Contro la precarizzazione del lavoro globalizziamo i diritti

Immigrati che lavorano nelle catene della ristorazione, in una fabbrica dell'indotto o sui cantieri.

Immigrate, spesso clandestine, alle prese con i lavori domestici di baby-sitter, colf, infermiere o collaboratrici domestiche che accudiscono gli anziani.

Studenti che per pagarsi gli studi lavorano in cooperative di assistenza o di servizio, a tempo parziale o con contratto di formazione lavoro.

Universitari che per varcare un pertugio nella trafila accademica mettono a disposizione le loro competenze e i loro saperi per ricerche e tesine che porteranno un altro nome e serviranno altri fini.

E ancora, donne che per quadrare i bilanci familiari al lavoro domestico aggiungono quello in cooperative sociali, per una paga irrisoria, per non avere più tempo a disposizione.

E giovani che lavorano nella aziende della net-economy, lavoratori della conoscenza e della comunicazione, con ritenuta d'acconto, per un orario di lavoro improntato alla massima disponibilità, con un tempo di lavoro che finisce ormai per colonizzare anche il tempo di vita.

Che cosa rappresentano tutte queste forme della prestazione lavorativa?

Sono tutte figure attraverso le quali il lavoro è stato frammentato, disperso socialmente, riorganizzato e delocalizzato a misura delle esigenze di impresa. Sono le diverse tipologie (17 per l'esattezza) che la concertazione sindacale della flessibilità del lavoro con i governi di centro-sinistra ha finora messo a disposizione degli imprenditori per assumere o licenziare.

Cosa hanno in comune questi lavoratori?

La precarietà della vita, legata alla necessità di un reddito, che espone tutti a un perenne ricatto, ridotti ad accettare condizioni e tempi altrimenti rifiutati, che costringe tutti a una perenne insicurezza sul proprio futuro e sui propri progetti, avvolti nelle miserie di questo presente.

Quella stessa precarietà che oggi, con l'abolizione dell'articolo 18 si vorrebbe estendere anche a quel segmento del lavoro, rappresentato dal lavoro dipendente a tempo indeterminato.

Per tutti il lavoro, attraverso il ricatto del reddito su una condizione di precarietà generalizzata, diventa uno strumento di dominio e di assoggettamento, uno strumento per ridurre il tempo e la vita a oggetto di uno scambio umiliante.

Queste figure della frammentazione del lavoro sono anche il segno di una profonda trasformazione che ha investito la produzione e l'economia nel suo complesso.

Oggi la produzione è prevalentemente produzione di comunicazione, di beni immateriali, di servizi e di modelli di consumo, il cui attore principale è la società nel suo complesso.

Per questo oggi scontiamo fino in fondo il limite di ogni discorso sul diritto al lavoro o sul valore sociale del lavoro, perché vincolando il reddito al lavoro nessuno è più padrone del suo tempo e della sua vita.

Porre la questione della società tutta come attore della produzione, superando la frammentazione e la dispersione sociale del lavoro, significa per noi superare la parola d'ordine dello sciopero generale a favore di uno sciopero generalizzato, rivendicando la centralità di quei 6 milioni di lavoratori precari, atipici, interinali, della conoscenza e dell'immateriale, quali soggetti della produzione.

Significa lottare per liberarci per sempre di una pratica della concertazione sindacale che finora ha rappresentato solamente un mercanteggiare sulle forme della flessibilità, per costruire una cittadinanza più forte e piena fondata su diritti da riconoscere ai soggetti in quanto tali, indipendentemente dalla loro nazionalità, cultura o fede religiosa.

Significa riconoscere che se è la società intera a porsi come soggetto principale della produzione, mettendo a lavoro direttamente le facoltà cognitive, comunicative e relazionali degli individui, la contraddizione tra lavoro e non lavoro si risolve in quella tra vita retribuita e non retribuita, il cui confine è labile e sempre mutevole, soggetto a una decisione politica fondata sulla acquiescenza e sulla disponibilità mostrata dai soggetti nell'accettare condizioni, tempi e modalità della prestazione lavorativa.

Per questo dobbiamo liberare l'esistenza dal ricatto del lavoro e dalla schiavitù del tempo rivendicando un reddito universale e incondizionato di cittadinanza.

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