di Salvo Mica

Cioccolato: ovvero quando il padrone richiama il cane

Sconfitti i sostenitori del cioccolato doc. L'Europarlamento di Strasburgo, chiamato oggi a decidere se il cioccolato europeo dovesse rimanere puro o invece venire "tagliato" con sostanze diverse dal burro di cacao, ha deciso, chiudendo una battaglia durata anni. E ha approvato quella che era la "posizione comune" dei governi Ue, già sposata da sette paesi dell'Unione, approvando la direttiva che consente l'aggiunta di un cinque per cento di materie grasse vegetali diverse dal burro di cacao, l'unica ammessa dai buongustai.

E' la sconfitta del cioccolato DOC, quello puro, per sostenere il quale a Strasburgo era arrivato anche un re, Kouadio Boffouo. Sovrano di una delle principali regioni produttrici di cacao della Costa d'Avorio e del mondo intero, Boffouo si era schierato con i puristi.

Un fronte, quello dei paesi "meridionali" d'Europa (Italia in testa) che ha perso su tutta la linea. Non solo hanno vinto i "nordisti", ma la maggior parte degli emendamenti appoggiati dal relatore, il verde Paul Lannoye, sono stati respinti stamattina nell'aula di Strasburgo. Non è passata così nemmeno la richiesta di una indicazione chiara sull'etichetta della presenza d’altre materie vegetali.

Una questione stupida, insulsa troppo pubblicizzata secondo molte persone. Del resto 5% più o meno non cambierà il mondo. In parte e’ vero. Può interessare solo a chi è morbosamente interessato al cioccolato. E a chi non pensa solamente al proprio orticello, e quindi immagina che questa decisione provocherà grandi sconquassi nell'economia del sud del mondo. Ovviamente il sottoscritto è uno di questi.

Ma l’analisi della situazione mondiale in generale ed europea in particolare può e deve partire da queste piccole cose, che ovviamente possono risultare piccole e trascurabili solo alle persone superficiali e disinteressate. La commissione europea in quest’occasione ha mostrato chiaramente chi è che conta, chi in realtà prende le decisioni. I paesi del sud perdono e i paesi del nord vincono. Questo ci hanno detto i giornalisti, celando i veri responsabili ovvero: le multinazionali che guadagneranno più di quanto guadagnavano prima; miliardi su miliardi. Questa decisione fa comprendere cos’è in realtà la commissione europea, chi rappresenta, non i popoli, ma di questo ne eravamo già tristemente consapevoli, ma neanche i rappresentanti delle nazioni legalmente designati; rappresenta i poteri forti, rappresenta il capitale che adesso riesce a scavalcare le regole democratiche faticosamente guadagnate nei secoli per ottenere ancora più di quello che già possiede. Per adesso si parla di cioccolato, l’anno prossimo si parlerà del vaccino dell ’ HIV che le multinazionali farmaceutiche vorranno privato e brevettato , disponibile solo a clienti paganti. Nessuno di noi può qualcosa contro questa tendenza. Viviamo in realtà sotto una dittatura falsamente mascherata da democrazia , ogni tanto, quando la situazione lo richiede ,la maschera della democrazia cade , lasciando intravedere il volto mostruoso della illiberalità dell’imposizione e della reazione in definitiva del capitale. Questo mostro di buonismo intriso di valori "democratici" che ci propinano in televisione a partire dai telefilm tutti rigorosamente yankee per finire con le pubblicità della Mcdonalds , continuerà ad imperversare indisturbato fino a quando i popoli non si renderanno conto della effettiva situazione. Noi come movimento antagonista isolato , faremo di tutto per cercare di rompere le uova nel paniere ai signori del pianeta. Nel caso particolare l’unica arma che possiamo e dobbiamo usare e’ l’informazione. Abbiamo il dovere di informarci e informare tutte le persone che non vogliono mangiare merda "omologata agli standard europei" sulle marche e sulle multinazionali che adopereranno questi oli vegetali al posto dal burro di cacao.

Ovviamente questa decisione della commissione europea non è stata presa dall’oggi al domani c’è stata una lunga battaglia su questa questione che comincia dal 1973 per finire pochi giorni fa con il risultato peggiore che potessimo immaginare. Ripercorriamo le tappe salienti della questione cioccolato.*

 

La direttiva 73/241/CEE concernente il cacao e i prodotti al cioccolato è stata approvata nel 1973, dopo l'adesione di Danimarca, Irlanda e Gran Bretagna alla CEE. La direttiva stabiliva definizioni e regole relativamente a composizione, norme di produzione, confezionamento ed etichettatura dei prodotti, allo scopo di garantire la libera circolazione delle merci nella CEE, oggi divenuta UE.

Il provvedimento proibiva l'impiego di grassi vegetali diversi dal burro di cacao (Cocoa Butter Alternatives - CBA) per la produzione di cioccolato. A Danimarca, Irlanda e Gran Bretagna, che già dagli anni '50 impiegavano grassi vegetali con percentuali fino al 5% del prodotto finito, veniva concessa una deroga di tre anni a tale divieto, la direttiva cioè non si sarebbe sovrapposta alle disposizioni di legge nazionali che all'epoca autorizzavano o proibivano l'aggiunta di grassi vegetali diversi dal burro di cacao. La CEE non ha ritenuto sufficienti i dati tecnici ed economici disponibili in quel momento per deliberare sull'uso estensivo di grassi vegetali nel cioccolato attuato da quei paesi.

La seconda concessione in favore di Irlanda e Gran Bretagna, che a tutt'oggi resta controversa, riguarda la denominazione di cioccolato al latte. La direttiva permetteva a questi due paesi di continuare a produrre per il territorio interno cioccolato costituito per il 20% da cacao e per il 20% da latte, e di chiamarlo "cioccolato al latte" (benché gli altri stati membri definissero il cioccolato al latte come composto per il 25% di cacao e per il 14% da latte). Quando Irlanda e Gran Bretagna esportavano questo cioccolato negli altri stati membri, la confezione e l'etichetta dovevano essere modificate e riportare la dicitura di "cioccolato al latte ad alto contenuto di latte", o altrimenti di cioccolato per il consumo domestico.

