Venti tocchi ad ogni porta
di Lucia mi

Mai come oggi, anche se, con un senso quasi di amarezza,
sono felice di stringerti fra le mani e di ripeterti
insistentemente " ti porterò via di qua".
Dopo tutti questi anni passati insieme, sei diventato tanto piccolo e consunto da starci nel pugno stretto della mia mano .
Quel pugno, che come una bandiera, esprimeva un senso di appartenenza inespugnabile, la nostra lotta .
Lo sai, quello sinistro, che tante volte si è alzato al cielo per gridare giustizia e libertà, per pretendere il diritto alla casa e al lavoro, per denunciare che stavano trasformando il mondo in  un cumulo di sangue e macerie per il piacere dei più forti.
Fin dall'inizio, pensammo che fosse arrivato il nostro turno, per provare a riscattare i più deboli, proprio come i nostri avi avevano fatto per i motti "de su connottu".
Come loro, eravamo disposti ad andare fino in fondo, a giocarci tutto, pur di ottenere la verità e la libertà, che per anni ci avevano negato con le scuse più disparate .
I principi che ci guidavano erano gli stessi, certo in contesti storici ed economici differenti ma di uguale matrice, in questo stava la nostra forza, ma anche nella voglia di mettersi in discussione, con i nostri principi, le nostre idee e i nostri valori .
Avevamo la consapevolezza di voler cambiare le cose, di essere veramente parte del mondo da soggetti attivi e pensanti, non più da oggetti passivi che accettano tutto quello che calano dall'alto, era giunto il momento di agire in prima persona per soddisfare le nostre necessità non quelle imposte dagli altri .
Immancabilmente tornavano alla mente e nelle        discussioni le urla disperate dei miserabili che chiedevano i diritti che i grandi padroni e i politici venduti, avevano vilmente   strappato in nome del denaro, (il loro) .
In nome di un falso progresso fatto, di manovre politiche calcolate, per la resa definitiva dei piccoli contadini e dei servi pastori, a vantaggio dei grossi proprietari.
Avevano cercato di annientare anche la più semplice, sopravvivenza quotidiana, mascherando tutto questo col rinnovamento e miglioramento dell'economia isolana .
Ma la legge sulle chiudende non era bastata, ancora una volta volevano stringerci la corda al collo e metterci l'un contro l'altro, sarebbe bastata una scintilla per far scoppiare la guerra fra poveri per un pezzo di pane .
Ecco quel che ci stava succedendo.
E tu amico e compagno di tante avventure e di tante lotte eri ancora a fianco a me.
Uno dei pochissimi che in tutti questi anni non ha mai avuto dubbi o ripensamenti, che non ha mai tradito né parlato.
Ci siamo incontrati per caso in una campagna triste e desolata della barbagia nella tanca di "tziu Totoni".
Appena ti vidi scavalcai il muretto a secco e ti corsi incontro. Ti avevano abbandonato sopra una "tuppa 'e chessa" o cespuglio di cisto, sfilacciato ma di un color rosso vivo da raggelare il sangue, aggiustato alla bella meglio sei diventato il posto più caldo dove poggiare le mie labbra arse dal caldo e dalla sete, il posto più sicuro dove far calmare il mio respiro ansimante dopo le fughe.
Ricordi, faceva freddo era il dicembre di vent'anni fa, un giorno di tristi presagi, un giorno di piombo............. e infatti dopo aver mangiato e bevuto, quando eravamo ancora seduti intorno al fuoco a discutere animatamente i vari problemi, si sentirono solo pochi passi felpati e il rumore di qualche foglia spezzata, poi si scatenò l'inferno.
Se chiudo gli occhi rivedo i visi, gli sguardi, rivedo l'ovile, sento ancora gli spari e le grida .........
Tentarono di braccarci come cinghiali in una  battuta di caccia grossa, provammo a scappare e a difenderci ma le tute mimetiche invasero la campagna circostante e i secondi diventarono ore, ore violente ed insanguinate, non sembrava davvero esserci via di scampo, poi calò la notte e alla fine un paio di noi riuscirono a salvarsi.
Ci lavammo con le lacrime a lutto delle bestie e ripartimmo quando mi accorsi che anche la luna si era oscurata per non essere testimone dell'infame barbarie .
E tu, come tante altre volte, te ne stavi calato sul mio viso, seduto sopra il mio naso, con i lembi che si abbracciavano dietro le orecchie.
Ogni volta che ti guardo,  le immagini delle nostre avventure, prepotentemente si accalcano nella mente, fino a stordirmi, come un disco  da 45 giri che suona a 78.
Ricordo, quando, dopo aver piazzato l'ordigno nella casermetta dei carabinieri, un compagno scappando si ferì gravemente la gamba e non avendo niente di meglio ti abbiamo usato come laccio emostatico per fermare il sangue , e quando tra un azione e l'altra fungevi da segnale per il via libera , senza che nessuno capisse niente o facesse opposizioni.
Non posso scordare il giorno del processo, quando ci divisero cinque per gabbia e l'unico veicolo per comunicare sei stato tu, un fazzoletto rosso che passava dagli uni agli altri fecondo di messaggi di coraggio e solidarietà  .
Sentimenti, che qualcuno dall'alto del suo sporco benessere non conoscerà mai.
Penso ai giorni in quella caserma di campagna lontano da tutto e da tutti, dentro quella stanzetta squallida con un tavolo ed una sedia , nudi come foglie , tu buttato per terra ed io in ginocchio, in silenzio, solo il rantolio per i dolori e le urla del capitano o   del maresciallo . Aspettavamo impotenti uno schiaffo, un calcio o una manganellata e non aveva più  importanza dove colpisse perché ormai tutto il corpo era tumefatto e grondante di sangue.
