Lo sciopero generale, questo sconosciuto

Lo sciopero generale, questo sconosciuto. Annunciato più volte, come l'indispensabile momento di passaggio del "movimento di Genova", verso un radicamento nelle contraddizioni materiali di classe che ancora costitutivamente attraversano il dominio globale di Monsieur le Capital, sarebbe stato legittimo attendersi che tale passaggio si compisse definitivamente, allorchè la logica "astratta" dell'economia si è oscenamente concretizzata nella pratica sanguinaria della guerra.
Oggi, infatti, il capitale totale, ancora una volta, ci ricorda quanto tragicamente reale sia quell'astrattizzazione in cui sussume tendenzialmente ogni manifestazione dell'umano.
Ma quando il gioco si fa duro e acquista le fattezze di una guerra, è inutile continuare a fare giochetti di simulazione: in guerra la controparte non tratta, spara. Chi si scandalizzava di fronte al "tasso di militarizzazione" rappresentato dal variegato arredo urbano di cui si fece uso collettvio nelle giornate di Genova, si trova oggi a fare i conti con la dura efferatezza del ben più "variegato" arsenale autenticamente militare, messo in campo da George W. "Black Bloc" Bush & C.
La critica di questa disarmante idiozia non implica evidentemente alcuna indulgenza nei confronti dell'idiozia uguale e contraria di chi volesse mai pretendere di trovare una qualche presunta legittimazione, nell'attuale scarto in avanti della strumentazione messa in campo dall'avversario, per la riesumazione, dalla pattumiera della storia, di vecchi deliri lottarmatisti. La nostra unica possibilità di risposta viene infatti, come sempre, dalle armi della critica che devono diventare patrimonio collettivo e concretizzarsi in una pratica autonoma e di massa, in grado di invalidare i meccanismi di astrattizzazione e autonomizzazione del politico e del suo estremo derivato: il militare.
E tale passaggio non può che articolarsi dentro la materialità di quella contraddizione di classe che costituisce l'unico punto di leva adeguato a scardinare l'altrimenti imbattibile macchina da guerra, attivata nell'attuale conflitto imperialistico.
Se questo è vero, lo sciopero generale rappresenta un atto dovuto, anche se, in prima battuta, può risultare un'azione in certa misura simbolica. Indicare una strada coerentemente percorribile che permetta, in prospettiva, di superare l'afasia di un sociale schiacciato sotto il tremendo ricatto della "guerra contro la barbarie terroristica", e al contempo apra contraddizioni e varchi, nell'asfissiante cappa dei "recuperatori" di ogni e qualsivoglia tipo: è questo il compito che, in modo assolutamente trasparente, un ceto politico sedicente "disobbediente" e/o antagonistico deve sapersi assumere, nel momento in cui, come oggi, vorrebbe/dovrebbe supportare il lento processo ricompositivo di quel nuovo movimento di massa a struttura soggettiva che a Genova aveva saputo finalmente manifestarsi sul versante di un capacità mobilitativa finora mai raggiunta, ma che di fronte all'evento dell'11 settembre ha subito oggettivamente un pesante arretramento.
E invece, tale trasparenza non è dato vedere, nei comportamenti e nell'agire quotidiani, che hanno portato alla scadenza delle giornate di mobilitazione previste in occasione del prossimo vertice del Wto, prudentemente convocato nel Qatar.
Tant'è che alcune domande sorgono spontanee:
1 - Perchè si è provveduto a promuovere così tardivamente la mobilitazione nazionale su Roma, attendendo sino alla notte fra martedì 6 e mercoledì 7, per diffondere l'appello?
2 - Perchè l'iniziativa dello sciopero generale si è man mano andata ridimensionando, giungendo a coinvolgere solo tre "sigle" del sindacalismo di base, malgrado gli appelli reiterati e di varia provenienza sin qui lanciati?
3 - Perchè è stata disattesa la decisione, presa a Firenze, di una riunione nazionale del Network per i diritti globali, prevista per la giornata di domenica e avente finalmente per ordine del giorno quella discussione su natura ed obiettivi del Network ("Contentitore? Consulta? Progetto?" recitava un'ormai dimenticata dichiarazione d'intenti), sino ad oggi non sufficientemente affrontata?
Queste sono domande a cui, se fossimo maliziosi, potremmo nello stesso ordine rispondere, che:
1 - ci si è impantanati tra opposte fazioni, nell'estenuante giochetto delle alleanze e della conseguente "ripartizione" delle scadenze mobilitative;
2 - hanno pesato i veti incrociati delle componenti più "attente", nella galassia del sindacalismo di base, ai desideri di quel Prc che tanto anela a ricongiungersi con una "sinistra sindacale" alquanto suscettibile, rispetto ad uno sciopero generale che la possa scavalcare a sinistra;
3 - forse il Network, per alcuni, dovrebbe essere destinato a fungere solo da perenne minaccia virtuale, da agitare di tanto in tanto come spauracchio, per garantirsi una qualche residua visibilità, di fronte alla melassa ecumenica dei social forum, in cui pur giustamente si percepisce il rischio di un totale appiattimento delle proprie identità politiche.
D'altronde, considerando che, a questo punto, l'infamante accusa di "dietrologia" ce la siamo senz'altro tirata addosso (almeno da qualche versante), tanto vale esprimere un altro paio di quesiti.
Non sarà che i social forum stanno diventando una sorta di "intergruppi" (di antica, deprimente memoria), caratterizzati dalla riaffermazione inconfessata della delega, sotto la forma di quelle pervasive metastasi che sembrano diventate le figure dei "portavoce"?! E non sarà che tale deriva era già inscritta nell'originaria vocazione da movimentismo neo-riformista, del Genoa Social Forum, che ha sempre tentato di modellare la mobilitazione di piazza in funzione di un rapporto organico/strategico con le istituzioni?!
Se così è, però, di fronte alla tragedia incombente di un conflitto bellico non più gestibile su scala meramente locale e già prefigurante i contorni di una tremenda stretta planetaria sul piano dell'oppressione e del disciplinamento sociale più feroci, cosa hanno a che spartire, con tali ecumenismi assolutamente disarmati e disarmanti sul piano critico e progettuale, tutti coloro che ancora si ostinano a definire il proprio sogno di un'alterità possibile, dentro l'unico orizzonte di praticabilità oggi definitivamente rimasto: il comunismo?!

