CARCERE E LIBERTA'... (PROVVISORIA?)L
Le carceri scoppiano, non di salute,
ma di sovraffollamento. Come molti sanno la composizione della popolazione detenuta
è scarsamente variegata, nel senso che la quasi totalità dei detenuti
appartiene ai ceti sociali più deboli.
Non solo gli immigrati, che sono i detenuti più
numerosi, ma anche quelli che fra gli autoctoni sono i più
disagiati economicamente, e cioè i meridionali.
Come si vede in questa scheda gli extracomunitari sono la maggioranza relativa,
circa il 30% dei detenuti,
ma subito seguiti a ruota dai meridionali della Campania, Sicilia, Puglia e
Calabria.
Ma se si entra nel dettaglio si vede come la percentuale dei migranti incarcerati
in proporzione agli altri detenuti
diminuisce man mano che si scende verso Sud.
Prendiamo 3 regioni: mentre in Veneto i migranti incarcerati sono il 50% circa
dei detenuti, a fronte del 25% dei veneti,
nel Lazio la percentuale dei migranti scende al 40% contro il 33% circa dei
laziali, e in Campania addirittura i migranti
scendono al 14% contro quasi il 75% dei campani. Ma ognuno può ricavare
altre statistiche, regione per regione, che però sembrano omogenee.
Un dato interessante è invece quello che segnala un incremento del numero
dei migranti nell'ultimo anno, il 2003, che vede la percentuale salire dal 30%
al 39%

. Purtroppo non ci sono dati scorporati, regione per regione, ma sicuramente
è un indice del fatto, che, sempre di più, la repressione colpisce
i più deboli della società, e, naturalmente, i migranti per primi.
Ma per avere un'idea più chiara di quale sia la popolazione carceraria,
e quindi quali fasce di cittadini commettono reati e incappano nelle grinfie
della repressione bisogna analizzare due dati: il dato riguardante la scolarizzazione
Come si vede salta il parametro, secondo cui il detenuto è il classico
emarginato, analfabeta, privo di valori.
Ormai la maggioranza, sia pure relativa, è provvisto di diploma di scuola
media inferiore. Maggioranza che diventa ancora più consistente se si
aggiungono quelli con una scolarizzazione ancora più avanzata, e che
probabilmente è anche assoluta,
tenendo presente che una quota elevata, circa il 17% non ha fornito informazioni
sul proprio grado di istruzione.
Questa maggioranza poi si incrementa nelle regioni del centro e, soprattutto
in quelle del Nord, dove diventa sicuramente maggioritaria. Per esempio in Lombardia
quelli che possiedono il titolo di scuola media inferiore superano il 50% dei
detenuti totali, che diventano oltre il 60% aggiungendo quelli che possiedono
un grado di istruzione ancora più elevato.
Su questo dato, ci sono anche i parametri
regionali.
Altro mito da sfatare è quello che vorrebbe i detenuti
emarginati anche a causa della mancanza di lavoro.
Ormai oltre il 25% dei detenuti, addirittura superiore a coloro che si dichiarano
disoccupati, svolge attività lavorativa, e,
se si specifica che circa il 50% non ha fornito informazioni in merito, potrebbero
essere in percentuale ancora piùà elevata.
Su questo dato, poi, contrariamente a quelli precedentemente forniti, c'è
anche una sostanziale omogeneità su tutto il territorio.
La cosa appare sorprendente, visti i diversi livelli occupazionali delle varie
aree geografiche, se si guarda al mondo del lavoro,
a cui siamo abituati, cioè a quello del posto fisso, garantito ecc. ecc.
La cosa è meno strana, se invece ci si rapporta al mondo di lavoro attuale,
sempre più precario e sottopagato.
In pratica ciò che sembra emergere è l'adeguamento delle condizioni
lavorative non secondo i parametri preesistenti nel Nord,
ma a quelli del Sud.
L'unica differenza che forse ancora regge è che al Sud questo rapporto
di lavoro non è dichiarato, è in nero,
mentre al Nord lo stesso lavoro viene legalizzato con i vari marchingegni messi
in campo dalle varie leggi Treu, Biagi ecc.
Insomma viene sfatato il teorema, secondo cui la "delinquenza" deriva
dalla mancanza di valori, dalla mancanza di lavoro,
o dalla mancata educazione al lavoro e altre amenità del genere.
