Giulio Stocchi

 

In tempo di guerra


Giulio Stocchi è nato nel 1944.

Ha studiato filosofia all'università statale di Milano e recitazione all'Accademia dei Filodrammatici.

La sua attività poetica pubblica è iniziata nel 1975.

Da allora, e per molti anni, i suoi palcoscenici sono stati le piazze, le fabbriche occupate, le manifestazioni popolari; oggi i teatri, le sale di conferenza, le università: ma sempre caratterizzando la sua poesia per un originalissimo contatto con il pubblico.

Particolarmente attento alle valenze sonore della poesia, Stocchi ha pubblicato diversi dischi: Il dovere di cantare (Premio nazionale della critica discografica), Punto e a capo, La cantata rossa per Tall el Zaatar (con la collaborazione del musicista Gaetano Liguori), Da sogni e da città sempre con Liguori.

Ha pubblicato presso Einaudi il volume di versi e prosa Compagno poeta.

E’ in corso di pubblicazione presso la CUEC di Cagliari L’altezza del gioco.

Fa parte del Club Psòmega che unisce artisti, filosofi, scienziati nello studio del pensiero inventivo.

Ha partecipato con suoi saggi e poesie ai volumi collettivi Il pensiero inventivo, Milano, Unicopli, 1992 e La vita inventiva, Napoli, ESI, 1998, di cui è co-curatore.


Indice

3                      E il colpo la sorprese

5                      Il dolore degli umili

6                      ahi figlio

7                      Il pioppo al vento

8                      figlio

9                      La semina del raccolto

10                    figlio

11                    Incendiavano tutto

12                    Guarda il telefono

13                    A futura memoria -I-

14                    massacratori di bambini

15                    Ricordi?

16                    figlio

17                    Cenere

18                    Tenere un capo del filo

19                    finché

20                    Notte di questa città

21                    A lungo discussero

22                    A futura memoria -II-

25                    Ma ecco come

26                    Nome mio d'assenza

27                    perché questo silenzio?

28                    Tutto è tranquillo

29                    Di questa morte

30                    Il nodo centrale -I-

32                    C'è sempre

33                    Il nodo centrale -II-

35                    E noi sospinti

36                    A futura memoria -III-

37                    il mio bambino

38                    Non torneremo

39                    e secondo il suo destino

40                    Volgiti a me

41                    Il cielo è alto

42                    Ciò di cui si parla

43                    Come non ha

44                    Il mai fatto

45                    L'acqua scorre

In copertina, Il nodo centrale, quadro di Veronica Menghi.

E il colpo la sorprese

maestosa che volava

nel cielo suo liquido

lenta battendo le ali

nella silenziosa penombra

che il sole a malapena mitigava

illuminando coi suoi raggi

il dardo

che con un breve sussulto

la trafisse durammo

molta fatica a trarre

quell’aquila dei mari a riva

fiera che lottava per sfuggire

al ferro che l’inchiodava

col suo artiglio come

umiliata ci apparve allora

fuori dal suo abisso

cercando di trascinarsi ancora

impotente la fiocina confitta

e la bocca spalancando muta

a maledizione o preghiera

verso il regno di cui fu sovrana

e sferzando l’aria con la coda

invano e subito uno la recise

là dov’era la radice del veleno

ma quella dibattendosi

rifiutava di morire così che

afferrata una grossa pietra

prendemmo a percuoterla in silenzio

che sempre tentava di guadagnare

scampo ed era solo quel silenzio

rotto dai colpi sordi

e l’ansimare nostro finché

con un ultimo guizzo

nera ricadde e immobile

quindi l’animale giacque

di fronte al mare lasciando

una lunga striscia di sangue

che l’onda di risacca

non riusciva

a cancellare

In tempo di guerra


Sentinella, a che punto è la notte?

L’alba sta per venire

ma la notte non è ancora terminata.

Non stancatevi. Tornate.

Domandate

Isaia

Se questo resta com’è

siete perduti.

