QUEL MAZZO DI CARTE TRUCCATO

Finalmente l'hanno capito tutti, che la guerra d'Iraq cominciava con la sua fine. L'hanno capito tutti, perchè diventano strutturali e non episodici gli attacchi alle forze di occupazione imperiali.
Pure lo si sarebbe dovuto capire prima, in modo da fare analisi politiche più serie, e in modo da non sbracare alla prima cannonata tutto un movimento per la pace.
Ma cosa si sperava? Che l'esercito iraqeno asserragliato dentro Bagdad e le principali città iraqene resistesse ad oltranza ai bombardamenti dei B52, nonchè ai missili di crociera Cruise o tomahwak o quant'altro, con cannoni riciclati da tante battaglie combattute in secoli preistorici dalle truppe sovietiche?
Sarebbe forse stato romantico, ma sarebbe stato ridicolo.
Perchè nessuno penso sia ormai disposto a combattere in modo tradizionale una guerra contro un nemico, la cui forza militare è preponderante. Ma sul serio si sperava che la gloriosa guardia repubblicana andasse con qualche kalashnikov alla riconquista dell'areoporto perduto?
Era insomma scontato che la resistenza cominciasse dopo "la vittoria imperiale".
Perchè una cosa è andare a conquistare un territorio nemico avendo i migliori armamenti mentre i nemici sono armati di residuati bellici, altra cosa è mantenere un territorio conquistato.
Quando entri e ti fermi in territorio nemico, rinunci di fatto alle armi più micidiali, quelle invisibili, che colpiscono da lontano, quelle "intelligenti". Ve li immaginate i B52 bombardare adesso Bagdad, Bassora, Tibriz? (1)
Adesso entrano in gioco le armi visibili, ravvicinate, quelle che devi puntare ad personam, e qui i rapporti di forza si ribaltano, perchè mentre gli occupati resistenti possono sparare certi di colpire giusto, visto che gli occupanti hanno la divisa, sono piazzati in punti strategici, difendono interessi visibili, soprattutto i pozzi petroliferi, gli occupati resistenti sono invisibili, come i B52, e come i Cruise possono colpire di sorpresa, possono sempre di sorpresa bombardare gli obiettivi strategici (i pozzi), e se agiscono in modo efficace possono annientare i sistemi di difesa, come è successo negli attacchi agli inglesi vicino Bassora.
E allora cominciano i problemi per le truppe imperiali; misteriose sindromi cominciano ad affacciarsi alla mente, dalla sindrome Vietnam, alla sindrome russi in Afghanistan.
Allora si rischia di impantanarsi, e magari di addentrarsi ancora di più nelle sabbie mobili del Golfo, come sembrerebbe da alcuni sondaggi in America su un intervento in Iran, quando ancora non si è riusciti a normalizzare l'Iraq e addirittura lo stesso Afghanistan.
Invece tutti si erano ormai convinti che la resa di Bagdad significasse la vittoria totale dell'Impero e l'adeguarsi di tutti i popoli islamici e quindi anche di tutti gli altri popoli al nuovo ordine mondiale amerikano.
Così anche tutti gli oppositori occidentali a questo dominio amerikano si sono adeguati in gran fretta: francesi, tedeschi e gli stessi russi si sono affrettati a dare mano libera agli yankees per un'eventuale intervento in Iran, e nello stesso movimento tutti o quasi si sono affrettati a parlare di tradimenti da parte del regime in Iraq, ripiegando ancora una volta sulla "centralità del movimento", o su altre formule capaci di ridare slancio all'iniziativa.
Ecco quindi il rincorrere nuovi vertici con relativi controvertici o, nella migliore delle ipotesi cercare nuovi interlocutori con cui essere solidali, dopo la fine del "regime iraqeno".
Noi non siamo teneri coi regimi di vario tipo, che imperversano nel mondo, ma siamo consapevoli che non possiamo essere noi a decidere per gli altri. Noi cerchiamo sempre di capire come si evolve il conflitto Nord-Sud, di individuare le contraddizioni, sperando di riuscire in qualche modo ad incidere in queste contraddizioni e dare il nostro contributo alla caduta dell'Impero Amerikano. Per questo, infatti, avevamo cercato di capire cosa poteva succedere in Iraq e in tutta l'area, e avevamo infatti individuato l'evoluzione della resistenza non solo in Iraq, ma anche in Afghanistan.
Anche perchè la nuova strategia amerikana di smantellamento di quegli stati, definiti canaglia, per preparare l'occupazione diretta, crea situazioni molto più interessanti, in quanto ti libera dall'obbligo di difendere il tiranno di turno.
