REPRESSIONE E CRIMINALIZZAZIONE DELLE PROTESTE POPOLARI
Massima solidarietà attiva ai manifestanti.
(ANSA) - ROMA, 29 GIU - La Polizia ha denunciato 81 manifestanti
per il blocco, durato tre giorni, della stazione ferroviaria di Montecorvino
Rovella (Salerno). La protesta era nata contro la riapertura della discarica di
Parapoti. Da quanto si e' appreso, tra i denunciati vi sono sette noti
pregiudicati della zona. L'attività' della polizia di Salerno prosegue per
identificare altri manifestanti che per il comportamento tenuto saranno deferiti
all'Autorità' Giudiziaria.
2004-06-29 - 10:59:00
LO STATO HA PAURA E MANDA LA QUESTURA
Sulla rivolta di Montecorvino lo Stato ha messo (giustamente dal suo punto di vista) in risalto due aspetti:
-i disagi dei passeggeri di Trenitalia
-la presenza di alcuni pregiudicati nella lotta (ovviamente non si dice per cosa
i sette sono pregiudicati, ma si lascia intendere che si tratta di mafiosi).
Noi, dal nostro punto di vista, vogliamo mettere in risalto due aspetti fondamentali:
-la rivolta spontanea dei cittadini di Montecorvino, a partire
dai propri bisogni;
-la radicalità della forma di lotta.
Esaminiamo adesso i quattro aspetti messi in risalto,
cominciando da quelli evidenziati dalle istituzioni statali.
Negli ultimi mesi le istituzioni (destre o sinistre che siano) ci continuano ad
ammorbare coi disagi causati ai cittadini dalle lotte, che di volta in volta
esplodono sul territorio: vi ricordate "i poveri lavoratori", che non
potevano andare a lavorare per colpa di quei selvaggi lavoratori ATM, che
avevano paralizzato la città? Vi ricordate i poveri pendolari disagiati dagli
scioperi nelle Ferrovie, o i poveri turisti colpiti dagli scioperi Alitalia?
Adesso ci sono i "poveri emigrati calabresi", che non riescono a
raggiungere la terra natia, per colpa dei cittadini di Montecorvino.
Naturalmente i media istituzionali hanno dovuto cercare col lanternino quelli,
che si scagliavano contro i cittadini in lotta, visto che la maggior parte
invece esprimeva solidarietà e al massimo se la prendeva con le istituzioni,
che non avevano provveduto ad informare. Anche perché quei "famosi
cittadini colpiti" erano colpiti tutti i giorni, a prescindere dai
manifestanti.
Cosa volete che cambi per "i poveri lavoratori" che vanno a lavorare
in autobus, che nei giorni normali si ritrovano in autobus disastrati,
superaffollati ed anche precari, con uno sciopero degli autisti ATM?
E cosa volete che cambi per i "poveri calabresi, bloccati dai cittadini di
Montecorvino", quando per andare in Calabria devono usare treni con
carrozze fuori uso, senza sicurezza, e con i sistemi di refrigerazione
(d'estate) o di riscaldamento (d'inverno) quasi mai funzionanti? E poi i
"poveri calabresi bloccati dai cittadini di Montecorvino" sono
perfettamente a conoscenza del degrado in cui vengono tenute intere zone del
meridione, compresa la loro, degrado ambientale, lavorativo ecc.ecc.
Ed infatti la protesta dei "poveri calabresi bloccati dai cittadini di
Montecorvino" si è sollevata sì, ma contro trenitalia, che non ha avvisato
nessuno della situazione, per poter continuare a vendere i biglietti (non
rimborsabili per chi si era messo in viaggio), tanto è vero che il sito
ufficiale di trenitalia continuava a proporre offerte sui biglietti ed altre
pubblicità, ma non faceva alcun accenno ai disagi causati dal blocco. Se a
questo si aggiunge che ai passeggeri bloccati non veniva offerta nessuna
sistemazione decente, ma li si lasciava sui treni (sempre senza refrigeratori),
si capisce il perché delle lamentele dei "poveri calabresi bloccati dai
cittadini di Montecorvino" contro il servizio dei trasporti, che ci ha
messo ben 3 giorni a trovare la soluzione più logica, e cioè quella di
dirottare i passeggeri sulla dorsale adriatica.
Ma il motivo è chiaramente un altro: non si cerca più la guerra tra poveri,
che ormai sembra non funzionare più, ma si agita il messaggio mediatico della
guerra tra poveri, per preparare il terreno alla repressione.
