Il bisogno di rielaborare il presente come un lutto

Il bisogno di elaborare la realtà per farla propria, nutrirsene e poi raccontarla, costruire con essa le relazioni, allestire un racconto collettivo, a più voci, giocare nella ricerca del senso e di un nuovo gioco, credo sia insito nella nostra condizione umana, alla luce dell’esperienza innestata sulla base biologica senza soluzione di continuità.

La sostituzione spettacolare di questa realtà e della sua elaborazione è la chiave principale del sistema di produzione capitalistico nel quale il racconto non è più elaborato da un coro di esseri umani liberi di rapportarsi direttamente fra loro e di esprimere giudizi definitivi e decisioni traendo dall’elaborazione della realtà e dal suo racconto il materiale per il Nuovo gioco, ma è una continua espropriazione e rivendita agli stessi protagonisti, (soggetti tenuti prigionieri di un presente senza senso), della loro storia come se fosse un prodotto di consumo. La vita è come un film, si sente dire, ma non è un film in cui siamo attori principali, bensì una fiction senza sorprese che apprezziamo solo se riusciamo a dimenticare di esserne il giocattolo, mentre la contempliamo passivamente.

Il mondo come è e come potrebbe essere non viene mai preso in considerazione dagli attori prigionieri, essi si ritrovano nelle proprie tane la sera a sognare di cominciare a vivere e si sentono invadere da una nostalgia del futuro, da un senso di abbandono da parte della realtà-madre, una madre allontanata a forza mentre erano ancora stretti al suo seno nell’infanzia in cui potevano annusare l’odore della vita come possibilità, come sentiero nel quale provare i primi passi con fiduciosa e gioiosa spinta alla ricerca di un piacere promesso da ogni respiro, da ogni sguardo sulla natura e sugli altri.

Tutti i trattati psicologici concordano nella constatazione che la malattia del vivere è connessa ad un grave errore nell’approccio alla realtà, ma non ci danno alcuna possibilità di guarire visto che non possono mettere a disposizione nessuna alternativa alla finzione nella quale si perde l’energia e la voglia di vivere davvero.

Quindi siamo depressi dal presente e oppressi dal passato mentre sogniamo con nostalgia il futuro utopico oppure dobbiamo rassegnarci a collocare in un altrove spirituale o in un’ideologia religiosa l’aspirazione a vivere con intensità sufficiente a dar senso al nostro potenziale che capiamo essere sprecato. Sentiamo di avere una dotazione immensa rispetto alla scarsità di impieghi possibili nella fiction capitalista. Donne e uomini capaci di tutto, siamo ridotti all’attesa, alla frustrazione e alla lamentela laddove potrebbero nascere avventure appassionanti, vite poetiche e tenere, musica vibrante, gioco intelligente e strategia per l’evoluzione di un intero sistema di relazioni in forme capaci di chiedere e dare spiegazioni in totale libertà creatrice.

All’amara constatazione non segue però un’azione riparatrice, coraggiosa distruzione che preluda a un nuovo avvento su basi sconosciute e pericolosamente eccitanti. L’ispirazione continua ad arrivare dal recupero del vecchio arsenale di merce-spettacolo di cui siamo circondati. Rifugiarsi nell’utopia e nella solitudine spesso è l’unica azione, una fuga in definitiva. La lotta fasulla che si rappresenta nel vuoto del falso spazio pubblico che ha sostituito l’Agorà puzza troppo per raccogliere la nostra attenzione: il dilemma se vedere in tv un dibattito politico o un telefilm di guardie e ladri dura lo spazio di un click sul telecomando.

Nelle tane in cui ciascuno ha portato i viveri per questa quaresima (libri meravigliosi, musica, sogni di donne e uomini ormai morti da tempo, di persone che vivono lontano e che non ci stanno pensando in questo momento e se lo facessero non lo sapremmo mai in tempo) sentiamo montare la nostra impotenza, sentiamo spegnere la rabbia e crescere il dolore, perdiamo la parola e la salute, cerchiamo di stare lontani dagli eccessi e dalla droga ma sapendo che è solo un riflesso pavloviano a favore dell’igiene come diktat e non certo come tenero accudimento consapevole del funzionamento biologico.

Il senso di colpa ci viene a tenere compagnia, a disturbare il sonno riproponendoci l’orrore delle armi e il disonore della povertà estrema, e mentre ci sentiamo “fortunati” se non siamo ancora nella lista delle vittime, subiamo comunque il terrore di chi non sarà mai in grado di modificare la propria sorte: troppo flebile anche il lamento e troppo sordo chi dovrebbe sentirlo.

Sulla nostra testa svolazzano elicotteri e nelle strade marciano uomini in divisa bruna, sfrecciano rombando i fanatici della motocicletta, nei vicoli si uccidono i poveri a bastonate e gli omosessuali vengono stuprati e derubati, le donne si compravendono a dozzine, i bambini sono solo un investimento per nuove energie sessuali o lavorative da sfruttare sin d’ora. I vecchietti non riescono a pagare le bollette e attendono nella semioscurità, vergognosi, l’arrivo dell’ufficiale giudiziario per lo sfratto. I funzionari dicono mi dispiace ma questa è la legge mentre separano i figli dei poveri dai loro genitori per portarli nelle case-famiglia. Lo stesso se devono deportare gli stranieri clandestini. La chiamano democrazia e forse è anche giusto: un regime retto dall’aria che tira, e che riempie il cielo di banalità e di luoghi comuni, di passato vomitato e poi a forza ricacciato in gola perché desiderato dalla maggioranza, deciso dalla gente nel suo più grande numero, il grande popolo che finalmente può proclamare il suo terrore del culo stretto, la paura dei ladri che potrebbero impadronirsi dei quattro stracci che hanno accumulato facendosi furbi più e prima degli altri. Siamo a casa nostra, dicono, con la bocca che si piega quasi disgustata da ciò che sta dicendo, finalmente liberi di odiare gli altri a gran voce almeno quanto odiano da sempre se stessi nei rantoli dell’insoddisfazione, del rifiuto che ottengono dalle loro donne, dallo sguardo di compatimento del capo al lavoro e dei figli a tavola. Finalmente il loro triste squallore può essere maggioranza e legge per tutti.

Boccadorata