenza al sospetto al controllo, alle città-carcere insomma.
E naturalmente le leggi, sempre più repressive ed escludenti, a partire da quelle emergenziali contro la microcriminalità, e all'uso sempre più massiccio delle leggi speciali, di origine Codice Rocco, per coloro che in qualche modo intendono opporsi a questo stato di polizia.
Non è un caso, che negli ultimi anni, c'è stata una recrudescenza di poliziotti scivolanti col colpo in canna, nei posti di blocco nei quartieri popolari in giro per l'Italia, come non è un caso, che negli ultimi anni, c'è stato un proliferare di nuovi e fantasiosi reati da addebitare ai "politici", cioè a noi. COSPIRAZIONE CONTRO IL POTERE ECONOMICO DELLO STATO, COMPARTECIPAZIONE PSICHICA ALLA VIOLENZA e tante altre amenità del genere, fino ad arrivare a minacciare una compagna di misure cautelative, se non la smetteva di frequentare certi cattivi soggetti.
Come si vede, siamo ormai al divieto di qualsiasi forma di protesta, che non sia quella compartecipativa dagli scranni istituzionali. Senza contare altre forme, più continue, anche se meno clamorose, come gli attacchi al diritto di sciopero o di organizzazione sui posti di lavoro. Si è arrivati a sanzionare sindacalisti delle FFSS, che avevano denunciato pubblicamente le condizioni in cui erano costretti a lavorare i ferrovieri, per "aver denigrato l'azienda"!!!
La fase, che stiamo attraversando è questa, e, pensiamo, che tutti i compagni dovrebbero averlo capito.
E invece non è così! A quanto sembra quasi tutti affrontano il problema, come fosse una cosa marginale, e da affrontare con i soliti rituali della solidarietà testimoniale, quando addirittura, perlomeno da parte di alcuni, non la si affronta secondo i parametri imposti dal potere.
Per cui ci sono molte forze "di movimento" che difendono i disubbidienti, ma non i compagni dell'inchiesta genovese, difendono quelli, che predicano la non violenza, ma non quelli che si rifiutano di entrare nella logica delle abiure, e così via.
Addirittura rispetto all'inchiesta sul Sud Ribelle, dopo la prima fase di mobilitazione, molte forze si sono man mano defilate. Insomma ormai ci sono settori che di fatto avallano l'operato repressivo e poliziesco dello stato.
Ma questo lo sapevamo, sapevamo che c'erano forze che si erano inserite in questo movimento, per accreditare una loro deriva istituzionalista. Non è questo il problema, non abbiamo mai fatto affidamento su certe forze, sui pretoriani del 2000.
Il vero problema sta invece nel fatto che molti compagni, che non si sono defilati, e che non sono neanche per l'esclusione di alcuni, i cattivi, continuano ad affrontare questo problema alla giornata. C'è l'inchiesta Sud Ribelle? Manifestazione immediata, si organizza la protesta a breve termine, si fa una raccolta di soldi, e basta così. Arrestano i compagni a Genova? mobilitazione, raccolta fondi e basta così! Poi le inchieste vanno avanti, si aggiungono altre inchieste, crescono le spese e spesso i compagni vedono scemare l'interesse per la loro situazione, i soldi finiscono, le mobilitazioni sono sempre con meno partecipazione e così via, cresce l'isolamento e tutto quello che segue.
Invece questo non è un problema da affrontare alla giornata, questo ormai sta diventando il problema centrale. Con i reati associativi ormai tutti siamo incriminabili ed incriminati. O capiamo che bisogna organizzarsi per affrontare questo problema in maniera seria, organizzata e con alcuni parametri importanti, o prima o poi tutti cadiamo nelle grinfie della repressione, senza neanche averne la piena consapevolezza.
Noi pensiamo che non si possa affrontare il problema della repressione e del controllo sociale, se non ci si rapporta seriamente ai ceti sociali, autoctoni e migranti, che questa repressione subiscono insieme a noi.
Le carceri pullulano ormai di detenuti standard, nel senso che si tratta o di quei detenuti provenienti dall'area della microcriminalità, o, soprattutto, di migranti. Guarda caso di quei ceti sociali, per i quali sono state promulgate legislazioni speciali.
E allora bisogna trovare delle forme di lotta unificanti ed anche delle proposte.
Naturalmente non abbiamo la linea pronta, dettata dal politbureau di qualche partito, ma un tentativo di approccio al problema vogliamo farlo. Per cui diciamo che, se l'analisi fin qui fatta è corretta, il primo elemento di lotta unificante dei vari ceti sociali in libertà provvisoria potrebbe essere la lotta contro tutte le leggi speciali, contro per esempio la legge che prevede gli arresti in flagranza di reato anche molte ore dopo lo svolgimento del "reato", la famosa legge promulgata contro la cosiddetta violenza negli stadi, ma utilizzabile poi per tutti gli altri casi, oppure l'altra legge, quella denominata 41bis, anche questa approvata sull'onda dell'emergenza mafia, ma poi estesa anche ai reati cosiddetti eversivi. Ma soprattutto le leggi che colpiscono i ceti sociali più deboli, e cioè le leggi contro i migranti e quelle contro la cosiddetta microcriminalità.
Questa società si sta sempre più evolvendo come società chiusa, dell'esclusione e della ghettizzazione. Se vogliamo cambiare questa società dobbiamo organizzare la lotta proprio contro questa esclusione e ghettizzazione, dobbiamo rapportarci proprio a quei ceti, rinchiusi in quartieri allucinanti, che sembrano appunto tante carceri, anche se senza le sbarre visibili, dobbiamo riportare visibilità proprio a quei quartieri, toglierli da quel clima di funesto carcere, e con gli abitanti di quei quartieri studiare le forme di lotta contro questa società del controllo sociale e del carcere perenne.
Se il potere colpisce con le sue leggi quei ceti sociali, contemporaneamente a quei settori di movimento, che vogliono lottare contro le ghettizazioni e le esclusioni di tutti i sud del mondo, vuol dire che ha paura proprio che si instauri un rapporto serio di lotta fra movimento di lotta e quei ceti sociali. Non è un caso che la repressione che sta colpendo il movimento in questa fase, tende a colpire soprattutto quelle forze che si muovono proprio in quei sud italiani, fatti non solo di meridione geografico, ma anche di meridione sociale.
Non è un caso che, per esempio, l'inchiesta del sud ribelle è finalizzata soprattutto a perseguire il reato di lotta contro il precariato e il lavoro interinale, che il potere, anche giudiziario vede come nuovo ordinamento economico dello stato, contro cui si sarebbe voluto cospirare.
A questo punto, e chiudiamo, una domanda: se di questa saldatura fra movimento e lotta sociale il potere ha paura, perché non impegnarci in tal senso? Che sia la strada giusta?

L'Avamposto degli Incompatibili