Forse tristemente aspettavamo la fine, che ci sembrò arrivare quando un ombra nera con una pistola in mano mi si piantò davanti come un palo, mi infilò quel dannato cannone in bocca  urlando :" Bastardo per te è finita, pagherai per quello che hai fatto , per quello che non hai detto  e mentre tu morirai come un cane, senza che nessuno sappia e nessuno senta, i tuoi compagni saranno fuori a divertirsi perché hanno fatto il loro dovere, dimenticandosi prima di quanto tu possa immaginare questo fatto mai accaduto".
Ma non era così, non eravamo soli e non lo saremo mai stati , altre urla ci accompagnavano, altri rumori sordi e tonfi allarmanti provenivano dalle stanze affianco dandoci coraggio e forza per resistere.
"Non molliamo, teniamo duro" sembravano dire.
L'unica cosa che riuscii ad urlare tutto d'un fiato, come se fosse l'ultima cosa che potessi dire qua giù fu " A morte gli oppressori, fino al riscatto degli oppressi, brutto sbirro maledetto" ...... e il colpo partì................. ma a vuoto, il caricatore era scarico.
Mi passò tutta la vita davanti, pensai ai volantini distribuiti, alle riunioni fatte, ai compagni di lotta, a chi mi avrebbe rimpianto e a chi avrebbe gioito per la mia morte.
Fù come un lampo, una luce fortissima e poi il buio.
In quell'istante sbarrai gli occhi per fotografare la mano assassina  ed esprimere tutto il mio disprezzo per  ciò che rappresentava quell'ordine fasullo, quella divisa, che troppo spesso ed impunemente si era introdotta nei nostri ovili, nel nostro mondo, senza volerlo capire nè conoscere ma con la pretesa di dettarne il bello e il cattivo tempo.
Odiavo la loro violenza che quotidianamente esercitavano, reprimendo anche il più piccolo alito di libertà.
Volevo dire addio senza rimpiangere niente delle mie scelte, volevo dire " compagni non tornerò indietro" .
Insieme abbiamo tentato di dire al mondo, che i tavoli dei ricchi sono truccati che quello che ci presentano non sono mai i giochi reali, ora potevamo dimostrare anche che  i tribunali non giudicano più ma condannano e basta.
Non erano più solo ipotesi o teorie, tutto questo lo stavamo vivendo sulla nostra pelle.
Non potevo rinunciare ad un occasione così grande, mi illusi che lo scontro era appena cominciato, che finalmente potevo far valere la mia opinione, ma troppo in fretta e amaramente capii che i giochi erano finiti per sempre.
Mi girai un poco e ti vidi, eri ancora lì anche tu, il color rosso mi gonfiò il cuore e costrinse il respiro a tornare da dove era venuto, mandai giù la saliva che si era formata ma ebbi l'impressione di avere un blocchetto in bocca. Andò avanti così per più di dieci giorni, con momenti di scoramento e di dolori indescrivibili.
Hanno inflitto qualsiasi tipo di umiliazione, qualsiasi tipo tortura ma ho resistito, l'ho fatto per me, ho resistito per i compagni persi sul campo una notte di vent'anni fa, li ricordo ancora oggi, immobili come statue e caldi come il sole, riversi a terra col viso coperto di sangue, i loro cuori silenziosi non chiedevano e non chiederanno mai vendetta ,   solo giustizia. Li rivedo inermi, in quella terra che gli aveva dato la forza ed il coraggio e che in quel giorno terribile se li era ripresi, ho resistito perché la loro morte non sia stata vana e per voi, per farvi capire, per farvi conoscere.
Perchè la nostra memoria non dimentichi, i tanti senza volto che sono caduti sotto il tallone dei padroni, nelle miniere, nelle campagne e nei cantieri solo perchè credevano nella libertà.
Perciò, non abbiate timore, se ogni volta che c'è la luna bassa, sentirete per quest'anno, venti tocchi alla vostra porta.
Come spesso accade, però, le cose non hanno un percorso chiaro e lineare, fummo infatti individuati come terroristi e non come rivoluzionari.
Ci dipinsero agli occhi del mondo come bestie immonde e senza nessun valore morale .
Ci separarono gli uni dagli altri, ci inflissero pestaggi quotidiani e cibo schifosissimo.
Ci spostarono continuamente da un carcere all'altro con grande dispendio di forze e di soldi dei nostri cari che dovevano raggiungerci e che  dovevano subire, prima dei colloqui, dei controlli vergognosi, per poi poter comunicare con noi esclusivamente attraverso un vetro.
La  forza repressiva del sistema che volevamo abbattere ci era caduta addosso e ci schiacciava senza pietà.
L'intero coro che da fuori le mura carcerarie si batteva con noi e per noi fu criminalizzato e condannato quasi automaticamente .
Ma l'uno non smetteva di dare forza all'altro e insieme abbiamo cercato di venirne fuori, non vi dirò chi ha vinto e chi ha perso, ma soltanto che ci abbiamo provato.
E oggi, mentre corriamo fuori di qui, insieme, siamo pronti a varcare la soglia verso l'ignoto, come tanti anni fa con gli occhi pieni di speranza e ancora una volta come allora domanderemo .................. c'è qualcuno li fuori?




Ringraziamo il comune di Orune, proprietario del racconto per averci permesso di pubblicare