IL GRANDE PUZZLE

La sconfitta della Jugoslavia impone alla sinistra, soprattutto rivoluzionaria, alcune riflessioni. Non si può capire quello che è successo, e che sta succedendo se non si tiene sempre presente il nodo del problema che si andrà ad affrontare nel prossimo futuro: il conflitto fra nord e sud del mondo.
Dopo la caduta del muro, che ha sancito la fine di un  mondo tenuto a bada dalla divisione bipolare, che, con gli ammortizzatori sociali e i piani di cooperazione e sviluppo, imposti dalla competizione est-ovest, aveva impedito l'esplodere di conflitti generalizzati, l'impero vincente ha subito capito dove avrebbe incontrato le maggiori resistenze nell'imposizione del suo dominio: i paesi del sud tagliati fuori dal nuovo sviluppo. Infatti, era chiaro che nel nuovo sistema le velocità fra i due mondi si sarebbero sempre più divaricate. Questo avrebbe portato ad un conflitto di lunga durata per il controllo delle materie prime e l'organizzazione del commercio a livello planetario. L'impero delle multinazionali, soprattutto USA, ha cominciato ad attrezzarsi con l'arma che riteneva più adatta: la guerra, dapprima "normalizzando" il Medio-Oriente con il rafforzamento strategico di Israele, e la divisione dei paesi arabi, che permetteva il controllo di tutta la fascia mediorientale intorno al Mar Rosso e al Canale di Suez. L'azione è proseguita armando poi l'Iraq, per contenere l'avanzata di un islamismo anti-occidentale vincente in Iran. Ma soprattutto l'Impero si è assicurato il controllo diretto del petrolio scatenando la guerra del Golfo, proprio contro l'Iraq, che tendeva ad acquisire un ruolo centrale, che dava fastidio a quelli, che, nei piani dell'occidente, dovevano essere i garanti degli interessi capitalistici: Israele e Turchia. Infatti, se ad Israele si affida il compito di essere il nucleo centrale di un mercato comune mediorientale fondato sugli accordi con Egitto, Giordania, Siria, e, a più lunga scadenza, con i Palestinesi; alla Turchia è affidato un duplice ruolo: quello di agente Usa nell'Ue, e quello di coagulo e di controllo laico della fascia medio-orientale islamica "liberata" dalla disintegrazione dell'Unione Sovietica.
Ecco quindi  l'implodere dell'Albania, che alla Turchia era legata sin dai tempi dell'Impero Ottomano, e la frantumazione della Jugoslavia, cosa che ha messo sotto influenza turca la Bosnia e ora il Kosovo; ma anche l'avvicinarsi alla Turchia dei paesi del Caspio ( vedi Cecenia) ricchi di petrolio e della grande riserva di gas, che è il Turkmenistan. Inutile dire che il controllo turco su queste materie prime, sancito anche dagli accordi di Helsinki, favoriscono l'ingresso di questo agente USA nell'Unione Europea, che di fatto diventa subalterna al gigante americano.
Il tentativo non riuscito di mettere piede direttamente nel cuore del Terzo Mondo, l'Africa, con la spedizione in Somalia, spinge l'Amerika a differenziare la sua politica.
Nel Sud del mondo fomenta i conflitti regionali, per strappare zone di territorio all'influenza di possibili concorrenti, specialmente europei, e incrementa la politica di controllo commerciale; nella periferia dell'Impero sceglie l'intervento diretto. Intervento diretto, che si concretizza soprattutto in Jugoslavia, da sempre spina nel fianco delle politiche di conquista occidentale.
Quando noi, con grande scandalo di molti antagonisti, in questi ultimi anni di conflitto difendevamo Milosevic, non lo facevamo ritenendolo ingenuamente il "paladino degli oppressi", ma perché era di fatto diventato l'unica opposizione all'allargamento dell'Impero USA nell'area.
Milosevic, infatti era nato politicamente come strumento della Nato, che perseguiva l'obiettivo di frantumare quella Jugoslavia, che mettendosi ai tempi di Tito alla testa dei "Paesi Non Allineati", era diventata un'alternativa credibile all'unico impero rimasto, quello USA. Non potendo intraprendere un'azione diretta, politicamente impresentabile e militarmente pericolosa, la Nato scelse la politica di fomentare i revanscismi nazionalistici e decise di appoggiare Milosevic, che sognava una Jugoslavia a guida serba.
Era quello il momento di combattere Milosevic, e noi nel nostro piccolo lo attaccavamo, come attaccavamo Saddam Hussein, quando, cavallo di razza amerikano, conduceva un decennale conflitto contro l'Iran.
Ma la politica non è un pranzo di gala, e neanche un vuoto declamare di principi, specialmente quando si ha di fronte un nemico potente ed attrezzato come l'impero amerikano. Bisogna valutare gli interlocutori non solo per come sono nati, ma anche e soprattutto per cosa sono diventati. E allora contano i fatti. Fatti che dicono una sola cosa: Saddam Hussein e Milosevic erano diventati, volenti o nolenti, l'unico ostacolo al progetto USA di controllo totale dell'Europa sud-orientale, col relativo trasporto di petrolio e gas dell'ex URSS da un lato, e controllo totale del petrolio della zona del Golfo dall'altro.
Infatti la Serbia era l'unico stato non asservito all'occidente, che geograficamente si posizionava a ridosso del "corridoio 8" per il flusso petrolifero via Bulgaria, e, tramite il Kosovo era a ridosso dell'altro corridoio, quello via Turchia. Non a caso sono in atto le grandi manovre per l'indipendenza del Kosovo.
