http://italy.indymedia.org/news/2004/06/578624.php
 REPRESSIONE E CRIMINALIZZAZIONE DELLE PROTESTE POPOLARI

Massima solidarietà attiva ai manifestanti.

(ANSA) - ROMA, 29 GIU - La Polizia ha denunciato 81 manifestanti per il blocco, durato tre giorni, della stazione ferroviaria di Montecorvino Rovella (Salerno). La protesta era nata contro la riapertura della discarica di Parapoti. Da quanto si e' appreso, tra i denunciati vi sono sette noti pregiudicati della zona. L'attività' della polizia di Salerno prosegue per identificare altri manifestanti che per il comportamento tenuto saranno deferiti all'Autorità' Giudiziaria.
2004-06-29 - 10:59:00

LO STATO HA PAURA E MANDA LA QUESTURA

Sulla  rivolta di Montecorvino lo Stato ha messo (giustamente dal suo punto di vista) in risalto due aspetti:

-i disagi dei passeggeri di Trenitalia
-la presenza di alcuni pregiudicati nella lotta (ovviamente non si dice per cosa i sette sono pregiudicati, ma si lascia intendere che si tratta di mafiosi).

Noi, dal nostro punto di vista, vogliamo mettere in risalto due aspetti fondamentali:

-la rivolta spontanea dei cittadini di Montecorvino, a partire dai propri bisogni;
-la radicalità della forma di lotta.

