E’
appena uscito, per i tipi della CUEC (Cooperativa Universitaria Editrice
Cagliaritana) il libro di Giulio Stocchi, L’altezza del gioco.
Quella
che segue è l’introduzione, che abbiamo il piacere di presentarvi in anteprima.
A mo' di introduzione
Conversazione di Massimo A.
Bonfantini con Giulio Stocchi
MAB: Ma come ti è venuto in
mente di fare il poeta? Quando? E perché? E quali sono stati i tuoi primi
maestri? E i primi temi e motivi?
Giulio: Più che venirmi in
mente, la poesia mi è entrata in corpo. Ricordo benissimo:
La sala di Via Sapeto, dalle
parti di corso Genova, con i mobili che mio padre aveva comprato d'occasione da
una famiglia di sfollati quando ancora Milano bruciava nella guerra, il tavolo
enorme, la credenza col soldatino di Capodimonte con cui, malgrado tutti i
divieti, ero solito giocare, e lo specchio che rifletteva l'immagine di un
bimbo, chino sul suo diario rilegato in cuoio, molto anni '50, col ritratto
della Fornarina in copertina. Su una pagina il bimbo aveva incollato la
foto dei suoi genitori, più giovani allora di quanto non sia io adesso. E sotto
quella foto scriveva, preso da una strana agitazione, una sensazione quasi
fisica, di rapimento, di batticuore, di esaltazione. Qualcosa che avrei
riconosciuto alcuni decenni dopo nella parole di Valéry: "Mi sono trovato
un giorno ossessionato da un ritmo, che divenne improvvisamente assai sensibile
alla mia mente...". Un ritmo che cercava delle parole. Fuori dalla
finestra, Milano era ancora una distesa di macerie, su cui qua e là si levavano
le impalcature della ricostruzione.
E il bimbo riempiva quel
ritmo con le parole che erano sue: "Un giorno nella spazzatura/trovai un
mazzo di carte/sporche stracciate fra la segatura...". E la sua vertigine
cresceva: per la prima volta l'universo si era messo in rotazione seguendo il
gioco ingenuo di quelle prime rime: "Mi fecero pena le povere carte/le raccolsi
con cura dalla sozza segatura/le pulii e le posi fra un portacenere e un
fermacarte.." E obbedendo a quella voce che "mi dittava dentro",
seguivo l'avventura del povero mazzo che cercava un'improbabile ascesa sociale
che si concludeva con la condanna del suo ritorno alla spazzatura, sancita da
questa sentenza: "Se sei di bassa condizione/non tentar di andare in
alto/che il fermacarte oggi mi dié gran lezione". Una massima, questa, che
tutta la mia vita futura si sarebbe incaricata di confutare. Ma allora era
quello che mi avevano insegnato, e nello stesso tempo mi invitavano a
trasgredire, gli abiti decorosi e gli occhi tristi di quell'uomo e quella donna
che mi fissavano dalla foto in Piazza Duomo.
E allora, com'é naturale
nella primissima adolescenza, -e ormai conquistato dalla magia di quella voce
che mi aveva toccato nell'infanzia e seguire la quale significava "fare il
poeta"- cercavo altri modelli che mi aiutassero a sciogliere quel
"doppio legame", l'imposizione di una regola e, nello stesso tempo,
l'invito alla disobbedienza.
A stare a quel curioso libro
che è L'angoscia dell'influenza di Harold Bloom, in cui lo studioso
considera la storia della poesia come una lotta che ogni poeta ingaggia (come
fa ogni figlio col suo genitore naturale) con il padre poetico che si è scelto,
il mio romanzo famigliare è davvero complicato. Verlaine, Rimbaud e soprattutto
Baudelaire -il ritratto del quale campeggiava sul mio letto di quindicenne-
sono stati i miei primi modelli. Padri severi, pur nella loro dissolutezza, e
che anzi, proprio col disordine della loro vita mi indicavano la via della
ribellione.
MAB: La poesia è fatta di
suoni, concetti, immagini, che si rimandano in segrete correspondances,
per ricordare Baudelaire.
Ma a me sembra che, prima del
gioco dei simboli, nella tua storia di poeta, di poeta recitante, sia
importante il tuo gioco con il canto, con la tua e le altre voci.