Infatti non si cerca da parte dello Stato alcuna mediazione, ma si manda la
questura (in questo caso i carabinieri).
Il secondo aspetto è fortemente legato al primo, proprio rispetto alla
finalità repressiva.
A Montecorvino esplode una rivolta spontanea contro la riapertura della
discarica, che era stata chiusa, perché causa della più forte incidenza
tumorale a livello locale, rispetto alla media nazionale, e le istituzioni,
invece di mettere in risalto il grave problema ambientale nella Valle del Sele,
subito parlano di presenza di noti mafiosi nella zona. Ora, a parte il fatto,
che non si capisce perché la mafia, che avrebbe molto da lucrare sulla
riapertura della discarica, invece guida la rivolta per non farla riaprire, ci
si sarebbe aspettati che le forze del disordine avrebbero fatto i nomi di questi
noti mafiosi: invece niente, nessun nome; come prova si dice semplicemente che
fra gli 81 denunciati ci sarebbero "addirittura (!!!)" ben 7
pregiudicati.
Due considerazioni: la prima è ovvia: per che cosa erano pregiudicati i 7? Non
è dato sapere, magari erano pregiudicati per piccoli furti, o per reati di
droga, o magari per rapina in banca. E cosa c'è di strano? Forse che il rapinatore o lo
spacciatore o, magari, il ladro di galline devono essere contenti di vivere
davanti ad una discarica?
Ma poi viene la considerazione più ovvia: come? Sette pregiudicati su 81
denunciati? meno del 10%?
E questa sarebbe la prova dell'inquinamento della lotta? Beh, conoscendo un
minimo le condizioni di vita nel meridione, ci saremmo aspettati una percentuale
molto più alta di pregiudicati fra i denunciati.
Ma è come dicevamo prima: si tratta di criminalizzare per reprimere. E
infatti sono scattate subito le denunce, oltretutto utilizzando strumenti che
erano stati promulgati a parole per reprimere la cosiddetta violenza
negli stadi, cioè l'uso dei filmati e della flagranza di reato differita di
48 ore.
E' insomma indubbio che lo Stato vuole reprimere duramente ogni forma di
protesta sociale, perché ha paura che questa protesta si allarghi, diventi
incontenibile, magari saldandosi con altre proteste sociali.
Non vogliamo certamente affermare che il volto repressivo dello Stato sia una
novità, lo sappiamo che la repressione è la norma; la novità sta nel fatto
che di fronte alle proteste sociali, non immediatamente politiche e/o
rivoluzionarie, si usi esclusivamente la forza, senza cercare alcuno strumento
di mediazione, che prima era perlomeno tentato, quando le proteste non avevano
immediato risvolto politico.
E' chiaramente un atto di debolezza, non di forza, da parte delle istituzioni,
come sempre quando si usa il pugno di ferro, ma proprio per questo bisogna
cercare di analizzare il fenomeno.
Ma veniamo ora agli altri 2 aspetti di questa "rivolta" da noi
prospettati.
Ancora una volta la protesta nasce spontanea, al di fuori di partiti e sindacati
più o meno istituzionali, per esigenze immediatamente recepite dalle comunità
interessate. Era stato così per i lavoratori ATM, era stato così per gli
abitanti di Scanzano, per gli operai di Melfi, è così per i cittadini di
Montecorvino. La protesta non solo scavalca sempre partiti e sindacati, ma
spesso i ribelli se li ritrovano contrapposti, in quanto pongono spesso dei problemi, che
diventano sempre meno risolvibili con le mediazioni di prammatica.
Come volete che si possano affrontare sindacalmente problemi come quelli di
Scanzano e di Montecorvino, quando i partiti-punto di riferimento di gran parte
dei sindacati, sono controparte, in quanto istituzioni nelle due regioni
"incriminate"?
E, infatti, parallelamente e simultaneamente, partono anche le scomuniche dei
sinistri di governo per queste lotte "egoistiche e corporative": e,
come si sa, queste accuse sono l'anticamera delle denunce penali.
Ma l'altro aspetto, collegato e, in alcuni momenti predominante, è quello delle
forme di lotta, utilizzate dalle proteste. Ormai, sempre più spesso, si
utilizzano forme di lotta non mediate, non digeribili, ma spesso radicali e
incompatibili. Non ci si accontenta più degli esposti o dei presidi davanti ai
palazzi istituzionali, ma si praticano subito forme di lotta tipo il blocco
delle attività produttive (come a Melfi, ma anche a Milano con gli scioperi
improvvisi dell'ATM) o il blocco di servizi o delle comunicazioni (come a
Scanzano e adesso a Montecorvino).
