L’eccezione e la norma.

Proposta per un percorso su carcere e repressione.

E’ urgente rilanciare un percorso di riflessione e d’iniziativa su carcere e repressione. In tale ottica bisogna sapere, certo, trarre lezioni dalle migliori esperienze del passato, ma anche risultare adeguati allo scenario presente, riuscendo a collegarsi alle lotte sociali in corso e ad evitare il pericolo del settorialismo. Cosa intendiamo, quando parliamo di scenario presente? Non dovrebbe sfuggire a nessuno che ci si trova di fronte ad un significativo abbassamento delle soglie di compatibilità, come dimostra il caso montato dai media attorno alle contestazioni del 25 aprile e del 1 maggio contro la Moratti. L’atteggiamento di tutta la classe politica che, a destra come a sinistra, ha voluto sottolineare che non è più possibile fischiare un ministro o ex ministro smentisce chi alle ultime elezioni si è turato il naso, votando, nell’illusione di avere qualche margine d’azione in più, la coalizione che nel 1999 si è macchiata dei bombardamenti a tappeto sulla Serbia. Prodi e i suoi, condannando i “facinorosi” di Milano hanno chiarito che l’unica forma di partecipazione e di espressione del proprio pensiero che ci è riconosciuta è quella di mettere una scheda nell’urna, rischiando l’accusa di sovversione ad ogni minima espressione di dissenso.

Ma forse se si vuole restituire pienamente il quadro che abbiamo davanti, ci si deve riferire pure alle campagne relative alla certezza ed all’inasprimento delle pene, lanciate dai media negli ultimi mesi, talvolta sfruttando sapientemente le gesta di qualche “mostro”, opportunamente sganciato dal lindo mondo dei normali. Per non dire del discettare, da parte dei democratici, sulla necessità di un  carcere più umano e produttivo, dove i detenuti – comunque un peso per la società – non se ne stiano con le mani in mano. In programmi televisivi di tendenza come Report, si esaltano i luoghi di detenzione in cui il prigioniero lavora (dimenticando, volutamente, che la massima sintesi tra prigione e fabbrica si è avuta a Buchenwald!).

Questo, per quello che riguarda l’aspetto culturale della questione, il modo in cui lorsignori discutono su carcere e repressione, nonché l’incessante azione dei media volta a ribadire che del carcere non si potrà mai fare a meno. Ma se andiamo a vedere come si muove, concretamente, l’apparato dello Stato, ci imbattiamo nella intensificazione dell’azione repressiva verso chiunque alzi la testa contro l’esistente. La comminazione sempre più frequente di reati associativi ne è una prova eloquente: migliaia di compagne/i in tutta Italia sono stati indagati, nell’ultimo decennio, per associazione sovversiva.  Ora, proprio a tale riguardo sono partite delle campagne – si pensi a quella relativa al 270 ed ai reati associativi in genere – che hanno sicuramente il pregio di rilanciare una prassi diversa da quella che si è affermata, nel segno della paura, negli ultimi anni. E’ sempre più raro che le strutture che compongono il vasto mondo dell’antagonismo esprimano solidarietà nei confronti di chi viene colpito da provvedimenti repressivi. In genere prevale una logica assai miope: “è meglio non esporsi, potremmo essere ricollegati agli indagati”…salvo poi pentirsene quando arriva il proprio turno.

Dunque, da quelle campagne viene un segnale in controtendenza che andrebbe rafforzato, ad esempio prendendo di petto anche le vendette di stato in corso. Come quella subita attualmente da Diana Blefari che –da tempo sottoposta, prima a l’Aquila ed ora a Roma, all’inumano regime del 41bis - sta portando avanti una propria, estrema forma di protesta contro quell’universo di violenza che è il carcere. O quella attuata contro Nadia Desdemona Lioce, basata sulla estremizzazione dei principi-cardine della segregazione. Perché il braccio carcerario dove questa compagna è detenuta è stato completamente svuotato, lasciandola sola? Evidentemente, per impedirle qualsiasi forma di contatto umano, per negarle qualsiasi relazione sociale. E per attuare in un nuovo modo quella privazione sensoriale che ha sempre fatto parte della filosofia carceraria, rispetto ai detenuti politici, di paesi come Germania ed Italia. Nadia non potrà, nel corso della sua giornata, udire alcuna voce, salvo quella del personale del carcere.

