CHE COSA CENTRA IL REDDITO DI CITTADINANZA CON LA QUESTIONE DELLA SANITÀ?

From: paolopunx@inventati.org

CHE COSA CENTRA IL REDDITO DI CITTADINANZA CON LA QUESTIONE DELLA SANITÀ?

Aumentare il reddito fa sempre buon sangue, perché ci rende la vita meno
precaria e ciò comporta una diminuzione dello stress e di conseguenza del
rischio di ammalarsi. Prevenire prima che curare!
Questo ragionamento provocatorio non afferra in pieno la problematica, le
relazioni che intercorrono tra reddito e sanità. Anche il ragionamento che
vede l’accesso alla sanità come una porzione di salario sociale, di
reddito indiretto ( perché il reddito di cittadinanza non è solo
un’erogazione monetaria ma anche l’accesso incondizionato ai servizi, alla
formazione, ai saperi, all’alloggio…. ) non sembra cogliere tutta la
complessità che abbiamo dovuto affrontare nel tentativo di intraprendere
una vertenza territoriale sulla questione della privatizzazione della
sanità.
La relazione nata a partire dalla vertenza dei lavoratori della coop.
nell’ospedale di Melegnano, ci ha riproposto con forza la condizione
comune di solitudine e precarietà di fronte ai processi di privatizzazione
in corso, il progressivo allontanamento di ognuno di noi dalla risorsa
pubblica (materiale e immateriale) che dovrebbe garantire a tutti il
diritto alla salute: altrimenti che diritto è?
Amici che lavorano nella sanità, sia pubblica che privata ( infermieri,
impiegati e medici), ci raccontano della gravità della situazione.
Ci raccontano che all'ospedale di Melegnano stanno chiudendo interi
reparti, che il rapporto tra personale sanitario e pazienti è tragico, che
iniziano ad utilizzare cooperative di infermieri come si fa per la
logistica delle merci nella zona industriale di Sesto Ulteriano.
La stessa vicenda della chiusura del Centro Unico di Prenotazione,
l'appalto del servizio ad un call center esterno all'azienda ospedaliera
con il conseguente licenziamento di lavoratori e la riduzione del
servizio, ci indicano che vogliono indirizzarci verso il privato
convenzionato.
Ecco come si spiega il crescente utilizzo del centro di analisi privato
che hanno aperto a San Giuliano Milanese da quando il distretto sanitario
( l'ASL) ha ridotto il servizio del centro prelievi, con la chiusura del
sabato e con la relativa riduzione dei tempi di attesa del cittadino. O
meglio del consumatore!
Perché questa è oggi la nostra comune condizione nel libero mercato della
salute.
Che sia pubblico o privato la gestione della sanità è un problema di
pareggio di bilanci, è una questione di profitti.
La salute è un mercato che per far quadrare i conti promuove lo
spostamento di risorse finanziarie dal pubblico al privato: altro che
mancanza di fondi pubblici, altro che riduzione degli sprechi della sanità
pubblica con la privatizzazione !
In questo modo si capisce anche la porcata dei vaucher, cioè dei buoni che
verranno distribuiti dalla Regione Lombardia ad ogni cittadino che "potrà"
decidere di spenderlo nel mercato dei servizi socio-sanitari come meglio
crede. Traduciamo: se hai solo la disponibilità del vaucher sarai
costretto a usufruire del servizio che costa meno; se hai disponibilità
monetaria da aggiungere al vaucher allora potrai salire i gradini della
piramide, secondo disponibilità, fino a raggiungere il primario più famoso
in questa o quella specializzazione medica.
Al di là del reddito, della fascia di reddito di appartenenza, il problema
della privatizzazione/mercificazione della sanità riguarda tutti.
Non è solo un problema di chi non ha i soldi per pagarsi le cure, di