Giulio: In verità le poesie
che scrivevo al ginnasio, quelle dedicate ai primi, timidi, amori erano, ti
assicuro, piene di "corrispondenze", come pure di tutto
quell'armamentario di nebbie, violini, luna, funerali, mendicanti, prostitute,
assenzio che i miei primi maestri mi avevano lasciato in eredità. Le figure del
mio ideale mazzo di carte cominciavano a moltiplicarsi...
E tuttavia la tua domanda
coglie un tratto, e un tratto essenziale, della mia fisionomia: se debbo
ripensare alla mia esperienza di poeta, di cui del resto L'altezza del gioco
è il resoconto che copre l'arco della mia vita, debbo dire che uno dei cardini,
delle fondamenta, se non il cardine e le fondamenta, del mio modo di fare e di
intendere la poesia, sia la mia profonda convinzione circa la primazia, la
priorità della voce sulla scrittura, che della voce è una pallida e, per certi
versi, mutilante trascrizione. Perché solo nella viva voce del poeta -che può
essere naturalmente anche semplicemente voce interiore, che risuona per così
dire nel suo cervello- si articola quel gioco di suono e di senso, o, se vuoi,
di immaginazione e di ragione, che è il gioco stesso della poesia. Sempre
Valery dice una profonda verità quando afferma che la poesia è lo sviluppo di
un'interiezione. Lo sviluppo, appunto: l'edificio della poesia poggia sulla
materialità del suono. Il poeta gioca coi suoni, come facevamo tutti da bambini
e come, fra gli adulti, fanno i "matti". E' questo l'aspetto
propriamente regressivo, "patologico", materiale, della poesia, che
fa del poeta quell'entusiasta, quell'en zeòs, quel pieno di dio, quel
folle di cui parlava Platone nello Ione. La mia vita e la mia esperienza
hanno, da questo punto di vista, una strana e per certi versi straordinaria
coerenza: essere fedele a quel brivido, a quella vertigine, a quel brusio, a quel
suono -in una parola alla "ispirazione"- che s'erano imposti al
bambino che ero con tanta imperativa evidenza e fare di essi lo strumento per
sciogliere quel nodo che ti dicevo.
MAB: Il gioco coi suoni ha in
te, con piena spinta spontanea e con attento esercizio di pensiero, due
relazioni molto importanti: una con la musica, l'altra con l'impegno
etico-politico...
Giulio:
Tutto il resto è venuto, per così dire, da sé: l'incontro con la musica che può
dare frutti solo là dove la voce sviluppi tutte le sue potenzialità per
fondersi o dialogare con gli altri strumenti; la costruzione dei miei libri
come vere e proprie partiture in attesa di un'eventuale esecuzione; la
partecipazione entusiasta ai lavori e agli studi del Club Psomega -che
tu hai fondato e di cui si tratta ampiamente nel libro- proprio perché credo
che la poesia sia una delle forme più alte e originali di pensiero inventivo e
basi le sue invenzioni su quel gioco di suono e senso cui ho accennato.
Per
quanto riguarda la musica, i percorsi dell'invenzione mi hanno riservato non
poche sorprese. L'orchestrazione percussiva di molte mie poesie consigliava,
per così dire, un matrimonio fra le mie parole e le note di molti dei
protagonisti del jazz italiano contemporaneo, fra cui Gaetano Liguori e Arrigo
Cappelletti. Due pianisti dal temperamento molto diverso: esuberante il primo
quanto più introverso e riflessivo il
secondo, definito non a caso il "filosofo" del jazz. Ebbene una mia
poesia, particolarmente frivola e libertina, ha deciso di accompagnarsi prima
all'uno e poi all'altro, facendomi scoprire qualcosa che intuivo, ma che in
quelle frequentazioni un po' malandrine mi si imponeva con l'evidenza che solo
la pratica ha. Come nella vita, quando ci si innamora di uomini o di donne
diverse, ognuno, entrando in risonanza con l'altro, mette in evidenza aspetti
diversi del suo carattere, così la mia poesia rivelava certi tratti di vivacità
spaccona col primo e una sobrietà più contenuta con l'altro. Questo per dire
che la mia creatura reagiva in modo vivo e non stereotipato: un corpo fatto di
suoni e di sensi che si stringeva a un altro corpo fatto di suoni e di sensi.