Questo non si fa solo per essere immediatamente visibili, ma soprattutto perché
è ormai diventata patrimonio di massa la consapevolezza, che l'unica forma di
lotta efficace è quella che si muove immediatamente al di fuori delle
compatibilità e delle concertazioni: insomma l'autoorganizzazione da parola
d'ordine d'avanguardia è diventata prassi generale.
Non vogliamo mitizzare questa o quella lotta specifica: lo sappiamo che queste
lotte rischiano di essere immediatamente riassorbite, così come immediatamente
erano esplose. Lo sappiamo, perché la tendenza in atto a settorializzarsi, ad
occuparsi esclusivamente delle proprie esigenze è ancora troppo forte, anche
grazie al ruolo dei media, che tendono appunto a mettere in risalto gli aspetti
"egoistici" delle proteste. E sappiamo pure che sarà molto difficile
dare una dimensione rivoluzionaria a tutte queste rivolte che sono scoppiate e
che continueranno a scoppiare sempre più numerose.
Ma sappiamo pure che queste rivolte ci sono e ci saranno perché ormai questa
putrescente società capitalista non è più in grado di trovare soluzioni ai
problemi reali degli abitanti, e specialmente a quelli di quei ceti sociali più
disagiati, proletari, ma anche abitanti di quei territori, poco funzionali alla
crescita verticale del profitto, esigenza sempre più impellente di un
capitalismo, forte militarmente, ma sempre più debole economicamente e
socialmente.
I risultati sono quelli che abbiamo esposto prima: rivolte spontanee da una
parte ed uso massiccio della repressione dall'altra.
E allora non abbiamo intenzione di storcere il naso davanti a queste lotte, perché
settoriali e magari non immediatamente rivoluzionarie. Non vogliamo (e
non potremmo nemmeno, anche se lo volessimo) cavalcare queste lotte, e meno
ancora inventarle dall'alto: queste lotte sono spontanee perché partono da
esigenze reali e non per esigenze "giuste decise dall'alto", ma
vogliamo dire che queste lotte sono sacrosante e vanno difese. Vanno difese, perché
gli interessi corporativi non sono quelli di chi protesta, ma quelli di
chi per interessi di profitto non garantisce condizioni di lavoro decenti agli
operai di Melfi, di chi non da l'adeguamento dei salari ai lavoratori ATM, di
chi per non spendere soldi atti a risolvere seriamente il problema dei rifiuti
riapre discariche chiuse per l'alta incidenza nel degrado ambientale della valle
del Sele.
Ma oltre a difendere queste lotte vogliamo porci il problema della repressione.
Non della repressione politica, quella che colpisce "le avanguardie" e
il ceto politico, ma quella che colpisce i proletari, i sottoproletari, i
cittadini del Sud.
Perché questo è il più grande insegnamento di queste lotte spontanee: la
repressione statale, che le colpisce sempre più pesantemente, spesso preventivamente.
Prendiamo alcuni esempi: dopo mesi di lotte i lavoratori ATM riescono ad
ottenere il pagamento del rimborso riconosciuto, però contemporaneamente
scattano le denunce per interruzione di pubblico servizio ed altri reati
collegati, senza contare le multe sostanziose comminate dagli enti locali; gli
operai di Melfi per poter ottenere non l'equiparazione agli altri operai Fiat,
ma almeno una minimamente più equa redistribuzione dei carichi di lavoro e una
leggermente più decente retribuzione hanno dovuto subire inaudite cariche degli
sbirri e dopo la chiusura della vertenza la repressione dell'azienda; i
cittadini di Montecorvino, mentre si svolgevano "le trattative" a
Napoli, hanno ricevuto la notizia delle denunce contro 81 di loro; e potremmo
continuare con gli esempi ininterrottamente.
Qualcuno dirà che lo Stato ha sempre reagito con la repressione ad ogni
affacciarsi di lotte sociali: ora è vero questo, anche se in tempi andati lo
Stato a volte preferiva usare la carota piuttosto che il bastone, o per beceri
interessi elettorali, o per evitare che le lotte si acuissero; adesso, forse perché, a causa della crisi strutturale del sistema, i margini di manovra per
le trattative diventano sempre più stretti, e quindi si passa immediatamente
alla criminalizzazione e alla repressione.
