IL DITO E LA LUNA, OVVERO: GENOVA E LA LESIONE DELLO STATO DI DIRITTO

Scientifica, tecnica, senza teoremi, è stata definita dalla procura di Genova l'inchiesta che ha mandato agli arresti 23 compagni/e, il 5 dicembre scorso, per i fatti di Genova 2001. Nessuna associazione sovversiva contestata, solo fatti specifici.ma in realtà accuse gravissime di devastazione e saccheggio (pena dagli 8 ai 15 anni) quelle ipotizzate, e soprattutto una interpretazione dilatata del concorso di persone nei reati, che arriva fino alla configurazione di un disegno "collettivo" dei manifestanti che parteciparono alle manifestazioni anti G8 del luglio 2001, di "turbativa dell'ordine pubblico" a Genova. Una città "blindata dalla violenza delle manifestazioni di protesta", come scrive la gip di Genova nell'ordinanza (!).

L'accusa per il reato di devastazione e saccheggio, che è rimasto tale e quale dalla emanazione del codice Rocco e ripete sostanzialmente la previsione del precedente codice Zanardelli, è significativa.

Si tratta, infatti, di una figura di reato che ha trovato una sua relativamente vasta applicazione negli anni dell'immediato dopoguerra, con giurisprudenza che risale soprattutto al periodo 1946-1950. Non è un caso che il reato abbia avuto come momento di massima applicazione proprio quegli anni. Esso infatti si innesta, si può dire ontologicamente, in momenti e periodi di grosse turbolenze. È impensabile infatti che in una situazione socialmente pacificata, pur se conflittuale, qualcuno devasti o saccheggi: più probabilmente lo stesso fatto in un tale contesto avrà il significato di semplice danneggiamento e semplice furto.

Devastazione e saccheggio prevedono una grossa frattura nell'ordine sociale e si innestano, come si è detto all'inizio, su momenti di ribellione collettiva. Tutto ciò non era presente a Genova in quei giorni e tanto meno nelle giornate precedenti, in cui il presunto "accordo criminoso" per consumare tali reati si sarebbe dovuto raggiungere. Basta pensare a come è stata colorata e pacifica la manifestazione dei migranti del giovedì pomeriggio, alla quale pure hanno preso parte sostanzialmente gli stessi soggetti sociali che sono scesi in piazza la mattina del venerdì.

È vero invece che molti degli atti di danneggiamento e di violenza sono avvenuti come reazioni ad un intervento delle forze dell'ordine - ed in generale ad una gestione dell'ordine nelle strade e nelle piazze - caratterizzato, questo sì, da arbitrio e illegalità contro i manifestanti. Come è possibile parlare di porre in crisi l'ordine pubblico, come si sostiene nell'ordinanza per motivare l'uso di tale reato, quando l'ordine stesso era stato gestito in maniera tale da costituire esso stesso un momento di crisi per la collettività?

Ci si pone questa domanda perché i delitti contro l'ordine pubblico hanno come "soggetto passivo" del reato non una singola specifica situazione sociale, ma l'assetto dell'ordine nell'intero paese. Riguardando all'indietro ai giorni di Genova risulta chiaro che se un momento di crisi vi fu, esso non fu dovuto ai manifestanti, ma alla gestione dell'ordine pubblico da parte di chi vi era preposto.

Così, un anno e mezzo di indagini, 500 videocassette visionate, 24.000 foto, per arrestare 23 compagni/e dei 300.000 che invasero Genova in quei giorni e spedirne 9 in custodia cautelare in carcere, per aver concorso tutti psicologicamente al disegno collettivo di devastare la città anche "rafforzando" con la loro sola e semplice presenza fisica sui luoghi degli scontri o dei danneggiamenti "l'altrui proposito criminoso". E' questa la pericolosissima figura della cd. compartecipazione psichica, utilizzata dalla procura di Genova per muovere accuse "collettive" pur non contestando formalmente il reato associativo.

Inoltre, sono stati arrestati (e ancora tutti sottoposti a misure cautelari, mentre sei di loro sono ancora detenuti nelle patrie galere sparsi su tutto il territorio nazionale) per il rischio che ci riprovino (e quando? al prossimo G8??), e soprattutto per il sospetto lombrosiano che tendano spontaneamente, quasi "geneticamente", alla violenza.

La mistificazione della realtà delle giornate di Genova riportata nell'ordinanza è patente: una città in assedio di guerra, con il potere blindato e le forze dell'ordine armate e pronte a sparare da una parte, e una contestazione oceanica disarmata dall'altra.

Le numerosissime manifestazioni (oltre 30) che, dal luglio 2001 ad oggi, hanno portato in piazza centinaia di migliaia di persone in Italia, culminate con la grandiosa manifestazione contro la guerra a Firenze del 10 novembre scorso, e anche con la manifestazione di Cosenza contro la repressione e per la liberazione dei compagni arrestati su mandato della procura di Cosenza per associazione sovversiva, subito dopo il Forum Europeo sociale di Firenze, invece di gettare luce sul perché anche Genova avrebbe potuto essere pacifica e invece non lo è stata, sono state usate per gettare buio sul movimento e sulla "intrinseca" e originaria violenza dei cd. no global, redenti finora ma poi chissà...