garantire cure agli indigenti (e questo rappresenta una parte del mercato
della salute), ma è anche un problema di individuazione e pratica del
concetto di cura migliore a fronte dei meccanismi di mercificazione e
potere a cui è sottoposto il mercato della sanità.
Le multinazionali e le logiche mercantili con le quali governano le
politiche sanitarie, hanno il potere di determinare la vita o la morte sia
degli Africani, ai quali non è nemmeno concesso produrre farmaci
anti-Aids, che degli Europei nel determinare farmaci e scelte
terapeutiche.
Altro che tutela della salute, l’esistenza stessa della malattia, la sua
diffusione, sono condizioni indispensabili per la sopravvivenza del
mercato della salute!
Avete mai sentito parlare di un mercato che riduce la domanda di una
determinata merce? Perché dovrebbero fare prevenzione? Per diminuire i
profitti? E la cura che mi propongono a quali interessi risponde?
Forse è anche perché sono sempre più diffusi questi ed altri interrogativi
che parallelamente si diffondono pratiche di autodeterminazione della
cura: la medicina naturale associata alle ultime scoperte scientifiche, la
medicina tibetana, l’Aloe o le erbe degli indiani d’America con la
biogenetica. Certo ancora degli aggiustamenti individuali a fronte di una
crescente critica, una mancanza di fiducia nelle scelte terapeutiche che
ci propone il mercato e della loro scienza mercantile, ma il problema di
come tutelare la salute rimane aperto.
La Legge 833 del ‘78, con il passaggio dalla cassa mutua ( che riconosceva
l’accesso alla sanità solo a chi lavorava) ad una pluralità di servizi
diffusi nel territorio e formalmente garantiti a tutti, prevedeva
strumenti di controllo da parte dei cittadini sulla gestione della sanità
pubblica; ma a quale sanità pubblica ci riferiamo, una volta che
concordiamo sulla necessità di garantirla a tutti?
Chissà che accadrebbe se le strutture sanitarie venissero gestite con
criteri diversi da quelli economici e di mercato, se la salute divenisse
un bene prezioso da tutelare nell’arco della nostra intera esistenza,
partendo proprio dallo star bene quotidianamente.
Ospedali in cui il paziente non sia un cliente da spennare, ma un essere
umano, con tutte le sue problematiche ed esigenze, dove le relazioni e le
attenzioni siano importanti tanto quanto le medicine o i rimedi
somministrati.
Strutture sanitarie in cui il personale non sia considerato come un limone
da spremere, al fine di diminuire i costi ed aumentare i profitti, ma una
risorsa insostituibile per promuovere quelle relazioni ed attenzioni
indispensabili per garantire la “guarigione” dei pazienti.
Servizi sanitari in cui la discussione, la partecipazione diretta, la
cooperazione di utenti ed operatori divenga motore di continua
trasformazione e miglioramento degli stessi.
Servizi, ospedali compresi, in cui sia possibile scegliere la terapia
(allopatica, omeopatica, tibetana, naturale, ecc.), senza venir sottoposti
al ricatto del pagamento a proprio carico della “cura alternativa” e dei
rimedi.
Che dire poi della ricerca, indirizzata in maniera esclusiva solo verso la
medicina allopatica occidentale e comunque totalmente in mano alle case
farmaceutiche, che la finanziano e ne ricevono i proventi?
E se i diversi “ricercatori” cominciassero a cooperare tra loro senza
riconoscere più i paletti ed i confini posti dalle multinazionali?
Se le scoperte fossero considerate un bene prezioso a disposizione
dell’umanità intera e non una fonte di profitto per le multinazionali
farmaceutiche, da garantire a colpi di brevetti, quali passi avanti
potremmo fare nella tutela della salute?