Infatti al di là delle fregnacce diffuse dagli yankees, in Iraq, per esempio, non si tratta di resistenza dei nostalgici di Saddam. Ci sarà anche quella, ma ormai è chiaro che si tratta di lotta popolare contro gli invasori. E' infatti una lotta che si apre a Bagdad, ma anche a Bassora e ancor più nel nord del Paese. Rimosso il personaggio che in qualche modo teneve il paese sotto un potere centrale, l'Iraq si è disintegrato come Stato, ma si sono liberate tutte quelle pulsioni, quelle richieste di libertà e di potere, che tutte le etnie, tutte le componenti religiose, chiedevano da tempo.
Adesso le reclamano direttamente e danno l'assalto a quelle forze militari di occupazione, che vogliono tenerli sottomessi e depredati delle loro ricchezze.
Per questo avevamo parlato di resistenza iraqena post-bellica, invece di parlare dei tradimenti o altre amenità del genere, che magari ci saranno pure state, ma che erano e sono ininfluenti nel quadro di questo conflitto internazionale di classe.
Se non si capisce questo, si rischia di cercare sempre nuovi sbocchi, come se fosse ciò a determinare l'esito del conflitto.
Invece il conflitto resta lì, come prima resta centrato sulla contraddizione Nord-Sud del mondo, visto che fra queste due aree geografiche, anche se non del tuttogeograficamente intese, si gioca sempre di più la contraddizione fra le classi nel capitalismo internazionale.
E' vero: gli USA sono entrati a Bagdad, dopo essere entrati a Kabul; gli USA controllano quasi tutta l'area del petrolio medio-orientale, oltre al traffico del petrolio caucasico e del gas turkmeno; ma per loro comincia la fase più difficile: come poter mantenere questo controllo, senza dispendio di vite umane nelle proprie file e, soprattutto, senza dispendio di risorse economiche per questo scopo.
Quando noi ventilavamo l'ipotesi di un intensificarsi della resistenza non esprimevamo solo un auspicio, ma esprimevamo l'ipotesi più probabile dell'evolversi della situazione, al punto che forse avevamo sbagliato nelle previsioni, in quanto pensavamo che questa resistenza si sarebbe intensificata in un futuro meno immediato, quando gli yankees avrebbero ritirato la gran parte delle truppe, mentre invece hanno cominciato molto prima, e non solo su un fronte, ma su diversi fronti (Afghanistan, Iraq, e addirittura in zone da sempre considerate filo-occidentali, come Marocco, Arabia Saudita ecc.).
Non c'è stato quindi il cedimento predicato da molti, c'è stato al massimo un modo diverso di combattere la guerra. Quelli che sono mancati e che continuano in certo qual modo a mancare sono i soldati legati sì al regime precedente, ma anche succubi di quell'Impero che li aveva per decenni foraggiati.
Ma la resistenza popolare e degli arabi accorsi alla guerra "santa" non si è mai piegata, stava solo scegliendo il terreno e le modalità di scontro. D'altra parte questo è scontato, ci mancherebbe che uno scegliesse le armi scelte dal nemico in una guerra impari.
Il problema si pone quindi non per la resistenza anti-imperiale dei paesi-canaglia o terroristi, ma per l'atteggiamento di quanti pur dichiarandosi antagonisti, accettano il terreno di scontro fissato dal nemico.
Il movimento per la pace è morto, al punto che non osa più pronunciare una sola parola contro le conclamate aspirazioni guerrafondaie yankees nei confronti dell'Iran: addirittura si è spaccato rispetto all'aggressione (per ora per fortuna solo verbale) rispetto a Cuba; il movimento dei movimenti langue, quando non rincorre scorciatoie giustizialiste o mete elettoralistiche; ma nche gli anti-imperialisti sembrano aver perso lucidità. Nessuna voce rispetto alla ripresa della guerra antiimperialista in medio-oriente e nello specifico in Iraq e a Kabul sembra levarsi; quasi tutti sembrano porsi l'eterno problema del che fare adesso. Infatti si può dire ( e anche questo lo sosteniamo da tempo) che la vera vittoria Bush l'ha ottenuta in occidente, sia per aver piegato i feudatari riottosi, sia per aver annichilito coloro che si erano levati contro l'ennesimo atto di prepotenza imperiale.
Bisogna darsi una mossa e cambiare registro. Bisogna riprendere la spinta contro questo tiranno mondiale, e lottare in difesa della libertà e dell'autonomia dei popoli. Bisogna smetterla coi distinguo, motivati dalla presenza di questo o quel tiranno. La lezione dell'Iraq è proprio questa: la lotta popolare contro gli invasori di fatto si libera anche dei tiranni, che alla resa dei conti non riescono a reggere l'urto amerikano, che invece resta saldamente nelle mani della popolazione. Adesso questa resistenza popolare in Iraq c'è e nessuno può più defilarsi, prendendo distanze da tiranni che non ci sono più.
