"Il resto del niente", fascismi e astensionismo.

 

II titolo del romanzo di Enzo Striano, "II resto del niente", mi sembra calzante per descrivere l'assetto politico odierno. Vale la pena sottolineare che se il "niente", in sede filosofica e letteraria, è pregno di variegate e suggestive valenze, sul piano politico, invece, è foriero di catastrofi. Pur prendendo atto che cause esogene ed endogene interagiscono sullo status quo, è opportuno mettere in luce le caratteristiche peculiari del Belpaese. L’Italia, se per un verso è parte integrante dell'Europa dei mercati e dei manganelli, è altresì vero che, per via di una debolezza strutturale, è immersa in un tessuto di insulsaggini e di beghe da cortile, camuffate, però, da una funzionale retorica. Imposture ed astuzie non riescono, però, ad esorcizzare i paradigmi della restaurazione in atto. Vero è che quest'ultimo termine è, a rigore di logica, opinabile, dal momento che in Italia una rivoluzione non c'è stata. Fatte queste doverose precisazioni, è utile rilevare che, malgrado i tentativi di rottura degli anni settanta, si registra una sorta di continuismo e ciò è suffragato dal fatto che l'immoralità politica e gli intrighi di palazzo non sono mai stati debellati. Risulta evidente, infatti, da un breve excursus storico, che l'odierna società incivile è il risultato, non solo di un processo globale di ristrutturazione economica, ma anche della eterna vocazione compromissoria del nostro sistema politico. Dal regime D.C. alle stragi di Stato, fino alla nefasta età craxiana, si manifestano vergognose collusioni, "compromessi storici", dinamiche perverse, che hanno poi determinato la morte della sinistra.
La sconfitta storica, non casuale, ma contestuale ad un processo graduale di
svendita della propria identità, si consuma con i cosiddetti 35 giorni della Fiat.
Ciò che avvenne a Torino, tra il 10 Settembre e il 16 Ottobre 1980, valicò i limiti della vertenza sindacale, perché, con la disfatta, si realizzò quel programma di depoliticizzazione, che fu la base del modello consociativo. Da qui la rimozione di ogni conflitto sociale e il dominio incontrastato, onnipervasivo della logica totalizzante dell'impresa. Con la caduta del Muro, la sinistra storica, orfana del padre, freudianamente parlando, ossia del socialismo reale, svende gli ultimi brandelli d'identità, percorrendo, cinicamente, l'iter delle abiure, dei compromessi, con un'apertura a 360° alle suggestioni di tutti i poteri forti, vuoi in sede nazionale che internazionale. Intanto, il "sovversivismo del centro-sinistra" ha generato un clima a-democratico, a-sociale, a-civile, che si coniuga con la disoccupazione, con lo smantellamento dello Stato sociale, con la deriva dello Stato di diritto, con le privatizzazioni generalizzate. Pertanto, al di là dei marchingegni teorici, si pongono i seguenti quesiti: come può destare stupore l'ascesa del berlusconismo e la recrudescenza dei fascismi? Il canto del cigno della pseudosinistra, per via dell'approssimarsi delle elezioni, non ha, forse, le caratteristiche di uno psicodramma? Le esortazioni al voto, rivolte agli astensionisti, non risultano un'autentica provocazione? Preso atto che i "pagliacci" sono utili in un circo, perché divertono bambini ed adulti, nel contesto politico, invece, offrono uno spettacolo patetico che, per le sue valenze negative, fa, letteralmente, piangere. La verità è che la sinistra istituita è una "tigre di carta", che persevera negli errori, avvalendosi di mediocri apostoli della deriva. Questi cantori della molteplicità sono terribilmente antimarxisti e pongono la questione del Politico con allegra disinvoltura, rincalzando così il letto del totalitarismo, a volto coperto.
In realtà, i post-comunisti sono i paladini di un mistificato progressismo; sono i timonieri di una nave di folli. Da qui l'esigenza di rompere gli ormeggi, di navigare verso il largo, demistificando i paradigmi di un inedito totalitarismo e smascherando il ricorrente manicheismo che, in vista delle elezioni, sta toccando i vertici dell'intollerabile.