Ma le campagne in corso contro l’estensione dell’uso dei reati associativi e quelle, auspicabili, a favore di chiunque - si tratti di Diana, di Nadia o di altri ancora – subisca un tentativo di annientamento, non possono assumere un carattere vertenziale, tale da impedire la comprensione del contesto che le ha generate. La feroce vendetta nei confronti di persone che, in varie forme, si sono opposte all’esistente, monito verso chiunque ancora creda che “ribellarsi è giusto”, va collocata nel più generale dispiegarsi dell’attività repressiva. E rimanda alla necessità di far sì che le  campagne specifiche, su leggi o su casi, arrivino ad investire insieme il carcere come istituzione e la repressione come parte integrante della nostra quotidianità. Solo in questo modo si potrà contribuire a svolgere una contestazione complessiva della società che produce i fenomeni in questione. Solo così sarà possibile affermare un discorso autonomo su argomenti rispetto ai quali la borghesia – poco importa se “conservatrice” o “progressista” – la fa ancora da padrona.

Si pensi alle carceri italiane: è noto che sono stracolme, le loro condizioni di affollamento sono sotto osservazione a livello internazionale, così come lo sono i tempi della carcerazione preventiva. Ma noi non crediamo affatto alla noncuranza statale rispetto ai luoghi di detenzione e quel che ci preme sottolineare è che le carceri sono anzitutto dei luoghi di concentrazione di proletari che hanno cercato, in diversi modi, di sfuggire alla propria condizione di sfruttati, alla sempre maggiore precarietà della propria esistenza, violando quelle leggi che di questo sistema sono espressione e pilastro. Ora, può essere che non si riesce a far ripartire da qui la discussione? I proletari detenuti sono oggetto d’un dibattito politico cinico e infame, segnato da promesse che non vengono mai mantenute e non si riesce a dire niente? Intanto, occorrerebbe disancorarsi dalla querelle attualmente in corso tra due impostazioni speculari: quella umanitaria d’ascendenza papalina, che raccomanda un provvedimento di clemenza per i carcerati “più buoni”, e quella volta a riempire l’Italia di nuove carceri.

E un simile approccio va esteso pure ai Cpt (Centri di permanenza temporanea), luogo della segregazione per eccellenza. In questo caso, occorre tenere conto della loro importanza nel dispositivo che regola l’immigrazione, dove svolgono il ruolo di luoghi di concentrazione della manodopera in eccedenza (e quindi, meritevole di prigionia e non di permesso di soggiorno). Di più, l’esistenza sul territorio italiano di vari Cpt, costituisce un invito neanche troppo implicito agli immigrati liberi ad accettare la propria condizione di manodopera a bassissimo costo, in ogni momento ricattabile, senza ribellarsi. Pena il ricadere nel limbo della totale sospensione del diritto, nel regno invisibile ai più dove si è soli e indifesi di fronte allo Stato ed al suo monopolio della violenza sui corpi.

Di fronte a questa drammatica realtà, quello che proprio non ci si può permettere è di dare credito ad operazioni ambigue come il movimento delle regioni rosse (per lo più, di vergogna) contro i Cpt. Sospinto dal Prc e dal governatore della Puglia Vendola per dimostrare che il suddetto partito, oltre a fare una giravolta al minuto, riesce pure a dire qualcosa di sinistra, tale movimento non può certo portare all’abolizione dei Cpt, perché ciò smentirebbe radicalmente la filosofia sull’immigrazione cara al centrosinistra (che di quella moderna versione dei lager è stato il principale artefice). No, i Cpt saranno umanizzati, perché i campi di concentramento vanno resi più presentabili, meno scandalosi.

