RICEVIAMO DAL COMITATO EUSKADI
DI BARI
1)Manifestazioni per
l'ufficialità dell'euskara (la
lingua basca)
Il 15 aprile si è conclusa a Bilbao la marcia popolare
per l'ufficialità della lingua basca. L'iniziativa che
durante due settimane ha toccato tutte le province
basche aveva l'obiettivo di rivendicare la necessità
di ufficialità della lingua basca su tutto il
territorio in cui è parlata. Infatti, solo tre
province sotto dominio spagnolo vi una forma di
riconoscimento, in Nafarroa (sempre nello stato
spagnolo) vi è un parziale statuto di minoranza solo
in alcune zone, mentre nelle province sotto dominio
francese la lingua basca non nemmeno considerata come
minoranza. Alla manifestazione di chiusura hanno
partecipato tutte le componenti del movimento per la
normalizzazione e difesa della lingua basca ed
esponenti sindacali e politici della sinistra
indipendentista, assieme ai professori che sono stati
licenziati dall'università per la propria attività.
Durante la marcia si è dovuto segnalare il
comportamento ostile della autorità francesi ed il
divieto di svolgere la marcia nella zona della
capitale Irunea imposto dal governo spagnolista della
Nafarroa guidato dal PP di Aznar. Sempre lo stesso
governo provinciale ha ignorato la raccolta di 50.000
firme (30.000 più del necessario) in richiesta di una
legge in favore dell'euskara, anzi ha presentato un
progetto di legge che riduce ulteriormente i diritti
linguistici.
Il 14 maggio si è svolta a Senpere le festa di Saeska,
la federazione delle scuole in euskara di
Behenafarroa, Lapurdi e Zuberoa, le tre province sotto
dominio francese. Hanno partecipato alla iniziativa
80.000 persone (la zona ne conta appena 250.000) per
riaffermare la loro volontà e bisogno di vedere
riconosciuta la propria lingua che Parigi si ostina ad
ignorare.
Haika
Il 22 aprile in occasione del Gazte Topagunea,
svoltosi a Kanbo nella parte "francese" (incontro
della gioventù basca al quale hanno partecipato in più
di ventimila), le organizzazioni giovanili Jarrai (del
Paese Basco del sud) e Gazteriak (del nord) hanno
presentato una nuova organizzazione, unica per tutto
il territorio basco sia sotto dominio spagnolo che
francese. La nuova organizzazione si chiama Haika
(alzati!) ed ha l'obiettivo di lavorare per una Euskal
Herria unita, indipendente, sovrana, rivoluzionaria ed
internazionalista. Haika è il primo e finora unico
soggetto politico organizzato che si costruisce per
tutta Euskal Herria, superando le frontiere che
dividono tuttora il popolo basco. Neanche una
settimana dopo la fondazione di questo nuovo organismo
politico, le forze di sicurezza spagnole hanno
compiuto una operazione nella quale sono stati
arrestati diversi giovani indipendentisti accusati di
partecipare alle azioni della "kale borroka", vera e
propria Intifada basca (azioni di sabotaggio contro
enti e beni materiali senza danni per le persone);
alcuni dei giovani sono stati successivamente medicati
per le percosse della polizia negli ospedali, mentre
l'intera zona tra Hernani, Goizueta e Atarrabia
risultava letteralmente assediata dalle forze di
sicurezza. Ad oggi sono decine i giovani e
giovanissimi militanti indipendentisti arrestati ed
incarcerati per atti di "kale borroka".
Aberri Eguna
Il 23 aprile si è celebrata con una grande
partecipazione popolare l'Aberri Eguna (il giorno
della patria). Alle convocazioni dei vari partiti
baschi per manifestazioni politiche separate nel
pomeriggio, si è aggiunta la convocazione unitaria per
la mattina da parte di Udalbiltza (l'assemblea dei
municipi ed eletti di tutto il Paese Basco; la
convocazione è riportata più avanti in questo stesso
numero). La giornata è stata così caratterizzata da
manifestazioni plurali e popolari in tutti in comuni
in favore della costruzione nazionale basca. Hanno
ignorato la festa popolare solo i partiti spagnolisti
PP e PSOE, che evidentemente preferiscono il "dia de
la hispanidad", e che hanno addirittura rifiutato di
esporre la bandiera basca nei comuni in sono al
governo in coalizione come ad esempio a Donostia,
Gasteiz e Irunea. Proprio ad Irunea (capitale storica
dei baschi) si è riunita nel pomeriggio la sinistra
indipendentista di Euskal Herritarrok, riempiendo lo
"Stadio Anaitasuna"; il portavoce Arnaldo Otegi ha
chiesto agli altri partiti baschi coraggio e
determinazione per arrivare ad un nuovo scenario di
sovranità per tutto il Paese Basco, mentre il
messaggio di un rifugiato politico faceva appello a
"continuare a lottare per l'indipendenza del nostro
popolo". Anche la sinistra indipendentista delle
province sotto dominio francese, Abertzaleen Batasuna,
ha celebrato la giornata con una propria
manifestazione sotto lo slogan "Herriak Hitza" (la
parola al popolo) ad Hazparne, dove vi è la lapide
romana che rappresenta storicamente il primo
riconoscimento formale del popolo basco.
Una sentenza ridicola
Il 26 aprile è stata emessa la sentenza per la
scomparsa ed uccisione di Lasa e Zabala, due giovani
indipendentisti baschi rifugiatisi oltreconfine. I due
giovani scompaiono nell'ottobre del 1983,
immediatamente gli organismi popolari ne denunciano il
rapimento e la possibile uccisione da parte dei
reparti paramilitari spagnoli. Dopo una lunga e
straziante ricerca nel 1995 vengono ritrovati i corpi
dei due giovani coperti da calce viva in un cimitero
nei pressi di Alicante (a 800 Km. dai Paese Baschi).