Il vostro amico è il cambiamento,

Il vostro compagno di lotta

il dissidio

B. Brecht

E vedendo il fumo del suo incendio,

guarderanno da lontano per paura del suo tormento, e

diranno: -Ahi, ahi Babilonia, città eccelsa, città

forte! in un attimo, ecco, è caduta su te la tua

condanna

Apocalisse, 18, 9, 10

Il dolore degli umili i percossi

ingiustamente i pazienti quelli che

sostengono l’architrave del mondo

l’onda che si perde sulle spiagge

un brivido di vento la preghiera

in questa valle gementi o signore

che nella notte si leva tremando

dove passa in silenzio la luna


ahi

figlio

figlio

figlio

che ti porto sulle braccia

e che i tuoi anni mi pesano

figlio

come tre spade d’assenza

per ferirmi il cuore


Il pioppo al vento. Ondeggia e

sogna. Il canto del tordo

alla sua cima echeggia

 

Cerchia di mura lontana. La bruma

ha filato silenziosa la lana. Giorni

e stagioni: bambini e vecchi

 

Naviga lento l’airone nel suo mare di vento

e la domanda: "chi è?" "chi è?" lo insegue,

l’ossessiona, lo spinge, più in alto, più in alto.

La bimba davanti allo specchio smette per un

attimo di giocare con lo scialle della mamma

 

La radio dei vicini borbotta

un incomprensibile oracolo:

cent ab crat mor ter not

est comunque in att

 

Dal ramo il tordo è volato. Il pioppo è solo, quasi

addormentato. Anche l’airone è scomparso.

Nel tramonto, che a stento butta il suo sangue, viene

zufolando per i campi una figura scarna:

agita nella penombra in un gesto largo le braccia


figlio

che t’hanno spezzato

perché io più non veda

la primavera del tuo sorriso

figlio

e dolcemente prendere forma

il tessuto promesso dei giorni

 figlio


La semina del raccolto

 

Coloro che furono

vivi

che amarono

che sognarono

che dubitarono

a braccia larghe

giacciono

sulla terra

con gli occhi

fissi al cielo

 

La voce che grida

pace

si perde nel silenzio

e solo le risponde

un vento

 

Sulle macerie

delle città di coloro

che furono

vivi

che sognarono

che amarono

che dubitarono

traccia

i suoi enigmi

il fumo

 

E si leggono

nella semina

gli indizi

del raccolto


figlio

che t’hanno strappato

per lasciarmi

fra i nodi della notte

muta e senza sonno

figlio

che per nove mesi

ci siamo parlati

tu confidandomi

i tuoi segreti d’acqua

ed io

la terra del futuro


Incendiavano tutto: case

stazzi, capanne, con animali e contadini

ancora vivi dentro

 

C’era tanto fumo nel cielo. Chissà perché

 figlio

ho pensato alle bolle di sapone, agli aquiloni.

Era un martedì

 

Nel piazzale ci hanno messe su due file

e il mio vicino mi ha picchiata col calcio del fucile.

Le vecchie le hanno portate nel bosco.

La spalla mi faceva male quando siamo partite.

Abbiamo sentito tanti spari

 

La strada era lunga. Quando siamo entrate

un soldato mi ha toccato i capelli. C’erano tante

casse con i proiettili, una lampadina

e una branda

 

Dopo, mi hanno dato da mangiare.

Adesso lo facciamo ancora, mi hanno detto.

Non sentivo più niente quando sono andata alla finestra. Le

zolle fumavano, c’era una fila d’alberi lontana e una mucca bianca.

Allora ho pianto


Guarda il telefono

mette una rosa nel bicchiere

si siede

considera i libri sullo scaffale

poi la macchia del soffitto

allunga meccanicamente la mano

accende la radio

canzonette

comunicati pubblicitari

cambia stazione

una voce legge

le notizie dall’assedio

di una città lontana

numeri indifferenti

bambini

donne

sospira

svuota i portacenere

torna a sedersi

spegne la radio

guarda il telefono

 

A futura memoria

 

...dove camminavano i morti

e fatti di cartone erano i vivi

Ezra Pound

 

                        - I -

 

Noi che sapevamo e stringendoci

nelle spalle dicemmo: "figurarsi!"