Ora, tra le vendette di Stato, le campagne repressive contro i militanti, l’esasperazione dell’intrinseca disumanità della condizione carceraria e la barbarie dei Cpt, c’è un nesso profondo. Un nesso che rimanda alla logica, segnata dalla alternanza tra norma ed eccezione, che distingue lo Stato in questo momento storico. Mai come oggi lo Stato ci impone il rispetto delle leggi che sanzionano la nostra condizione di subalternità. E’ sempre più ferreo nel perseguire i proletari responsabili della minima infrazione al codice penale, in un’Italia che, inferno per noi, sembra diventata il paradiso per quei commentatori legalitari del Corriere della sera e di Repubblica che si sono sempre spesi nella battaglia contro un’anomalia italiana fatta di piccoli fenomeni di illegalità diffusa e quotidiana. Ma, nel momento in cui ci impone di rispettare supinamente le norme che garantiscono l’ordine costituito,  lo Stato si riserva sempre di più di oltrepassare i limiti posti dalla legge stessa alla propria attività repressiva. Il fatto è che stiamo vivendo una fase molto particolare. Da un lato, siamo coinvolti nella cosiddetta guerra infinita, ossia in una serie di imprese coloniali che non possono essere criticate (chi non partecipa al pianto ebete per i nostri eroici soldati viene tacciato di intelligenza col nemico, col “mostro terrorista”!). Dall’altro lato, il mercato del lavoro viene di continuo frazionato, si lanciano ossessive campagne contro la sua eccessiva rigidità nonostante la legge 30 abbia introdotto una quantità di figure contrattuali che non ha quasi riscontri negli altri paesi. E’ chiaro che in un simile contesto proprio non sia contemplata la minima forma di dissenso. Ed è anche chiaro che – in virtù degli alti compiti che gli spettano – lo Stato si riservi di accantonare sempre di più le garanzie individuali pur previste dalle sue leggi, nel segno del pieno esercizio del monopolio statuale della forza.

Di fronte a questo, a nulla vale richiamarsi alle garanzie. La storia lo insegna: nelle fasi in cui non si cerca di ricondurre il conflitto sociale nell’alveo delle compatibilità istituzionali, intendendo invece solo negarlo, l’apparato statale si rivela per quello che è, ne emerge la reale natura senza troppe finzioni, senza garanzie che tengano.

Ma forse c’è un discorso che è ancora più fuorviante rispetto a quello sulle garanzie: si tratta della spinta a rivendicare una legge uguale per tutti, secondo il verbo dell’Italia antiberlusconiana. E’ vero, c’è una evidente disparità di trattamento tra il proletario ed il borghese,  nel caso che entrambi violino le norme. Ma è anche vero che lanciare una battaglia per fare in modo che la legge sia uguale equivale, se non si è tutti uguali nella società, ad avallare filosofie come quella espressa dal sindaco Cofferati nella piazza bolognese e dai vari amministratori di centrosinistra un po’ in tutta Italia. Questi signori, infatti, al contrario dei loro colleghi di centrodestra, colpiscono gli abusi più evidenti dei borghesi e quelli dei proletari. Il che vuol dire che sanzionano chi si è costruito una veranda di troppo in un appartamento del centro e, nello stesso tempo, inviano le ruspe a distruggere le baracche in lamiera degli immigrati romeni...

Ora, dal discorso svolto sin qui, teso anche a demistificare il verbo imperante nella sinistra (quella alternativa inclusa), dovrebbe risultare con chiarezza cosa intendiamo con quel rilancio di un percorso d’iniziativa sul carcere e sulla repressione cui abbiamo fatto cenno all’inizio. Si tratta, certo, anche di muovere da campagne specifiche, ma facendole respirare, collocandole in un discorso necessariamente più ampio. Ciò, perché il nostro obiettivo è quello di riagganciare il percorso in questione a quei primi tentativi di unificazione delle lotte sociali che sono attualmente in corso. A partire, certo, dall’avvio di contatti in atto negli ultimi tempi tra le lotte dei lavoratori precari disseminate nel territorio nazionale, ma non solo. Ultimamente, con sempre maggiore frequenza (anche se non senza difficoltà) si svolgono anche momenti di confronto tra i lavoratori italiani e quelli immigrati. Momenti, questi, di assoluta importanza, perché rimandano alla possibilità di creare, in prospettiva, un fronte di lotta del proletariato su scala internazionale.

Dunque, il percorso che intendiamo promuovere muove dal presupposto che la situazione non è stata del tutto normalizzata, che ci sono ancora notevoli spazi per chi non intende piegarsi a logiche paraistituzionali. Invitiamo pertanto le realtà dell’antagonismo e le/i compagne/i che condividano questo ragionamento a discuterne, ad esempio prendendo a riferimento il 19 giugno, giornata internazionale del prigioniero rivoluzionario. Non abbiamo ricette definitive che ci aprano la “strada verso il sol dell’avvenire”, ma forse la possibilità di costruire qualcosa che fuoriesca dagli schemi c’è.

Roma, 8 maggio 2006

 

Assemblea contro la repressione e la società che la produce

 

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