Benché la stessa CEE ammettesse che tale direttiva tendeva a impedire la libera circolazione di prodotti al cioccolato e causava una concorrenza sleale tra i produttori, fu soprattutto a seguito delle insistenze della Association of the Chocolate, Biscuit and Confectionery Industries della CEE (CAOBISCO, associazione delle industrie produttrici di cioccolato, biscotti e dolciumi) che nel 1983 la Commissione Europea propose di rivedere la legislazione vigente, al fine di lasciare agli stessi stati membri la decisione di autorizzare o meno l'aggiunta di oli vegetali alternativi nel cioccolato prodotto, tenuto conto del fatto che presto sarebbe stato disponibile un metodo per accertare presenza e percentuale di grassi vegetali contenuti nel cioccolato. La risposta del Parlamento Europeo fu inequivocabile e arrivava alla seguente conclusione: "La direttiva [proposta] va a detrimento dell'interesse dei consumatori europei come pure dei produttori di cacao, è contraria all'Accordo Internazionale sul Cacao e favorisce solamente l'industria dolciaria".

Nel 1993 la Commissione Europea ha avviato un'ulteriore revisione della direttiva per soddisfare una richiesta in tal senso da parte del governo tedesco; peraltro anche la CAOBISCO e le compagnie produttrici di oli vegetali avevano continuato a sottolineare come la direttiva, così concepita, portasse a situazioni di concorrenza sleale. La revisione della direttiva si è resa comunque indispensabile con la ratifica del Trattato di Maastricht e con il Summit di Edimburgo alla fine del 1992, che stabilivano la nascita del mercato unico europeo e la libera circolazione delle merci. Da allora in poi tutti i prodotti al cioccolato (indipendentemente se contenenti o meno grassi vegetali) potevano circolare liberamente in tutti gli stati membri senza doverne modificare la confezione. Dato che nel 1993 il Portogallo modificò la propria legislazione per consentire l'impiego di grassi vegetali e che nel 1995 hanno aderito alla CEE anche Austria, Finlandia e Svezia, andò delineandosi una situazione per cui, nonostante un divieto generale d'impiego di grassi vegetali, otto stati membri - Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Lussemburgo, Olanda e Spagna (ovvero il 71% dei produttori di cioccolato nell'UE) -, non ne consentivano l'uso, mentre gli altri sette - Austria, Danimarca, Finlandia, Irlanda, Portogallo, Svezia e Gran Bretagna - lo consentivano.

La Commissione Europea ha presentato la propria proposta di riforma del provvedimento nell'aprile 1996, con l'obiettivo di conciliare i tre aspetti chiave, ovvero sussidiarietà, libera circolazione dei prodotti e informazione dei consumatori. In sostanza la Commissione ha proposto quanto segue:

Art. 2 - Gli stati membri possono autorizzare l'aggiunta di oli vegetali diversi dal burro di cacao per quei prodotti al cioccolato ... Tale aggiunta non può essere superiore al 5% del prodotto finito, una volta dedotta dal peso totale ogni altra sostanza commestibile impiegata ..., senza ridurre il contenuto minimo di burro di cacao o il totale di cacao intero. I prodotti al cioccolato che contengono ... grassi vegetali diversi dal burro di cacao possono essere commercializzati in tutti gli stati membri, a condizione che la loro confezione .. riporti l'indicazione chiara, neutrale e obiettiva della presenza di tali sostanze ... in aggiunta all'elenco degli ingredienti.

Nella premessa alla proposta la Commissione rammenta che è ammesso fare riferimento all'assenza di grassi, purché ciò non tragga in inganno gli acquirenti.

Riguardo al cioccolato al latte non è stata avanzata alcuna proposta di modifica al sistema attuale.

Codex Alimentarius

Parallelamente all'UE, il Codex Alimentarius, un organismo congiunto di FAO e OMS, è anch'esso impegnato nella modifica dei propri standard relativi ai prodotti contenenti cacao e cioccolato. Appoggiato dalla delegazione britannica e dalla CAOBISCO, il Codex Alimentarius ha proposto di consentire l'impiego di grassi vegetali fino al 5% del prodotto finito nonché di ridurre il contenuto minimo di cacao nel cioccolato al latte dal 25 al 20% (così come proposto dalla Commissione UE nelle prime bozze di legge). Tuttavia nell'ultimo incontro, svoltosi in Svizzera tra settembre e ottobre 1996, il Codex Alimentarius ha acconsentito a non modificare la definizione di cioccolato al latte e a rinviare ogni decisione sui grassi vegetali alla prossima sessione del 1998.

 

 

Possiamo notare chiaramente una linea di massima che l’UE ha seguito , inizialmente ha ostentato protezione verso i consumatori vietando la commercializzazione di cioccolato con l’aggiunta di grassi vegetali e ha dato una deroga di tre anni alle nazioni che già ne facevano uso(Irlanda , Gran Bretagna e Danimarca ) successivamente ha dovuto cedere alle pressioni della CAOBISCO che proponeva di stabilire che ogni nazione avrebbe potuto decidere autonomamente se consentire o meno l’aggiunta di oli vegetali , la risposta dell’UE fu negativa. In seguito al trattato di Maastricht l’Europa deve stabilire nuovamente cosa fare su questa questione , in quanto , 7 stati consentivano l’utilizzazione di oli vegetali mentre gli altri 8 stati lo vietavano.

Conseguenze della direttiva proposta

La direttiva proposta comporta conseguenze significative per tutta una serie di interessi sia nel Sud del mondo che in Europa. Tra i soggetti più colpiti vi saranno i paesi e le popolazioni che producono cacao, in particolare i paesi dell'Africa occidentale, quali Costa d'Avorio, Ghana, Nigeria e Camerun. Il dibattito riguarda anche i paesi esportatori di karité, soprattutto Burkina Faso e Mali. Motivo di preoccupazione sono inoltre le ripercussioni ecologiche e sociali di tale provvedimento nei paesi del Sud. Nell'UE la direttiva colpisce direttamente i diritti dei consumatori, l'industria casearia, quella del cacao, la situazione occupazionale di questi e di altri settori così come i contribuenti europei. Lo studio conclude che il provvedimento non è necessario ai fini del rilancio della produzione di cioccolato e che se l'UE portasse a 0% l'impiego di grassi vegetali, l'industria non ne sarebbe danneggiata.

