IN FUGA DALL’ACCOGLIENZA

I suoi gestori si affannano a chiamarlo centro di accoglienza, ma il Regina Pacis di San Foca, chiamato dalla legge centro di permanenza temporanea per immigrati, può trovare la sua definizione solo guardando i volti delle persone che vi sono recluse, e che chiedono libertà da dietro le sbarre.

Alte cancellate e mura, filo spinato, telecamere in ogni luogo e guardiani in divisa che sorvegliano ogni movimento. Rigorosamente si può dire che esso è un lager, dove gli individui vengono reclusi e spogliati di ogni dignità, semplicemente per non avere i documenti giusti, diretta conseguenza della loro povertà o mancanza di mezzi. Se si provasse a leggere quali sono i requisiti richiesti dalla legge attuale e passata, per poter giungere in Italia e negli altri Paesi occidentali regolarmente, si capirebbe che l’essere clandestino è uno stato di fatto, dal quale chi intende fuggire dalla propria terra, per miseria, carestie, guerre o semplicemente perché alla ricerca di condizioni di vita meno odiose, non può sfuggire. Alcuni di questi requisiti prevedono un lavoro regolare prima dell’ingresso in Italia e il possesso di una consistente somma di denaro.

Gli unici gesti di buon senso che si possono effettuare contro questi luoghi, devono essere diretti alla loro distruzione o alla fuga da essi. Alcune settimane fa cinque persone sono riuscite a scappare dal CPT di San Foca e a riprendere in mano la propria vita, negatagli durante il tempo in cui sono stati trattenuti. In altri quindici vi hanno tentato, senza purtroppo riuscirci.

Domenica 11 luglio, dei compagni sono presenti davanti ai cancelli del Regina Pacis per un presidio di solidarietà ai reclusi. Nasce una rivolta all’interno, e quando un immigrato che cerca di scavalcare la recinzione per scappare viene travolto dai guardiani, i manifestanti presenti non restano a guardare: cercano di liberarlo, senza purtroppo riuscirci, e parte la carica dei carabinieri contro di loro, portando all’arresto di Salvatore (che dopo due giorni di carcere è ora agli arresti domiciliari), ed al fermo ed identificazione di altri due compagni.

La solidarietà, quando non è vuoto pietismo o compassione, ma diventa azione contro i responsabili diretti dell’oppressione, si tramuta in un crimine da perseguire e reprimere. L’autorità non può consentire che qualcuno si ribelli di fronte ai suoi sbirri che strattonano, picchiano, arrestano, uccidono, torturano. In più pretende che i suoi zelanti sudditi si facciano poliziotti, come vergognosamente ha dimostrato la maggior parte di coloro che affollavano la spiaggia a ridosso del lager; allenati a volgere lo sguardo altrove, domenica non hanno potuto evitare di accorgersi della violenza delle divise e della voglia di libertà degli immigrati reclusi, schierandosi apertamente dalla parte degli sbirri. Infastiditi per la giornata di vacanza rovinata - loro pagano le tasse -, hanno applaudito la repressione e negato aiuto a chi aveva ricevuto le manganellate.

Ma le intimidazioni, i pestaggi, la minaccia del carcere non bastano a sedare la voglia di libertà degli individui e il rifiuto di una esistenza colma di miseria affettiva, morale e sempre più precarizzata, che porta alla desolidarizzazione e alla guerra tra sfruttati.

Sta a noi scegliere da quale parte della barricata stare.

                                                    Salvatore libero, subito!

                                            Libertà per tutti. Fuoco ai lager.

Nemici di ogni frontiera

C/o Capolinea Occupato   Via Adua - Lecce

www.guerrasociale.org

Sabato 17 luglio 2004 dalle ore 18 alle 23

Presidio contro le espulsioni e i CPT e in solidarietà a Salvatore

a Lecce in via Libertini angolo con piazza Duomo