Via Corelli, rivolta contro la Bossi-Fini

Il Cpt di Milano La rabbia degli stranieri esplode all'ora di cena:
rifiutano il cibo, rovesciano tavoli, rompono vetri. Interviene la polizia.
Quindici arresti e diversi feriti

GIORGIO SALVETTI

MILANO

Rifiutano la cena e protestano contro la legge Bossi-Fini. Sale la tensione
e la Croce Rossa che gestisce il centro milanese di detenzione per stranieri
di via Corelli lascia il campo alle forze dell'ordine. Si rompono vetri,
infissi e tavolini, uno straniero salito sul tetto cade, si sloga una
caviglia e viene portato all'ospedale San Raffaele, tre agenti rimangono
lievemente contusi e 19 immigrati vengono arrestati. Quattro sono rilasciati
subito, probabilmente espulsi, gli altri vengono trasportati da via Corelli
a San Vittore, uno strano percorso all'inverso perché se è consuetudine che
i detenuti stranieri dal carcere vengono trasferiti nel cpt, quasi mai
avviene il contrario. E' quanto sarebbe successo venerdì sera nel centro di
detenzione milanese ma come sempre è difficilissimo ottenere informazioni
esaustive su ciò che accade davvero dietro quei cancelli, specie in un caso
come questo. Dimostrazione una volta di più che la mancanza di trasparenza è
parte integrante dei metodi di repressione e di sospensione del diritto dei
centri di detenzione.

I diciannove nordafricani hanno protestato contro la legge Bossi-Fini. «Una
protesta annunciata - ha dichiarato il commissario provinciale della Croce
Rossa, Alberto Bruno - gli immigrati avevano detto che avrebbero rifiutato
il cibo. Poi la situazione è degenerata, il nostro personale di assistenza
al centro ha lasciato i settori ed è intervenuta la forza pubblica». La
protesta sarebbe durata mezz'ora e si sarebbe estesa dal cortile in alcune
camerate con lancio di suppellettili, rotture di porte e finestre. Un
bosniaco che in via Corelli condivide la stanza con altri cinque slavi,
contattato al telefono, non ha molta voglia di raccontare, tiene solo a
specificare che loro non c'entrano e non si fa fatica a capire che ha già
abbastanza guai: «Appena ho visto il caos ci siamo chiusi in camera, ho
sentito che si spaccavano dei vetri ma non siamo stati noi, poi anche nella
nostra stanza è arrivata la polizia, è entrata ha controllato e se n'è
andata, in quella a fianco adesso c'è un casino e non c'è più nessuno».

In via Corelli giovedì notte sono stati rinchiusi anche 19 trans dopo una
retata annunciata, non hanno visto cosa è successo perché sono in un altro
settore, ma la loro testimonianza fa capire che protestare là dentro contro
la Bossi-Fini vuol dire anche solo rifiutarsi di mangiare cibo scadente. «Ci
danno sempre una pasta schifosa». Le condizioni di vivibilità all'interno
del centro infatti non sono un segreto per nessuno. Meno di un mese fa un
delegazione dell'Osservatorio su via Corelli era riuscita a entrare e aveva
riscontrato come sempre lo stato pessimo della struttura con poco più di un
centinaio di stranieri costretti a vivere in scatoloni di cemento con
piccoli balconi visitati dai topi. Molti non sanno perché sono là dentro,
per loro è difficilissimo entrare in contatto con un avvocato, vivono al
limite della sopportazione, piuttosto che restare due mesi in via Corelli
c'è chi preferirebbe essere espulso subito ma spesso non ci sono neanche i
mezzi per organizzare i viaggi coatti.

I quindici arresti di venerdì notte sono stati convalidati dal pm Claudio
Glittardi e gli stranieri detenuti a San Vittore saranno interrogati domani
dal gip Beatrice Secchi. Sono accusati di resistenza aggravata a pubblico
ufficiale, danneggiamento e lesioni per una protesta che gli inquirenti
hanno definito «violenta».

Ma sarà difficile sapere com'è andata davvero. «Cercheremo di entrare e di
chiedere agli stranieri - spiega Emanuele Patti dell'Osservatorio su via
Corelli - chiederemo chiarimenti a questura, prefettura e Croce Rossa, poi
confronteremo le diverse versioni. Un lavoro lungo tanto più che le
procedure di accesso per gli operatori sono molto complicate. Almeno in
carcere può entrare la stampa, in via Corelli invece l'accesso è vietato».

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