DAGLI ATRII FUMOSI
DAI FORI CADENTI
![]()
coro atto
III Adelchi riveduto e corretto nel 2006
ovvero:
FRA BOLLITI
RIBOLLENTI E REPELLENTI E MORTADELLE SENZA PISTACCHIO NE’ PEPE;PEPERONCINO,
FIGURATI!
Dagli atrii
muscosi, dai fori cadenti,
Dai borghi,
ristretti in auto stridenti,
Da ADECCO
bagnati di servo sudor,
un volgo
disperso per nulla si desta;
si tappa
l’orecchio,riscuote la testa
Percosso da
tanto crescente romor.
Dai guardi
dubbiosi, dai pavidi volti,
Qual lampo
di tuono da nuvoli folti,
Traluce dei
padri la nota amarezza
Ne’ guardi, nei volti, confuso ed incerto
Si mesce e
discorda lo spregio sofferto
Con
"al culo perenne ci resta la pezza".
(e di sicuro pure il "pezzo").
S’aduna voglioso, si sperde tremante,
Per torti
sentieri, con passo vagante,
Fra destra
e sinistra, s’avanza e ristà;
E
adocchia e rimira scornata e confusa
De’ torvi rivali la turba diffusa,
Che
schifa il reale, che zitta non stà.
Ansanti li vede, mai pigliano ferie!!!
Laccate per
bene le scarse criniere,
Le note
latebre del video cercar,
E quivi,
adusi alla catodica feccia,
Le donne
superbe, pittate le facce
I figli
s-pensosi s-pensose mostrar.
E sopra i rivali, con avido brando,
Quai cani
disciolti, urlando, frignando,
Da ritta,da manca li vede apparir.
Li vede, e
rapito da strano scontento,
Con l’agile
speme precorre l’evento,
E sogna
la fine del loro perir.
Udite! Quei falsi che aspirano al seggio
Che ai
vostri tiranni contendon lo scanno,
Son giunti
da lunge, per torti sentier.
Pur essi
goderon dei prandi festosi,
Assursero
in fretta dai blandi riposi,
Chiamati
repente da squillo guerrier.
Lanciarono
bombe in giro pel mondo.
snobbando
i bisogni del suolo natio
Le donne
accorate, tornati all’addio,
A le
lotte ed i sogni che sbirro troncò:
Han carca
la fronte dei pesti cimieri,
Han poste
manette ai nostri pensieri,
Volarono
torvi sul vostro avvenire.
A torme,
sfornarono leggi assassine
Cantando
giulive canzoni cretine
e i loro
cazzetti pensando nel cor:
Per valli
pietrose, per balzi dirotti,
restammo
all’adiaccio le gelide notti,
Membrando
le fallaci promesse d’amor.
Gli scuri
prerigli di stanze incresciose
(ospedali,
scuole o aule di tribunali)
per lo
schiavo lavor le corse affannose,
il rigido
imperio noi già lo provammo.
Si vider
le lance calate sui petti,
A canto
agli scudi, rasente agli elmetti,
Sentimmo i
manganelli pesanti pestar.
E il premio
sperato, promesso a noi fessi,
Sarebbe, o delusi, rivolger le sorti,
con un
cambio sperar di por fine al dolor?
Tornate
alle vostre superbe ruine,
All’opere imbelli alle auto stridenti,
All'ADECCO
bagnato di servo sudor.
Il forte si
mesce col vinto nemico,
Col novo
signore rimane l’antico;
L’un polo
coll’altro sul collo vi sta.
Dividono i
servi, dividon gli armenti;
Si posano
insiem sui capi incruenti
D’un
volgo disperso che nome non ha.
Vittoria