Anche il recente processo ha messo in evidenza come la
responsabilità di questo rapimento ed assassinio fosse
dei tristemente famosi GAL: dei gruppi paramilitari
che operavano soprattutto oltreconfine con l'avallo
dei vertici della Guardia Civil e con il finanziamento
diretto del governo socialista con il preciso compito
di portare il terrore e la morte nelle case dei
rifugiati politici baschi. Il caso di Lasa e Zabala è
una della pagine più tristi della guerra sporca dello
stato spagnolo contro l'indipendentismo basco, ma i
responsabili politici di tutto ciò non pagheranno mai.
Il tribunale ha inspiegabilmente deciso di giudicare
gli imputati solo per il reato di assassinio,
ignorando i reati di rapimento, tortura, appartenenza
a banda armata e utilizzo di denaro pubblico per
portare a termine le suddette attività. Sono risultati
così condannati solo gli autori "materiali" con la
possibilità che anche questi, come accaduto per altri
omicidi di stato, vengano amnistiati. Enrique Dorado
Villalobos, sergente dei gruppi antiterrorismo della
Guardia Civil, e Felipe Bayo Leal sono condannati a 67
anni, Angel Vaquero, comandante della Guardia Civil,
condannato a 69 anni, Enrique Rodriguez Galindo,
colonnello della Guardia Civil, condannato a 71 anni
(già amnistiato per altre pesanti condanne, non ha mai
fatto un giorno di carcere), Julen Elorriaga, allora
Governatore di Gipuzkoa, condannato a 71 anni. Sono
stati totalmente assolti Jorge Argote e Rafael Vera,
il primo potente funzionario del Ministero degli
Interni ed il secondo segretario per la sicurezza
dello stato del governo del PSOE. Il fatto ridicolo di
tutto questo processo è che, secondo i giudici, i
condannati avrebbero fatto tutto da soli e per propria
arbitraria iniziativa, mentre da tutta la vicenda
viene fuori chiaramente il profondo e diretto
coinvolgimento degli apparati dello stato e
dell'allora governo socialista di Felipe Gonzalez
nella pianificazione e finanziamento di gruppi
etxralegali con il compito di combattere una guerra
senza esclusione di colpi nei confronti
dell'indipendentismo basco. Per una più approfondita
informazione stiamo preparando un dossier specifico
sul caso di Lasa e Zabala, al quale rimandiamo per gli
ulteriori approfondimenti.
Primo Maggio
La giornata del Primo Maggio è stata caratterizzata
dalla manifestazione unitaria a Bilbao dei sindacati
baschi "per le 35 ore ed il salario sociale"; la
convocazione è stata realizzata dai sindacati ELA,
LAB, ESK, STEE-EILAS, EHNE e HIRU, che rappresentano
la maggioranza sindacale nel Paese Basco. Oltre al
contenuto rivendicativo della manifestazione i
sindacati hanno voluto sottolineare il loro impegno
affinché la costruzione nazionale basca abbia anche un
profondo contenuto sociale che rappresenti una
alternativa al neoliberismo. Alla manifestazione hanno
partecipato anche i rappresentanti di Euskal
Herritarrok che hanno sottolineato la necessità di un
nuovo modello sociale "basato sul socialismo basco,
nonostante tutti gli ideologi della sconfitta che
vogliono farci credere che non esiste alternativa al
neoliberismo, che non esiste altro modello sociale
differente da quello capitalista" aggiungendo che "le
35 ore settimanali, il salario sociale universale, e
il diritto di godere di un'abitazione degna saranno le
linee strategiche di lavoro per dare passi concreti in
favore della ripartizione del lavoro e della
ricchezza".
Documenti di Euskadi Ta Askatasuna
Il PNV-EAJ ha bloccato l'attività dell'Accordo di
Lizarra (per la ricerca di soluzioni politiche), della
piattaforma Batera (per i diritti dei prigionieri
politici) e di Udalbiltza (assemblea dei municipi
baschi) subordinando la rispresa delle attività ad una
tregua definitiva di ETA. L'organizzazione armata dal
canto suo ha reso pubblici, inviandoli alla stampa, i
documenti firmati nell'agosto '98 e '99 assieme ad
Eusko Alkartasuna e allo stesso PNV/EAJ (Herri
Batasuna rimane fuori da questi incontri). Nel primo
accordo dell'agosto '98 i due partiti baschi
assumevano l'impegno di da dare passi sostanziali
verso la costruzione nazionale e l'autodeterminazione,
mentre l'organizzazione armata si impegnava a
dichiarare una tregua indefinita; così nel settembre
successivo ETA dichiarava la tregua. L'anno
successivo (secondo i materiali pubblicati dalla
stampa basca) viene redatto da ETA un rapporto che
disegna un bilancio positivo dei fatti politici
intervenuti dalla dichiarazione di tregua in poi e
rilancia una proposta per dare esito positivo e
concreto alla situazione verso la sovranità nazionale
e la creazione di istituzioni indipendenti del popolo
basco. Così nell'agosto '99 ETA propone a PNV-EAJ ed
EA un compromesso in cui i due partiti si impegnino ad
utilizzare tutti i mezzi in loro possesso per la
costruzione di istituzioni proprie attraverso libere
lezioni basche per tutte le province (sia nello stato
spagnolo che in quello francese) per un'assemblea
costituente; al realizzarsi di questo scenario ETA
avrebbe dichiarato una tregua definitiva ed
abbandonato la lotta armata. Solo quattro mesi dopo
ETA, verificando il mancato concretizzarsi di tale
scenario democratico, dichiara finita la tregua e la
ripresa dell'attività armata. Lo scenario che se ne
evince non è quello di una tregua rivolta agli stati
spagnolo e francese quanto di una iniziativa volta ad
aprire un percorso sovranista chiaro e definito, che
superi l'attuale situazione di divisione di Euskal
Herria.