8 novembre 2001

La redazione
di
Vis-à-Vis
Quaderni per l'autonomia di classe
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UNA POSTILLA

Prendiamo atto con piacere e soddisfazione che, seppur con indubbio ritardo, i lavoratori della Tirrenia aderenti al SinCobas a sua volta aderente (ancorchè da non molti mesi) alla Confederazione Cobas, e i lavoratori del comparto dei "Beni Culturali" del pubblico impiego, aderenti alla Rdb, annunciano la propria partecipazione allo sciopero generale di domani. Ne prendiamo atto con soddisfazione e cogliamo l'occasione per formulare un'altra domanda (la quarta), da aggiungere in calce alle tre già espresse nel nostro intervento precedente:
4 - perché mai singoli comparti (organizzazioni di settore) si muovono autonomamente, in rapporto a una contingenza politica di rilevanza generale che dovrebbe, invece, veder coinvolte direttamente le Confederazioni? In altre parole, la guerra non dovrebbe rappresentare un evento tale, da far trascendere ottiche di settore e contigenti divergenze, spingendo invece a confermare le ragioni (condivisione di comuni identità e valori di principio) che sono alla base dell'autorganizzarsi per "stare insieme", di fronte al comune avversario (il capitale), all'interno di una medesima struttura di raccordo (la Confederazione, appunto)?
Certo, è evidente, e in gran parte comprensibile, che la guerra in corso stia scompaginando analisi, percorsi e modi d'essere, sia del "movimento di Genova" che di quell'universo dell'autorganizzazione e dell'autogestione che in esso, sin da "Seattle" era andato riconoscendosi, confluendovi in modo sempre più fattivo e fruttifero. Ed è in gran parte comprensibile, non solo per lo schiacciante peso dell'evento bellico e delle sue ripercussioni "interne", ma anche perchè il movimento aveva "attraversato" Genova senza riuscire ancora a fare i conti compiutamente, al proprio interno, con alcune parole d'ordine e proposte identificanti, certo non prive di inquietanti zone d'ombra; da qui, anche, il fatto che gli scenari prefigurati ad agosto, da alcune componenti fortemente rappresentate all'interno del ceto politico solertemente riaggregatosi dentro il grande alveo del movimenrto stesso, alludevano a processi e tendenze radicalmente altre, rispetto a quelle materializzatesi a partire dall'11 settembre. L'ambiguità del "no global" (ben più di uno slogan), trasversale a molte e disparate "anime" del movimento, aveva come base una critica di ordine privilegiatamente etico (idealistico?) nei confronti di quel "neo-liberismo", che sempre più era andato da qualche anno diventando mero sinonimo di un'economia patologicamente incontrollata e indebitamente protesa a determinare i destini del mondo, orientandone arbitrariamente il senso e la finalità. Da tale assunto totalmente sviante, dunque, derivava una tendenza non certo marginale, che ventilava come soluzione (più o meno esplicitata, più o meno consapevolmente assunta, più o meno compromissoria nella sua auspicata attuazione) una sorta di "ritorno alla politica", alla possibilità cioè di "ritornare" a controllare e orientare produzione e scambi, in base a esigenze parametrate non più sulla sola logica del profitto (implicitamente adombrato come suscettibile di poter "tornare" ad essere "giusto" e non insopportabilmente esoso). In realtà, era già allora evidente ciò che abbiamo avuto modo di stigmatizzare, affermando a suo tempo che <<lo Stato inteso come condensazione di potere politico-istituzionale e come depositario del diritto fondativo all'uso della forza non ha affatto esaurito la propria ragion d'essere>> e che <<il mercato capitalistico stesso [...] contiene imprescindibilmente in sè la politica>>.