senza voler credere alla pazzia

e continuammo ognuno i propri affari

intenti fino al crepuscolo del giorno

e distrattamente leggendo ogni mattina

le notizie dell’orrore a venire

come cosa che non ci riguardasse

alla stregua di una catastrofe

remota sulle mappe dell’Africa

o della scomparsa di rettili alati

e che dalle statistiche tuttavia

venivamo esattamente informati

dell’aumento percentuale del tasso

del profitto nell’industria di guerra

e pensammo: "cose troppo complicate:

ci basta combinare pranzo e cena"

e preferimmo intanto nei segni astrali

decifrare il destino e la scommessa

e che mentre si moltiplicavano

gli indizi e la voce da più parti

metteva in guardia eravamo occupati

a disquisire se le dive usassero

o meno indossare le mutande e anzi

infastiditi corremmo a chiuderci

le orecchie con cuffie e con canzoni

ma fummo i primi a consolarsi quando

compiaciuti dei muscoli esibiti

ci sentimmo sicuri col più forte

e che solo borbottammo: "affari loro"

vedendo bombe e missili cadere

su altri come noi con braccia e gambe

e tranquilli dell’alba e del tramonto

tornammo ad affollarci per le strade

e continuammo a camminare in tondo

camminare in tondo camminare in tondo

finché poi non vi fu più nulla


massacratori di bambini

sciacalli delle macerie

tigri per sventrare le donne

tristi macellai

per rompere

squartare

saccheggiare

bruciare

sgozzare


Ricordi?

Fu accanto all’olmo

spaccato

o forse sulla riva

del mare

e ci sorprese il mondo

nella sua persistenza

la linea delle nubi

all’orizzonte

persino

e la nettezza dei colori

e il vento che pareva

un bimbo che corresse

ad inseguire il sole

e poi

improvviso lo schianto

secco della caccia

lontano

e un latrare di cani

e nel folto della macchia

la bestiola che si infrasca

e i passi

e il silenzio

figlio

che tutto intorno

è fuoco e maceria

e fumo

e urla

figlio

che ti porto

sulle braccia

ahi

figlio

figlio

figlio

 

e con tre spade d’assenza

 in fondo al cuore


Cenere

cenere

cenere

 

nel tuo silenzio

  il mio grido


Tenere un capo del filo

ricordarsi dei passi percorsi

e delle svolte

e dei gradini

o di come si è giunti

alle sale in penombra

con le maschere di cartapesta

abbandonate per terra

e ancora la prospettiva

dei corridoi

e i quadri

e le volte

il mozzicone di sigaretta

nei portacenere

un sia pur minimo

indizio

e il brusìo attutito delle voci

una sera

per varcare infine la porta

di quella stanza spoglia

dove insegue il capriccio

delle carte

la saggezza dei giocatori


 

finché

di qua e di là

la loro pace

fra le rovine

andò lungamente beccando

l’occhio sbarrato dei morti


Notte di questa città che sale

da un clamore remoto di strade

ai piedi della vedetta che scruta

l’ora ineluttabile la polvere

disfatta che in cerchio placherà

il franto baluginare di luci

la ripetuta domanda la sfida

babele contro il cielo di vento

scommessa di grida futuro

frusciare nell’erba di serpi

minuscolo anfiteatro d’insetti


A lungo discussero il pro e il contro,

lamentando tutti il disordine che era grande,

la minaccia che li sovrastava. E infine, vennero

a una decisione, gli abitanti delle città

 

Presero ad erigere dovunque strumenti di morte,

e si vide gente mite invocare sangue, e

nelle piazze si levavano i supplizi, e

alla loro paura diedero il nome di giustizia

 

Dunque, ciò che volevano bandire, la guerra,

impose le sue leggi, il suo passo spietato

 

Merce divennero, e numeri, nella conta

ormai dilagante che li inghiottiva, lividi

riflessi di uno specchio muto, affondando,

trascinati loro malgrado nel gorgo:

e il resto, puoi chiederlo al vento


A futura memoria

 

- II -

 

Era di giorno

                        era di notte

                                               era qualcosa

            era assurdo

                                   era un sospiro

                                                                       era una fiamma

era grido

                        era silenzio

                                               era una vampa

                                   era qualcosa

            era vortice

                                   era un vento

                                                                       era lampo

era mattone

                        era correndo

                                               era città

            era piegandosi

                                               era nel ventre

                                                                       era gridando

                                   era dovunque

era contorto

                        era la pelle

                                               era un risucchio

            era svuotarsi

                                   era un bambino

                                                                       era per strada

era dal cielo

                        era nel sonno

                                               era frantume

                                   era un bambino

            era alla gola

                                   era il tempo

                                                                       era ingiusto

era qualcosa

                        era scoppiato

                                               era un braccio

            era acciaio

                                   era una piaga

                                                                       era città

                                   era improvviso

era una culla

                        era nel ventre

                                               era crollando

           