Sono stati diffusi anche i documenti riguardanti
l'unico incontro tra ETA ed i rappresentanti dello
stato spagnolo, dai quali risulta che dopo questo
primo colloquio, alla presenza del vescovo di Donostia
Juan Maria Uriarte in qualità di mediatore, il governo
spagnolo rifiuta di tener fede all'impegno preso di
partecipare ad un altro incontro per iniziare la
risoluzione delle questioni. Bisogna segnalare come i
rappresentanti del governo spagnolo, che di solito
utilizza termini come "terrorismo" ed "organizzazione
terroristico mafiosa", abbia utilizzato nei colloqui i
termini "lotta armata", "organizzazione armata" e
riferendosi ad ETA "organizzazione socialista
rivoluzionaria".
La diffusione di questa documentazione ha creato un
vero e proprio terremoto politico. La sinistra
indipendentista rappresentata da Euskal Herritarrok ha
mostrato la necessità di riaprire al più presto una
fase di dialogo tra le forze politiche basche
proponendo un tavolo che abbia come basi la
"democrazia basca" e la sovranità e ritiene che ETA
abbia volontà politica sincera per superare l'attuale
fase di stallo nel processo democratico apertosi negli
ultimi due anni.
Criminalizzazione di Herri Batasuna
Dall'inizio dell'anno la magistratura, le forze
repressive dello stato spagnolo, appoggiate da un
rilevante dispiegamento di forze mass-mediali, hanno
dato vita ad una notevole quanto assurda campagna
repressiva nei confronti del partito indipendentista
Herri Batasuna ed in particolar modo nei confronti del
suo dipartimento di relazioni internazionali,
accusando questa struttura di essere parte del
"ministero degli esteri" di ETA. Anche se ne abbiamo
già dato notizia nel precedente bollettino, ne
riassumiamo la vicenda ancora una volta perché
ritenbiamo un fatto gravissimo l'incarcerazione di
rappresentanti politici che svolgono un'attività
legale in favore della costruzione di un nuovo
scenario di pace e libertà per il proprio popolo.
Il 29 gennaio vengono arrestati per ordine del
magistrato Garzon, Gorka Martinez, Sabin del Bado
(consigliere provinciale della Bizkaia), Mikel Korta,
Inigo Elkoro, Miriam Campos, Joxerra Antxia, Txaro
Bunuel e Mikel Resa, tutti parte della struttura
dedicata alle relazioni internazionali. In febbraio
uno storico militante di Herri Batasuna, Jokin
Gorostidi, che durante il regime franchista era stato
condannato a morte si presenta spontaneamente di
fronte allo stesso giudice appena saputo della propria
incriminazione, per reclamare la propria innocenza,
venendo però arrestato. Il 2 marzo è la volta di Joxe
Maria Olarra ad essere incarcerato. Il 24 marzo il
giudice superstar incrimina anche la parlamentare di
Euskal Herritarrok Esther Aguirre per la sua
appartenenza alla stessa commissione relazioni
internazionali. Il 4 aprile viene arrestato ed
incarcerato a Baiona (nella parte "francese") il
responsabile dell'ufficio per l'Europa Egoitz
Urrutikoetxea. L'ultima ad entrare in prigione è Elena
Beloki, responsabile per l'Europa di Herri Batasuna e
assistente dell'eurodeputato Koldo Gorostiaga, con
l'accusa di "appartenenza a banda armata". La Beloki
gira molti paesi europei tra cui l'Italia per
denunciare questa operazione repressiva, incontrandosi
con diversi esponenti politici e denunciando la
situazione di fronte al parlamento europeo, per poi
presentarsi volontariamente alle autorità spagnole che
la incarcerano. Prima di essere inghiottita dal buco
nero delle galere spagnole la Beloki ha avuto modo di
sottolineare che la commissione relazioni
internazionali di Herri Batasuna nel suo complesso "ha
lavorato per far conoscere la realtà del Paese Basco
che gli stati spagnolo e francese hanno cercato di
nascondere", ovvero l'esistenza di un conflitto di
natura politica tra il popolo basco e gli stati
spagnolo e francese, la tortura praticata dalla
polizia spagnola, la condizione dei prigionieri
politici baschi, L'Accordo di Lizarra, come
rappresentante del quale la stessa Beloki si era
incontrata con rappresentanti di partiti politici e
del parlamento italiano.
Attentato di ETA
Domenica 7 maggio muore in un attentato di ETA Jose
Luis Lopez de la Calle; questo fatto ci ha spinto a
rinviare l'imminente uscita di questo bollettino per
essere maggiormente documentati sia sull'accaduto sia
sulle sue conseguenze politiche. Jose Luis Lopez de la
Calle, prossimo al PSOE, era un sostenitore dello
scontro totale con l'indipendentismo nonché uno dei
promotori e fondatori del Foro di Ermua, un organismo
nazionalista/spagnolista fondato tre anni fa e la cui
attività è paragonabile a quella delle organizzazioni
unioniste ed orangiste dell'Irlanda del Nord. Pur
lamentando la perdita di una vita umana ci troviamo
costretti a dover fare chiarezza sulla figura della
vittima che la stampa ha voluto dipingere come "un
uomo di pace"; Lopez de la Calle attraverso la sua
attività di opinionista per un giornale spagnolo
nazionalista è sempre stato un duro fautore della
linea repressiva, contrario a qualsiasi soluzione
negoziata del conflitto e a qualsiasi forma di
riavvicinamento tra le parti per la costruzione di un
percorso di pace e giustizia.