Quello che invece viene fuori è che la "delinquenza" nasce
dall'insufficienza di reddito, dal fatto che anche i lavoratori,
oltre ai disoccupati non riescono più a soddisfare i propri bisogni,
che in una società complessa e, soprattutto capitalista,
non sono più (nè potrebbero esserlo) quelli della mera sopravvivenza.
Anche perchè la stessa società, con la mercificazione totale,
crea bisogni, che poi non riesce a soddisfare.
Rispetto ai valori, poi, non si può parlare di mancanza di valori. Tutt'al
più si può parlare di rifiuto dei valori imposti, di insoddisfazione.
Infatti continua ad essere alta la percentuale dei detenuti
per problemi di droga.
Siamo come si vede al 25% dei detenuti totali, percentuale che cresce man mano
che si sale verso il Nord, il che, tenendo presente il dato sulle percentuali
occupazionali, molto più elevato al Nord, rispetto al Sud,
dimostra quello che dicevamo prima sulla diversificazione dei bisogni e sul
crollo dei valori tradizionali.
Ma contemporaneamente ciò dimostra anche la responsabilità della
società sulla mercificazione totale.
Infatti il reato più frequente è quello "contro
il patrimonio"
In parole povere la maggioranza relativa dei detenuti è quella che ha
cercato in vari modi di entrare in possesso di merci,
che legalmente non riusciva a procurarsi.
Non stiamo quindi parlando dei grandi evasori, o mazzettari, presi da Mani pulite,
ma di quella che in gergo politichese,
si chiama microcriminalità. Se a questi aggiungiamo i detenuti per reati
attinenti la legge sulla droga, e quelli contro
la persona, che in gran parte sono sempre legati a fenomeni di "microcriminalità",
arriviamo a circa il 64% dei detenuti "di classe".
Nel contempo vediamo che i tanto sbandierati successi contro la mafia, si riducono
ad un minimale 2,6% dei detenuti,
che poi in gran parte sono mafiosi di serie Z, e cioè microcriminali
irrigimentati nelle cosche.
Assenti come si vede i detenuti strombazzati, e cioè quelli presi nel
sacco da "Mani Pulite", di cui tanto si parla dai sinistri di governo,
teorici della "via giudiziaria alla democrazia", ma che nei fatti
non esistono.
Invece, per la prima volta, compaiono nella videata i reati connessi all'ordine
pubblico, da lungo tempo assenti in queste videate.
Si tratta, è vero, di un minimale 1,6%, ma è la prima volta da
anni che i detenuti per questo reato superano l'1%.
Qualcuno potrebbe pensare che l'interpretazione da noi data su questi dati sia
arbitraria, ma questa interpretazione
sembra invece confortata da un altro dato: e cioè quello relativo alle
pene inflitte, in sostanza la durata di queste pene.
Come si vede il 29% deve scontare pene inferiori a 3 anni, e il 58% fino a 6
anni. In sostanza proprio le pene classiche da "microcriminalità".
Ma se si guardano i dati regionali, il quadro risulta
ancora più chiaro.
Da quei dati si ricava infatti che la metà dei detenuti deve scontare
meno di 5 anni di reclusione, cioè i reati di cosiddetta microcriminalità
appunto.
Ed infatti, a leggere le cronache dei giornali e le dichiarazioni dei politici
di turno, è su questi reati, che si cerca di concentrare l'attenzione
mediatica. L'attenzione sulla mafia, per esempio è scemata di colpo.
Si parla sempre di piccole rapine e quindi di piccoli rapinatori, magari immigrati
o tossicomani, contro cui si invoca a viva voce anche la licenza d'uccidere.
I giornali naturalmente cavalcano la tigre e quindi si sprecano i mostri in
prima pagina, siano essi microcriminali, siano essi "terroristi".
Ed infatti, pur con le dovute proporzioni numeriche, sono appunto questi gli
altri nuovi mostri:
non i "terroristi" classici, tipo BR e affini, ma tutti coloro, che
si oppongono radicalmente al sistema.
Ed infatti è anche su questi che si concentra ultimamente in maniera
parossistica l'attenzione delle guardie e quindi dei giornali velinari dei servizi.
Eppure non si può certo dire che siamo in presenza di un grande antagonismo
radicale, che crei grandissimi problemi di ordine pubblico: magari! ma non è
così.