era lunghissimo

                                   era polvere

                                                                       era dovunque

era violetto

                        era correndo

                                               era l’asfalto

                                   era dal cielo

 

            era gonfiarsi

                                   era lo specchio

                                                                       era improvviso

era muro

                        era per strada

                                               era silenzio

            era trave

                                   era sibilo

                                                                       era artiglio

                                   era silenzio

era una mano

                        era lo specchio

                                               era gridando

            era un bambino

                                   era il tempo

                                                                       era scoppiato

era nel ventre

                        era assurdo

                                               era città

            era trave

                                   era dovunque

                                                                       era contorto

era piegandosi

                        era correndo

                                               era gridando

            era qualcosa

                                   era dal cielo

                                                                       era improvviso

era

            silenzio

                        era

                                  città

Ma ecco come il mio malgiorno avvenne

in campo aperto che mi schiantò una lancia

alto impennati contro i cavalli il cielo

polvere roca ed ansimare e sassi

chiudendosi alla mia ferita intorno

d’armi di ferro e di rapaci il cerchio

quella rosa infine con occhi spenti io vidi

e la bella dama e la sua danza e il passo

all’ultimo mio abisso dissigillando il varco


Nome mio d’assenza

mio rimorso Ornella

sete della mia terra

acqua infinita tempo

che non torna sabbia

perduta tra le dita

carovana di silenzi

nella latitudine

d’un ricordo

mio deserto

mio tramonto

mio vuoto

stella d’occidente

verso un cammino d’ombra

e sulla città che brucia

a larghi cerchi il volo

di stormi neri

che il tuo sorriso

ignora


 

perché questo silenzio

che ti posa sulle labbra

come una farfalla di gelo?

E i tuoi occhi

che guardano tanto lontano

dimmi

quale eterno minuto

vanno inseguendo?

Morto!

Morto!

Morto!


Tutto è tranquillo

non è successo nulla

sembra

 

Come al solito

si inseguono

nel buio

le finestre

 

Illuminate

 

Come

al

solito

 

Solo

in lontananza

qualcuno assicura

di avere udito

qualcosa

 

Quasi

un grido

appena


 

Di questa morte che nel sogno ardente

traccia il pensiero o volto

scrutato come interminabile abisso

dove l’eco si frange del tuo nome

amato e sulla sponda degli stagni l’erba

bagnata dalla luna lenta a questo vento

ondeggia e dai regni inconsulti porta

remoto un clamore d’occidente

che nella clessidra si rivolta

delle sue stelle spente


Il nodo centrale

- I -

 

            Stati Uniti del Dollaro                        Strade e grattacieli

ha partorito il dolore

uffici con numeri

e telescriventi

porte

ascensori

scrivanie

e tutte le luci di New York

di San Francisco

di Detroit

 

America superba

costruita sul sangue

di generazioni silenziose

sulla fatica

dell’indio

del negro

del chicano

nata dal massacro

dei figli del cavallo

e della pianura

 

Patria del dollaro e del fucile

quanti dovettero perdersi

nelle miniere del rame

e del salnitro

perché si aprisse

l’inferno dei tuoi bar

dove un intero popolo

di ubriachi

barcolla

di fronte a uno specchio?

 

Come dovette urlare

il negro crocefisso

nella notte di scale e di corde

dei tuoi sabati ardenti

stretto nell’alito del whisky

degli incappucciati

di bibbie e canzoni

prima che il ventre dei supermercati

accogliesse i tuoi figli?

 

Quanti muoiono

nelle piantagioni di banana

del Guatemala e del Salvador variopinti

mentre si accendono e si spengono

le insegne

del tuo milione di nights?

 

Chi terrà il conto

dei proiettili di Cochabamba

dove Bolivia cade trafitta

dissanguandosi lentamente

perché lo stagno

si trasformi nell’involucro

scintillante

dei tuoi week-end sui prati?

 

Che cosa racconta la luna

fra le baracche di Caracas

nelle Villas Miserias di Buenos Aires

fra le scalpitanti favelas di Rio

mentre i tuoi innamorati

si accarezzano a lungo

sulle panchine dei parchi?