Questa operazione repressiva serve, insieme alla richiesta di archiviazione per Placanica per l'assassinio di Carlo Giuliani, per confermare un teorema confezionato fin da subito: un movimento violento tenuto a bada a stento da forze dell'ordine in perfetta buona fede, che hanno agito solo per legittima difesa. Servono i capri espiatori da mostrare in pubblica piazza. Eccoli..

Ma a Genova la guerra non fu dichiarata dal movimento bensì dalle forze dell'ordine, e prima ancora da un potere sovranazionale tanto vuoto da doversi blindare, recingere. Cariche violentissime ed indiscriminate contro chiunque passasse per le vie della città, lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo, colpi di arma da fuoco, blindati lanciati a tutta velocità contro la folla, un giovane compagno ammazzato, il blitz sanguinoso alla scuola Diaz in notturna, la tortura reintrodotta nelle caserme di Bolzaneto e Forte S. Giuliano.Questo fu Genova: lo stato di diritto fatto a pezzi. E finchè questa verità non sarà agli atti dei tribunali, delle istituzioni, nella società civile, non ci saranno inchieste né su cassonetti ribaltati, né su furgoni bruciati, che possano placare la memoria ferita di chi a Genova c'era e di chi pur non essendoci ha potuto vedere.come tutti nel mondo.

Anche dall'inchiesta di Cosenza è emerso un dato che dà allo stesso tempo la misura della "politicità" di questo tipo di operazioni giudiziarie e l'indicazione chiara degli obbiettivi che esse puntano a raggiungere. La figura della cd. "compartecipazione psichica", come descritta sopra ("sperimentata" per la prima volta proprio dalla procura di Genova nel luglio 2001 per mantenere agli arresti i 25 compagni austriaci della compagnia di teatro di strada), è stata usata dalla stessa procura di Cosenza per sostenere il concorso di tutti i compagni, accusati di reati politici gravissimi, come cospirazione politica (reato contestato in rarissime occasioni dall'entrata in vigore della costituzione ad oggi), associazione sovversiva (sul cui uso e abuso non ci dilunghiamo oltre) e addirittura attentato contro organi costituzionali, negli scontri e nei disordini sia a Genova che a Napoli. Allo stesso tempo, anche in quel caso, la sussistenza di "esigenze cautelari" inesistenti, come un presunto pericolo di fuga frutto di vere e proprie fantasie e il pericolo di reiterazione degli stessi reati a causa "dell'indole violenta" connaturata nei cd. no global, avevano giustificato i mandati di cattura e la detenzione in carceri speciali dei compagni per 18 giorni.

Se poi leggiamo le motivazioni delle prime scarcerazioni del gip di Cosenza salta subito agli occhi la centralità di un meccanismo premiale basato sulla differenziazione delle posizioni, ed al di là della debolezza tecnica dell'intero impianto, si è corso il rischio concreto che anche settori di compagni, e aree di movimento, cadessero nel tranello di pensare in quella logica. Una capacità di risposta collettiva ed intelligente, insieme alla assoluta evidenza della sproporzione tra fatti addebitati e reati contestati, ha permesso una grande mobilitazione unitaria che ha portato alla liberazione dei compagni arrestati.

Sembra che in quest'ultimo caso le cose stiano andando in maniera differente, dimostrando quindi una pericolosa debolezza interna del "movimento", un possibile tallone d'achille sul quale, non è difficile prevederlo, potranno innestarsi altre operazioni "a catena", sulla scia dell'ordinanza della procura di Genova.

In effetti, la mancanza di dibattito, i pericolosi "distinguo", l'insufficienza di una risposta forte e collettiva subito dopo gli arresti, insieme alle cose dette poc'anzi ci lasciano la forte sensazione che la magistratura genovese abbia colpito nel segno. Se neppure di fronte all'evidenza di una richiesta esplicita di dissociazione ("abiura" è il termine ricorrente negli atti dei tribunali, ultimamente) si riesce a cogliere la gravità di operazioni come questa evitando le polemiche strumentali e la politica degli schieramenti; se neppure di fronte al paradosso di ordinanze che rifiutano la liberazione degli arrestati con l'assurda motivazione che "gli anarchici preferiscono rimanere in galera per guadagnare consenso di fronte al loro schieramento" (parole dei giudici!!!), si riesce a tenere una minima linea di difesa comune, che vuol dire semplicemente impegnarsi per mettere in piedi una mobilitazione ampia, inclusiva finchè si vuole, ma determinata a ristabilire una verità prima di tutto storica e politica, oltre che giudiziaria, su Genova e su Napoli (presto o tardi anche quella procura si muoverà, non ci si illuda), è bene prepararsi a tempi piuttosto duri.