Ma ecco che il panorama andatosi attualmente a delineare, in ogni caso, offre una definitiva smentita delle analisi "no global". Ormai, nessuno può negare che la politica, nella sua forma più scopertamente impositiva di mera gestione del potere e del controllo, non ha mai cessato di dominare la scena mondiale.
Oggi perciò, nella tragica assolutezza di questo dato di fatto, ancor più ci appare nefasto e dissennato il balbettante "ordine sparso" con cui si sta andando a queste giornate di mobilitazione, che avrebbero dovuto e potuto invece rappresentare un positivo scarto in avanti, rispetto alle secche in cui ci si era impantanati in quella "Perugia-Assisi" che solo un aspirante Pifferaio Magico come Bertinotti ha potuto rivendicare come luminosa vittoria del "movimento" (movimento che invece NON c'era, a meno che le poche centinaia della "riunioncina contestativa a latere", possano considerarsi i legittimi "rappresentanti" delle centianaia di migliaia di Genova; e aveva lasciato giustamente la scena al pur variegato "popolo" di tutti coloro che avevano accettato di "marciare" all'insegna di una "pace" non solo criticamente impotente, ma anche inquinata dal fetido vento di un'oscena propensione militaresca, veicolata sull'ennesima auspicata operazione di "polizia umanitaria in salsa antiterroristica").
Comunque le giornate che ci aspettano vadano a finire, ed a maggior ragione se "IL movimento", malgrado tutto, saprà autonomamente ritrovarsi, al di là e contro le tante manfrine, che troppi presunti addetti ai lavori hanno messo in atto dietro le quinte (in una becera logica da corpo separato, affatto autoreferenziale), riteniamo che sia assolutamente improcrastinabile rilanciare con forza, collettivamente, una critica della politica come critica non solo della gestione del potere e del controllo che oggi Monsieur le Capital riconferma nelle connotazioni del più classico e feroce modello imperialistico, ma anche, e parimenti, di ogni negazione/spoliazione dell'autonoma e diretta possibilità di autodeterminazione del sociale, della mancanza di effettiva condivisione collettiva ed orizzontale delle pratiche decisionali, della cessione/alienazione più o meno "democraticamente delegata" ad altri, della propria parola e volontà (la "capacità di volere" di ciascuno).
Critica della politica quindi è anche, e in questi frangenti anzitutto, critica del politicismo, dell'opportunismo, del verticismo, del leaderismo, del primato dell'organizzazione sul movimento, del prevalere degli interessi immediati e strumentali della propria struttura su quelli complessivi; della maledetta coazione a riprodurre, colpevolmente e stoltamente, un fare politica che, anzichè porsi all'interno di un processo di liberazione, adotta, spesso inconsapevolmente, i modi d'agire del nemico.
Da questo muoveva e muove il nostro costante richiamo alla trasparenza ...

9 novembre 2001

La redazione di
Vis-à-Vis
Quaderni per l'autonomia di classe