 

 INTERVISTA AD UNA LAVORATRICE DELLA SANITÀ

In questa occasione conoscemmo Eterotopia che distribuivano strani
volantini che reclamavano reddito e che parlavano di “lavoro di merda”
Luogo di lavoro: Azienda Ospedaliera di Melegnano
Scuola: Operatore Grafico Pubblicitario
Contratto: Socio lavoratore - 36 ore settimanali
Mansione: Impiegata alle Casse ambulatoriali prenotazione e pagamento ticket
Stipendio: 700 euro circa
no malattia - no mensa
Mobilità: 30 km ca dal luogo di lavoro (costo 100 euro ca)
Straordinari: Fino a 40 circa al mese pagate come ore ordinarie
Impiego attuale: Impiegata Front Office Azienda di consulenza
Contratto: Formazione lavoro - 24 mesi
Stipendio: 900 euro - 110 euro di ticket

Come è iniziata la vertenza?
Ho iniziato a lavorare nel 2000 e il sindacato non era presente. Poi, non
ricordo quando, ma prima che si iniziasse a parlare di vertenza ho saputo
della esistenza della CGIL e ho fatto la tessera.
A Gennaio 2003 subentrò la nuova Direzione Generale dell'Azienda
Ospedaliera che iniziò a paventare la riduzione del personale ausiliario,
amministrativo della Coop.
e di tutte le ditte esterne in appalto. Il Presidente della Coop. poco
dopo, durante un assemblea ci comunicò la sospensione del pagamento degli
stipendi causato dalla mancata fatturazione dell'Azienda alla Coop.
Il personale si recava al lavoro regolarmente nonostante la mancanza di
reddito, mentre tra le due parti iniziò un tira e molla senza raggiungere
soluzioni.

Perché hai continuato a lavorare senza stipendio?
Il primo pensiero dopo la comunicazione della fine del contratto e della
fine dello stipendio è stato quello di licenziarmi immediatamente.
Poi riflettendo ho capito che era troppo semplice risolvere il problema
andando via, ma che dovevo fare qualcosa per me, contro di loro e per la
mia utenza che nei quasi quattro anni trascorsi allo sportello mi ha
insegnato tante cose, mi ha fatto ridere, mi ha dato soddisfazione e mi ha
fatto tantissimi regali!

E il sindacato?
Il sindacato ci propose di fare una vertenza legale per l'equiparazione
degli stipendi futuri e arretrati con quelli dei lavoratori dell'Azienda
con i quali lavoravamo negli stessi uffici con le stesse mansioni e
responsabilità. Tesserò circa 30 persone su 160.
Ci accorgemmo subito della mancanza di comunicazione e di progetti da
parte del sindacato nonostante la gravità raggiunta col proseguire del
tempo.
Il malcontento, l'impotenza e la sfiducia ormai diffusa tra tutto il
personale fece pensare alla elezione di un nuovo rappresentante sindacale
e in quella occasione mi elessero dopo avermi chiesto disponibilità.
Finalmente organizzammo uno sciopero con manifestazione nei quali noi
lavoratori della cooperativa rivendicavamo il rinnovo del contratto e gli
stipendi arretrati, mentre i lavoratori dell'Azienda ( che parteciparono
alla manifestazione chiedendo 4 ore di assemblea retribuita) il
riconoscimento degli scatti di categoria.
In questa occasione conoscemmo Eterotopia di San Giuliano Milanese che
distribuivano strani volantini che reclamavano reddito e che parlavano di
“lavoro di merda”.
Non sapevamo niente di loro, neanche che avevano a disposizione un
avvocato che avrebbe potuto aiutarci ma ascoltammo il consiglio di un
lavoratore dell'Azienda di farci aiutare e iniziammo la vertenza con loro.

Che tipo di rapporto avete avuto con il Centro Sociale, solo per
effettuare la vertenza legale?
No, si sono proposti a noi non solo per creare nuove forme di lotta, dopo
lo sciopero, per il rinnovo del contratto e per rivendicare i nostri
diritti ma fecero un discorso più complesso che coinvolgeva direttamente i
cittadini perché un taglio del personale significava non garantire più il
servizio Sanitario che è pubblico e l'avvicinamento alla privatizzazione.
Si pensò alla chiusura degli sportelli cassa e prenotazione. Infatti si
fece un assemblea con tutti i soci dove parteciparono anche alcuni del
Centro sociale (che si presentarono come un'associazione di utenti) per
programmare l'eventuale chiusura delle casse e del pagamento dei ticket,
volantinando e rendendo partecipe l'utenza, ma per la paura di ritorsioni
nei nostri confronti da parte della polizia, del sindacato contrario a
questa forma di lotta e per la mancanza di fiducia anche tra i lavoratori
stessi non si fece nulla. Quel giorno uscì allo scoperto durante
l'assemblea che il personale ausiliario da anni non effettuava visite
oculistiche, esami del sangue ecc.. come la legge prevede per una tutela
del cittadino visto che gli ausiliari sono a contato con l'ammalato
quotidianamente, ma il sindacato rispose che non era il luogo e il momento
per parlare di queste cose. Non si parlò più.