Come accade ormai da diverso tempo, ogni attentato
dell'ETA provoca un terremoto politico e le
dichiarazioni delle forze politiche, sindacali e
sociali si dividono in differenti posizioni: Il
governo regionale della CAV ed i partiti baschi
moderati indicono delle manifestazioni di condanna
dell'attentato e per la pace, mentre i partiti
nazionalisti-spagnolisti PP e PSOE attraverso il Foro
di Ermua disertano queste manifestazioni, all'interno
della sezione basca del PSOE cominciano ad emergere le
prime posizioni critiche, è il caso del sindaco di
Donostia Odon Elorza che non ha partecipato alle
manifestazioni guerrafondaie del Foro di Ermua. La
sinistra indipendentista rappresentata da Euskal
Herritarrok ha diffuso un comunicato che riportiamo
tradotto più avanti in questo bollettino. Il vescovo
di Donostia Juan Maria Uriarte ha dichiarato "prego
per la vittima e per i suoi famigliari, e chiedo a Dio
una pace giusta e stabile per questo popolo".
Una settimana dopo l'attentato l'ETA ha rilasciato
un'intervista al quotidiano Egunkaria nella quale
ribadisce la volontà di sedersi ad un tavolo e di
essere sempre disposta ad abbandonare la lotta armata
qualora Madrid e Parigi accettassero la libera
autodeterminazione del popolo basco. Rivolgendosi
invece ai partiti moderati baschi PNV-EAJ ed EA, ETA
ha dichiarato che essi stessi possono propiziare una
tregua, avanzando in maniera decisa in quel processo
sovranista e democratico che si era aperto con
l'Accordo di Lizarra e con la creazione di Udalbiltza.
La sinistra indipendentista Euskal Herritarrok ha
invitato il PNV-EAJ ed EA a decidere una volta per
tutte se vogliono scegliere per la sovranità completa
o rimanere nell'attuale contesto "autonomista".
Altre notizie
In seduta plenaria il Parlamento della CAV (ovvero le
province di Araba, Bizkaia e Gipuzkoa) ha approvato
una mozione di solidarietà con i giovani obiettori
totali al servizio militare appellandosi alla
popolazione basca affinché non collabori con le forze
armate spagnole; il PP ha votato contro la mozione.
Le autorità di Madrid hanno chiuso il sito internet
dell'Associazione Contro la Tortura e sequestrato il
dossier del 1999 sulla tortura nelle carceri e
commissariati spagnoli. Evidentemente Madrid non vuol
far sapere al mondo come viola i diritti umani e
civili degli indipendentisti baschi e degli immigrati
etxraeuropei.
"Ardi Beltza" è un mensile basco che si dedica al
giornalismo di investigazione, proviene dalla medesima
esperienza del gruppo di investigazione del quotidiano
"Egin", chiuso dalle autorità spagnole. Quel gruppo di
investigazione smascherò diverse trame degli apparati
e dei servizi segreti spagnoli, portò alla luce con
documentata accuratezza i retroscena degli episodi più
clamorosi della guerra sporca contro l'indipendentismo
basco della "Spagna democratica"; lo stesso obiettivo
si prefigge "Ardi Beltza" e sembra esserci riuscito
tanto che dopo solo 5 mesi di vita cominciano a
filtrare dai corridoi dei Ministeri di Interno e
Difesa voci che ne vorrebbero l'immediata messa sotto
sequestro e chiusura. La redazione della rivista ha
recentemente pubblicato tutto il Libro Bianco sulla
tortura nello stato spagnolo dell'Associazione Contro
la Tortura che le autorità spagnole avevano
sequestrato all'atto di chiusura del sito internet
della medesima associazione.
Euskal Herritarrok ha proposto alle altre forze
politiche la creazione di tavolo di discussione per
definire una nuova e più efficace politica in favore
dell'euskara, così come va chiedendo
maggioritariamente la società basca.
Herri Batasuna ha presentato pubblicamente a Irunea il
processo politico-organizzativo chiamato "Batasuna":
un processo di riorganizzazione, ridefinizione ed
unità di tutta la sinistra indipendentista basca.