O, fuor di metafora, due sistemi significanti ed espressivi che interagivano,
condizionandosi a vicenda.
Mi
chiedi infine del mio impegno: a ben vedere, anche la mia vocazione
"rivoluzionaria" ha qualcosa a che fare con la poesia, così come io
la intendo. Se è vero che la poesia affonda le sue radici nel felice e gratuito
gioco dei suoni della nostra infanzia, se è vero che l'infanzia è lo scrigno di
tutte quelle promesse che un'organizzazione livida e feroce della società si
incaricherà di smentire, allora la poesia e il poeta non potevano non essere al
fianco di chi lotta perché i colori dell'infanzia e la sua luce trionfino.
Forse per questo un altro poeta a me caro, Juan Gelman, dice che la poesia è
sempre anticapitalista.
MAB:
Ma tornando alla tua storia, alla tua vita.
Dunque, come hai detto, scrivevi poesie già al ginnasio e al liceo... E poi che cos'hai fatto? Quale
facoltà? E quale scelta di attività, di lavoro, di professione?
Giulio:
Innamorato del suono, della voce, l'unico diploma che mi sia guadagnato è stato
quello di attore, proprio per sviluppare, indagare e sfruttare le capacità
della voce, per restituire attraverso di essa quella materialità del suono di
cui parlavo e che mi ha sempre abitato. Fallito il tentativo di guadagnarmi
un'altra laurea in filosofia per il rifiuto di Spinazzola, il mio professore di
italiano di allora, di accettare il mio
poema come tesi, e stanco di recitare parole altrui, in un'esperienza di attore
che del resto mi è stata utilissima, mi sono presentato, vincendo tutte le mie
possibili timidezze, introversioni e via dicendo, e armato della mia sola voce,
di fronte a uno dei "pubblici" più difficili e tradizionalmente
esclusi dalla poesia: gli operai, gli sfruttati, gli ultimi, gli indifesi.
Un'esperienza unica e indimenticabile che mi rende francamente incomprensibile
l'eterna lagna dei poeti circa la scarsità o la sordità del pubblico. Il
pubblico, gli ascoltatori sono lì. Basta avere la volontà, la capacità e
l'umiltà di presentarsi e avere anche magari la forza di sollevare gli occhi
dal proprio ombelico e guardare il mondo, le sue contraddizioni, i suoi drammi,
la sua ricchezza e la sua speranza. Con questo non voglio assolutamente dire
che la poesia debba essere "civile", "sociale",
"rivoluzionaria" e via tromboneggiando. Quello che voglio dire è che
la poesia può trattare di qualsiasi argomento e chi la vuole rinchiudere
nella gabbia esclusiva del proprio "intimo", della propria
"anima", della propria "individualità", e via
misticheggiando, compie né più né meno che una violenza, come quando si mette
un uomo in prigione.
MAB:
Del tuo poema fai cenno anche nell'introduzione del tuo libro Compagno
poeta, pubblicato da Einaudi nel 1980.
In
questo tuo libro di ora, L'altezza del gioco, che cosa c'è di quel tuo
antico progetto?
Giulio:
Il poema è per così dire l'opera della mia vita, nel senso che mi impegna
ancora adesso. Scritto fra il '69 e il '73, in quegli anni di assemblee,
ragionamenti, manifestazioni, solidarietà, amore che sono il dato
indimenticabile della mia giovinezza, è stato continuamente rimaneggiato,
rivisto, sistemato: dei centoventi e più canti di allora, ne sono rimasti
novanta, alcuni dei quali ho utilizzato, senza il numero d'ordine, ne L'altezza
del gioco.
La
stesura di questo libro mi ha occupato per circa sei mesi, dall'estate del '99
al gennaio del 2OOO. Si tratta, come Compagno poeta, di un prosimero -un
alternarsi cioè di versi e prose che trova nella Vita nova di Dante il
più illustre esempio nella nostra storia letteraria- e di quel mio primo libro
è l'ideale continuazione.
Se
la stesura dell'opera mi ha impegnato sei mesi, i materiali, gli scritti di cui
è composta coprono più di trent'anni: dai canti del poema, alle poesie di
agitazione, a quelle di riflessione o di amore, ai racconti, alcuni dei quali,
come ad esempio Essere come rinati, ho scritto appositamente.
