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LA CULTURA DEL LAVORO (CHE NON C'E')

Il dato significativo della società postfordista è la separazione sempre più netta fra profitto e produzione. Le imprese che detengono ormai il potere economico si sganciano sempre di più dalla fabbrica e quindi dal lavoro. Questo non solo per il fatto che i maggiori profitti sono finanziari e non produttivi in senso stretto, ma anche per il fatto che la sempre maggiore delocalizzazione della produzione ha portato al caso estremo delle imprese leader in vari settori produttivi, che non producono nulla. Un esempio per tutti: la Nike è l'impresa leader nel campo dell'abbigliamento sportivo, dalle magliette alle calzature, senza possedere una fabbrica che produce ciò che vende; possiede solo il marchio con cui vende merci prodotte nei paesi del terzo mondo. Ciò significa che dove c'è il massimo di profitto non c'è produzione, e dove c'è produzione ci sono solo le briciole del profitto.
La qual cosa cambia notevolmente i rapporti di forza fra le classi non in modo congiunturale, ma strutturale, poichè quelli che usufruiscono del profitto si sono liberati dalla necessità della merce-operaio, mentre l'operaio rimane ancorato alla schiavitù del bisogno-lavoro salariato.
Questo passaggio cruciale e questo dominio strutturale del capitale ha un'altra conseguenza: la necessità per il capitale di liberarsi di uno strumento del passato ormai inutile, lo Stato.
Quando ci inondano di messaggi del tipo "meno Stato più Mercato", ci dicono una verità sostanziale: lo Stato, che aveva la funzione di smorzare il conflitto sociale in un tipo di società basata sullo stretto rapporto fra produzione e profitto adesso non serve più, visto che il conflitto sociale si autosmorza nel momento in cui il profitto si sgancia dalla produzione. Infatti prima bloccare la produzione alla FIAT o in altre fabbriche poteva portare alla crisi di un impresa, bloccare adesso la produzione alla FIAT non porta grossi risultati, visto che ormai con i meccanismi attuali di produzione l'automobile non viene più prodotta a Torino o a Detroit, ma in vari paesi del globo. Adesso la Fiat controlla il 5° delle azioni della General Motors, la GM il 30° della FIAT e così via. Questo meccanismo di delocalizzazione permette al padrone di essere libero dalla manodopera e quindi di dettare le regole del gioco.
Il gioco si può riequilibrare soltanto se anche la forza lavoro fa un passaggio analogo, e cioè sganciare la necessità del reddito dal lavoro. Se non si fa questo passaggio le lotte non potranno essere se non difensive, e in quanto tali destinate sicuramente alla sconfitta. Infatti il lavoro ormai è diventato un optional, visto che per produrre le merci necessarie al mercato serve sempre meno lavoro, quindi lottare per la difesa del posto di lavoro significa impostare una lotta difensiva, utopistica e perdente. Come uscire da questa situazione? Lo strumento più convincente per noi è quello del Reddito di Cittadinanza universale e incondizionato. A qualcuno può sembrare utopia, ma secondo noi non lo è, visto che la necessità del reddito è ormai nell'ordine delle cose reali. Infatti non è forse distribuzione di reddito il proliferare di servizi inutili e spesso esistenti solo sulla carta? Per esempio, si parla sempre più spesso di crescita dell'occupazione al sud nel campo dei servizi, e magari qualcuno si illude trattarsi di risanamento ambientale o recupero dei centri storici o chissà cos'altro; invece in gran parte si tratta della creazione di sportelli fantasma o sostanzialmente inutili oltre che naturalmente sottopagati: per esempio tutti i comuni, compresi i più piccoli si sono dotati degli sportelli "informagiovani" o quelli per gli anziani e mille altri di questo tipo; l'utilità reale di queste strutture è invece ancora tutta da dimostrare, a parte l'utilità per chi lavora in questi sportelli di recuperare reddito. Il vero motivo di tutto ciò è sostanzialmente culturale: bisogna mantenere vivo quel cadavere del rapporto reddito-lavoro. L'utopia quindi del Reddito di Cittadinanza non è quindi nell'inattualità di questo obiettivo, ma nell'incapacità di impiantare il sistema di