Come si è conclusa?
Circa 30 persone vennero licenziate alla fine di Giugno, gli ausiliari
continuarono a lavorare senza stipendio e per 10 persone subentrò una
società di lavoro temporaneo con un contratto a termine di tre mesi ,
rinnovabile, con l'inquadratura Nazionale del contratto ma con lo
spostamento nei vari distretti che creò parecchi disagi. La vertenza
legale iniziò con l'avvocato del Centro Sociale per una quarantina di
persone circa, continuando poi con la collaborazione del sindacato e con
l'aumento di persone interessate a questa scelta . La vertenza sta
continuando e continuerà fino a Settembre 2004, per il momento siamo
riusciti a prendere gli stipendi arretrati di Aprile, Maggio e Giugno.
Il servizio dove lavoravo ha avuto una riduzione altissima con la chiusura
dei sabati e con una riduzione di orario di due ore in meno al giorno.
Hanno sostituito alcuni lavoratori della cooperativa con lavoratori del
Centro Unico di Prenotazione Telefonico che è stato appaltato ad un call
center esterno all'Azienda Ospedaliera.
Il servizio Cup è stato chiuso e lavorano 7 persone in meno.
Io sono stata pescata tra i 10 riassorbiti con l'agenzia interinale
Italia-Lavora e mi mandarono nel distretto di San Giuliano Milanese e
questo comportò la perdita di contatti con i colleghi.
Mi sono licenziata il 1 Agosto 2003 per la mancanza di prospettiva, per lo
stress, per la voglia di partire per le vacanze estive e ricominciare
tutto da capo e per problemi di salute.

Se domani vincessi due miliardi cosa faresti della tua vita?
Questa è una domanda che potrebbe avere due miliardi di risposte!! Se
pensassi ai piccoli o grandi sogni ……… Sicuramente non andrei più a
lavorare e per lavoro intendo dodici ore della tua giornata a fare
solitamente dopo l'ordine di un capo qualcosa che non ami, e senza avere
nessun riscontro economico per vivere felicemente. L'esperienza che ho
avuto mi ha insegnato una realtà che immaginavo e che non avevo ancora
conosciuto fatta di compromessi, bugie e potere senza pensare minimamente
al lavoratore come persona che vive, ma come una cosa, una macchina
sostituibile in qualsiasi momento e anche peggio. Il disgusto più forte è
verso chi dovrebbe tutelare e proteggere il cittadino, la salute è un
diritto di tutti e l'Ospedale di Melegnano è un esempio di come questo
diritto verrà annullato con la privatizzazione in corso.
Sinceramente non so cosa farei con tanti soldi, forse ora sono troppo
confusa e ho troppi desideri per rispondere…. Cercherei di vivere e far
vivere al meglio.

Adesso che lavoro fai?
Preferisco non dire il nome dell'azienda dove lavoro e in particolare di
che cosa si occupa, non si sa mai!!!
Se dovessi fare un paragone, il paragone non sta in piedi. Sicuramente
l'ambiente non è dei migliori ma devo resistere almeno per questi due anni
perché avrò con l'anno nuovo tante spese e quindi ambiente bello o brutto
necessito di un reddito e di un posto di lavoro che mi permetta di stare a
casa nel coso dovessi stare poco bene. Il contratto è Nazionale, ho
tredicesima , quattordicesima, ticket premio produzione, ferie, malattia ,
permessi, ecc…. in Ospedale non avevo praticamente nulla. Adesso penso al
presente e faccio andare bene le cose così, poi si vedrà!!!!!!