MAB:
Insomma nell'estate del '99, alla fine del millennio, hai ripreso il discorso e
i materiali maturati dopo Compagno poeta.
Il
nuovo libro è come un Vent'anni dopo dumassiano. Con fedeltà e
continuità, con approfondimenti e innovazioni. O no?
Giulio:
Mi trovavo, quell'estate, di fronte a una massa sterminata di materiale: si
trattava di dare ordine, unità, organicità al tutto. E qui è divenuto
protagonista del mio lavoro quello strumento del montaggio inteso proprio in
senso cinematografico. Come dice Pudovkin ne La settima arte: "Con
una serie di tentativi e di prove, e con la cosciente composizione artistica,
il regista crea le 'frasi di montaggio', dalle quali, passo passo, risulterà la
definitiva opera d'arte".
Su
quell'ideale moviola che era il tavolo di cucina della mia casa di Chiavari
prima, e sulla scrivania di Milano poi, si trattava insomma di cucire insieme
epoche, frammenti, maturità, generi e stili diversi. Il principio cui mi sono
ispirato, e del successo del quale non sta a me giudicare, è stato quello di
costruire, attraverso le "frasi di montaggio" che sono gli
accostamenti di cui mi sono avvalso, un discorso che restituisse la mia
immagine e la mia storia, la storia degli anni del nostro immediato passato e
presente, proiettata sullo sfondo di una vicenda mitica, quella degli ulissiadi
e del viaggio per mare che popolano il mio libro, -viaggio per mare
magistralmente illustrato nel volume dalle fotografie di Fulvio Magurno, un
artista ligure di cui la sensibilità di Grazia Neri mi ha proposto e fatto
conoscere l'opera- che desse in un
certo qual modo spessore e prospettiva al tutto. E per sottolineare questa
faticata unità, le citazioni in esergo ad ogni "capitolo" sono, per
così dire, il filo ideale che cuce insieme il tutto: la prima citazione in
esergo a Agli estremi confini è tratta dall'ultima lassa del
libro, L'allodola pazza, e via via tutte le altre prese dai brani che
immediatamente precedono. E che fosse infine il libro anche, e forse
soprattutto, il resoconto di un certo modo di fare e di intendere la poesia.
Quel
gioco cioè, la cui altezza ho voluto ricordare nel titolo e che costituisce,
ove riesca, quella che io, non credente, chiamo "la gloria di dio", e
cioè la voce dell'uomo che supera la sfida del tempo e della morte.
MAB:
Quanto contano nel tuo lavoro, come ispiratori e voci con te dialoganti, Neruda
e Majakovskij?
Giulio:
Neruda ha posato sulle mie labbra le parole con cui per la prima volta mi
avventuravo alla scoperta di quel continente che è il corpo di una donna e mi
ha lasciato per sempre in dono lo sguardo lirico con cui mi volgo al mondo.
Majakovskij mi apparve come un gigante, non solo per la statura che ebbe in
vita, ma per quel suo impegnare tutto se stesso, il suo corpo e sopratutto la
sua voce, per dare forza e vigore alle sue parole, quelle parole con cui si
presentava alle assemblee operaie, ai soldati, ai contadini, ai proletari del
suo tempo. Una lezione indimenticabile, che ho cercato di mettere a frutto
nelle mie poesie di piazza, nel contatto che per tanti anni ho avuto con le
masse di questo paese e per cui Nico Orengo, non senza ironia, aveva
intitolato, su "Stampa libri",
un articolo che mi riguardava, Majakovskij alla Bovisa. Aver
portato la poesia in quei grigi quartieri è il mio orgoglio e il mio onore.
MAB:
La didascalicità di Brecht, e talora anche di Dario Fo, l'invettiva beat e il
cantare delle immagini di Breton e forse di Queneau mi sono spesso sembrati
tuoi nutrimenti, seppure sempre ripresi secondo una tua cifra inconfondibile,
lirico-epico-popolare, con un sapore esistenziale ed espressionista alla
Tessa...