Onde evitare gli anatemi delle vestali della restaurazione "progressista-neoliberista" e delle colombe del buonismo, giova precisare che, pur non sottovalutando i pericoli della destra reazionaria, populista e fascistoide, non si può non constatare che alla "Casa delle non-libertà" non si contrappone un'agenda programmatica alternativa, né un agire politico democratico ed etico. Non è casuale, infatti, che Marco Revelli parli di due destre: una destra populista e fascistoide, da un lato, e una destra tecnocratica ed elìtaria dall'altro. Pertanto, la sinistra, che, di fatto non esiste, adottando politiche neoliberiste, persegue un unico obiettivo, ovvero di garantire una copertura istituzionale alla ristrutturazione produttiva. La verità effettuale è questa, ciò che rimane è "il resto del niente", che celebra i suoi fasti in un teatro dell’assurdo non scevro da malafede. Le contraddizioni esplodono quando Veltroni, D'Alema e "compagni" fingono d’indignarsi per le sortite del camerata Storace, dimenticando che, in nome della pacificazione neoliberista e di un nauseante e fuorviante buonismo, si è non solo legittimata l'inattualità della contrapposizione "fascismo-antifascismo", ma si è anche avviata una sistematica opera di demolizione dell'antifascismo. A questo proposito è opportuno ricordare agli ex-comunisti l’intervista di Veltroni, che, per la sua sostanza dirompente, inquieta e indigna, per un verso e, nel contempo, destabilizza, sul piano culturale e storico. Il signor Veltroni, infatti, celebra il deprofundis del comunismo e non manca di generare una sorta di parto gemellare mostruoso tra fascismo e comunismo. Il Veltroni-pensiero, libero da "condizionamenti" storici, politici e culturali, immerso solo nel mar morto della cultura tout court, si è esplicitato affermando: "non è vero che la spinta propulsiva della rivoluzione di Ottobre si è esaurita, essa non c'è mai stata; il movimento comunista nel suo complesso è stato una sciagura del Novecento, come il fascismo una minaccia per la libertà; il comunismo stesso come idea e come progetto, e non solo nella forma storica sperimentata, è incompatibile con la libertà".
Le dichiarazioni opinabili, bizzarre, e direi paradossali, spingono a ricordare alla pseudosinistra, ormai immersa in un "acefalico" oblio, che la storia non è un film all'americana e che non è consentito leggere il socialismo reale in modo tanto pressappochistico, eliminando il bambino e l’acqua sporca.
Per quanto concerne l'idea di comunismo, si può solo constatare che la realtà sta superando la fantasia e ciò comporta di cancellare quel "Regno della libertà", ipotizzato da Marx anche nel "Capitale". Con un colpo di spugna si azzerano le proficue dinamiche di quella "filosofia della praxis", tanto care ad interpreti della statura di Antonio Labriola, Gramsci, Sartre. Valicando i confini della partigianeria schizofrenica dello pseudopensiero omologante e focalizzando l'attenzione sul continuismo della politica italiana, è opportuno incentrare il discorso sulla "sciagura" del Novecento italiano. Superando le cronache di ordinaria follia, mi rivolgo alle "Cronache di filosofia italiana" di Eugenio Garin, che avvalendosi dell'opera di Antonio Labriola, "Da un secolo all'altro" e dei "Quaderni" di Gramsci, analizza il contesto culturale del Novecento italiano, fornendo un quadro esatto e sereno. L'esaustiva ricostruzione mette in luce gli aspetti storico-culturali, che hanno consentito di bruciare la via del liberalismo e di distorcere quella del socialismo. Di qui, afferma Garin, la formazione di quel fascismo, che esplode dopo la prima guerra mondiale, ma che è "il prodotto della classe dirigente italiana". Soprattutto nelle pagine dedicate ai mistici, agli idealisti, ai modernisti, si rivela come in queste manifestazioni della vita culturale italiana emerga una mancanza di impegno, che fa venir meno l'esigenza di un onesto costume di vita. Le osservazioni fatte confortano la tesi del continuismo e, al tempo stesso, spingono ad affermare che la storia non insegna nulla, soprattutto quando si ignora o si rimuove. Vero è che attualmente, anche per via del processo di transnazionalizzazione, ci troviamo immersi in un progetto globale di mercantilizzazione della politica, che espelle ogni valore e ogni etica della responsabilità. È, pertanto, contestuale ad un processo la recrudescenza dei fascismi e ciò significa che si sono creati i presupposti per le iniziative di Storace e della regione Lazio. Si propongono così commissioni di censura per docenti marxisti, peraltro in via di estinzione, e, nel contempo, si mettono alla berlina intellettuali dello spessore di Revelli e Ortoleva. Ovviamente,l'Italia papalina non tace e dalle pagine dell’Osservatorio Romano definisce i libri di testo, "un tritume ideologico". Inoltre Storace sostiene che "è necessario dire tutta la verità al popolo italiano, che da tanto tempo la chiede". Per quanto concerne la verità sono d’accordo, per la prima volta, con un fascista. Ritengo, infatti, che si dovrebbe far luce sulle bombe di Piazza Fontana, sulla strategia della tensione, sulla P2, sui misteri concernenti "omicidi" e assoluzioni, sul potere criminale dello stato all'epoca dello stragismo, sulle vergognose convivenze del P.C.I., sui reiterati tentativi di colpo di Stato della destra