 

America dei numeri

e delle moltiplicazioni

calzata metà del continente

nodo centrale

della miseria del mondo

tanto hai scavato

le gallerie del pianeta

che dovunque decretasse

il profitto della Borsa

solo fiato e sudore

divennero uomini liberi

trascinando la ruota

dei tuoi mille ingranaggi

C’è sempre

un muro da varcare

un passaporto

un controllo

il terrore improvviso

di dimenticare

perché ti trovi proprio

in quel posto e non

altrove

la fila lunga

delle valigie

qualcosa da

dimostrare

il respiro degli altri

che avverti

come un’oscura

minaccia

il tonfo di un timbro

sul foglio

che ti concede

di esistere

un neon

una porta

un orologio


Il nodo centrale

        - II -

 

 

Quest’America                                    E questo è il cuore che batte

dai mille impiccati

nelle strade di quest’America deforme

di quest’America che ride e che ruba

che è un immenso ufficio postale

dove si conta e si tracciano

cifre in colonna

dove chi ha è

e chi non ha può crepare

dove i sussidi dai denti lubrificati

mordono la carne del mezzogiorno

dove arrivano messaggi continui

dove si costruisce e si distrugge

e si costruisce per distruggere

dove si cammina

e si cammina

e si cammina

 

Quest’America che è un artiglio

piantato nel cuore

delle terre e dei mari

quest’America che è l’inferno

dei grattacieli

delle insegne

dei bar

dei biliardini

delle autostrade

dei bordelli

delle ascelle sudate

dei pullman

degli uomini vuoti

che masticano gomma

che sputano gomma

che uccidono

che si uccidono

che oscillano da un posto all’altro

che indossano uniformi

che partono verso paesi verdi

che tornano

che non tornano

 

Quest’America

che possiede macchine

e macchine

e macchine

che si specchia

in fondo ad un motel

che si distende su di un letto

che apre le gambe

che si vende

che conta dollari nell’ombra delle latrine

che non riconosce più la pioggia

che ha perduto i tramonti

che fracassa la testa dei bimbi

che incendia

che stupra

che costruisce macchine

per distribuire coca-cola

in ogni angolo del mondo

 

Quest’America

senza sorrisi

senza gonna

senza pietà

quest’America ticchettante

che è divenuta

un’unica società per azioni

con calcolatori

con porte

con uffici

con segretarie

con contabili

con ingegneri

con morte in ogni strada

con schedari immensi

con bandiere

con columbus day

con mayorettes

con pianti

con scale

con guanti senza mani

con camicie senza volto

con scarpe senza piede

 

Quest’America

che suona e che batte

che timbra

che scheda

che calcola

che ha un ventre immenso

che mastica

che digerisce

che caga dollari

che raccoglie dollari

che ripone dollari

in profonde casseforti

quest’America

che va per il mondo

con un pugnale in ogni mano

e cinquanta ferite

ed è la metà senza luce

di tutto il continente

 

E noi sospinti da questo vento strano

con gli abiti cademmo e coi vestiti

brandelli agli alberi impigliati

fiato spento di domande vane

dove luce attendemmo e non fu giorno

ma discesa di gradini verso un mare

che solcano i gabbiani in strida

lunghe alle isole lontane


A futura memoria

 

- III -

 

Come siamo vissuti

così ce ne andammo

 

città

deserte

dopo

di noi

intatte

 

Il ronzio delle macchine

ci sopravvisse

 

nessuno

ci

rimpiange


 

il mio bambino

la mia gioia

la mia speranza

lui che era nato piccolino

ma come un albero

per crescere verso il cielo

per vedere e per conoscere


Non torneremo

 

In questo tempo

che è il nostro

non c’è mappa

non c’è passo

non c’è sentiero

 

Solo

una boccia di vetro

per alcuni

una manciata di neve

un paesaggio lento

 

O una foto

o una lettera

o uno spillo

 

E una corda interminabile

per gli altri che la

tengono la stringono la

percorrono con le dita

 

I più

i terribili

gli implacati

 

Non torneremo

è certo

 

Non c’è mappa

non c’è passo

non c’è sentiero

 

Ma ricordiamo

 

Una moneta consunta

tra i denti

una domanda

 

In questo tempo

che è il nostro

 

Tutti egualmente silenziosi

col viso rivolto alle stelle


e secondo il suo destino

andare per le strade del mondo

il mio bambino

guardate

guardate il mio bambino

e la sua vita

sparsa nella polvere

con tutti i suoi tesori

Morto!

Morto!

Morto!


