La prima volta che ci vedemmo era una serata d'estate. Venne ad
aprirmi la porta di Onda Rossa, mi disse "ciao", e ci sorridemmo come se ci
conoscessimo da sempre. Sotto in via dei Volsci c'era la solita cagnara rumorosa e
colorata di sempre, le voci entravano dalla finestra aperta: io avevo dei pantaloni rosa e
un foulard blu con stelline luccicanti e tanti ciondoli tintinnanti addosso, lui vestiva
da quasi indiano metropolitano, un indiano straccione e sui generis. Non mi ricordo cosa
ero andata a fare quella sera. Lui trafficava alla consolle coi dischi.
Cico era un compagno da sempre, non come me od altri che ci erano diventati maturando e
facendo le lotte nei collettivi, nei consigli. Lui no, essere compagno, per lui era una
condizione naturale, come l'avesse nel DNA prima ancora di imparare a lottare
politicamente: perché la sua lotta per la vita cominciò da quando venne al mondo.
Cico non aveva un padre, sua madre era proletaria.
Cico crebbe nella "Città dei Ragazzi", e appena poté ne scappò via.
Cico non ha mai avuto un lavoro, era precario prima che sancissero per legge la
precarietà.
Cico non ha mai avuto una donna fissa, non so nemmeno se ne avuta mai una.
Cico aveva la sua fedele cagna Cica che lo seguiva sempre.
Viveva tra la radio e le strade di San Lorenzo. Tutti al bar di Serafina offrivano la
colazione a Cico e a Cica.
Ogni tanto faceva oggetti di pelle e riproduceva cassette. La cosa in cui era più bravo
erano dei fantastici disegni onirici, che ogni tanto mi mostrava: chissà che fine hanno
fatto i disegni di Cico. Poi tornava alla casa popolare di sua madre, allo scalo di San
Lorenzo.
Cico viveva nel movimento come un pesce nell'acqua.
Un'altra serata estiva ricordo, quando andammo a prendere il caffè a Sant'Eustachio , e
io dissi : però voglio anche il gelato!, e ce ne uscimmo portandoci dietro la coppa:
quella coppa ora è il mio posacenere preferito.
Fu un anno duro quello dell'82 per me, Huambo, Cico ed A.. I compagni cominciavano a
disperdersi. E Cico ed A. venivano a cena dove abitavamo io e Huambo : ci facevamo delle
mangiate di pasta condita con cipolla e zafferano, perché i soldi erano pochi, e poi
delle giocate a tresette e scopone scientifico, tra accuse reciproche di barare e delle
gran risate. La porta d'ingresso l'aveva sfasciata la Digos, e un condomino gentile ci
disse, debbo cambiare la porta d'ingresso, se volete vi do quella vecchia.
Una volta stavamo accendendoci la sigaretta tutt'e quattro con lo stesso cerino e io
dissi: e no! Porta male, e la più vecchia sono io!.
Cico era sempre un po stanco e giù di corda, pensavo: è normale, con quest'aria
che tira!
Poi io ed Huambo prendemmo la decisione di andarcene nel profondo sud; Cico era
dispiaciuto, ma ci auguro' buon viaggio.
Non ho più visto ne sentito Cico.
Venni a sapere da A. che Cico aveva il tumore alle ossa, che stava male e non sapeva
dove andare, che lui faceva il possibile per stargli vicino, ma anche lui aveva una
situazione pesante, come tutti noi, e come potevamo fare visto che Cico aveva bisogno di
assistenza continua.
Così il cerchio della vita di Cico si compì e finì in convento: frate, con tanto di
tonsura e tonaca.
Cica scappò dal convento prima che il suo padrone morisse.
Non ho nemmeno una foto di Cico, di lui non mi resta che questo posacenere rubato.
L'ho rivisto, fra tanti compagni, in una cassetta di Agosti e mi si è spezzato il cuore.
Chissà che gli passa per la testa adesso a Cico!
Chissà se qualcuno si ricorda ancora di lui.
Lui non era un leader, non era nessuno, era uno sbandato
Per me è un proletario a cui fu tolta ogni speranza, ogni sogno e il futuro.
Chissà perché sempre più spesso penso a Cico e nell'anima ho tanta rabbia e rimorso.