Finita l’analisi del sunto della storia "il cioccolato in Europa" possiamo passare a ciò che più ci preoccupa ovvero i gravi danni che questa decisione causerà , li possiamo dividere in due grosse categorie :

1)Danni ai consumatori

2)Danni ai paesi del Sud del mondo

 

Grassi vegetali: sostituzione invece che aggiunta

I grassi vegetali non vengono "sostituiti" bensì "aggiunti" al burro di cacao: può quest'argomentazione trarre in inganno i consumatori? Se consideriamo le classiche tavolette di cioccolato al latte prodotte in Olanda, notiamo che il contenuto di burro di cacao è del 17% e del 16% il contenuto di massa di cacao, per un complessivo 33% di cacao. Dato che in Olanda il contenuto minimo di cacao fissato dalla legge per il cioccolato al latte è del 25%, l'eccedenza è dell'8%. Dunque è possibile ridurre il contenuto di burro di cacao dal 17% al 12% coprendo la differenza con un 5% di succedanei del burro di cacao, che possono essere facilmente mescolati al burro di cacao, e ottenere ancora una tavoletta di cioccolato con il 28% di cacao intero. Questa è chiaramente una sostituzione, non un'addizione.

Identificazione dei grassi vegetali nel cioccolato

Se questa misura dovesse essere approvata, allora sarà necessario rafforzare la legislazione al riguardo. È possibile identificare e quantificare i grassi vegetali diversi dal burro di cacao contenuti nel cioccolato? Anche il miglior metodo di rilevazione di succedanei del burro di cacao al 5% nel cioccolato garantisce un margine di errore del 30% circa. Mescolando grassi di semi di illipe al burro di cacao, il margine potrebbe raggiungere il 100%. I succedanei del burro di cacao ottenuti con processi enzimatici possono essere individuati invece solo con l'aggiunta di indicatori. Questa soluzione risulta però troppo complicata ed è già stata rifiutata dalla Commissione UE. Troppi sono i tipi di grassi disponibili e troppe le difficoltà per stabilire chi dovrebbe gestire e controllare l'impiego degli indicatori... L'unica via praticabile è di effettuare controlli su stock interi di prodotto, approntando registri ed inventari per tutti i produttori di cioccolato degli stati UE. Tutto ciò dovrebbe essere coordinato dalla Commissione UE e gestito dai singoli stati membri - ma chi si assumerebbe l'onere di finanziare e controllare un'operazione del genere? Questa non sembra dunque una proposta realizzabile. In sostanza non è possibile controllare questo provvedimento e autorizzando un impiego del 5% di succedanei del burro di cacao nel cioccolato, il livello di sostituzione potrebbe arrivare fino al 10%.

Aumento della varietà o della qualità dei prodotti?

L'industria del cioccolato sostiene che grazie all'impiego di grassi vegetali potrebbe meglio sviluppare le complesse tecnologie necessarie per soddisfare una richiesta sempre più diversificata di prodotti al cioccolato. Dunque bisogna capire se l'impiego di grassi vegetali può realmente favorire una maggiore varietà del prodotto e se i grassi vegetali sono necessari per ottenere una migliore qualità.

Varietà: Un'indagine nei supermercati inglesi e tedeschi non ha evidenziato alcuna differenza effettiva nella scelta di prodotti disponibili, nonostante i grassi vegetali vengano impiegati in Gran Bretagna sin dagli anni '50 mentre non sono ammessi in Germania. Questo ci suggerisce che, anche se tecnicamente con i grassi vegetali sarebbe possibile sviluppare una gamma più vasta di prodotti, ciò non è conveniente perché di fatto i consumatori non richiedono una maggiore varietà.

Qualità: Per sapere se i grassi vegetali sono necessari per migliorare la qualità dei prodotti si consideri l'esempio della Nestlé Switzerland. Quando la Svizzera modificò la propria legislazione per consentire l'impiego di grassi vegetali nella produzione di cioccolato, la risposta della Nestlé fu: "... al momento non abbiamo progetti per modificare la formula del nostro cioccolato prodotto in Svizzera per il mercato interno. Se l'impiego di grassi vegetali avesse vantaggi evidenti per la qualità del prodotto, noi saremmo pronti a cambiare, ma per ora non sembra esservi alcuna urgenza al riguardo." E noi tutti sappiamo che la Nestlè non ha il cuore tenero verso nessuno , ovvero ciò che le interessa è il profitto e nient’altro come ci ha dimostrato durante l’eccidio da lei perpetrato dei bambini africani. E’ chiaro quindi che questa "sostituzione" danneggerebbe la Nestlè.

Distribuzione del risparmio sui costi di produzione

Le stime hanno dimostrato che il burro di cacao incide per l'8-9% sul prezzo complessivo del cioccolato; se si ammettessero grassi vegetali meno cari, le grandi industrie potrebbero ridurre questo ingrediente fino all'1-2% (sia perché i grassi vegetali costano meno che per via del prezzo inferiore del cacao). Non è chiaro tuttavia se di questa riduzione beneficerebbero anche i consumatori. Mentre le stime hanno indicato che le variazioni nel prezzo del cacao si riflettono sui prezzi al dettaglio, non è certo che lo stesso accadrebbe con i risparmi ottenuti dall'impiego di grassi vegetali. L'elasticità delle stime è molto difficile da controllare. Inoltre, dato che la variazione del prezzo finale per ogni singolo prodotto è minima, sarebbe inutile attuarla. Nel corso di quasi vent’anni in cui il prezzo del cacao si è ridotto drasticamente, non è stata registrata alcuna riduzione significativa del prezzo del cioccolato. Per dirla più chiaramente i produttori abbassano il prezzo del cacao mentre le industrie non abbassano i prezzi a cui vendono il cioccolato quindi "il margine di guadagno" aumenta e se lo beccano tutto loro! Mentre i consumatori non vedono nessuna variazione nel prezzo. Analogamente, quando il governo olandese ridusse l'IVA sul cioccolato, i prezzi al consumatore non diminuirono affatto. Dobbiamo perciò concludere che queste riduzioni di costo favorirebbero soltanto i già lauti profitti delle multinazionali del cioccolato.