Giulio:
Brecht mi ha fatto capire come fosse la poesia anche ragionamento di estrema ed
efficacissima acribia mentre, all'altro capo del filo, i surrealisti mi
svelavano la ricchezza dell'abbandono al gioco della lingua con la loro
scrittura automatica foriera di imprevedibili scoperte con i suoi bizzarri
accostamenti. Un altro dei territori,
le sterminate lande della metafora, i regni dell'analogia, che ho continuato
instancabilmente a percorrere. Mentre l'urlo di Ginsberg e dei suoi sodali,
oltre a rivelarmi il volto di un'America diversa da quella degli psicopatici
che oggi risiedono alla Casa Bianca, mi ha indicato, nelle sue cadenze e nelle
sue dissonanze, la strada di un accostamento alla musica, al jazz in
particolare, come ti dicevo.
Ma,
a proposito di Dario Fo voglio raccontarti un aneddoto gustoso. In quel periodo
tormentato in cui praticamente vivevo sulla soglia di casa mia, senza ancora
risolvermi a varcarla e iniziare quell'esperienza di poesia di piazza che per
tanti anni mi ha visto percorrere questo paese, un giorno ho telefonato a Dario
per chiedergli un consiglio, un parere. Dopo estenuanti trattative, rinvii,
ripensamenti, finalmente Dario acconsente a ricevermi all'una di notte, dopo lo
spettacolo, a casa sua, che allora era in Piazza Baracca vicino a dove abito
io. L'attore mi riceve in cucina, dove insieme a Franca Rame sta sgranocchiando
un panino. Guarda un po' perplesso la valigia il cui peso mi faceva sbilenco;
un'ombra di panico gli corre negli occhi quando vede la massa sterminata di
fogli del mio poema che tiro fuori da quella specie di bauletto; obietta
infastidito che essendo lui un attore non c'è bisogno che il poema glielo legga
io; si rassegna alla mia determinazione e dopo circa un minuto, proprio quando
la mia voce con le sue armoniche più flautate e persuasive si avventurava
"in un delirio di stelle e di alberi", mi interrompe, dice che un
proletario non avrebbe mai usato la parola "delirio" e mi congeda con
una pacca sulle spalle e qualche frase di cortesia. Salvo poi, alcuni mesi dopo
quando, fatto il gran passo fuori da casa mia, mi aveva ritrovato sul palco di
un comizio, presentarmi con un: "Ascoltatelo bene: questo è un ragazzo che
vale molto", che ricompensava l'incomprensione di quella sera e
riconosceva la mia cifra inconfondibile, alla Tessa, come dici tu...
MAB:
Ma parliamo un poco dei nostri classici. Io penso che come giustamente diceva
Carrà per la pittura, che bisognava ripartire da Giotto, così penso che ogni
poeta italiano debba ripartire da Dante. E radicare il suo moderno impegno
nella linea Parini-Leopardi. E poi?
Giulio:
Dei nostri grandi, Dante è stato per così dire il "miglior fabbro",
il mastro architetto che mi ha fatto capire come ogni libro, ogni poema, ogni
poesia, sia un edificio da costruire con l'esattezza e la pazienza dei vecchi
artigiani; debbo ricordare che, accanto a Dante, Petrarca, mi ha confermato
come la poesia -ma del resto anche l'arte e la cultura- sia in ultima analisi
la sola sfida alla morte che uomo possa con successo lanciare; di Parini mi ha
sempre affascinato lo spirito corrosivo, la sapienza con cui, con pochi tratti,
restituisce personaggi a tutto tondo, come la dama, il cicisbeo, il debosciato
della sua straordinaria descrizione della festa di una società estenuata e
corrotta, per tanti versi simile alla nostra;
e infine Leopardi, l'empirista e l'unico vero materialista della nostra
storia letteraria, come dice Brioschi, m'ha mostrato, al pari di Brecht, come
il pensiero possa distendersi nelle cadenze dei versi in una forma altrettanto
precisa della filosofia che ti è cara e di cui mi sei maestro.
Ma, si
parva licet, c'è una grande affinità fra i Canti di Leopardi ed il
libro che vi apprestate a leggere. Una affinità formale che riguarda la
coralità delle voci che nelle due opere si affacciano: Giacomo, Bruto, Saffo,
il pastore errante, Simonide... nei Canti. Io, Calcante, Monsieur
Aghion, Margherita, Ulisse... ne L'altezza del gioco. E un'affinità
sostanziale perché entrambi i libri hanno come protagonista il tempo, e il
tempo inteso non come aivn, il tempo trascendente dell'essere, ma proprio come cronos, il tempo che ci va dissipando e sfuggire al quale,
come dicevo poc'anzi, costituisce per un poeta, per un artista la posta più
alta del gioco.
