GUERRE UMANITARIE E POLIZIA GLOBALE

Nel tempo accelerato della globalizzazione, gli spiriti animali del mercato travolgono confini e barriere e impongono un potere regressivo costituente. Da qui il dilagare di un diritto basato solo sulla forza e sulla superiorità militare. Vero è che Tucidide sosteneva che "nel cosmo umano è radicato un impulso a dominare, ovunque s'imponga la propria forza". Se questo assunto è suffragato dalle cruente guerre che hanno attraversato la storia, è altresì vero che occorre rilevare le sostanziali differenze tra passato e presente. Intanto, onde evitare di cadere nel paradigma conservatore, è necessario rimuovere la locuzione che la guerra ha sempre avuto diritto di cittadinanza, sicché vale la pena sottolineare la valenza inedita delle guerre odierne. Con il sisma geopolitico di fine secolo, si assiste all'indebolimento dell'Onu e ad un rafforzamento delle istituzioni sovranazionali, che ricorrono alla forza per "risolvere", in modo strumentale, ogni conflitto. Per usare un'espressione di Isidoro Mortellaro, "i signori della guerra", con le guerre a costo umano zero, peraltro non dichiarate, esercitano il loro potere, infliggendo perdite e sofferenze alle popolazioni e assumendo, paradossalmente, il ruolo di angeli vendicatori. Diviene conseguente che, con la struttura politico-militare post-Moderna, la guerra si secolarizza, divenendo continuazione dell'azione politica. In questo contesto, i dittatori di turno, Hussein o Milosevic, sembrano rientrare nell'ottica della guerra convenzionale. In realtà, con la fine del bipolarismo, si stanno attuando significative trasformazioni politico-militari, che rimandano a mutamenti politici, economici, tecnologici. La guerra nei Balcani è la prova inconfutabile che sono ormai cancellati gli imperativi dello Statuto ONU e delle Costituzioni del secondo dopoguerra. La verità è che con la guerra del Golfo, si è aperta una nuova fase, in cui le guerre globali diventano strumento ordinario della politica, a servizio di un disegno di ricolonizzazione planetaria. È evidente che l'ossimoro linguistico della guerra umanitaria cela un salto di paradigma, che dissolve tutti gli assetti categoriali, distruggendo cultura, vite umane, ambiente. Autodeterminazione dei popoli e diritti umani, che erano intrinsecamente connessi dopo il '45, oggi, nel caos mondiale del dopo '89, confliggono radicalmente. In nome di un generico progressismo, si sta rivisitando lo spirito hegeliano, che, con la burocratizzazione universale, si oggettiva, avvalendosi della Polizia globale. Giustamente Franco Cassano osserva che si sta imponendo un fondamentalismo culturale, che è il lievito della guerra costituente e che riplasma e rilancia la struttura della Nato. Ci troviamo dinanzi ad una trasformazione del modo di concepire la guerra, al di fuori di qualsiasi politica democratica. D'altronde, le spedizioni punitive, lungi dall'essere etiche, sono legate ad interessi materiali o egemonici, ossia finalizzate al controllo del petrolio o alla costituzione di un nuovo equilibrio di potere. Le alchimie della geopolitica non riescono, però, a giustificare il doppio standard usato dalla Nato per i diritti umani. Al di là degli ossimori trionfali, il dato incontrovertibile è che le guerre "sante e giuste" sono determinate dagli effetti devastanti della iniquità delle risorse e dell'imperante ideologia delle disuguaglianze. Basti pensare che il 20% più ricco dispone quasi del 90% delle risorse, mentre il 20% più povero dispone dell'1%. L'imperialismo dell'universale, pur avvalendosi di omelie umanistiche, dunque, cela una scabra verità e il tempo stesso, esercita il controllo planetario per l'accesso alle risorse, anche con le bombe intelligenti, che vengono giustificate col paradigma ricorrente della "sicurezza". A questo proposito è illuminante l'affermazione del "sinistro" Violante, che sostiene: "La sicurezza viene prima della giustizia". Un altro aspetto inquietante è che lo stato di polizia sta stravolgendo il rapporto tra civile e  militare e ciò è suffragato anche dai bombardamenti della Zastava e delle raffinerie del Pancevo. Nel gioco degli specchi del pensiero unico tutto viene sussunto alla logica planetaria del comando, tant'è che anche l'esercizio della solidarietà viene militarizzato, la missione Arcobaleno docet. È evidente che dietro il dominio del capitalismo globale e la macdonaldizzazione del mondo, non c'è pacificazione. S. Huntington rileva che i mercati non porteranno la pace, ma uno scontro delle civiltà. Preso atto che il fondamentalismo del mercato incrementa nuovi fondamentalismi, giova sottolineare che continuano a soffiare venti di guerra e ciò è confermato dalle spese militari, che si traducono in un importo di circa 800 miliardi di dollari. Ovviamente la ripresa della corsa degli armamenti comporta un profìcuo mercato per le "aree di pace", che producono e commercializzano le armi maneggiate nel mondo. Dalle osservazioni fatte si evince che l'impero missionario si avvale del braccio armato della Nato, ridisegnando  una nuova mappa epistemologica, che inscrive nel suo codice l'intermittenza dell'ingerenza umanitaria e una concezione decisamente reazionaria. La realtà fenomenica della guerra odierna mostra le trasformazioni dell'arte occidentale della guerra. Si sta, infatti, creando una sorta di spazio bellico virtuale, che non è più vincolato al contesto nazionale e ciò spiega le motivazioni per cui gli Stati non fanno più dichiarazioni di