Denominazione ed etichetta

* Denominazione: Al fine di comprendere l'importanza del dibattito sulla denominazione del prodotto, cioè se i prodotti a base di cacao contenenti grassi vegetali possono essere definiti cioccolato, è utile accennare alla battaglia condotta dall'industria casearia contro le compagnie produttrici di grassi vegetali. Attualmente i prodotti caseari a base di oli vegetali circolano liberamente in Europa. In questo caso però l'industria casearia è riuscita perlomeno ad ottenere che il burro contenente grassi vegetali venga denominato margarina, burro di soia, ecc. Così dovrebbe andare anche per il cioccolato. Nessuno dei gruppi d'interesse chiede che venga bandito l'uso di grassi vegetali, ma semplicemente che questi non vengano ammessi per il cioccolato. In tal modo i consumatori che acquistano cioccolato avrebbero la certezza che il prodotto non contiene grassi vegetali.

* Etichetta: Oltre al nome, è importante che l'etichetta riporti chiare indicazioni affinché i consumatori possano conoscere esattamente la composizione del prodotto. Oltre che nell'elenco degli ingredienti riportato sul retro della confezione, il contenuto di grassi vegetali dev'essere specificato in maniera evidente sul prodotto (che potrà avere qualsiasi denominazione, ma non quella di cioccolato).

Salute

È dimostrato che il burro di cacao, nonostante sia un grasso saturo, non ha gli stessi effetti negativi di altre sostanze simili, anzi può persino far bene. D'altra parte, la maggior parte dei succedanei del burro di cacao sono grassi parzialmente idrogenati, che sembrano essere molto più dannosi dei grassi saturi.

Industria casearia

Negli stati membri che non utilizzano grassi vegetali sono state prodotte complessivamente 1.272.000 tonnellate di cioccolato, di cui 753.000 di cioccolato al latte. I latticini usati per la produzione di cioccolato sono in forma di latte in polvere, burro e latte intero. Dato che attualmente il latte in polvere è più caro del cacao intero, il rischio è che i grassi del latte vengano rimpiazzati, almeno in parte, con grassi vegetali. Prendendo in considerazione il caso della sostituzione dei grassi del burro con grassi vegetali nella polvere di latte, si calcola che il tenore di sostituzione potenziale dei grassi di burro potrebbe aggirarsi sulle 28.000 t, cioè l'1,6-1,9% dell'intero mercato UE. Questa situazione segue alla lunga battaglia tra l'industria casearia e le compagnie produttrici di oli vegetali sull'impiego di grassi vegetali nei prodotti caseari tradizionali - formaggi, panna per il caffè e altri prodotti a base di olio vegetale. Tra il 1990 ed il 1995 a causa di questa battaglia era stato previsto che l'industria casearia perdesse fino al 5-10% all'anno nelle vendite di prodotti caseari. Visto lo sforzo che la Politica Agricola Comunitaria già sta facendo, l'eventualità di ulteriori perdite nel mercato caseario a causa del provvedimento di armonizzazione al 5% sarebbe un costo insostenibile per l'UE.

Contribuenti europei

Con la quarta Convenzione di Lomé l'UE si è impegnata nei confronti dei paesi ACP riguardo al commercio di prodotti tra cui il cacao e il karité. Attraverso l'accordo STABEX, l'UE ha concordato di compensare la perdita di guadagni relativa ad ogni prodotto che rappresenti almeno il 5% dei guadagni complessivi. La Commissione ha stimato che il costo dell'armonizzazione al 5% sarebbe di 62.000 ECU. Operatori ufficiali che trattano con il Fondo di Sviluppo Europeo hanno commentato che questa proposta di cambiamento sarebbe un grave attacco al meccanismo STABEX (che già oggi non è in grado di coprire più del 40% delle richieste di rimborso) poiché danneggerebbe la capacità dell'UE di assolvere i propri impegni riguardo ad altre merci. Lo studio dell'Università di Amsterdam ha evidenziato che ad un livello minimo di sostituzione il meccanismo STABEX non verrebbe attivato, che si attiverebbe forse al livello del 4% e quasi certamente al 5%.

Analogamente, il fondo della Politica Agricola Comunitaria potrebbe essere messo a dura prova dalla necessità di compensare i produttori dell'industria casearia dell'UE per le perdite subite in conseguenza di questa proposta. Dopotutto è pur sempre il contribuente europeo che finanzia questi programmi.

Piccoli produttori di cioccolato

È importante sottolineare che non sarebbero affatto i piccoli produttori artigianali di cioccolato ma proprio le multinazionali a beneficiare dei risparmi sui costi, se la direttiva venisse approvata. Dato che le grandi compagnie hanno esperienza in entrambi i metodi di produzione, il passaggio all'impiego di grassi vegetali in tutti i paesi oppure ad un sistema centralizzato di produzione rappresenterebbe un investimento non troppo impegnativo. Nel caso invece della piccola produzione artigianale l'investimento in queste attrezzature e tecnologie non è conveniente; il passaggio costerebbe infatti troppo, rispetto ai guadagni marginali derivanti da una simile trasformazione. Inoltre i piccoli produttori si troverebbero in una posizione sempre meno competitiva. Se i grassi vegetali venissero ammessi, l'immagine del cioccolato quale bene voluttuario di qualità ne verrebbe danneggiata. E mentre questo fatto non sarebbe molto grave per le grandi multinazionali, che possono contare su una vasta gamma di prodotti, i problemi sorgerebbero invece per i piccoli produttori, per i quali un prodotto di qualità è e sarà sempre elemento essenziale di distinzione rispetto alla produzione industriale.

