Riceviamo e diffondiamo questa lettera aperta di
Dino Frisullo, scritta dopo la decisione del tribunale di Diyarbakir di chiudere il
procedimento aperto contro di lui per sopraggiunta amnistia. Rinnoviamo la nostra
solidarietà a Dino e gli garantiamo il nostro sostegno in questa battaglia.
L'Avamposto degli Incompatibili
LETTERA APERTA
Al
presidente del Tribunale per la sicurezza dello Stato (DGM) di Diyarbakir
Al ministro della Giustizia Hikmet Sami Turk
e, per conoscenza,
alla Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo
ai ministri italiani degli Esteri e della Giustizia
Il 6 febbraio 2001 ho saputo, attraverso le agenzie Anadolu e Ansa e
attraverso il mio avvocato (ma non dal tribunale), che il mio aperto a mio
carico per "istigazione al separatismo" (art. 312 Cp) è stato chiuso alla
dodicesima udienza per sopraggiunta amnistia.
Considero questo esito una vittoria non mia, ma del diritto e di tutti
coloro che in Turchia e in Europa si battono per uno stato di diritto. La
seconda vittoria.
La prima fu l'assoluzione di diciassette europei e tre turchi, imputati per
il "Treno della Pace" del '97, al termine di cinque udienze alle quali noi
imputati ci ostinammo a presentarci.
La stessa ostinazione si è dimostrata giusta in questo caso.
Infatti se avessi accettato, come entrambi i governi mi proponevano, di
rinunciare al diritto di deporre a Diyarbakir e di farmi interrogare invece
per rogatoria a Roma, il processo non sarebbe stato rinviato dodici volte,
ma immediatamente chiuso in mia assenza con una pesante condanna.
Sono convinto che questa fosse l'intenzione della Suprema Corte di Ankara,
quando annullò la prima pena condizionale di un anno di carcere, considerata
"troppo mite": una condanna al massimo della pena, che scoraggiasse non solo
me, ma chiunque altro voglia difendere in Turchia i diritti umani
universali.
Per questo ho insistito per entrare in Turchia, fino a farmi fermare una
volta all'imbarco a Fiumicino e due volte al confine di Istanbul. Per questo
ho affrontato di farmi rinchiudere, ammanettare, trasportare di peso su un
aereo. Perché non potevo accettare che un processo divenuto simbolico si
chiudesse con una condanna esemplare, senza l'imbarazzo della mia presenza.
Nello stesso tempo, accettare ora l'amnistia significherebbe accettare un
processo al pensiero e un reato di opinione. Accettarlo due volte, perché l'
amnistia è condizionata alla "non reiterazione del delitto" per cinque anni.
Per questo dichiaro in tutta coscienza di rinunciare all'amnistia proposta,
chiedo che il mio processo sia riaperto e insisto per essere presente e
deporre a Diyarbakir.
Voglio spiegare in aula perché in quel Newroz del 21 marzo 1998 eravamo in
cento europei a Diyarbakir, perché centinaia di osservatori internazionali
sono venuti e verranno in Turchia: non per disgregare, ma al contrario per
aiutare a unirsi, nel rispetto reciproco, una nazione che è oggi divisa dall
'apartheid giuridica, economica e militare dei kurdi e di tutte le
minoranze.
Chiedo che questo mio diritto sia affermato e tutelato sia dalla Corte per i
diritti umani di Strasburgo, che ha aperto un fascicolo sul mio caso, sia
dal mio governo in sede diplomatica.
Se questo non sarà possibile, e la chiusura del mio processo risulterà
definitiva, anche nell'interesse di chi in Turchia crede alla giustizia e al
diritto io chiedo che la Corte di Strasburgo istruisca il mio fascicolo e
condanni lo Stato turco per la violazione del mio diritto alla difesa in
giudizio, imponendogli di revocare il divieto al mio ingresso in Turchia e
di risarcire il danno morale e materiale.
Destinerò l'eventuale risarcimento a progetti di solidarietà con i
prigionieri politici turchi e kurdi deportati e seppelliti vivi nelle celle
d'isolamento.
Infatti questa vicenda ha comportato per me un prezzo pesante. A parte la
spesa per voli internazionali che mi permettessero di "bucare" il divieto di
volo diretto Roma-Istanbul, non è semplice vivere due anni senza certezza
del futuro. Ma un prezzo più alto l'ha pagato chi pretendeva di condannarmi
e respingermi nello stesso tempo. Si è dimostrato al mondo che tipo di
sistema è quello in cui un tribunale mi invita a difendermi, ma si inchina
di fronte a un divieto di polizia.
Da imputato o da persona libera, comunque, voglio ritornare in Turchia. Non
posso accettare che un paese che intende entrare in Europa tenga fuori dalle
sue frontiere un cittadino europeo.
Voglio tornare in Turchia per spiegare e proseguire l'impegno di verità e
giustizia assunto con i miei compagni di prigione nel '98.
Voglio tornare in Turchia perché è un paese e un popolo che amo, e non
merita di vivere in guerra.
Voglio tornare in Turchia perché credo alla pace: a quella pace che non può
esistere senza giustizia.
Voglio tornare in Turchia come lo desiderano tutti i miei amici profughi in
Europa, che attendono solo un segnale per ritornare, ricostruire i villaggi
distrutti e vivere liberi, diversi ed uguali.
Dino
Frisullo
Roma, 16 febbraio 2001