E allora sembrerebbe incomprensibile così tanta attenzione. Come pure
sembrerebbe innaturale tanta attenzione alla microcriminalità, visto
che poi si sbandiera a gran voce la riduzione esponenziale dei reati.
Sembrerebbe incomprensibile, dicevamo, ma non è incomprensibile. Il problema
è che l'economia va male,
il reddito diminuisce e il malcontento cresce. La progressiva precarizzazione
del lavoro e l'impoverimento progressivo
di sempre più vasti strati di popolazione causa disagi, che spesso portano
i cittadini a "delinquere".
Già abbiamo visto che a finire in galera non sono più i disoccupati,
ma anche (ed in numero maggiore) i lavoratori,
evidentemente impoveriti dal nuovo mercato del lavoro (anche i politici di professione
parlano di continua erosione dei salari).
Ma c'è un altro dato, che ribadisce questo concetto: il dato sull'età
dei detenuti.
Come si vede è molto bassa la percentuale dei detenuti giovani e giovanissimi
(quella di questi ultimi sembra addirittura irrisoria), mentre diventa importante
la percentuale man mano che si sale di età, con una impennata nella fascia
d'età da 30 a 34 anni, peraltro ribadita, sia pur con una modesta decrescita
dalla fascia d'età da 35 a 39 anni, ma abbastanza anche dalla fascia
d'età successiva fino a 44 anni. Guarda caso si tratta proprio delle
fasce d'età, che più risentono della precarizzazione del lavoro.
Quante speranze possono avere, infatti, di trovare un nuovo lavoro gli espulsi
in quelle fasce d'età?
Ed infatti la percentuale cala a picco dopo i 60 anni, cioè quando con
la pensione si ritrova una certa stabilità economica. Chiaramente con
l'andare del tempo cambieranno le percentuali anche in questa fascia d'età,
man mano che la "riforma pensionistica" produrrà i suoi effetti,
ma siccome non intendiamo fare i (pur facili) profeti, ci limitiamo ad elaborare
i dati correnti, che ci dicono chiaramente che esiste un forte disagio sociale
direttamente legato alla ristrutturazione capitalista.
Naturalmente i dati cambiano regione per regione, ma nella
sostanza sono omogenei, anche se nel Sud è ancora accentuata la presenza
di detenuti fra 20 e 24 anni.
E allora dobbiamo ampliare il numero dei lavoratori inutili, ma in un altro
campo, e cioè nel campo del recupero delle
cosiddette devianze sociali. A cosa servono infatti quegli operatori, che si
occupano del recupero dei detenuti?
Come fai a recuperare socialmente un individuo che è emarginato dalla
società? Non è lui che si è autoemarginato,
è la società che lo ha espulso!!! A cosa lo si recuperà?
Ad un'attività lavorativa? Ma quella già ce l'ha! lo abbiamo visto
dagli stessi dati forniti dallo stesso ministero autodenominatosi di Grazia
e Giustizia! Il problema è che quel lavoro non lo mette in condizione
di soddisfare i suoi bisogni. E se quel lavoro non ce l'ha, è perchè
il sistema capitalistico lo ha giudicato
non più adatto a lavorare, visto che l'età dei detenuti è
quella in cui con la tanto decantata Legge Biagi (ma già lo prefigurava
il pacchetto Treu), quando sei espulso dal mercato del lavoro non ci rientri
più!
In parole povere il sistema capitalistico è non solo criminale, ma sempre
più anche criminogeno.
E' criminogeno perchè per aumentare i suoi profitti costringe a delinquere
un numero sempre maggiore di cittadini.
E' criminogeno perchè con la sua cultura della merce costringe a delinquere
tutti quelli che non hanno i mezzi per procurarsi la merce, che dal sistema
capitalistico è costretto a procurarsi.
Infatti abbiamo visto come negli ultimi tempi la ristrutturazione capitalistica
ha portato ad una espulsione sistematica di
lavoratori dal mercato del lavoro, spesso rimpiazzati (si fa per dire) da altri
assunti a livello precario. Questo ha portato da una parte ad un degrado del
tessuto sociale (vedi alcuni quartieri tradizionalmente operai di città
del Nord come Torino), e dall'altra
ad una ripresa dell'emigrazione dal Sud. Ma questa emigrazione è ben
diversa dalla precedente degli anni '60, quando chi emigrava aveva una buona
possibilità di entrare stabilmente in un mercato del lavoro allora in
crescita.