Occupazione

Se la proposta di armonizzazione al 5% dovesse essere approvata, vi sarà sicuramente un calo di posti di lavoro in tutta Europa e nei paesi in via di sviluppo.

Industria per la trasformazione del cacao

Se la domanda di semi di cacao dovesse ridursi, quest'industria non avrebbe alcuna possibilità di adeguamento, determinando un inevitabile calo dell'occupazione. È improbabile che questi posti di lavoro possano essere recuperati nell'ambito dell'industria degli oli vegetali, dato che questa sta già affrontando problemi di sovrapproduzione.

Lavoratori portuali

Il calo nell'occupazione investirebbe anche i porti dove giungono i semi di cacao esportati, come ad esempio Amsterdam. Il cacao è infatti uno dei pochi prodotti d'importazione che ancora necessita di particolare attenzione quando viene maneggiato.

Settore agricolo

Ogni riduzione nella domanda di prodotti caseari provocherebbe inevitabilmente la perdita di posti di lavoro e l'emigrazione dei lavoratori impegnati in questo settore.

Produttori di cacao

Allo stesso modo è impossibile stimare le perdite nei paesi in via di sviluppo. In Africa vi sono 1,2 milioni di coltivatori di cacao e 11 milioni di persone occupate in attività connesse. Dato che il cacao in Africa viene coltivato in piccoli appezzamenti, con scarse possibilità di rapidi mutamenti, non solo singole persone ma intere famiglie e comunità perderebbero il lavoro. Anche in Malesia e in Indonesia, dove il cacao viene coltivato in grandi piantagioni, la perdita occupazionale sarebbe consistente.

Ambiente

In Africa la produzione di cacao è affidata soprattutto a piccole aziende, che usano poco o non usano affatto fertilizzanti e pesticidi e contribuiscono così alla tutela del suolo e dell'ambiente. In Asia invece (dove si producono sia cacao sia alcuni sostituti quali l'olio di palma) l'attività si svolge in grandi piantagioni con un largo uso di sostanze inquinanti. Un aumento nella domanda di olii vegetali causerebbe danni ambientali sempre maggiori in queste regioni. Per quanto riguarda l'olio di karité, la produzione e lavorazione tradizionali dipendono in gran parte da acqua e legno, risorse preziose nelle regioni aride. Un'improvvisa crescita nella produzione di olio di karitè sarebbe una grave minaccia per le fragili condizioni del terreno e di equilibrio ambientale.

Dopo questo excursus ricordiamo gli obblighi dell'UE verso i consumatori:

Trattato di Maastricht

In base all'art. 129a il Trattato si prefigge di raggiungere "un livello elevato di tutela dei consumatori", attraverso misure da adottare in conformità all'art. 100a per le esigenze del mercato interno, e di "fornire informazioni adeguate ai consumatori" (art. 3s).

Leggere questo articolo dell’UE dopo aver esaminato i dati precedenti risulterebbe comico se non fosse drammatico.

Passiamo adesso all’analisi del secondo punto , ovvero i danni che questa decisione apporta ai paesi produttori del cacao che sono ovviamente i paesi più poveri del mondo : i paesi del Sud. Questo a dire la verità mi interessa molto più del primo punto , in quanto ultimamente si parla a sproposito dei paesi del sud del mondo. Si dice che si vuole annullare il debito dei paesi poveri. Noi abbiamo sempre pensato di essere debitori verso questi paesi e non il contrario. Siamo debitori per la forza lavoro che ci offrono , siamo debitori del denaro che i nostri imprenditori non danno alla forza lavoro sotto pagandola , degradandoli dalla classe dei lavoratori a quella dei lavoratori sfruttati . Siamo debitori di anni , decenni , secoli di ruberie , morti , malattie , miseria ,sfruttamento , guerre e sofferenze.

Noi siamo i veri debitori. Ma sembra che pochi se ne siano accorti. Questo presunto debito che loro hanno nei nostri confronti lo annulliamo bonariamente , questo vorrebbe la nostra cara madre chiesa in quanto questo è l’anno del giubileo , quindi tutti devono "giubilare" all’unisono , meno gli omosessuali , loro non possono neanche avvicinarsi alla chiesa altrimenti la nostra cara madre chiesa chiama il ministro Dini. Mi sembra ridicolo e cinico che la chiesa si ricordi del Sud del mondo solamente una volta ogni 25 anni e lo faccia per una festa cattolica per la quale tutte le luci del mondo le sono puntate addosso , una bella propaganda pubblicitaria. In effetti il debito non si annullerà e se anche il debito italiano venisse annullato sarebbe una goccia nell’oceano. Il vero debito che questi paesi pagano insieme agli interessi ovviamente , lo tiene in mano l’ FMI e quest’organismo enorme potentissimo parassitario ed autoritario non è stato mai menzionato dalla chiesa , sarebbe causa di troppi problemi , se la gente venisse a sapere che il FMI utilizza forza lavoro schiavizzata , detiene il controllo economico di centinaia di governi nazionali e indirizza questi ultimi a seguire non gli interessi nazionali ma i propri interessi : quelli del FMI portando spessissimo danni ingenti alle popolazioni , magari , la gente si comincerebbe a porre delle domande sul sistema sui suoi difensori e sulla nostra cara madre chiesa . Sarebbe troppo chiedere alla nostra cara madre chiesa di fare sul serio. Questo è un compito che spetta solo a noi evidentemente .

 

I produttori di cacao

L'Europa occidentale rappresenta da sola oltre il 40% del consumo globale di cacao. l’UE importa l'85-90% dei semi di cacao dai paesi ACP, soprattutto dall'Africa occidentale. Perciò ogni cambiamento nella legislazione europea si ripercuoterebbe immediatamente su questi paesi. Inoltre, ogni cambiamento nella politica UE influenzerebbe la politica degli altri paesi consumatori, in particolare degli USA. Gli USA costituiscono approssimativamente il 25% del consumo globale di cacao e ogni mutamento nella loro politica avrebbe un effetto diretto sui paesi produttori di cacao dell'America Latina e dell'Asia non aderenti all'ACP.