   LA CATENA DI MONTAGGIO DELLA SANITÀ

Franca , 30 anni, lavora da 7 anni in una casa di riposo del nord
milanese. Assunta per concorso, dopo la scuola di ausiliario, con un
contratto a tempo determinato fa la scuola per operatore tecnico
assistenziale (O.T.A.) e sempre per concorso viene assunta a tempo
indeterminato per le mansioni che svolge tuttora. Nella casa di riposo i
degenti si dividono in tre categorie: N A P (non autosufficienti
parziali) , N A T (non autosufficienti totali), Alzheimer. Lavora su due
turni: il primo, dalle 7alle 14, il secondo dalle 14 alle 21.
In cosa consiste il tuo lavoro?
La mattina devo alzare i pazienti portarli in bagno, lavarli, applicare le
pomate per le piaghe da decubito, vestirli e mobilizzarli, cioè metterli
sulla carrozzina. Uno alla volta li mettiamo tutti sulla carrozzina. E '
una faticaccia, infatti se prima al reparto per 52 - 53 pazienti erano
assegnate 4 OTA, in seguito si è passato a tre e adesso siamo in due a
fare tutto il lavoro.
Cinque minuti per paziente diventano complessivamente 4 ore e venti per
fare tutto il lavoro. E ' una vera catena di montaggio. I tempi sono stati
calcolati e noi non possiamo metterci più di cinque minuti per paziente.
Non abbiamo neanche il tempo per andare in bagno, io ci vado lo stesso,
insomma se mi scappa che devo fare? Ma con questi ritmi non si riesce
neanche a tirare il fiato. Se poi vai alla macchinetta del caffè e ti
vedono i capi ti lanciano le battute: “ bello prendersi il caffé, ma siamo
qui per lavorare.” E’ umiliante. Il fatto che a tirare su dal letto i
pazienti, giorno dopo giorno, anno dopo anno, la schiena ti va in pezzi.
Dovremmo avere dei sollevatori meccanici, ma sono pochi e ce li “rubiamo”
da reparto a reparto, e così finisci per fare il lavoro a mano. E' così,
un 'ossessione a risparmiare su tutto. A danno dei lavoratori e dei
degenti. Sempre a riprenderci perché consumiamo troppo sapone, troppa
pomata, troppo di questo, troppo di quello. I guanti ! I guanti sono una
vera fissazione. Secondo loro usiamo sempre troppi guanti, ne sprechiamo
dicono loro. Ma i guanti sono una questione di igiene e di sicurezza per
l’operatore e il degente, o no ?
E ai degenti, una volta che sono messi sulla carrozzina, che succede ?
Niente, stanno lì ed aspettano. La casa di riposo è immersa in un
bellissimo parco. Ma noi sempre cronicamente sotto organico non
riusciamo mai a portarceli. E così devono aspettare i parenti e i
volontari, quando ci sono. Per alcuni i meno gravi, c'é la fisioterapista
che li viene a prendere per fare ginnastica, ma sono quelli che appunto
stanno meglio. Gli altri stanno parcheggiati sulla carrozzina ed aspettano
l'ora di pranzo. Ci sono anche due animatrici per 536 pazienti, ma anche
loro si occupano di quelli con meno problemi e che quindi creano meno
problemi.
E poi che succede, cosa fate?
Facciamo i letti, serviamo il pranzo e imbocchiamo quelli non
autosufficienti e arriviamo a fine turno. A quel punto dovremmo andare in
mensa a mangiare, ma io me ne vado sempre a casa. Hanno messo la mensa a
fine turno alle 14,00 e alle 21,00, ma quasi tutti preferiscono fare come
me e andarsene a casa. C'è stato un accordo con i sindacati per spostare
la mensa a fine turno. Se sei così stretto con l'organico, non ci sono
alternative : o dai da mangiare ai pazienti o mangi tu.
Tu che rapporto hai con i pazienti ?
Per me sono come i miei nonni, ci parlo ci scherzo, cerco di farli ridere.
Mi piace questa parte del lavoro, ci sono portata.
Siete tutti dipendenti dell'ASL?
No, ci sono anche delle cooperative. Cooperative di OTA, di infermieri, e
quelli che noi chiamiamo “gettonisti”. Sono anni che tutti i nuovi assunti
entrano solo tramite le cooperative.
Chi sono i “gettonisti”?
Sono infermieri e non in pensione, che continuano a lavorare lì
tramite le cooperative.
Come è cambiato il servizio con il passare degli anni ?
E' peggiorato sicuramente come sono peggiorate le condizioni di lavoro. I
pazienti entrano nella struttura e più passa il tempo, più hanno bisogno
di cure. Invece noi facciamo il contrario, più passa il tempo e meno
forniamo un'assistenza soddisfacente, dignitosa. Anche la struttura fa
schifo. Hanno rifatto l'entrata, l'accoglienza così a chi arriva gli si da
l'impressione che tutto va bene, ma il resto dell'edificio è in
disfacimento. Le porte dei bagni sono strettissime, ci si passa a filo con
la carrozzina, così lavoriamo male noi e mettiamo in pericolo i pazienti,
rischiando di farli cadere. Poi i dipendenti delle cooperative, che fanno
lo stesso lavoro e prendono meno, sono più distaccati rispetto al lavoro.
Anche noi a dire la verità, vedendo come vanno le cose ti disaffezioni,
molti che sono lì non vedono l'ora di timbrare ed andarsene a casa.