2)Il Collettivo Politico dei Prigionieri/e Baschi/e
Rinforza il proprio impegno con 131 nuove adesioni
allo sciopero della fame
131 prigionieri politici baschi si sono incorporati
negli ultimi giorni allo sciopero della fame
indefinito. Il Collettivo mantiene questa forma di
protesta dal passato 1 novembre, in difesa dei suoi
diritti e per rivendicare la partecipazione al
processo politico apertosi in Euskal Herria. Con
queste ultime adesioni, rese pubbliche ieri da
Senideak e Gestoras Pro Amnistia (organizzazioni di
appoggio ai prigionieri politici baschi), il numero
dei prigionieri in sciopero della fame arriva, in
questo momento, a 139, visto che altri 8 membri del
collettivo mantenevano la protesta già da alcuni
giorni. Si tratta di Inaki Armendariz, in sciopero
della fame dal 3 aprile; José Manuel Valdueza, dal 6
aprile; Aitor Bores, dal 9 aprile; Fermin Urdiain,
dall'11 aprile; Gervasio Agirre, dal 13 aprile; Juan
Mari Etxabarri, dal 18 aprile; Goio Etxabe, dal 19
aprile e Unai Erkis, dal 24 aprile. Oltre a questi
prigionieri si trova in sciopero della fame anche
Luismi Besance, abitante della cittadina di Villabona,
che digiuna dal 17 aprile, all'interno dei locali del
Municipio di questo paese. Ieri si è inoltre saputo
che José Zabaleta Elosegi si è visto costretto ad
abbandonare la protesta. Questa iniziativa si iscrive
all'interno delle diverse fasi che hanno
caratterizzato la lotta che il Collettivo dei
Prigionieri Politici Baschi sta sviluppando, in difesa
dei propri diritti fondamentali. Lotta che risale al
gennaio 1996. E' a partire da questa data che il
Collettivo ha intrapreso una dinamica di lotta
permanente denominata "Euskal Presoak Euskal Herrira"
("I prigionieri Baschi in Euskal Herria"). Da allora
le rivendicazioni dei prigionieri baschi hanno
conosciuto differenti fasi e metodi, all'interno delle
prigioni francesi e spagnole, che, a sua volta, hanno
ricevuto, come risposta, regimi d'isolamento, continue
aggressioni, perquisizioni, cambi di cella, differenti
punizioni, insulti, ogni tipo di vessazioni e
aggressioni da parte di funzionari e autorità
penitenziarie. Il tutto nel tentativo di piegare il
Collettivo dei Prigionieri Politici Baschi. Con
l'annuncio dell'inizio di uno sciopero della fame a
tempo indeterminato, lo scorso 1 novembre, il
Collettivo ha dato inizio a una nuova fase nella
dinamica di lotta permanente. La principale richiesta
è la scarcerazione dei prigionieri per poter prendere
parte al processo politico apertosi in Euskal Herria,
in condizioni di uguaglianza insieme al resto della
cittadinanza basca. La libertà dei prigionieri che
hanno diritto ad accedere alla libertà condizionale e
di quelli che soffrono gravi infermità, il rimpatrio;
la fine delle consegne e delle estradizioni così come
il diritto a vivere liberi in Euskal Herria, sono le
altre rivendicazioni del Collettivo alle direzioni di
tutte le carceri. Venti prigionieri rinchiusi nelle
quattro prigioni situate nel territorio basco sotto il
dominio spagnolo, e nelle carceri francesi di La Santé
e Fleury-Mérogis, hanno costituito il primo turno
della protesta, che hanno abbandonato man mano che la
salute li obbligava a ciò. Con le nuove adesioni, il
numero dei prigionieri che ha preso parte alla
protesta arriva già a 250. Nel contesto di questa
dinamica il Collettivo ha reso pubblico, lo scorso
venerdì, un comunicato diretto alla società basca, nel
quale si rivolgeva ai diversi agenti politici,
sindacali e sociali baschi, così come all'insieme dei
cittadini, affinché partecipino a una giornata di
sciopero generale e di mobilitazione per rivendicare
il rispetto dei diritti dei prigionieri. Questa
proposta si materializzerà a fine maggio e segnerà
l'inizio di una nuova dinamica di appuntamenti. Nel
documento, i prigionieri hanno manifestato la loro
preoccupazione per la "mancanza di decisione" che
hanno ravvisato in alcuni settori politici e
sindacali, nonostante il consenso esistente nella
società basca intorno alle suddette rivendicazioni. Ed
è precisamente su questo consenso che si basa il
Collettivo al momento di presentare la proposta di
"realizzare tutti insieme uno sciopero generale". I
Prigionieri hanno però precisato che lo sciopero
generale non si deve intendere "come un obiettivo o un
punto d'arrivo", ma come "il punto di partenza di una
dinamica generale che richiederà molte altre
iniziative e mobilitazioni". In questo senso, il
Collettivo sottolinea che "ognuno dovrà valutare fino
a che punto è disposto a coinvolgersi in questa
dinamica, fino a dove spingere le mobilitazioni, fino
a che punto mantenere l'impegno preso". D'accordo con
la proposta proveniente dal Collettivo, Gestoras Pro
Amnistia e Koordinaketa hanno annunciato che
presenteranno agli agenti politici, sindacali e
sociali "una proposta aperta, flessibile e fattibile"
che sia "il punto di partenza che il Collettivo dei
Prigionieri ci sta richiedendo", per generare
dinamiche "permanenti e determinanti per porre fine
all'attuale politica penitenziaria". Questi organismi
hanno indicato che gli agenti politici, sindacali e
sociali hanno ricevuto da due settimane una lettera
del Collettivo nella quale si proponeva la
convocazione di uno sciopero generale. Lo stesso
giorno la Direzione Nazionale del PNV ha scartato,
attraverso una nota, questa possibilità, motivando
questa decisione con il fatto che le azioni a favore
dei prigionieri devono avere un carattere positivo e
che "lo sciopero generale non soddisfa questo
requisito". Anche Eusko Alkartasuna, stima poco
fattibile la proposta del Collettivo, mentre Euskal
Herritarrok ha segnalato che si riunirà con altre
formazioni per tentare di raggiungere una risposta
unitaria "il più ampia possibile". Gestoras Pro
Amnistia, da parte sua, ha affermato che attraverso
questa iniziativa i prigionieri baschi "dimostrano la
forte scommessa che stanno realizzando a favore di
Euskal Herria e di una soluzione democratica. Stanno
dando tutto e sono disposti a continuare a farlo".
Rispetto a questo valuta anche che "è ora che la
società basca, tutti i baschi, facciano lo stesso. E'
nelle mani della società il rispetto dei diritti dei
prigionieri e della volontà di Euskal Herria". Questo
organismo chiama, per questo motivo, "ad aumentare i
livelli di impegno e a moltiplicare le iniziative".