Noi pensiamo che è giunta l'ora di sostenere politicamente questa resistenza, condotta da un popolo occupato ma non vinto, contro l'aspirante dominatore del mondo. Non bisogna avere tentennamenti, anche perchè è là che che si comincia a giocare una partita lunga e difficile e dall'esito non scontato.
Pensare ai soliti scontri inter-imperialisti, come soluzione a questo stato di cose, potrebbe essere un'illusione.
E' vero, e anche noi lo diciamo da tempo, che queste contraddizioni esistono e, probabilmente si incrementeranno, ma questo conflitto fra le superpotenze si è ormai temperato, a causa del dislivello politico e soprattutto militare fra i contendenti. D'altra parte anche questo era abbastanza scontato: quando l'Impero Amerikano è riuscito non solo ad incunearsi nel lato sud (dopo quello nord) dell'UE, ma anche a conquistare prima di inserirle nell'UE tutte quelle nazioni dell'ex Patto di Varsavia ha già vinto una battaglia importante, destinata a garantire il suo dominio monopolare per un periodo di tempo abbastanza lungo, e con forti prospettive di mantenerlo anche in seguito.
E allora il conflitto si esplica nel modo convenzionale di questa fase, e cioè fra l'Impero Amerikano spalleggiato dai suoi feudatari, e i paesi conquistati, gli stati-canaglia, i terroristi, i popoli negati.
Sarà una battaglia, anzi una guerra, non convenzionale, giocata in vari modi, che nelle varie situazioni sarà di guerriglia, di attentati, di bombe demografiche, sarà insomma la guerra dei dominati contro i dominanti; e rispetto a questa guerra bisognerà schierarsi.
Bisognerà scegliere se ci si schiera con l'Impero Amerikano o con gli iraqeniiranianiafghanipalestinesiecc.ecc.
La madre di tutte le battaglie è cominciata!!!
Anche noi possiamo e dobbiamo fare la nostra parte.
Lottare contro le forme di dominio imperiale esistenti da noi vuol dire fare la nostra parte.
Lottare contro la militarizzazione delle nostre coste, contro le espulsioni dei migranti e contro l'eliminazione in occidente dello status di rifugiato, come proprio in questi giorni sta facendo il governo del cavaliere antennato nei confronti di 34 cittadini kurdi; lottare contro le leggi emergenziali e contro la chiusura degli spazi democratici, lottare contro le liste nere che tutti i paesi occidentali stanno stilando per mettere fuorilegge coloro che si oppongono al dominio imperiale.
Come si vede cose da fare ce ne sono. Si possono fare, perchè questa guerra contro l'Impero yankee, da molti data troppo presto per persa è appena cominciata.
L'importante è di cambiare modo di far politica. Non basta fare le liste della spesa e aspettare il prossimo vertice per andarla a declamare. E' una scorciatoia, che potrà anche essere gratificante andare in centinaia di migliaia a declamare le nostre richieste, ma non serve a niente. I potenti organizzano questi vertici non per discutere il da farsi, ma per ratificare decisioni già prese, per raccogliere i frutti dei loro investimenti. Dobbiamo fare altrettanto: i controvertici ci devono servire non per andare a declamare la lista della spesa, ma per mettere sul piatto, per raccogliere i frutti delle lotte di tutti i giorni.
Il problema dei migranti o dei rifugiati non dobbiamo affrontarlo come al solito nella prima manifestazione di ogni controvertice, ma tutti i giorni, a Roma per esempio dove da molti giorni c'è una mobilitazione a Pza Venezia in sostegno di alcuni cittadini kurdi, cui il governo italiano nega lo status di rifugiato, a Lampedusa, dove arrivano da giorni ininterrottamente navi piene di migranti, e così via.
Lottare contro le leggi emergenziali vuol dire cominciare una lotta contro le carceri, che deve essere costante, non estemporanea, e che deve riuscire a trovare i referenti fra quei ceti sociali, che ogni giorno rischiano di finire in galera, essendo meno uguali del cavaliere antennato e di tutti i potenti.
Stessi discorsi per le lotte contro la precarizzazione o contro la militarizzazione del territorio e delle coste e contro ogni forma di controllo sociale.
E' un compito duro, gravoso ed anche poco gratificante, forse, ma è l'unico modo che abbiamo per cercare di cambiare i rapporti di forza in questa lotta politica contro l'Impero amerikano, i suoi accoliti e soprattutto contro il Capitale.
La strada non è in discesa e lo sappiamo, ma sappiamo anche che non si tratta di una strada senza sbocchi, è impervia ma percorribile.
Molti popoli a modo loro la stanno percorrendo, noi possiamo fare altrettanto.

L'Avamposto degli Incompatibili

(1) Vedi doc. COLPISCI E TERRORIZZA dell'8 Aprile 2003 (www.controappunto.org pag. documenti politici)