AGGRESSIONE AI BALCANI, FASE 2: L'EMBARGO

 

"Il simbolo della quarta guerra mondiale è un enorme
muro che passa dal Rio Grande in Messico alla Turchia,
per Gibilterra e poi su tagliando fuori l'Europadell'Est; e poi ancora tra Australia, Giappone, AsiaOrientale..."


L'embargo continua, perché bisogna punire la
Jugoslavia: fino a che non si piegherà alla democrazia
imposta, chinerà il capo, ammetterà l'eresia commessa
e accetterà le meravigliose ricette previste dai
grandi della Terra per quell'angolo di mondo.
Embargo: un'altra forma di guerra, oppure la sua
continuazione.  Non certo la fine del conflitto
pianificato per ridisegnare i Balcani, la fine della
guerra dell'"emergenza profughi" come vorrebbe la
ministra Rosa Russo Jervolino.
Embargo: da nove anni contro la Serbia, dove manca non
solo lo zucchero o la benzina, ma persino gli aghi da
cucire, oppure i ricambi per gli impianti di
potabilizzazione dell'acqua. Nel regolamento attuativo
delle sanzioni nei confronti della RFJ, la Commissione
europea ricorda infatti che, in base alla posizione
comune (99/318/PESC) gia' adottata dal Consiglio il 26
aprile, il divieto di esportazione va applicato a
tutti quei "beni, servizi e tecnologie atti a riparare
i danni causati a impianti, infrastrutture o
attrezzature utilizzati dal governo della Repubblica
federale di Jugoslavia". In un'economia statalizzata
ciò vuol dire fermare tutto, dai forni per il pane
alle grandi centrali di riscaldamento per intere
città, ai generatori e agli acquedotti che forniscono
di beni essenziali - calore ed acqua potabile -
ospedali, fabbriche, aziende agricole e scuole. In
nome del diritto umanitario internazionale, si
vogliono sottoporre a embargo anche "gli strumenti ed
apparecchi per analisi fisiche o chimiche, i contatori
di gas e liquidi, le valvole di sicurezza e le
guarnizioni", cosi' che non si possano misurare i
danni ambientali provocati dal bombardamento degli
impianti petrolchimici, né riparare gli impianti per
metterli in condizione di sicurezza. Un'altra guerra,
a noi ignari nascosta.

In Asia da 10 anni l'Iraq vive sotto embargo, dopo
essere stato rifornito per decenni di armi e
tecnologie occidentali quando ciò tornava utile per
contrastare il mostro islamico Iran nonchè per
nascondere dentro i suoi confini la questione kurda.
Con una stima ONU di almeno un milione di morti,
niente medicine, niente acqua, radiazioni e metalli
pesanti dappertutto, fame nera.
Da decenni embargo per Cuba, Corea del Nord, intere
zone dell'Africa, a seconda degli interessi politico-
economici del momento.  Milioni di morti sulle
coscienze dei certosini costruttori del Nuovo Ordine
Mondiale, in nome del profitto e della rapina
economica, dell'omologazione culturale, della
pianificazione dello sfruttamento del pianeta. Due
miliardi di persone entro il 2020 dentro il mercato
unico mondiale è un piano ONU (non solo USA, quindi),
frutto di un accordo stipulato un anno orsono al
summit di Ginevra "Geneva business Dialogue" tra la
Camera di Commercio Internazionale (presidente lo
svizzero Helmut Maucher, anche presidente della
Nestlé) ed il segretario generale ONU Kofi Annan:
tutti dentro, costi quel che costi. Chi non si omologa
paga: guerra, embargo, miseria sparsa a piene mani,
per calcolo economico. E una massa informe di
popolazioni in fuga, vittime di guerre tra poveri e
repressioni e vendette di governi fantoccio e di
dittature 'illuminate' perché utili al bene supremo:
il Mercato.