Per capire quale potrebbe essere l'effetto della direttiva proposta, due sono le domande a cui rispondere. Primo, la proposta determinerà una diminuzione nella domanda di semi di cacao? Secondo, se la domanda dovesse realmente calare, quali sarebbero gli effetti sul prezzo del cacao e quindi sui proventi dei produttori? La portata di tali effetti viene illustrata di seguito.

Riduzione della domanda di semi di cacao

Il modo più diretto per accertare la misura della riduzione potenziale nella domanda di semi di cacao è di considerare il 5% della produzione di cioccolato stimata negli otto stati membri che non fanno uso di grassi vegetali. È questa la procedura adottata dall'International Cocoa Organisation (ICCO, Organizzazione Internazionale del Cacao) nonché uno dei metodi presi in considerazione nel recente studio condotto dall'Università di Amsterdam "The European Chocolate Market and the Impact of the Proposed EU Directive". Tuttavia i risultati variano perché non è possibile calcolare con precisione la quantità di cioccolato prodotto e inoltre procedure estimative differenti danno risultati differenti. Inoltre il risultato dell'analisi dipende dall'anno a cui si riferiscono i dati di base.

Henri Jason, eminente economista dell'ICCO, calcola che, se gli otto stati che attualmente non fanno uso di grassi vegetali dovessero iniziare ora a impiegarli, la diminuzione di consumo di semi di cacao sarebbe tra le 88.450 t e le 124.610 t all'anno. La stima minima, di 88.450 t, è dovuta all'ipotesi che l’utilizzo medio di grassi vegetali sia del 3,5%, mentre il dato più elevato risulta dall'ipotesi che i produttori sfruttino al massimo la concessione del 5%. L'ICCO analizza quindi la perdita aggiuntiva se gli USA decidessero di seguire l'esempio dell'UE : in tal caso, ipotizzando un tasso di utilizzo del 4-5% di oli vegetali, si perderebbero ulteriori 67.030 - 83.800 t di semi di cacao.

D'altro canto, facendo riferimento alle stime dell'Università di Amsterdam, se gli otto paesi menzionati dovessero approfittare interamente della possibilità del 5% di sostituzione e la Gran Bretagna aumentasse leggermente l'impiego di succedanei che già fa, allora la sostituzione aggiuntiva di semi di cacao sarebbe ancora maggiore di quello prevista dall'ICCO, pari a 146.188 t (l'Università di Amsterdam calcola che con un 4% di aumento nell'uso di grassi sostitutivi, negli otto paesi menzionati la sostituzione di burro di cacao sarebbe pari a 45,9 t ed un'ulteriore 1,1, t si perderebbe in Gran Bretagna a seguito dell'ulteriore aumento nell'uso di succedanei rispetto all'attuale. Il calcolo di questo studio considera un tasso di sostituzione del 4% rispetto al 5% negli otto paesi menzionati e non altera la stima relativa all'aumento di impiego di sostanze alternative in Gran Bretagna). Al tasso del 4%, la perdita sarebbe di 118.00 t di semi di cacao. Lo studio stima l’entità della perdita se la sostituzione dovesse raggiungere i valori attuali della Gran Bretagna nell'ordine delle 60.000 t di semi di cacao.

Infine, lo studio condotto dal Food World R&C sulla base di dati più recenti rispetto a quelli dell'Università di Amsterdam, stima che se tutti i paesi UE consentissero l'impiego di grassi vegetali fino al 5% (considerando i paesi che attualmente non utilizzano grassi e un aumento fino al 5% rispetto ai livelli attuali negli altri sette paesi), la perdita sarebbe compresa tra 175.00 t e 200.000 t. Riducendo il ricorso al 4% di grassi sostitutivi, si scenderebbe a valori tra 137.500 t e 162.500 t di semi di cacao. Esistono inoltre numerose altre stime. La Alliance of Cocoa Producing Countries (alleanza dei paesi produttori di cacao) e l'industria di trasformazione dei semi calcolano che le perdite conseguenti alla sola politica europea sarebbero nell'ordine delle 200.000 t.

L'industria degli oli vegetali ha commentato che le stime elaborate dall'ICCO "non sono irrealistiche". D'altronde la CAOBISCO, Associazione delle industrie dolciarie, calcola che la possibilità di sostituire il burro di cacao con altri grassi vegetali (nella misura del 5%) verrebbe comunque sfruttata solo in ragione del 50% e quindi la perdita di semi di cacao sarebbe di sole 60.000 t, dato che su un periodo di due o tre anni implica una perdita annuale di 24.000 t. Benché i produttori possano impiegare due o tre anni per adattare completamente la loro produzione anche solo a un tasso del 2,5% di succedanei del burro di cacao, ciò non significa che il totale di 60.000 t vada diviso per 2,5 anni, ma piuttosto che nel primo anno la perdita potrebbe essere di circa 25.000 t, nel secondo di 50.000 t, man mano che i produttori si adattano alla nuova situazione, e nel terzo anno di 60.000 t.

In sintesi è chiaro che la stima della produzione di sostituti del cioccolato, gli anni di produzione cui si fa riferimento ed i metodi di misurazione possono alterare le stime relative al tenore di sostituzione dei semi di cacao. Ancora più importante è la considerazione della misura in cui i produttori di cioccolato intendono avvalersi dell'opzione del 5%, e ciò è impossibile da prevedere. Tenuto conto del fatto che l'industria del cioccolato in precedenza ha premuto per una riduzione del cacao nella composizione del cioccolato al latte da 25% a 20% , ciò può essere indicativo dell'intenzione si sfruttare interamente la concessione del 5%. Inoltre, se l'industria del cioccolato dovesse modificare i metodi di produzione (oli o processi enzimatici differenti) ciò comporterebbe dei costi ed una tendenza alla massima sostituzione possibile con prodotti meno cari, al fine di compensare tali costi. Per finire, non è un caso che l'industria del cioccolato abbia scelto questa cifra intorno alla quale costruire la propria rete di pressioni.