Repressione che, d'altra parte, non viene usata solo quando partono le lotte
dure, ma viene comminata, per creare un clima di terrore, per qualsiasi minimo
accenno di ribellione alle direttive padronali: basti pensare ai 4 ferrovieri
licenziati, per aver denunciato ad un programma della TV di Stato, le condizioni
di insicurezza della rete ferroviaria.
Non si tratta di piangere per la cattiveria dello Stato e delle istituzioni più
o meno pubbliche (oltre che per quella degli sbirri), quello che vogliamo
combattere è la tendenza in atto ad abbandonare tutti nelle mani della
repressione, isolando le lotte, perché poco rivoluzionarie (anche se poi c'è
chi le abbandona perché troppo estremiste), oppure perché non si muovono
secondo i sacri crismi del marxismo-leninismo (anche se poi c'è chi le accusa
di non muoversi secondo gli altri sacri crismi delle lotte sindacali doc).
E, naturalmente, lo Stato ringrazia e, vedendo questa tendenza a non incularsi
per niente queste lotte, riesce tranquillamente a scatenare la repressione.
E' la stessa logica che porta poi all'isolamento di tutti coloro, che subiscono
la repressione per motivi più prettamente politici, o per meglio dire, a causa
della militanza politica: tutti prendono le distanze da tutti, per cui si va di
fronte alla repressione in splendido isolamento, per poi lasciare tutti insieme
in splendido isolamento tutti quei ceti sociali che subiscono la repressione.
Beh per noi questa è l'anticamera della debàcle, secondo noi in questo modo si
consente al potere di frantumare le lotte e le proteste prima ancora che esse si
riescano a rafforzare.
E invece la strada da seguire è quella opposta: noi sappiamo che queste
proteste, che periodicamente sbocciano non sono l'anticamera della rivoluzione,
sappiamo che molto spesso partono addirittura da interessi particolari, ma
sappiamo anche che queste proteste, queste lotte mantengono in piedi una
conflittualità diffusa, una voglia di non rassegnazione, la capacità di non
arrendersi, che in tanti ancora esprimono.
E' chiaro che la protesta dei lavoratori ATM pur non direttamente rivoluzionaria
ha tracciato la strada da seguire agli operai di Melfi, quella di Melfi ai
cittadini di Scanzano, quella di Scanzano ai cittadini di Montecorvino. E quasi
sicuramente la rivolta di Montecorvino indicherà la strada da seguire ad altri
cittadini, ad altri lavoratori, e così via.
E questo spaventa il Potere, perché gli impedisce di stabilizzare il suo
dominio, modifica i rapporti di forza esistenti, sia pure limitatamente.
Perché il problema è proprio quello: quello dei rapporti di forza. Il Potere
sta cercando di utilizzare tutti gli strumenti, che ha a disposizione per
cercare di fiaccare la resistenza dei proletari, dei cittadini, per trasformarli
direttamente e definitivamente in sudditi. Il clima che si respira ormai nei
posti di lavoro, ma anche nelle città è quello di paura, di rassegnazione, e
lo stesso clima si intravede addirittura fra coloro che si autodefiniscono
militanti ed avanguardie: quanti "militanti" si rifugiano ormai nel
gioco elettorale, o si rifugiano nelle mani di qualche partito? quanti passano
la vita a prendere le distanze da questo o quel "violento" e magari lo
additano perfino agli sbirri? quanti compagni si ritrovano isolati ad affrontare
la repressione statale?
Ebbene, queste lotte spontanee, parziali dicono che c'è un'altra strada
alternativa a quella della resa, della rassegnazione: quella della lotta.
Questi operai, questi cittadini si ribellano. E lo fanno sapendo che per quella
lotta pagheranno le conseguenze, subiranno la repressione. Eppure lo fanno!
Quello che bisogna evitare e di lasciare quegli operai, quei cittadini da soli.
Bisognerebbe invece cominciare ad affrontare il problema della solidarietà, del
sostegno economico e legale contro la repressione in maniera ancora più
allargata. Bisogna ribaltare la tendenza che vede ognuno difendere il suo
orticello, ed invece attrezzarsi per difendere tutti, non solo i militanti, ma
tutti coloro, che con le loro lotte mettono i bastoni fra le ruote al tentativo
dello Stato di stabilizzare il dominio capitalistico.
Questo forse potrebbe dare maggiore coraggio a chi per paura dell'isolamento di
fronte alla repressione si frena aspettando "tempi migliori", che non
arriveranno mai, se non con la consapevolezza di tutti della necessità di fare
la propria parte.
L'Avamposto degli Incompatibili