Volgiti a me ed abbi pietà di me

perch’io son sola e afflitta

Vedi i miei nemici perché sono molti

e m’odiano d’un odio violento

Salmo 25, 16, 19

 

Cani m’han circondato

uno stuolo di malfattori m’ha attorniato

M’hanno spezzato le mani

forato i piedi

Salmo 22, 16

 

E parlano di pace col prossimo

ma hanno la malizia nel cuore

Rendi loro secondo le loro opere

secondo la malvagità dei loro atti

Salmo 28, 3, 4

 

Esaudisci il desiderio degli umili

per far giustizia all’orfano e all’oppresso

Onde l’uomo che è della terra

cessi di incutere spavento

Salmo 10, 18

 

L’empio dice nel suo cuore: Non sarò mai smosso

d’età in età non m’accadrà male alcuno

Egli sta negli agguati dei villaggi

uccide l’innocente in luoghi nascosti

Salmo 10, 6, 8

 

Ma quand’anche un esercito si accampasse contro a me

il mio cuore non avrebbe paura

Quand’anche la guerra si levasse contro a me

anche allora sarei fiduciosa

Salmo 27, 3

 

Poiché il povero

non sarà dimenticato per sempre

Né la speranza dei miseri

perirà in perpetuo

Salmo 9, 18

 

Il cielo è alto

Sulla proda del fosso il cane

Annusa nel vento

 

Cicale sospese

Hanno ripreso il canto

Eco larga luce lenta

 

Nel riflesso dell’acqua

Elusiva un’ala

Lieve disegna

L’arabesco la scia

Al pesce e va via

 

La strada alla campagna

Unisce orizzonte e

Covoni una vestina avanza

Esaudisce una canzone

 

Donerò il mio fiore

A chi lo saprà curare

Nascerà il mio astro nella notte

Zenitale roteando poserà

Ai piedi del mio amore


Ciò di cui si parla e che spesso

si dimentica è che infine

ognuno ha il diritto di abitare

il mondo nel tempo che gli è dato

sapendo che serberà il ricordo

di un fiore forse di un geranio

o di una nuvola quel giorno

come un sospiro sopra il lago

quando si strinsero le mani

in un pegno di speranza

e che il suo compito appunto

sulla terra in nient’altro consiste

se non nel proteggere un fiore

una nuvola un sospiro


 

Come non ha

importanza

smettere di fumare

ad esempio è già

un ottimo

sistema o fare

ginnastica anche

può essere

l’inizio

l’essenziale è

trovare una leva

un appiglio

che ti faccia

esistere

fuori di te

qualcosa con cui

confrontarsi dunque

una resistenza

anche minima

un esercizio modesto

e ogni giorno soprattutto

imporsi di uscire

di casa

dedicare almeno

un’ora

al passeggio

per le strade e le

piazze dove cammina

una possibile

fraternità


 

Il mai fatto

 

 

 

E non più macerie

se dentro di noi scaviamo

per uscire nuovi finalmente

alla vita

la parte dell’ombra sconfitta

da mani scongiuri che si stringono

come fosse la prima volta toccando

ogni cosa

ed inventando nomi con lo stupore

di un’infanzia che si apre al mondo

al vento spargendo i semi del sogno

per gettare le fondamenta di costruzioni

future

che smentiscano la gabbia che ci costringe

in calcoli lunghi

in polvere

in orologi

sbriciolata sabbia

del tempo che c’è dato

dove ognuno guarda

obliquamente all’altro

e distruzione è la legge

frantume la ragione

e odio il risultato

 

Ecco il compito

che ci attende

 

Il

mai

fatto

 

Ciò che renderà

vero

quel che viviamo

vivo

ciò che speriamo


L’acqua scorre

e il sasso resta

 

Con la sua bambola

lungo il fiume

la bimba cammina

sussurra una canzone

...bella da niente

che sarai regina

sarai luna

sarai stella

e il vento ti porterà

via

cucendoti un vestito

di rugiada e di viole

t’affiderò la mia ferita

perché sbocci come un fiore

con te sarò sovrana

dei regni dell’aurora

aquila danzante

alla periferia del sole

erba sottile

accarezzata dall’amore

farfalla taciturna

che s’incendia di colori

bella da niente

che sarai regina

perché il mondo m’accolga

in un riso di stupore...

Con la sua bambola

lungo il fiume

la bimba cammina

sussurra una canzone

 

E il sasso resta

ma l’acqua scorre