Quanti pazienti che entrano nell'istituto ne escono?
Pochissimi, la maggioranza ci muore, qualcuno però esce.
Lo scorso mese una paziente è stata riportata a casa dalla figlia.
Venendola a trovare si era resa conto del pessimo trattamento riservatole.
E allora ha deciso di portarsela a casa, le sarà venuto il rimorso.

Pensi di restare ancora in questo posto di lavoro?
Per il momento sì. Adesso vado in maternità e quando rientrerò chiederò il
part - time, voglio dedicarmi a mia figlia e alle cose che mi piacciono. E
poi, anche se lavorare con gli anziani mi piace, il lavoro è troppo
faticoso, arrivo a casa che sono distrutta, non riesco più a far niente.
Ed io ho bisogno di dedicarmi alle cose che mi piacciono, coltivare le mie
relazioni e prendermi tempo per me.

 STORIE DI GUERRA QUOTIDIANA
Sembrava un normale pomeriggio di un giorno qualunque. In ufficio tutto
procedeva con la solita monotonia. Gli sportelli erano ancora chiusi, ma
già si sentiva il vociare dei cittadini che affluivano all'Ufficio
Relazioni con il Pubblico del Comune.
Poi all'improvviso un rumore sordo attira l'attenzione di tutti. Sembra
provenire dalle scale che salgono ai piani alti e partono proprio dalla
porta d'ingresso dell'ufficio in cui lavoro. Le urla che seguono
incrementano ulteriormente i battiti cardiaci e la preoccupazione
sostituisce in tutta fretta la curiosità. Speriamo che qualcuno non sia
caduto dalla tromba delle scale. Mentre mi avvicino alla porta per capire
cosa è successo, si sente il rumore sordo di alcuni colpi di pistola.
Uno, due, tre… sei, poi un brevissimo attimo di silenzio seguito da
incomprensibili imprecazioni mischiate ad urla. Forse qualche utente
particolarmente incazzato sta protestando a suo modo per presunti torti o
ingiustizie subite, o per qualche pratica finita in nulla… Forse ha
esaurito il caricatore. Di nuovo la curiosità prende il sopravvento, apro
l'altra porta, quella da cui si vede l'ampio salone centrale antistante
l'ingresso del Comune ed appare un uomo incappucciato con la pistola in
mano che grida a squarcia gola: fuori tutti! Una nuova e più vigorosa
raffica di spari mi convince a rientrare in ufficio e cercare riparo
buttandomi a terra, al centro della stanza, lontano dalle due porte
d'ingresso e più in basso delle finestre che fungono da sportello, nella
speranza che il muro sia sufficientemente robusto per proteggermi dai
proiettili. La mia collega è pietrificata, come me, da quegli spari che
ora sembrano provenire da differenti direzioni. E' evidente che non si
tratta di una singola persona, ma di un gruppo con intenzioni a noi
assolutamente sconosciute e particolarmente incline a sprecare decine e
decine di proiettili senza apparente motivo. Sembra quasi di trovarsi in
mezzo ad una battaglia, nonostante ci hanno abituato a pensare alla guerra
come qualcosa che si svolge sempre altrove! All'improvviso si sente il
suono di una sirena. Arrivano i nostri direbbe qualcuno, invece aumenta
solo l'agitazione. D’altronde nessuno sembra particolarmente felice di
rimanere in mezzo ad un probabile conflitto a fuoco. E' a quel punto che
decido di riprovare ad uscire. Esco dalla porta, attraverso velocemente un
breve corridoio “protetto” e mi ritrovo in un batti baleno vicino ad una
delle uscite laterali del Comune. Il grosso portone solitamente chiuso è
aperto e fuori cominciano a raggrupparsi alcuni dipendenti. Ci guardiamo
increduli, quando scopriamo che si tratta di una “finta”, di
un'esercitazione come si affretta a raccontare la responsabile per la
sicurezza alla schiera di giornalisti al seguito delle truppe, che armati
di penna e telecamere seguono l'avvenimento in tempo reale per
certificarne l'esistenza. Ma l'incubo non è ancora finito. Molti sono
ancora dentro, barricati e terrorizzati in ufficio, ignari di tutto … per