Una valutazione, questa, che ci sembrerebbe banale, e che però, evidentemente, si scontra con muri che difficilmente riusciamo a considerare esclusivamente prodotti da miopia politica. L'abbiamo detto fin da subito dopo Genova: questi arresti erano annunciati, e non certo perché la repressione abbia compiuto chissà quale salto di qualità, men che meno per la "protervia della destra al governo". E' indubbio che uno scivolamento in avanti ci sia stato, che i processi legati alla repressione della conflittualità sociale abbiano avuto in questi ultimi mesi una poderosa spinta in avanti, parallelamente alla crescita nel Paese di un'insofferenza generalizzata di sempre più ampi settori sociali verso le scelte economiche politiche e sociali di questo governo. E' altresì indubbio però che non è certo questo l'elemento di "novità", per così dire, che ci preoccupa: uno slogan che gridavamo fino a qualche anno fa diceva "aumenta la crisi, aumenta la lotta".è inevitabile che aumenti anche la repressione. In ogni caso, è bene sottolinearlo, si tratta di processi che si dispiegano su scala sovranazionale, sui quali riteniamo superfluo soffermarci ancora.

Quello che francamente ci lascia piuttosto perplessi è la scelta di diverse aree di "movimento" di tenere un profilo volutamente basso, non tanto e non solo rispetto alla questione degli arresti (che comunque lascia aperto più di qualche interrogativo circa lo stato di salute del "movimento dei movimenti"), quanto nel mostrare di non tenere in nessun conto gli scenari che vanno ad aprirsi nel momento in cui si palesa un attacco dichiarato ai movimenti sociali ed emerge un'indicazione chiara di quali siano i percorsi che lo Stato cerca di scongiurare lasciando intravedere invece la possibilità di praticare altri terreni (anche antitetici tra loro, almeno a prima vista) senza che ciò abbia conseguenze rilevanti. Da una lettura complessiva degli atti delle ultime inchieste (Taranto, Cosenza e Genova), infatti, si evidenzia che il punto nodale su cui, pur con le dovute differenze, i giudici convergono è il tentativo di scoraggiare la partecipazione di massa alle manifestazioni ed alle iniziative promosse dai diversi settori sociali fin qui colpiti, prima ancora che la sanzione di comportamenti specifici (per i quali c'è sempre tempo.). Come leggere altrimenti l'inchiesta tarantina del maggio 2002: accusa di associazione sovversiva di stampo locale(!), reati contestati ridicoli (uova, slogan, bombolettaggi, ecc), una settimana di arresti domiciliari e la scarcerazione dopo un interrogatorio-farsa nel quale emerge senza ombra di dubbio l'intento di "ammonire" e spaventare soprattutto i compagni più giovani ed i settori sociali da essi intercettati- della serie: per questa volta passi, ma evitate di fare politica attivamente,e se proprio volete farla lasciate perdere gli antagonisti, i cobas. altrimenti la prossima volta.-.

L'inchiesta di Cosenza ricalca questo modello: stessa filosofia a reggere un impianto accusatorio fragile, ma questa volta maggiore uso di "effetti speciali"(supercarceri, carabinieri incappucciati, ecc.),e soprattutto un salto di qualità: per il gip la dissociazione è il passaggio obbligato attraverso il quale uscire dal carcere, e va compiuta in maniera esplicita ed inequivocabile. Tant'è che i giudici di Genova ne fanno il perno centrale di tutta l'inchiesta, legandola questa volta al concetto del concorso (la compartecipazione psichica di cui sopra), infatti i compagni che ancora sono detenuti hanno il terribile torto di essersi avvalsi della facoltà di non rispondere, quindi di aver negato al giudice la possibilità di accertarsi che abbiano effettivamente ripudiato la violenza e condannato i manifestanti che a Genova non sono rimasti con le mani alzate a farsi massacrare.

Non la facciamo lunga, d'altro canto le ordinanze e i verbali d'interrogatorio sono atti pubblici, consultabili da chiunque. Gli elementi con cui confrontarsi ci pare che ci siano tutti: dove non arriva la repressione di piazza, quando non basta l'imbecillità più o meno eterodiretta di chi si (auto)esalta con proclami e gesti altisonanti, ecco pronta la magistratura con l'elmetto, che rispolvera tutto il più squallido e datato armamentario dell'epoca dell'emergenza per prestarsi a costruire una provocazione a largo raggio finalizzata a colpire le pratiche politiche ed i settori di movimento "incompatibili". Oppure qualcuno ha ancora dei dubbi, anche alla luce dell'ultima brillante trovata della procura di Tucson.pardon, Genova?

Ora: se la posta in gioco è la possibilità e la scommessa di far vivere nella materialità del quotidiano un movimento che non si limita all'enunciazione del puro principio, ma rivendica un cambiamento concreto nelle condizioni di vita reali, e non altri fini più o meno nascosti, ci chiediamo: è pensabile oggi fare uno sforzo affinché ci si possa mettere tutti in condizione di guardare la luna, invece del dito?

Taranto, 8/1/2003

Cobas Confederazione

Taranto