guerra, ma optando per un nuovo lessico, parlano di operazioni di polizia o di azioni di legittima difesa. Da qui scaturisce "una saggezza strategica", che giustifica gli interventi, sulla base dell'assunto che è necessario sedare conflitti patologici. In realtà, tutte le operazioni militari sono mistificate dalle menzogne e, nel contempo, minimizzate dall'immaginario collettivo, perché percepite come guerre celesti. In questo quadro, la rimozione della memoria storica e la demagogia hanno determinato il velo di oblio caduto sulla guerra tra Iraq e Iran e sul fatto che uno dei due contendenti, ossia l'Iraq, era armato dall'Occidente e difendeva gli interessi occidentali. Valicando i limiti delle amnesie dilaganti, vale la pena rievocare, sia pure in modo sommario, le cause della dissoluzione della Federazione jugoslava. All' inizio degli anni '80, la Federazione, per via del debito estero e dei tassi d'interesse, non riuscì ad imporre una ripartizione solidale del debito e ciò provocò la crisi, favorendo l'esplosione dei nazionalismi. Gli occidentali, invece, di proteggere le nazionalità più minacciate, presero partito per le nazioni dominanti: la Germania per la Croazia e la Slovenia, la Francia per la Serbia. Ne consegue che gli Stati europei, benedetti dal Vaticano, hanno assecondato la deflagrazione della Jugoslavia, vuoi per motivi strategici, vuoi per una vecchia logica di competizione di potenze. Pertanto, al di là della retorica buonista della pacificazione, l'obiettivo prioritario del nuovo "impero" è quello di mantenere un protettorato in Bosnia, Kosovo o Timor Est. In questo scenario, non può destare stupore che l'Unione europea abbia deliberato la costituzione di un esercito comunitario e che la Turchia, pur perpetrando efferate violenze ai danni dei Kurdi, per via della sua posizione strategica, sia diventata il baluardo armato della Nato. Intanto, le truppe presidiano la polveriera balcanica e ciò lascia prevedere che l'Unione europea confinerà con la Russia, dal Circolo polare artico al Caucaso. Questo quadro spinge ad ipotizzare un confronto militare tra Occidente e Russia. D'altra parte, se oggi i conflitti del Caucaso appaiono lontani, domani potrebbero avvenire alle porte dell'Unione europea. È illuminante il fatto che l'Occidente sta già progettando, d'accordo con la Turchia e l'Iran, un oleodotto alternativo a quello che collega, in Russia, Grozny a Baku. La partita tra Usa e Russia, le mire dell'Unione europea per il controllo delle risorse petrolifere, forniscono i presupposti di un terreno potenzialmente esplosivo. Questo contesto offre le coordinate per comprendere l'importanza crescente attribuita alle azioni militari e alle trasformazioni delle forze armate, da eserciti nazionali di leva a forze internazionali di professione. E lecito evidenziare che le colossali ristrutturazioni di poteri, non solo pesano sulla vita sociale ed economica, ma sono anche il sintomo dell'inedito ruolo del militare rispetto al politico. A questo punto si pone perentorio un quesito: com'è possibile che si metabolizzino le barbare guerre, senza che vi sia un'autentica resistenza? Ciò è da attribuire, vuoi al processo di depoliticizzazione, vuoi al fatto che le guerre celesti e apparentemente asettiche, sono combattute da lontano, sicché gli occidentali percepiscono l'azione guerresca come un fatto remoto, anche perché la gelatinosa melassa mediatica derealizza e appiattisce sui moduli imperanti. D'altronde, oggi il sapere tecnologico viene monopolizzato dai paesi leader e ciò comporta il controllo imperiale, che si traduce in immaterialità. È evidente che l'eccesso di pianificazione, tipico di una società totalmente amministrata, fa cadere ogni criterio di giudizio, sicché le guerre "umanitarie", gli embarghi, le ingerenze a corrente alternata, finiscono per suscitare la pietas solo per una parte delle vittime. Ciò è dimostrato dal cinismo dimostrato per le vittime serbe, del Kurdistan, della Cecenia, dell'Iraq, Diviene conseguente che in un clima in cui i problemi propriamente umani regrediscono, dilaga solo il fast food culturale, che tende a conformizzare, a depoliticizzare e a divulgare falsi valori collettivi. In un'ottica che rende evanescente ogni istanza di universalismo plurale e con la deprecabile omologazione della sinistra istituzionale, si sta accentuando l'egemonia dell'etnocentrismo occidentale, che innesca meccanismi perversi, militarizzando anche il "corpo" femminile. A questo proposito Lidia Menapace sostiene che la "rivoluzione passiva" investe anche le donne, ormai sussunte alla logica militare. La transvalutazione di valori sacri, le forme aggressive del nuovo imperialismo, l'eliminazione del comune sentire sulla pace, dovrebbero spingere i movimenti antisistemici a leggere il moderno "Discorso sull'ineguaglianza", assumendo un pensiero globale e avvalendosi della filosofìa della liberazione, Onde evitare la fuga verso il vuoto, sarebbe auspicabile che i movimenti promuovessero l'elaborazione di un progetto praticabile di alternativa, che non sia solo "anti", ma che sia in grado di delineare un orizzonte in positivo, nella prospettiva di una società altra. In altri termini, ritengo che, pur partendo dalla cultura della differenza, sia necessario, come voleva Foucault, percorrere i processi costitutivi del mondo biopolitico, in vista di un telos comune, inteso, non come risultato dialettico, ma come produzione genealogica.

 

Wanda Piccinonno de
L'Avamposto degli Incompatibili