Adesso i nuovi emigranti pugliesi, campani o siciliani partono con la prospettiva
di fare lavori precari a vita. Anzi con ottime possibilità di fare i
precari fino ad una certa età, e di fare i disoccupati passata quell'età.
E cosa volete che facciano, quando raggiungeranno quell'età, che si abbassa
sempre di più? E' chiaro che saranno costretti a delinquere!
Ma vediamo anche tutti i giorni la mercificazione di tutto. Qualsiasi bisogno
è mercificato: non solo quelli che magari non sono
veri bisogni, ma solo bisogni creati come tali da un capitale che vuole tutti
consumatori, ma sono sempre di più mercificati
i bisogni reali, quelli che sono strettamente legati alla sopravvivenza. Ormai
è merce non solo la scuola, ma anche la sanità. E quello è
un bisogno legato alla stessa sopravvivenza. E quando uno non ha più
i soldi per soddisfare i bisogni,
indotti o reali che siano, cosa fa? Delinque è logico!!!
E tutto questo il capitale, il potere lo sa. Ma sa pure che per i suoi interessi
di profitto non può porre rimedio.
Ma sa pure che questo andazzo può produrre un altro effetto: la delinquenza,
la ribellione spontanea,
che si esprime spesso come "delinquenza comune", potrebbe prima o
poi collettivizzarsi ed assumere forme di rivolta sociale.
Ed è di questo che il capitale ha paura. Perchè non è più
in grado di prosciugare il famoso "brodo di coltura" in cui domani
potrebbero nuotare i pesci della rivolta.
Ormai gli è rimasto solo uno strumento: la repressione.
E infatti quello usa non solo a livello punitivo, cioè conseguente al
"reato" commesso, ma anche a livello preventivo, cioè con l'inasprimento
delle pene o addirittura con le legislazioni speciali.
Legislazioni speciali, che, guarda caso, non riguardano tanto i grandi "delinquenti",
come i mafiosi,(che dopo il 41bis usato
per un certo periodo, ma più che altro per poterlo poi usare per i reati
di "terrorismo"), sono stati messi nel dimenticatoio
in attesa magari di essere presto riutilizzati, ma riguardano per esempio i
reati di "microcriminalità, cioè quei reati di
sopravvivenza o di mero soddisfacimento di piccoli bisogni, e, naturalmente
i cosiddetti reati connessi all'attività politica anticapitalista.
Perchè la paura del potere è che prima o poi si saldino questi
due tipi di ribellione per adesso distinte.
Ma se questa è la paura del potere, vuol dire che questa è la
strada che dobbiamo perseguire,
e cioè cercare di entrare in contatto e quindi spostare su termini di
lotta contro il sistema capitalistico la ribellione individuale,
che si trasforma in "delinquenza".
E questo compito lo dobbiamo perseguire non solo sul terreno della lotta economica,
cioè nella battaglia per la salvaguardia
e per la conquista di reddito, ma anche nella lotta contro la violenza repressiva
perseguita dal potere.
Dobbiamo smetterla di ritenerci gli unici destinatari della violenza repressiva
dello stato. Non siamo così pericolosi per lo stato, siamo solo una parte,
estremamente minoritaria per giunta, di quella fetta di popolazione nel mirino
della repressione capitalista.
Se fossimo solo noi quelli che tendenzialmente possono abbattere questo stato
di cose, il potere ci lascerebbe persino in pace:
in finale da soli che fastidi gli potremmo dare?
La nostra pericolosità dipende solo dalla nostra capacità di rapportarsi
politicamente con i ribelli sociali, e cioè con quelli che lo stato,
il potere usa chiamare delinquenti comuni, che magari usano una forma di ribellione,
che non gli da altri sbocchi,
che non siano l'andirivieni dalle patrie galere. Ma finchè noi continuiamo
nella nostra autoreferenzialità,
che ci porta a solidarizzare solo fra di noi, non avremo sorte migliore.
Saremo separati in libertà dagli altri ribelli, ma saremo poi uniti nella
repressione e nelle carceri.
Ma senza accorgercene siamo di fatto uniti in una condizione esistenziale anche
nella "libertà". In parole povere NOI E LORO
SIAMO TUTTI IN LIBERTA' PROVVISORIA!!!
L'Avamposto degli Incompatibili