Se da un lato l'Università di Amsterdam suggerisce che la Gran Bretagna potrebbe aumentare l'utilizzo di grassi vegetali nel caso in cui altri paesi dovessero comportarsi in tal senso, non sembra realistico stimare il grado di sostituzione negli otto stati UE che attualmente non impiegano grassi vegetali sulla base dell'impiego corrente in Gran Bretagna. Lo studio curato dall'Università di Amsterdam cerca poi di prevedere quali paesi autorizzeranno l'impiego di grassi e quali no, e conclude che il Belgio più probabilmente di altri paesi permetterà l'impiego di grassi, mentre Italia e Francia non l'autorizzeranno. Semplicemente non vi sono prove a sostegno di simili previsioni. Quest'argomento riflette non tanto gli interessi di politica nazionale ma piuttosto il potere delle multinazionali del cioccolato e degli olii, che operano in numerosi paesi.

Così, dato che risulta impossibile prevedere il futuro, le stime dovrebbe limitarsi a considerare il rischio relativo a una concessione del 5%. In tal caso il tenore di sostituzione si aggirerebbe tra 124.610 t e 200.000 t (ICCO e Food World R&C).

 

 

Effetti sui proventi dei produttori di cacao

Henri Jason ha stimato che per ogni 10.000 t di riduzione nella domanda di semi di cacao si verificherebbe un calo dei guadagni dei produttori pari all’1%. L'Università di Amsterdam giunge più o meno alla stessa conclusione. Ad un tasso di sostituzione del 5%, la perdita subita dai produttori oscillerebbe dunque tra il 12,4% e il 20%. Il ministero del commercio del Ghana calcola una perdita pari a 320 mio. US$(riferita a una riduzione di 200.000 t nella domanda di semi di cacao).

Lo studio condotto dall'Università di Amsterdam cerca di stimare quale sarebbe l'effetto su domanda, prezzi e proventi in un modello dinamico secondo una visione ottimistica per il futuro del mercato del cacao. Per esempio si considera l'ipotesi che il mercato del cacao nei prossimi dieci anni cresca tanto da far raggiungere un aumento del 35% nei proventi dei produttori. Prendendo in considerazione un tasso di sostituzione assai basso e supponendo che Francia e Italia non ammettano l'uso di grassi sostitutivi, lo studio conclude che nel periodo menzionato la crescita sarebbe del 30%. Se invece si considera un tasso di sostituzione del 4% per tutti gli otto paesi che attualmente non utilizzano grassi vegetali, la crescita nel decennio indicato si ridurrebbe al 15%. Non vi sono stime relative al caso del massimo grado di sostituzione, il 5%. A fronte di tutti questi modelli econometrici dobbiamo tuttavia rammentare che tutto dipende in larga misura dalla scelta dei dati, delle procedure statistiche e naturalmente dall’elasticità di queste, che è estremamente difficile da calcolare.

Commento

Sembra perciò che la direttiva UE proposta non porterebbe ad una riduzione nei proventi dei produttori di cacao quanto piuttosto ad un rallentamento dei tassi di crescita programmati. Alcuni commentatori sostengono che la questione dei proventi non sia più così rilevante, anche se non ci sembra questo il caso. Il prezzo del cacao è precipitato vertiginosamente nei sedici anni compresi tra la fine degli anni '70 ed il 1992. I produttori hanno ampliato la loro produzione nel tentativo di compensare questi crolli, ottenendo però soltanto una contrazione dei loro guadagni. Così, anche se i prezzi dovessero risalire dagli attuali 1400 US$ alla tonnellata a 2000 US$ alla tonnellata, ancora non ci si avvicinerebbe ai livelli di quindici anni fa.

Finora, tra l'altro, non esiste uno studio sull'impatto della proposta UE a livello regionale. I tassi di crescita menzionati sono tassi globali, anche se poi saranno quasi esclusivamente i paesi dell'Africa occidentale a subire in modo sproporzionato i costi della proposta UE. Nel 1992/93, Costa d'Avorio, Ghana, Nigeria e Camerun rappresentavano il 53% della produzione mondiale di cacao e il 63% del volume globale delle relative esportazioni. Per il Ghana il cacao costituisce il 43% delle esportazioni totali, per la Costa d'Avorio il 38,7%. Una riduzione nella crescita dei guadagni derivanti dall'esportazione di cacao e quindi delle entrate in valuta straniera renderebbe pressoché impossibile per questi paesi coprire i debiti internazionali o implementare i loro programmi di adeguamento strutturale.

A livello microeconomico, i piccoli coltivatori di cacao rientrano in un modello di economia della sussistenza. Anche se i proventi dovessero salire del 35%, si raggiungerebbe appena la soglia tra l'essere in grado o meno di acquistare quantità minime di fertilizzanti e pesticidi e forse di affrontare i costi per l'istruzione. A livello individuale, l'effetto inevitabile di un giro di vite nel finanziamento pubblico equivale a una riduzione dell'assistenza sanitaria, delle strutture scolastiche e dei servizi sociali. Per il milione e duecentomila produttori di cacao e gli undici milioni di persone che dipendono direttamente dal raccolto, gli effetti immediati sarebbero disastrosi. È inaccettabile che dei possibili guadagni, anche se limitati, possano essere ostacolati se non addirittura annullati dalla proposta.

Nella parte occidentale dell'Africa si producono semi di elevatissima qualità grazie all'impiego ridotto di fertilizzanti e pesticidi. In questa regione praticamente non vi è traccia di quegli abusi dei diritti umani e dei lavoratori che si sono talvolta verificati nelle piantagioni di altre aree. Sembra perciò un'ironia della sorte che proprio questa regione finisca per essere la più penalizzata dalla revisione della politica europea.

I paesi produttori di karité

 

Si è discusso molto sui potenziali guadagni di cui potrebbero godere i produttori di karité a seguito del provvedimento proposto. In particolare sono stati presi in considerazione Burkina Faso e Mali, che producono esclusivamente karité, a differenza di altri paesi che producono anche cacao.