3)Su alcuni luoghi comuni riguardo alla questione basca
Quando si legge sui giornali spagnolisti o su quelli
nostrani qualche articolo riguardante il Paese Basco
(cosa che sfortunatamente avviene solo quando si
verificano avvenimenti tragici), il lettore che sia
sprovvisto di altre fonti di informazione viene
letteralmente bombardato da una serie di luoghi comuni
che, lungi dal chiarirgli le idee, rendono tutta la
questione ancora più oscura. Secondo la versione
ufficiale Eta non sarebbe altro che l'ultimo residuo
del passato franchista, una organizzazione che, se una
volta poteva avere ragione nell'utilizzo della
violenza in quanto lottava contro una dittatura
fascista, ora che la Spagna è una democrazia è
diventata soltanto un gruppo di pazzi esaltati e
fanatici sostenitori della "superiorità della razza
basca", per di più autodefinenitisi "marxisti"; Herri
Batasuna invece sarebbe il "braccio politico" di ETA,
un partito anch'esso fanatico e violento che non ha
mai preso le distanze dalla lotta armata e che non fa
altro che predicare odio; i prigionieri, sarebbero
solo degli assassini che si meritano quello che hanno,
in quanto pericolosi delinquenti o complici di
delinquenti. Questa versione è, ovviamente, fortemente
viziata da influenze ideologiche (in senso marxiano),
ed è nostra intenzione in questo articolo analizzare
queste questioni in un'ottica il più possibile
spassionata.
Anzitutto, va chiarito che il conflitto armato che si
svolge in Spagna da 30 anni è un conflitto politico,
in quanto il suo fine è politico, e cioè la
possibilità che il Regno di Spagna autorizzi un
referendum sull'indipendenza di Euskal Herria e ne
accetti il risultato, qualunque esso sia. ETA ha più e
più volte ribadito che la lotta armata cesserebbe se
il governo di Madrid riconoscesse questo elementare
diritto di autodeterminazione. Si possono non
condividere i metodi, ma la richiesta appare oltremodo
legittima, e del resto vi sono diversi casi simili a
questo nella storia recente: in Canada ad esempio si è
votato per la secessione del Quebec senza che nessuno
mettesse in dubbio la legittimità di un tale quesito
referendario. Certo, è proprio di qualsiasi potere
delegittimare il proprio avversario negando la
politicità delle sue rivendicazioni: in realtà,
chiunque abbia mai avuto fra le mani il Codice Penale
(per lo meno quello italiano) sa che un reato viene
definito "politico" quando con esso il reo si propone,
anche se solo in parte, degli obiettivi politici, e
che chi è colpevole di tali reati diventa
automaticamente un detenuto politico.
Per quanto riguarda Herri Batasuna, in realtà il suo
rapporto con ETA non è quello di "braccio politico".
ETA è nata nel 1959 in pieno franchismo, HB solo nel
1979, ed è una coalizione (il suo nome significa unità
popolare) di alcuni partiti indipendentisti più
piccoli. Il suo bacino elettorale oscilla fra il 15% e
il 20% dei voti, il che significa che, se fosse vera
l'ipotesi spagnolista di una sua identità con
l'organizzazione armata, circa 400.000. baschi
sarebbero sostenitori diretti di ETA. Inoltre, come
ben può immaginare il lettore italiano che sappia
qualcosa degli anni di piombo, sarebbe ben strano che
i militanti di una organizzazione armata, che di
regola dovrebbero vivere in clandestinità, partecipino
alle elezioni e tengano comizi. La stampa spagnolista
sostiene che il fatto che HB non abbia mai condannato
gli attentati di Eta sia la prova della sua
collusione: in realtà una condanna ufficiale della
violenza non c'è solo perchè i due soggetti
condividono il medesimo obiettivo politico pur
adoperando mezzi diversi, e sostenere il contrario
equivarrebbe a dire che Leonardo Sciascia che aveva
detto "nè con lo Stato nè con le Brigate Rosse" era un
membro di queste ultime, il che è francamente
ridicolo. E' utile piuttosto ricordare che il partito
che oggi governa in Spagna, il PP, non ha mai
condannato ne il golpe militare che portò alla
vittoria fascista nella Guerra Civile ne l'attività
più recente dei reparti paramilitari, e per di più ha
tra i suoi più autorevoli esponenti gente che è stata
parte integrante della dittatura franchista nei
livelli dirigenziali e repressivi.
Molti dei prigionieri (circa 500) attualmente detenuti
nelle carceri spagnole sono infatti membri di Herri
Batasuna, imprigionati con l'accusa di "fare parte di
ETA": alcuni lo sono davvero, ma molti altri no, e si
trovano lì perchè in Spagna vale l'equivalenza di cui
sopra, estesa anche ai giornalisti che, come Pepe Rey,
si limitano ad essere obiettivi nel loro mestiere e a
non urlare e strepitare contro ETA; proseguendo nei
parallelismi con l'Italia, sarebbe come dire che i
giornalisti che intervistano Curcio e non gli sputano
in faccia sono membri delle BR.
Quanto alla "guerra etnica" di cui ha parlato
recentemente il pur autorevole Espresso in un articolo
di qualche mese fa, essa semplicemente non esiste: il
conflitto che ha luogo nel paese basco è un conflitto
politico, e in tutti i documenti di ETA, HB e degli
altri soggetti politici indipendentisti non ví è
alcuna traccia di "etnicismo"; anzi, molti membri di
ETA detenuti sono chiaramente di origine castigliana,
galiziana o catalana, come si evince dai loro cognomi:
quale prova migliore della falsità di
quest'affermazione? Senza contare che vi sono molti
immigrati nei circoli indipendentisti, il che è una
diretta conseguenza del fatto che il progetto politico
per Euskal Herria di HB è un progetto di apertura
all'immigrazione: esattamente l'opposto di quanto
invece si propone l'attuale governo spagnolo, in linea
con il rigurgito di odio contro gli immigrati di cui
si alimentano molte destre europee, fra cui la nostra.