MAB:
Io so bene che gli artisti e gli scrittori veri non riconoscono maestri nei
loro contemporanei. Mio zio Sergio Bonfantini, il pittore, aveva però
considerazione per qualche connazionale più anziano: per certi temi o
'trucchi', beninteso, più che per la poetica o la visione del mondo in
generale. Così, stimava Sironi rilevante, e persona da cui aveva imparato più
che dal suo maestro 'di bottega' Casorati.
E
tu? Da chi hai imparato? Da Montale non direi. E fra gli stranieri? Hai un
debito forse un po' strano con Ezra
Pound? E, magari più riconoscibile con certo Enzesberger?
Giulio:
E invece da Montale ho imparato molto, il senso della misura, della decenza in
un'epoca di tromboni e cartapesta come quella in cui scriveva durante il
fascismo. E proprio in questo mattino presto di giovedì 20 marzo 2003, mentre
da poche ore è scoppiata una guerra dagli esiti imprevedibili, e comunque
catastrofici, la sua lezione mi torna
in mente ancora più forte di fronte alla galleria di piazzisti, pagliacci,
delinquenti che la televisione ci mostra ogni giorno e che sarebbe la classe
dirigente di questo sventurato paese. Senza contare il mio tema preferito, il
rapporto suono-senso: "Buffalo", dice da qualche parte
"Eusebio", "e il nome agì..."
Fortini,
che ho avuto la ventura di incontrare per la prima volta a 18 anni in certi
garage frequentati dai Quaderni rossi, dove la mia ribellione cominciava
ad assumere sfumature rivoluzionarie, è stato invece l'esempio dell'impegno, di
quell'engagement che Sartre ci aveva insegnato e di cui Franco è stato
il campione più coerente fino all'ultimo in Italia.
Con
"Zio Ez" il debito c'è, e come! Mi ha insegnato che la poesia è un
edificio che può essere costruito coi materiali più disparati, nessuno dei
quali è, a priori, "antipoetico", come vorrebbero i piccoli orfei
nostrani. E poi, come non avere simpatia per un poeta il quale a Mussolini che
gli chiedeva "Pound, cosa posso fare per voi?", durante un incontro
che l'americano aveva a lungo mendicato, rispondeva: "Non fate la guerra
Duce: lasciatemi il tempo per finire il mio poema"?
Enzesberger
è stato per me il conservatore che ha consegnato la storia del novecento in
quel vero e proprio museo delle cere che è il suo Mausoleum. E serbare
la memoria non è forse uno dei compiti della poesia che, non a caso, gli
antichi consideravano figlia di Mnemosine?
E
infine Nanni Balestrini: è stato un incontro tardivo, attorno agli anni 80,
quando ormai pregi e difetti mi si erano consolidati nel volto e nella
fisionomia che mi sono costruito. Ma non meno significativo quell'incontro
perché, da una parte mi confermava l'importanza di quello strumento del
"montaggio" di cui ti parlavo e dall'altra mi rivelava la possibilità
e la capacità della cosiddetta "avanguardia" di uscire dal recinto
degli spettrali ed esangui cruciverba cui spesso si condannava, e sciogliersi
in un canto civile ed appassionato, come avviene in Blackout.
Tutta
quella folla che, nel poemetto di Nanni, si riversa per le strade, nella New
York del black-out del '78, e sfascia, e rompe, e ride e canta è una
delle immagini più potenti di ciò che succede quando quelli di "bassa
condizione", come dicevo nei miei lontani versi infantili, acquistano
coscienza della loro forza.
Così
come il canto della mia Allodola, che conclude il libro che state per
aprire, rovescia le certezze che mi erano state insegnate da bambino, paga la promessa
che ho fatto alla rassegnazione dei miei genitori e attesta che la rivoluzione
è avvenuta. Almeno in poesia.
Ma
non dice Kunert che dietro la poesia avanza il futuro?