GARGANO 1999

 

uguale il mare

dopo trent’anni

le stesse onde accarezzano il corpo

sulla stessa sabbia i piedi nudi

loro sė diversi

dopo tanto cammino

 

uguali gli aromi

della pineta dell’origano del timo

e il tanfo acuto

di frittura e d’immondizie

ed i volti le storie di emigranti

gergo lombardo

nel parlare cantato del gargano

i bambini

corpi bronzei fra le onde

le ragazze

corpi snelli occhi profondi

i ragazzi

corpi goffi occhi furtivi

 

ritmi lenti nel sole

bar sbilenchi di legno e di lamiera

a guardia di migliaia di ombrelloni

 

nell’azzurro i solchi bianchi dei reattori

sogni rapiti di volo da bambino

oggi sinistro incubo di guerra

trentamila missioni di morte

di quei piloti nessuno č innocente

 

qualcosa in pių -

trent’anni fa non c’era

l’ambulante africano o maghrebino

la boutique griffata ad ogni angolo

il portatile appeso

alle membra abbronzate del giovane in carriera

 

qualcosa manca -

le balere le piste

dove ci si perdeva

col cuore che pulsava pių della batteria

stretti al primo amore

o al secondo

i fuochi le chitarre sulla spiaggia

De Andrč De Gregori Guccini i Canzonieri

ed ogni canto un bacio

un brivido di vita

 

son diverse le stelle

erano pių brillanti

o č velato il mio sguardo?

 

un popolo di ombre affolla l’arenile

in controluce

a corpi nuovi

non ancora nati nel sessantanove -

a congiungere i due mondi un io smarrito

fra quelle speranze

e questo dolore rabbioso

 

solo le ombre vedono le ferite

il sangue vivo che fa rosso il mare

suonano amare

le chitarre delle ombre

 

ricordi? tutto il mondo stava esplodendo allora

poi venne Santiago e i gorilla nelle Americhe

la miseria di Gaza e Baghdad

e l’agonia d’Africa

i cannoni di Bosnia

le bombe in Kosovo

il funerale della speranza

l’Ordine Nuovo del Nuovo Millennio

e il suo paradigma

quella cella di morte ad Imrali

 

le stesse onde accarezzano un corpo

di  trent’anni pių vecchio e pių stanco

sempre dal lato del torto

sempre a testa alta

 

quante teste si sono chinate, dio

quanti hanno appreso

a scantonare sparire

nei vicoli tortuosi della vita

o a strisciare nei palazzi del potere

 

cosė alta la testa

che ora dolgono le vertebre del collo

e il cranio č ammaccato incrinato

dalla durezza dei muri

 

trent’anni di ferite

ma non c’č un solo coltello

che potendo, vorrei aver schivato

 

misero

chi non conosce il ferro rovente

del dolore

della disperazione

del dubbio

chi mai ha pianto con rabbia

un morto sconosciuto

compagno fratello

 

bimbo zingaro o clandestino

profugo annegato in questo mare-sepolcro

kurdo indio cileno

torturato

serbo albanese bosniaco irakeno

smembrato da bombe intelligenti

operaio

folgorato schiacciato crollato

 

misero chi non ha mai amato

oppure ha rimosso l’amore

archiviato

fra abiti smessi e foto ingiallite

nell’armadio polveroso

da aprire ogni tanto

e richiudere subito

con un sorriso stentato

 

eppure č dolce

anche sulle ferite

il sale delle onde

la carezza del sole

 

 

 Dino Frisullo