In ogni articolo sulla stampa italiana o in ogni
dossier della televisione si ricorda sempre che "i
baschi godono di un'autonomia amministrativa fra le
più ampie d'Europa e di diritti linguistici e
culturali". Innanzitutto i Paesi Baschi sotto dominio
spagnolo non godono di alcun statuto nazionale di
autonomia ma sono divisi in due regioni
inspiegabilmente separate all'interno del Regno di
Spagna e i loro diritti linguistici e culturali si
fermano dove i governi spagnoli ordinano. Come si può
pensare poi che una "buona autonomia" regionale possa
soddisfare le necessità di autogoverno di una nazione
vera e propria? I politici spagnoli, francesi e
italiani che sostengono questo accetterebbero una
"buona autonomia" rimanendo sotto il dominio coloniale
arabo, tedesco o austriaco? La storia ci dice che non
l'hanno fatto! Inoltre i Paesi Baschi sotto dominio
francese non hanno alcun tipo di riconoscimento
formale o culturale, che pure Madrid si è vista
costretta a concedere controvoglia e con mille
restrizioni. Per quanto riguarda lo specifico della
lingua, solo un terzo del territorio basco (tre
province su sette) gode di un sistema di formale
coufficialità che tuttavia non ne garantisce la difesa
e la valorizzazione piena.
Un altro diffuso luogo comune è che "la maggioranza
dei baschi non vuole l'indipendenza": in realtà il 65%
dei baschi votò contro la costituzione spagnola, ma di
questo a Madrid non si è tenuto conto a suo tempo; e
poi un referendum in materia non Ë mai stato fatto ne
si vuole fare: il ministro della difesa Serra ha
dichiarato recentemente che in caso di minaccia
all'unità dello stato interverrebbe direttamente
l'esercito. Al lettore italiano sicuramente verrà
spontaneo fare il parallelo con la Lega e chiedersi:
ma che senso ha oggi uno stato nazionale? In linea di
principio, ogni nazione (intendendo con questo termine
una comunità linguistico-storico-culturale più o meno
omogenea) ha il diritto di farsi il suo stato, se ne
avverte la necessità; altrimenti finiremmo per
giustificare il colonialismo; noi riteniamo poi
opportuno appoggiare le rivendicazioni di quei
movimenti indipendentisti che esprimono un forte
contenuto di emancipazione sociale, e che non
esprimono un nazionalismo escludente (quale quello
della Lega) bensì un modello di società aperta alla
differenza quale quello espresso dal movimento di
liberazione nazionale basco.
Rimane in ogni caso il fatto che ETA comunque compie
azioni armate nelle quali vengono provocate delle
vittime. Ma nella questione basca non ci si può
schierare sulla base della divisione dei contendenti
in "violenti" e "non violenti", per la semplice
ragione che i governanti spagnoli, non rispettando le
loro stesse leggi, hanno creato e finanziato i
famigerati GAL, degli squadroni della morte che hanno
assassinato, anche sotto altre sigle, più di 30
persone, fra cui alcune che non centravano
assolutamente nulla con il movimento indipendentista.
L'ultima loro vittima è probabilmente il militante di
ETA Joselu Geresta Mujika, trovato "suicidato" (ma con
due denti mancanti e segni di percosse) l'anno scorso
in una campagna. Due ministri dell'ex governo
socialista, Vera e Barrionuevo, sono stati
riconosciuti colpevoli dalla magistratura spagnola di
aver armato e sostenuto i GAL: ovviamente si è pensato
bene di amnistiarli, perchè la giustizia, come del
resto anche qui da noi, per qualcuno è "più uguale".
E certo non si può fare a meno di citare i nomi di
Joseba Arregi, Kepa Urri e Joxe Domingo Aizpurua, i
cui casi , insieme a quelli di vari altri detenuti
baschi, fra cui alcune donne, sono finiti nei rapporti
delle Nazioni Unite sotto la voce torture: nel cuore
dell'Europa, in un paese che ha firmato la Convenzione
internazionale contro la tortura, a dei detenuti sono
state praticate le più abominevoli e ributtanti forme
di maltrattamento: elettrodi sui testicoli, violenze
sessuali, bastonature, percosse e tutto l'orribile
cerimoniale che ci si aspetterebbe nel Cile di
Pinochet, non nella Spagna democratica del nuovo
millennio. Quello basco risulta essere un conflitto
complesso che ha lasciato una lunga scia di vittime e
di dolore da entrambe le parti in causa: è per questa
ragione che, oggi, noi sosteniamo la necessità di un
negoziato fra ETA e lo stato spagnolo che ponga fine
a tutto questo, e garantisca ad un paese e ad un
popolo il diritto a decidere liberamente del proprio
futuro, in santa pace, secondo quanto è in suo
diritto anche in base al diritto internazionale.