A fronte di diversi tipi di oli vegetali disponibili, in realtà soltanto uno può essere impiegato in sostituzione del burro di cacao fino al 5%: il Cocoa Butter Equivalent (succedaneo del burro di cacao), costituito generalmente per il 50% di olio di karité, per il 30% di olio di palma e per il 20% di olio di semi di illipe. I succedanei del burro di cacao costano circa il 20% in meno del burro di cacao e sono perciò un sostituto possibile, che avvantaggia i produttori di karité. Tuttavia, due delle maggiori compagnie produttrici di olio vegetale hanno perfezionato il modo di produrre succedanei di burro di cacao enzimaticamente dagli oli a basso costo, quali quello di palma, di semi di colza o di girasole, che sono fino a dieci volte meno cari del burro di cacao.

In conseguenza delle riforme nella legislazione UE il crollo nella domanda di semi di cacao potrebbe essere addirittura di 124.610 t ( secondo una - cauta - stima ICCO ad un tasso di sostituzione del 5%). Ciò equivale a 49.844 t di burro di cacao. Tenuto conto che i succedanei del burro di cacao sono generalmente costituiti da olio di karité per il 50%, olio di palma per il 30% e olio di illipe per il 20%, si può parlare di un fabbisogno di 24.922 t di olio di karité. Dato che gli attuali processi di lavorazione di Burkina Faso e Mali sono per l'80% di tipo tradizionale, con un rendimento di 8-15 kg di burro ogni 100 kg di mandorle, sembra ragionevole prevedere un rapporto mandorle-burro di 4 a 1. Ciò corrisponde ad un fabbisogno di 4 volte la quantità di mandorle secche, ovvero 99.688 t.

Innanzitutto le statistiche fornite dai paesi produttori di karité indicano in 72.000 t all'anno le quantità attualmente esportate dall'intera regione di produzione del karité. Quanto sopra illustrato significherebbe perciò un aumento del 138% delle esportazioni nel breve periodo, anche se solo nel lungo periodo vi sono reali possibilità di crescita (15-20 anni, quando i nuovi alberi produrranno frutti).

In secondo luogo è importante ricordare che la CAOBISCO non ha mai garantito che, se dovesse passare il nuovo provvedimento UE, utilizzerà olio di karité per la produzione di succedanei del burro di cacao. Anche i benefici per i produttori di karité si esaurirebbero in breve tempo, poiché le grandi industrie stanno sviluppando nuovi procedimenti enzimatici per produrre succedanei del burro di cacao a costi molto più vantaggiosi. Addirittura le industrie di trasformazione preferirebbero continuare ad usare burro di cacao ancora per uno o due anni, piuttosto che passare per un breve periodo all'impiego di olio di karité e successivamente applicare i nuovi procedimenti enzimatici, in conseguenza dei quali i produttori di karité perderebbero ogni guadagno. Inoltre è evidente che se il raccolto di karité dovesse soddisfare l'accresciuta domanda per alcuni anni e nel contempo le industrie introducessero i meno costosi procedimenti enzimatici di produzione di SUCCEDANEI DEL BURRO DI CACAO, queste certo ignorerebbero l'olio di karité, con un conseguente accumulo di grandi quantità del prodotto.

In terzo luogo, anche se si dovesse fare uso dell'olio di karité per il periodo necessario a perfezionare metodi di produzione enzimatici, la regione subirebbe comunque gravi perdite. Con riferimento ai prezzi attuali del burro di cacao ed al relativo calo nella domanda, la perdita potenziale di guadagno per i produttori di cacao sarebbe (US$ 3350 x 49.844 t =) US$ 167 mio., mentre il guadagno per i produttori di karité sarebbe (US$ 1050 x 24.922 t =) US$ 26 mio. La perdita netta per la regione sarebbe dunque di US$ 141mio.

In quarto luogo, la posizione di Burkina Faso e Mali è stata strumentalizzata durante la campagna delle multinazionali del cioccolato e degli oli vegetali. Infatti, benché i due paesi si siano dichiarati favorevoli alla proposta di autorizzare l'impiego di grassi vegetali diversi dal burro di cacao per la produzione di cioccolato, essi hanno anche sottolineato la loro solidarietà verso i loro vicini produttori di cacao. Entrambi i paesi sono per una definizione assai ristretta della "denominazione" di cioccolato (almeno fino a quando non saranno disponibili mezzi adeguati per verificare il contenuto di succedanei del burro di cacao nel cioccolato) e chiedono inoltre che etichette e elenco degli ingredienti siano estremamente chiari. La posizione dei due paesi è sì determinata da problemi economici urgenti delle rispettive popolazioni, tuttavia essa riflette le preoccupazioni dei paesi vicini che producono cacao e/o karité piuttosto che quelle delle multinazionali del cioccolato e degli oli vegetali.

 

 

[...] Per il Ghana il cacao costituisce il 43% delle esportazioni totali, per la Costa d'Avorio il 38,7%

Praticamente con una decisione che molti italiani hanno definito "troppo pubblicizzata" abbiamo distrutto economie di paesi interi.

Per adesso ci fermiamo qui ma non appena possibile forniremo i nomi delle multinazionali che utilizzeranno queste nuove concessioni "regalate " cosi’ generosamente dalla commissione europea , tanto generosamente da risultare sospette. Sospette per la gente "normale" ovviamente , noi abbiamo già capito chi comanda veramente nella commissione europea , non abbiamo bisogno di altre prove. Adesso dobbiamo solamente far capire alla gente chi comanda davvero , ovvero chi è il cane e chi è il padrone.

Questo è il nostro impegno. Speriamo di portarlo a termine nel migliore dei modi .

Ovviamente sarà ben accetta ogni informazione riguardante questa tematica e collaborazione nel voler diffondere le notizie anche tra la gente "normale" .

 

Salvatore Mica

 

 

 

* I dati sono forniti dall’associazione CTM Altromercato che ringraziamo calorosamente, per informazioni o per ottenere documenti riguardanti questa ed altre questioni mandate una mail a: comunicazione.mrk@altromercato.it