Esaminiamo adesso i quattro aspetti messi in risalto, cominciando da quelli evidenziati dalle istituzioni statali.
Negli ultimi mesi le istituzioni (destre o sinistre che siano) ci continuano ad ammorbare coi disagi causati ai cittadini dalle lotte, che di volta in volta esplodono sul territorio: vi ricordate "i poveri lavoratori", che non potevano andare a lavorare per colpa di quei selvaggi lavoratori ATM, che avevano paralizzato la città? Vi ricordate i poveri pendolari disagiati dagli scioperi nelle Ferrovie, o i poveri turisti colpiti dagli scioperi Alitalia?
Adesso ci sono i "poveri emigrati calabresi", che non riescono a raggiungere la terra natia, per colpa dei cittadini di Montecorvino. Naturalmente i media istituzionali hanno dovuto cercare col lanternino quelli, che si scagliavano contro i cittadini in lotta, visto che la maggior parte invece esprimeva solidarietà e al massimo se la prendeva con le istituzioni, che non avevano provveduto ad informare. Anche perché quei "famosi cittadini colpiti" erano colpiti tutti i giorni, a prescindere dai manifestanti.
Cosa volete che cambi per "i poveri lavoratori" che vanno a lavorare in autobus, che nei giorni normali si ritrovano in autobus disastrati, superaffollati ed anche precari, con uno sciopero degli autisti ATM?
E cosa volete che cambi per i "poveri calabresi, bloccati dai cittadini di Montecorvino", quando per andare in Calabria devono usare treni con carrozze fuori uso, senza sicurezza, e con i sistemi di refrigerazione (d'estate) o di riscaldamento (d'inverno) quasi mai funzionanti? E poi i "poveri calabresi bloccati dai cittadini di Montecorvino" sono perfettamente a conoscenza del degrado in cui vengono tenute intere zone del meridione, compresa la loro, degrado ambientale, lavorativo ecc.ecc.
Ed infatti la protesta dei "poveri calabresi bloccati dai cittadini di Montecorvino" si è sollevata sì, ma contro trenitalia, che non ha avvisato nessuno della situazione, per poter continuare a vendere i biglietti (non rimborsabili per chi si era messo in viaggio), tanto è vero che il sito ufficiale di trenitalia continuava a proporre offerte sui biglietti ed altre pubblicità, ma non faceva alcun accenno ai disagi causati dal blocco. Se a questo si aggiunge che ai passeggeri bloccati non veniva offerta nessuna sistemazione decente, ma li si lasciava sui treni (sempre senza refrigeratori), si capisce il perché delle lamentele dei "poveri calabresi bloccati dai cittadini di Montecorvino" contro il servizio dei trasporti, che ci ha messo ben 3 giorni a trovare la soluzione più logica, e cioè quella di dirottare i passeggeri sulla dorsale adriatica.
Ma il motivo è chiaramente un altro: non si cerca più la guerra tra poveri, che ormai sembra non funzionare più, ma si agita il messaggio mediatico della guerra tra poveri, per preparare il terreno alla repressione.
Infatti non si cerca da parte dello Stato alcuna mediazione, ma si manda la questura (in questo caso i carabinieri).
Il secondo aspetto è fortemente legato al primo, proprio rispetto alla finalità repressiva.
A Montecorvino esplode  una rivolta spontanea contro la riapertura della discarica, che era stata chiusa, perché causa della più forte incidenza tumorale a livello locale, rispetto alla media nazionale, e le istituzioni, invece di mettere in risalto il grave problema ambientale nella Valle del Sele, subito parlano di presenza di noti mafiosi nella zona. Ora, a parte il fatto, che non si capisce perché la mafia, che avrebbe molto da lucrare sulla riapertura della discarica, invece guida la rivolta per non farla riaprire, ci si sarebbe aspettati che le forze del disordine avrebbero fatto i nomi di questi noti mafiosi: invece niente, nessun nome; come prova si dice semplicemente che fra gli 81 denunciati ci sarebbero "addirittura (!!!)" ben 7 pregiudicati.
Due considerazioni: la prima è ovvia: per che cosa erano pregiudicati i 7? Non è dato sapere, magari erano pregiudicati per piccoli furti, o per reati di droga,  o magari per rapina in banca. E cosa c'è di strano? Forse che il rapinatore o lo spacciatore o, magari, il ladro di galline devono essere contenti di vivere davanti ad una discarica?
Ma poi viene la considerazione più ovvia: come? Sette pregiudicati su 81 denunciati? meno del 10%?
E questa sarebbe la prova dell'inquinamento della lotta? Beh, conoscendo un minimo le condizioni di vita nel meridione, ci saremmo aspettati una percentuale molto più alta di pregiudicati fra i denunciati.
Ma è come dicevamo prima: si tratta di criminalizzare per reprimere. E infatti sono scattate subito le denunce, oltretutto utilizzando strumenti che erano stati promulgati a parole per reprimere la cosiddetta violenza negli stadi, cioè l'uso dei filmati e della flagranza di reato differita di 48 ore.
E' insomma indubbio che lo Stato vuole reprimere duramente ogni forma di protesta sociale, perché ha paura che questa protesta si allarghi, diventi incontenibile, magari saldandosi con altre proteste sociali.
Non vogliamo certamente affermare che il volto repressivo dello Stato sia una novità, lo sappiamo che la repressione è la norma; la novità sta nel fatto che di fronte alle proteste sociali, non immediatamente politiche e/o rivoluzionarie, si usi esclusivamente la forza, senza cercare alcuno strumento di mediazione, che prima era perlomeno tentato, quando le proteste non avevano immediato risvolto politico.