4)ABERRI EGUNA 2000
EUSKAL HERRIA ERAIKITZEN
Oggi, domenica 23 aprile, è il giorno della Aberri
Eguna (giorno della patria). Dal 1931 il nostro
popolo, come accade in molti altri popoli, celebra
l'affermazione pacifica e collettiva della nostra
nazione. L'obiettivo di questo giorno e quello di
riunire tutti i baschi per proclamare la nostra
identità e manifestare la nostra volontà di continuare
ad essere un popolo. Siamo una nazione e come tale ci
corrispondono dei diritti politici. Udalbiltza
proclama oggi questi diritti. Il nostro obiettivo è di
avanzare e di svilupparci come popolo, come nazione,
visto che le sfide che dobbiamo affrontare nel XXI
secolo sono rilevanti. Di fatto, ci troviamo immersi
nel fenomeno della globalizzazione dell'economia e
della cultura. Questa globalizzazione colpisce
profondamente l'economia, la cultura, la lingua e la
società dei popoli come il nostro. Questo è il motivo
per il quale facciamo questo appello alla cittadinanza
basca affinché prenda parte alle celebrazioni
dell'Aberri Eguna.
Così stiamo approfondendo la coscienza nazionale
democratica di Euskal Herria, ponendo in marcia
strumenti per avanzare come popolo. Nel momento di
fare fronte a questa situazione, il nostro popolo si
scontra con ostacoli difficili da superare, essendo
nostra volontà vincerli, per dare spazio al dibattito
democratico tra tutti i baschi, approfondendo le
nostre relazioni e garantendo il nostro futuro
politico, culturale, economico e linguistico, in un
clima di assenza di violenza e di imposizione. Per
tutto questo proclamiamo con fermezza che Euskal
Herria come nazione si può edificare solamente sulla
libera volontà di tutti i cittadini baschi, attraverso
un dibattito democratico e politico senza condizioni
previe ne limitazioni. Assumiamo l'impegno di lavorare
in favore di uno scenario democratico e pacifico in
cui abbiano spazio tutti i progetti politici
esistenti, partendo dal rispetto della pluralità della
cittadinanza e delle sue idee.
La convocazione di questa Aberri Eguna si è basata su
queste riflessioni, sulla riaffermazione della nostra
responsabilità di fronte alla costruzione democratica
assunta da questa istituzione nazionale basca di base
municipale. Oggi è un giorno di festa, ma anche di
impegno, perché vogliamo costruire il futuro della
società basca in pace, giustizia e libertà. Oggi
proclamiamo la volontà di continuare nel cammino
intrapreso per la costruzione nazionale di Euskal
Herria giorno per giorno.
Per tutto questo, l'Aberri Eguna di quest'anno chiama
specificatamente alla costruzione nazionale, libera e
democratica, basata sul pluralismo sociale e politico,
senza alcun tipo di imposizione o coercizione, e
assumendo come base l'apertura a tutta la società.
Proponendo la soluzione definitiva al conflitto
politico e alle sue dolorose conseguenze, ossia
l'accettazione di una Euskal Herria che veda
riconosciuti i propri diritti alla sovranità e alla
territorialità.
Conseguentemente, la coesione sociale basca è un
obiettivo di tutti e tutti sono necessari in questo.
Questo è quello che dichiara Udalbiltza: il futuro è
nelle mani dei cittadini baschi, nella mani della
costruzione nazionale e democratica. Per questo,
facciamo appello a tutti i cittadini baschi affinché
celebrino in maniera congiunta e festiva l'Aberri
Eguna.
UDALBILTZA
Euskal Herria, 23 aprile 2000
Di fronte alla morte in attentato di Jose Luis de
laCalle
Di fronte gli avvenimenti tragici avvenuti oggi nella
località di Andoain, Euskal Herritarrok vuole
realizzare una prima valutazione.
Euskal Herritarrok lamenta la morte di una vita di
Jose Luis de la Calle e mostra la sua solidarietà ai
famigliari, amici e compagni del deceduto. Pensiamo
che l'insieme della classe politica abbia la
responsabilità di non aver evitato questa morte, e
specialmente quelle forze che, per mano dei governi di
Madrid e Parigi, negano la natura politica del
conflitto e la possibilità avanzare nella sua
risoluzione. Questi momenti di tragedia umana e
politica devono servire, senza dubbio, per appellarsi
alla responsabilità di tutte le realtà di questo paese
che, non dimentichiamolo, sono (e siamo) parte di un
conflitto politico irrisolto che porta conseguanze
drammatiche, così come possiamo constatare con i fatti
di oggi.
Un conflitto che, così come propone l'Accordo
diLizarra-Garazi, necessita una risoluzione che passa
attraverso l'articolazione dei maccanismi necessari
che permettano l'espressione della volontà democratica
basca. La maggioranza sociale di questo paese (Euskal
Herria) ha scelto chiaramente in favore di una
soluzione dialogata che abbia come punto di partenza
il rispetto delle decisioni liberamente espresse dei
cittadini baschi, e dobbiamo ricordare, con maggior
forza di quanto fatto fino ad oggi, che sono i governi
di Madrid e Parigi a negare continuamente che questo
scenario di pace e democrazia piena possa svilupparsi.
Riaffermiamo la nostra volontà di pontenziare questo
scenario di democrazia e pace per Euskal Herria, e
siamo pienamente coscienti che lo sviluppo e l'esito
del processo attualmente in marcia sia possibile solo
andando verso il rispetto della parola e della
decisione di Euskal Herria. Qualsiasi altra dinamica,
tanto di condanna quanto di imposizione rispetto alla
volontà democratica della cittadinanza basca, potrà
solo portare questo popolo a scenari passati e
sbagliati che non vuole ripetere.
Euskal Herritarrok si impegna a lavorare in favore di
questo scenario di soluzioni che porti implicitamente
l'impegno di rimuovere le ragioni del conflitto in
chiave democratica di rispetto della parola e della
decisione della società basca, come unico modo per
superare lo stesso e giungere ad unp scenario futuro
di assenza definitiva di tutte le espressioni di
violenza.
Ufficio Stampa di Euskal
Herritarrok
7 maggio 2000