fascistoide. L'elenco dei fatti e misfatti potrebbe continuare, ma, considerando l'elevato numero di scheletri nell’armadio, diviene un'impresa ardua scoperchiare tutte le tombe. Rimanendo sul tema-tombe, vale la pena fare riferimento ai sepolcri imbiancati della sinistra istituita che, sorda alle lezioni della storia, minimizza gli episodi inquietanti che si registrano a livello nazionale e internazionale. Basti pensare che la Npd, il partito neonazista tedesco, conta più di 7000 iscritti e che nel primo semestre del 2000 sono stati censiti 5789 atti di violenza xenofoba. Al grido di "Fuori gli stranieri, tedeschi difendetevi", sono stati perpetrati barbari soprusi ai danni degli immigrati e, ovviamente, non è mancato un attentato contro la sinagoga di Dusseldorf, Intanto, il razzista-xenofobo Haider auspica "un ripensamento di Schengen" e, nel contempo, dona l'albero nero al papa, che, al di là di un generico appello contro il razzismo, legittima di fatto la presenza politica di Haider. Pertanto, se le "storiche" aperture del Vaticano, suscitano l'entusiasmo dei movimenti nazi-fascisti, della destra fascistoide, dei Bossi e dei Formigoni, dovrebbero spingere la "sinistra" a riflettere sui propri errori, avviando un serio dibattito politico. Considerando, però, che la situazione odierna è caratterizzata dal crepuscolo degli dei e degli uomini, ogni speranza risulta vana. La "sinistra", infatti, soggiogata da un piratesco e sfrenato "progressismo", è ormai dispersa tra ulivi, querce, margherite e persegue solo il successo elettorale, avviandosi così nuda alla meta. Da qui l'esigenza che "i dinosauri" del post-moderno, navighino verso il largo, nella consapevolezza che xenofobia e razzismo sono spesso mimetici e poliformi. Quando Haider dichiara che "l'Italia è troppo permissiva con gli immigrati" e Ciampi risponde: "No, però serve severità", significa che, pur variando la forma si approda ad una tautologia. Illuminanti sono, inoltre, le rivelazioni di Dini, che da fedele servitore della politica statuale, sostiene che "Haider non si può dichiarare persona indesiderata, perché in Europa c'è la libera circolazione delle persone". È evidente che per Dini la legge non è uguale per tutti e ciò è suffragato dal blocco alla frontiera del treno di Nizza. Ne consegue che l'Europa dei mercati consente la libera circolazione di neonazisti, ma non quella di cittadini, che democraticamente intendono avversare la selvaggia ideologia globalista.
La verità è che siamo immersi in una deriva omologante, in sede economica, sociale e politica, che pur avvalendosi di modalità diverse, persegue i medesimi obiettivi. D'altra parte, gli accordi di Schengen e di Dublino, la creazione dell'Europol, il trattato di Amsterdam, offrono un quadro esaustivo della politica repressiva nei confronti degli immigrati. A questo proposito Dìdier Bigo sostiene che, sulla base di una politica internazionale parallela, il discorso sicuritario sull'immigrazione assume una posizione simbolica e diviene tecnologia politica. In altre parole, usando un'espressione di Foucault, l'attuale terrorismo psicologico si traduce in "governamentalità". Per esplicitare le dinamiche perverse dell'odierno razzismo è illuminante analizzare l'agilità e la disinvoltura con cui si usano termini come "razza", "etnia", "cultura", e ciò rappresenta un'ulteriore dimostrazione dell'ambiguo connubio tra presidenze repubblicane e la riproduzione "di un razzismo scientifico". P. Bourdie», evocando "il Processo" di Kafka, sostiene che il potere assoluto fa salire agli estremi l'ansia, condannando a un fortissimo investimento associato, legato ad una fortissima insicurezza. Ciò significa che si capitalizza l'inquietudine, diffondendo la psicosi della sicurezza ed esorcizzando il malessere sociale, attraverso un repertorio "sicuritario", che punta sulla rassicurazione e sulla prevenzione. Dalle osservazioni fatte si evince, dunque, che le retoriche sicuritarie sono comuni a tutte le forze politiche, sicché, valicando le mistificate immagini dell'occultamento, occorre rilevare che, come ha dimostrato Foucault, le retoriche del tipo "bisogna difendere la società" sono tutte strettamente connesse al razzismo. Pertanto, preso atto che il rosso e il nero si sfumano nella logica del profitto, non può destare stupore l'astensionismo, che lungi dal tradursi in qualunquismo, è l'effetto fisiologico del disordine istituito. La desocializzazione del voto; la deriva dei principi della rappresentanza e dell'inclusione; i corollari dell'antiparlamentarismo; lo spostamento dell'asse portante della politica verso la destra, offrono le coordinate per constatare un divorzio tra legalità ed etica. In questo scenario tutte le strategie di desistenza o di non-belligeranza risultano sterili, sicché l'astensionismo non può essere recepito come la spontaneità di una società impolitica, perché, invece, incarna il costituirsi di un'autentica soggettività politica. Assodato che ogni azione politica va inscritta in un contesto storico, diviene conseguente che la dissidenza è oggi l'unica "ratio", dal momento che esiste uno Stato virtuale, che si avvale di uno strumentario retorico e di una struttura politico-militare; ovvero uno Stato senza territorio, né frontiere, né cittadini, né diritti.

Wanda Piccinonno de
L'Avamposto degli Incompatibili