E' chiaramente un atto di debolezza, non di forza, da parte delle istituzioni, come sempre quando si usa il pugno di ferro, ma proprio per questo bisogna cercare di analizzare il fenomeno.
Ma veniamo ora agli altri 2 aspetti di questa "rivolta" da noi prospettati.
Ancora una volta la protesta nasce spontanea, al di fuori di partiti e sindacati più o meno istituzionali, per esigenze immediatamente recepite dalle comunità interessate. Era stato così per i lavoratori ATM, era stato così per gli abitanti di Scanzano, per gli operai di Melfi, è così per i cittadini di Montecorvino. La protesta non solo scavalca sempre partiti e sindacati, ma spesso i ribelli se li ritrovano contrapposti, in quanto pongono spesso dei problemi, che diventano sempre meno risolvibili con le mediazioni di prammatica.
Come volete che si possano affrontare sindacalmente problemi come quelli di Scanzano e di Montecorvino, quando i partiti-punto di riferimento di gran parte dei sindacati, sono controparte, in quanto istituzioni nelle due regioni "incriminate"?
E, infatti, parallelamente e simultaneamente, partono anche le scomuniche dei sinistri di governo per queste lotte "egoistiche e corporative": e, come si sa, queste accuse sono l'anticamera delle denunce penali.
Ma l'altro aspetto, collegato e, in alcuni momenti predominante, è quello delle forme di lotta, utilizzate dalle proteste. Ormai, sempre più spesso, si utilizzano forme di lotta non mediate, non digeribili, ma spesso radicali e incompatibili. Non ci si accontenta più degli esposti o dei presidi davanti ai palazzi istituzionali, ma si praticano subito forme di lotta tipo il blocco delle attività produttive (come a Melfi, ma anche a Milano con gli scioperi improvvisi dell'ATM) o il blocco di servizi o delle comunicazioni (come a Scanzano e adesso a Montecorvino).
Questo non si fa solo per essere immediatamente visibili, ma soprattutto perché è ormai diventata patrimonio di massa la consapevolezza, che l'unica forma di lotta efficace è quella che si muove immediatamente al di fuori delle compatibilità e delle concertazioni: insomma l'autoorganizzazione da parola d'ordine d'avanguardia è diventata prassi generale.
Non vogliamo mitizzare questa o quella lotta specifica: lo sappiamo che queste lotte rischiano di essere immediatamente riassorbite, così come immediatamente erano esplose. Lo sappiamo, perché la tendenza in atto a settorializzarsi, ad occuparsi esclusivamente delle proprie esigenze è ancora troppo forte, anche grazie al ruolo dei media, che tendono appunto a mettere in risalto gli aspetti "egoistici" delle proteste. E sappiamo pure che sarà molto difficile dare una dimensione rivoluzionaria a tutte queste rivolte che sono scoppiate e che continueranno a scoppiare sempre più numerose.
Ma sappiamo pure che queste rivolte ci sono e ci saranno perché ormai questa putrescente società capitalista non è più in grado di trovare soluzioni ai problemi reali degli abitanti, e specialmente a quelli di quei ceti sociali più disagiati, proletari, ma anche abitanti di quei territori, poco funzionali alla crescita verticale del profitto, esigenza sempre più impellente di un capitalismo, forte militarmente, ma sempre più debole economicamente e socialmente.
I risultati sono quelli che abbiamo esposto prima: rivolte spontanee da una parte ed uso massiccio della repressione dall'altra.
E allora non abbiamo intenzione di storcere il naso davanti a queste lotte, perché settoriali e magari non immediatamente rivoluzionarie. Non vogliamo (e non potremmo nemmeno, anche se lo volessimo) cavalcare queste lotte, e meno ancora inventarle dall'alto: queste lotte sono spontanee perché partono da esigenze reali e non per esigenze "giuste decise dall'alto", ma vogliamo dire che queste lotte sono sacrosante e vanno difese. Vanno difese, perché gli interessi corporativi non sono quelli di chi protesta, ma quelli di chi per interessi di profitto non garantisce condizioni di lavoro decenti agli operai di Melfi, di chi non da l'adeguamento dei salari ai lavoratori ATM, di chi per non spendere soldi atti a risolvere seriamente il problema dei rifiuti riapre discariche chiuse per l'alta incidenza nel degrado ambientale della valle del Sele.
Ma oltre a difendere queste lotte vogliamo porci il problema della repressione. Non della repressione politica, quella che colpisce "le avanguardie" e il ceto politico, ma quella che colpisce i proletari, i sottoproletari, i cittadini del Sud.
Perché questo è il più grande insegnamento di queste lotte spontanee: la repressione statale, che le colpisce sempre più pesantemente, spesso preventivamente.
Prendiamo alcuni esempi: dopo mesi di lotte i lavoratori ATM riescono ad ottenere il pagamento del rimborso riconosciuto, però contemporaneamente scattano le denunce per interruzione di pubblico servizio ed altri reati collegati, senza contare le multe sostanziose comminate dagli enti locali; gli operai di Melfi per poter ottenere non l'equiparazione agli altri operai Fiat, ma almeno una minimamente più equa redistribuzione dei carichi di lavoro e una leggermente più decente retribuzione hanno dovuto subire inaudite cariche degli sbirri e dopo la chiusura della vertenza la repressione dell'azienda; i cittadini di Montecorvino, mentre si svolgevano "le trattative" a Napoli, hanno ricevuto la notizia delle denunce contro 81 di loro; e potremmo continuare con gli esempi ininterrottamente.