Quando questi popoli in fuga vengono a chiedere il
conto trovano un muro. Il simbolo della quarta guerra
mondiale è un enorme muro che passa dal Rio Grande in
Messico alla Turchia, per Gibilterra e poi su
tagliando fuori l'Europa dell'Est; e poi ancora tra
Australia, Giappone, Asia Orientale.
In Europa questo muro si chiama Shengen, campi di
espulsione, numeri chiusi per gli esclusi dalla grande
festa di fine millennio, a Londra come a Milano ed ora
a Bologna. Esclusi da tenere fuori dalle nostre belle
città a qualsiasi costo, con costi aggiuntivi a quello
della guerra guerreggiata: rafforzamento delle forze
di polizia, militarizzazione del territorio, flotta in
Adriatico in servizio continuo, spese per le
detenzioni ed i rimpatri. Costi reali che saranno
pagati con la solita moneta: tagli allo stato sociale,
precarizzazione e massima flessibilità del lavoro, per
chi ce l'ha. E risorse stornate alle imprese (ai
padroni) che, perso il mercato jugoslavo, vanno ora
indirizzate verso la nuova frontiera, il nuovo far
west, Albania e Montenegro - oppure Turchia o altrove,
dovunque la forza lavoro abbia un costo irrisorio e
dove onestà imprenditoriale (?), sicurezza su salute e
salario, legalità e giustizia, prospettive certe di
vita e di istruzione siano semplici optionals.

Garantire questi diritti fondamentali avrebbe dovuto
essere il compito primario di un vero, onesto
intervento umanitario in quelle terre balcaniche,
compito già svolto da decenni dalle organizzazioni di
volontariato più serie e indipendenti, cacciate a
forza dall'intervento Nato senza che l'ONU muovesse un
dito per imporre una sua autonoma autorità
decisionale.
Ora là vediamo invece terra bruciata, legge del più
forte sotto gli occhi della Kfor, e montagne di
container di 'aiuti umanitari' abbandonati sui moli
pugliesi a marcire sotto il sole: la Missione
Arcobaleno, foglia di fico per i nostri generali e
ministri bombardieri. Ammassi di medicinali e
vestiario pronti per il macero oppure, forse, cassoni
vuoti, mai riempiti perché non arrivassero in nessun
luogo tranne che alla mafia sud-adriatica per
rifornire di armi e fondi l'esercito di liberazione
(?) del Kosovo, l'UCK. Dove ora circola il marco
tedesco e non più il dinaro della Jugoslavia di cui
tuttora, documenti ONU alla mano, il Kosovo fa parte
come provincia autonoma della Serbia. Da cui fuggono
serbi e rom e chiunque non abbia collaborato con i
'liberatori' e non abbia applaudito alle bombe Nato.
Cacciati dalla propria terra ma non più considerati
profughi, perché la guerra, ufficialmente, è finita -
anche se ufficialmente non c'è mai stata. Ora sono
solo 'clandestini' da ricacciare in mare, appestati da
cui liberarsi alla svelta, e per i quali i viaggi
aerei di (non)ritorno valgono i miliardi dell'erario,
e i numeri chiusi di cui farneticano i Guazzaloca a
Bologna, gli Albertini a Milano, i Blair a Londra.
Fino a quando non torneranno utili a far accettare
all'opinione pubblica qualche altra 'ingerenza
umanitaria'.
Ora, della missione Arcobaleno si stanno occupando i
giudici: due inchieste della procura di Brindisi sulla
conduzione e gestione del materiale raccolto e su un
giro di prostituzione nel tanto decantato campo
profughi di Comiso, che coinvolgeva sia operatori
volontari che forze dell'ordine, e un'altra inchiesta
per accertare la destinazione dei fondi raccolti sul
conto della missione Arcobaleno, sulle lacrime di
coccodrillo della brava gente del Belpaese già pronta
a dimenticare la prima, sporca guerra sub-imperiale
europea .


Giorgio Ellero --- "Il Lavoratore",