loro la guerra continua… Qualcuno si sente male. Due dipendenti,
impallidiscono, uno crolla a terra, ha le convulsioni e rischia di
ingoiarsi la lingua… entrambi verranno portati va in ambulanza. Molti
altri passeranno insonni le notti seguenti, grazie allo shock a cui sono
stati sottoposti. La tensione è palpabile e tutti, tutte, ci stiamo
chiedendo quale incredibile motivazione sottintende una simile
sceneggiata. In guerra tutto è lecito, anche mettere a dura prova le
coronarie, scriverà, il giorno dopo, un giornale locale riportando le
dichiarazioni del Sindaco: “più realistica è l'esercitazione meglio si
testa la reazione delle forze dell'ordine impegnate a sventare attentati e
la reattività dei dipendenti”.
Insomma ci hanno arruolato, a forza, senza nemmeno dircelo, perché nessuno
può ritenersi estraneo alla loro guerra. Ma non è finita qui, perché il
vicequestore del locale commissariato dichiara “siamo nell'ambito della
normativa 626, questi test andrebbero eseguiti con regolarità sia in
Comune, sia negli altri uffici, ma anche nelle banche e nelle scuole”.
Evidentemente non gli è bastato il nostro arruolamento coatto,
l'allenamento delle coronarie deve essere esteso anche ai minorenni. Con
quale coraggio si può affermare che un'operazione che ha causato
l'infortunio di due lavoratori ed ha messo a repentaglio la salute di
molti altri è stata fatta per tutelare la salute e la sicurezza dei
lavoratori, applicando quanto prevede il Dlgs 626 del 1994? Che oltre al
danno si cerchi di aggiungere la beffa del “lo abbiamo fatto per il vostro
bene” è davvero insopportabile.
Altro che esercitazione! Seminare panico per verificare le reazioni delle
persone assomiglia più ad uno di quegli odiosi esperimenti da laboratorio
che non ad un'esercitazione Certo, non vi è molto da stupirsi dato che è
divenuto normale utilizzare le parole capovolgendone il significato a
proprio piacimento.
Quante volte ci è capitato di sentire alla TV chi invia i carri armati e
bombarda le città affermare di farlo per la pace, chi distribuisce
sopraffazione, devastazione e miseria ergersi a planetario paladino della
libertà, o buffe ed inconciliabili affermazioni come: “odio i negri, ma
non sono razzista”.
Non sempre, però, quando si semina panico si raccoglie ordine.
Così noi piccole cavie, abbiamo organizzato un'assemblea di tutti i
topolini e deciso di intraprendere una serie di iniziative per denunciare
e contrastare questi pericolosi esperimenti… e come per incanto la solfa è
mutata e dalle pompose dichiarazioni in cui tutti facevano a gara per
elogiare ed accaparrarsi i meriti della splendida esercitazione,
all'insegna del “medaglia, medaglia”, si è velocemente passati al gioco
dello scaricabarile, così in voga nella nostra italietta, all'insegna del
“io non ho deciso niente e non sapevo nulla, la colpa è del mio subalterno
e così all'infinito”.
Eppure, nonostante questo, l'impressione è quella che l'esperimento
continui, anche se con modalità apparentemente diverse.
D'altronde, amplificare continuamente la sensazione d'insicurezza è un
gioco assai utile agli spacciatori d'ordine, un gioco utile per
legittimare qualunque strumento di controllo e restringere la nostra
libertà personale e collettiva.
In nome della nostra sicurezza, del “lo facciamo per il vostro bene”,
possono ascoltare le nostre telefonate, sapere dove siamo stati attraverso
le tracce elettroniche lasciate dal Bancomat, dalla Viacard, dal Telepass,
dal telefonino o dall'immagine di una delle tante telecamere installate
qua e là… e quale miglior occasione può giustificare tale invasivo
controllo delle esistenze se non la guerra ?
Per cui, se domani dovessi accorgerti di essere inquadrato da qualche
videocamera di sorveglianza, non preoccuparti, sorridi: va in onda la
guerra infinita!