Qualcuno dirà che lo Stato ha sempre reagito con la repressione ad ogni affacciarsi di lotte sociali: ora è vero questo, anche se in tempi andati lo Stato a volte preferiva usare la carota piuttosto che il bastone, o per beceri interessi elettorali, o per evitare che le lotte si acuissero; adesso, forse perché, a causa della crisi strutturale del sistema, i margini di manovra per le trattative diventano sempre più stretti, e quindi si passa immediatamente alla criminalizzazione e alla repressione.
Repressione che, d'altra parte, non viene usata solo quando partono le lotte dure, ma viene comminata, per creare un clima di terrore, per qualsiasi minimo accenno di ribellione alle direttive padronali: basti pensare ai 4 ferrovieri licenziati, per aver denunciato ad un programma della TV di Stato, le condizioni di insicurezza della rete ferroviaria.
Non si tratta di piangere per la cattiveria dello Stato e delle istituzioni più o meno pubbliche (oltre che per quella degli sbirri), quello che vogliamo combattere è la tendenza in atto ad abbandonare tutti nelle mani della repressione, isolando le lotte, perché poco rivoluzionarie (anche se poi c'è chi le abbandona perché troppo estremiste), oppure perché non si muovono secondo i sacri crismi del marxismo-leninismo (anche se poi c'è chi le accusa di non muoversi secondo gli altri sacri crismi delle lotte sindacali doc).
E, naturalmente, lo Stato ringrazia e, vedendo questa tendenza a non incularsi per niente queste lotte, riesce tranquillamente a scatenare la repressione.
E' la stessa logica che porta poi all'isolamento di tutti coloro, che subiscono la repressione per motivi più prettamente politici, o per meglio dire, a causa della militanza politica: tutti prendono le distanze da tutti, per cui si va di fronte alla repressione in splendido isolamento, per poi lasciare tutti insieme in splendido isolamento tutti quei ceti sociali che subiscono la repressione.
Beh per noi questa è l'anticamera della debàcle, secondo noi in questo modo si consente al potere di frantumare le lotte e le proteste prima ancora che esse si riescano a rafforzare.
E invece la strada da seguire è quella opposta: noi sappiamo che queste proteste, che periodicamente sbocciano non sono l'anticamera della rivoluzione, sappiamo che molto spesso partono addirittura da interessi particolari, ma sappiamo anche che queste proteste, queste lotte mantengono in piedi una conflittualità diffusa, una voglia di non rassegnazione, la capacità di non arrendersi, che in tanti ancora esprimono.
E' chiaro che la protesta dei lavoratori ATM pur non direttamente rivoluzionaria ha tracciato la strada da seguire agli operai di Melfi, quella di Melfi ai cittadini di Scanzano, quella di Scanzano ai cittadini di Montecorvino. E quasi sicuramente la rivolta di Montecorvino indicherà la strada da seguire ad altri cittadini, ad altri lavoratori, e così via.
E questo spaventa il Potere, perché gli impedisce di stabilizzare il suo dominio, modifica i rapporti di forza esistenti, sia pure limitatamente.
Perché il problema è proprio quello: quello dei rapporti di forza. Il Potere sta cercando di utilizzare tutti gli strumenti, che ha a disposizione per cercare di fiaccare la resistenza dei proletari, dei cittadini, per trasformarli direttamente e definitivamente in sudditi. Il clima che si respira ormai nei posti di lavoro, ma anche nelle città è quello di paura, di rassegnazione, e lo stesso clima si intravede addirittura fra coloro che si autodefiniscono militanti ed avanguardie: quanti "militanti" si rifugiano ormai nel gioco elettorale, o si rifugiano nelle mani di qualche partito? quanti passano la vita a prendere le distanze da questo o quel "violento" e magari lo additano perfino agli sbirri? quanti compagni si ritrovano isolati ad affrontare la repressione statale?
Ebbene, queste lotte spontanee, parziali dicono che c'è un'altra strada alternativa a quella della resa, della rassegnazione: quella della lotta.
Questi operai, questi cittadini si ribellano. E lo fanno sapendo che per quella lotta pagheranno le conseguenze, subiranno la repressione. Eppure lo fanno!
Quello che bisogna evitare e di lasciare quegli operai, quei cittadini da soli. Bisognerebbe invece cominciare ad affrontare il problema della solidarietà, del sostegno economico e legale contro la repressione in maniera ancora più allargata. Bisogna ribaltare la tendenza che vede ognuno difendere il suo orticello, ed invece attrezzarsi per difendere tutti, non solo i militanti, ma tutti coloro, che con le loro lotte mettono i bastoni fra le ruote al tentativo dello Stato di stabilizzare il dominio capitalistico.
Questo forse potrebbe dare maggiore coraggio a chi per paura dell'isolamento di fronte alla repressione si frena aspettando "tempi migliori", che non arriveranno mai, se non con la consapevolezza di tutti della necessità di fare la propria parte.

L'Avamposto degli Incompatibili