Il Milosevic, sponsor dell'occidente, dopo le secessioni di Croazia, Slovenia e Bosnia, si era ritrovato cucito addosso un altro vestito, quello di nemico dell'Impero. In questa nuova veste era diventato insostituibile. Non esisteva un'alternativa, che non fosse legata mani e piedi alla Nato. Era in questa veste, che appoggiavamo Milosevic e non ce ne pentiamo. Lo rifaremmo ancora, pur sapendo che la Nato avrebbe vinto. Ora Milosevic è stato battuto. La Nato ha aggiunto un nuovo tassello nella composizione del puzzle imperiale.
Sappiamo benissimo le contraddizioni del nuovo regime, che in un unico schieramento ha riunito le bandiere della Ferrari insieme a quelle della Serbia nazional-anticomunista, quelle di Djindic, che durante la guerra forniva alla Nato le piantine della Jugoslavia, per favorire gli attacchi dei bombardieri, con quelle dei giovani target sui ponti, ma è indubbio che a medio termine saranno le bandiere della cocacola e di Djindic a trionfare. Anzi qualcuno vuole anche accelerare: è di pochi minuti fa la notizia che la "giudice" Nato, Carla Del Ponte, vuole aprire un ufficio del tribunale de L'Aja a Belgrado, per giudicare Milosevic.
Tutto questo  porterà ad un arretramento dello schieramento anti-Nato, e ad un maggiore convincimento degli Usa sulla via da seguire altrove, per esempio in Iraq. Già ci sono tutte le avvisaglie. L'embargo dura da dieci anni, e gli Anglo-Amerikani hanno tutte le intenzioni di mantenerlo. Si è anche impedito ad una delegazione Ue di andare a Bagdad. Questo, perchè il controllo del petrolio iraqeno (ricordiamoci che in quella zona l'Iraq è dopo l'Arabia Saudita, il maggior produttore di petrolio) è strategico, per chi, come gli USA, vuole controllare l'economia mondiale. Sappiamo che anche Saddam, come Milosevic, non è uno stinco di santo.
Ci ricordiamo, con dolore e con rabbia, lo sterminio dei villaggi kurdi col gas. Ma sappiamo anche, che è l'unico ostacolo al dominio turco nell'area. Dominio turco, che controllerebbe petrolio e gas, mentre già controlla l'oro del 2000, l'acqua. Tutti sanno, infatti, che con le variate condizioni ambientali, sarà questo il problema di domani. Lo sanno i Kurdi, che per essere spogliati di questa loro ricchezza (il Kurdistan è posizionato in un territorio dove nascono i grandi fiumi Tigri ed Eufrate, ed è ricco quindi di questo bene primario) si vedono negato il diritto ad esistere come popolo, prima ancora che come nazione. Lo hanno imparato anche i siriani, che proprio a causa delle minacce turche di impedire, con la costruzione delle dighe, il flusso in Siria dell'acqua dei due fiumi, hanno chiuso i confini ai Kurdi in lotta contro il regime turco. Il fatto che su questo versante tutti tacciano, la dice lunga sui progetti geopolitici dell'Impero. Come il fatto che non viene impedito il massacro dei palestinesi è indicativo del ruolo che questo asse non formalizzato, ma reale, Israelo-turco, avrà nello scacchiere prossimo venturo. E' per questo, che in questa sua resistenza all'aggressione imperialista abbiamo tutte le intenzioni di appoggiare, nonostante tutto, Saddam Hussein con la stessa determinazione con cui abbiamo appoggiato Milosevic. Anche perché la politica turca di dominio sull'acqua, con la costruzione di sempre più numerose dighe a monte dell'Eufrate, porterà l'Iraq alla desertificazione e alla sete.
La conseguente caduta di Bagdad sotto il dominio turco-amerikano, dopo i recenti accordi di collaborazione militare turco-israeliani porterebbe al controllo totale dell'area da parte dei due alleati, con buona pace dei 2 popoli dell'area, che si vuole cancellare: palestinesi e Kurdi.
Non è un caso che proprio in questi giorni della caduta di Milosevic, si stanno intensificando gli accordi fra i Kurdi filo turchi in territorio iraqeno del PUK e la Turchia, sia in funzione anti-PKK, sia per sganciare definitivamente da Bagdad la zona del Kurdistan sud-orientale e, contemporaneamente l'affossamento del processo di pace Israelo-Palestinese.
Sembra forse fantapolitica, ma è invece la politica reale del carciofo. D'altronde non sembrava fantapolitica il pericolo della turkizzazione, da noi spesso denunciato? Ebbene la Bosnia e il Kosovo sono sotto influenza turco-albanese, la Macedonia e la Grecia sono costrette a scendere a patti col potente vicino e gli accordi di Helsinki hanno assegnato alla Turchia il controllo del flusso di gas caucasico verso l'Europa.
Il resto del progetto è in pieno svolgimento. Ormai è improprio anche parlare di globalizzazione. Chiamiamo le cose col loro nome e parliamo di Impero e sub-Imperi. Forse così potremo capire meglio le mosse del nemico e agire di conseguenza. Non basta essere presenti alle scadenze ufficiali dei comitati d'affari dell'Impero: Seattle è stata importante, ma se vogliamo che quel movimento abbia un futuro, dobbiamo capire la strategia imperiale e contrastarla incuneandoci nelle sue contraddizioni e rafforzando gli ostacoli posti sul suo cammino. Altrimenti, come troppo spesso è successo, il nostro urlare sarà sterile, se non addirittura integrato o compatibile con quello schema che vogliamo combattere.

Wanda Vittoria e Huambo   de

L'AVAMPOSTO DEGLI INCOMPATIBILI