rotaie su cui far marciare questo treno. Incapacità dovuta si alla forza del nemico in grado di mettere rotaie più larghe per il treno della precarietà, ma anche per il fatto che molto spesso posizioni in contrasto fra di loro sul problema reddito-lavoro si ritrovano di fatto unite nel demonizzare questo progetto. Infatti ci sono quelli che affermano che il capitalismo, pur con gli indubitabili progressi tecnologici, non è cambiato nella sostanza, per cui il nodo centrale nei rapporti sociali resta nello scontro tra lavoratore salariato e l'impresa: conclusione logica il reddito di cittadinanza è parassitismo degli sfaticati nei confronti di chi produce. Ma contemporaneamente ci sono coloro che criticano il programma del RdC "da sinistra". Costoro affermano che il reddito di cittadinanza è una richiesta sindacale e riformistica perchè presuppone un ente erogatore (lo Stato), che funge da distributore di elemosine nei confronti di chi rifiuta il lavoro. Essendo lo Stato da abbattere è impensabile chiedere a lui il reddito, e quindi bisogna procurarsi autonomamente il reddito, tramite i cosiddetti LETS (sistemi di scambio commerciale locale). Ora chi ritiene che il capitalismo non sia mai cambiato e che quindi lo scontro si gioca sempre sul confronto fra la classe operaia e il capitalista, non si è reso conto del passaggio epocale venuto col post-fordismo. L'evoluzione tecnologica è diventata talmente veloce che ha acquistato un ruolo sempre più centrale nella produzione capitalista. Questo ha portato ad una espulsione dal mercato del lavoro sempre più accentuata e definitiva, e cioè non congiunturale ai periodi di crisi come era una volta. Ma soprattutto il capitale si è reso conto che avrebbe acquisito un maggior margine di profitto in altri due modi: con la finanza e soprattutto delocalizzando la produzione, o meglio ancora staccandosi sempre di più dalla produzione effettiva ma non dalla proprietà del prodotto finito. Questo ha prodotto il risultato di scindere la proprietà del marchio del prodotto dalla produzione dello stesso (vedi Nike), ma oltretutto ha provocato l'esplosione degli appalti e subappalti, per cui alla fine il lavoro effettivo lo svolgono non i lavoratori dipendenti classici, ma i lavoratori dipendenti-imprenditori di se stessi. Questo sistema riporta la contrattazione della forza lavoro a livelli precapitalistici (flessibilità, atipicità, part-time ecc.ecc.) e modifica i rapporti di forza a livello strutturale e non congiunturale perchè questi rapporti di forza non si misurano più in fabbrica, ma sul territorio, quanto più ampio possibile, e sul territorio il Sistema è più forte, perchè ha il monopolio delle merci, che tutti vogliono comperare, della scienza, che è ormai un'appendice del mercato, dell'informazione, e soprattutto ha il monopolio del reddito e cioè di quello strumento che ti serve per poter sopravvivere. Quando fino a un pò di anni fa esisteva il lavoro a tempo indeterminato, il lavoratore aveva almeno il reddito, appunto, e ciò gli permetteva di contrastare la struttura capitalistica. Ora non riesce neanche a difendere il reddito, proprio per la delocalizzazione produttiva. A questo punto resta chiaro che per poter impostare questa lotta contro il capitale diventa obbligo per il lavoratore lottare non per la rigidità del lavoro, che, come abbiamo visto, non esiste più senza aggettivi schiavizzanti a fianco, ma per la rigidità del reddito: in parole povere invece di "il posto di lavoro non si tocca!" bisogna urlare "il diritto al reddito non si tocca".
Quelli che invece preferiscono le nicchiette dei LETS e rifiutano il RdC, perchè esso presuppone un rapporto con lo Stato, che invece va abbattuto, salvo poi intessere rapporti, come molti di questi LETS fanno, con gli enti locali, non si rendono conto di altri aspetti. Intanto non si rendono conto che lo Stato come imprenditore, come erogatore di servizi, come rappresentante del padronato nei conflitti sociali ecc.ecc. è stato già abbattuto, non da noi, ma dal Capitale stesso. Lo stato ha già dismesso gran parte delle sue funzioni e molte altre si prepara a dismettere a favore del privato e cioè del Capitale stesso. Ormai i contratti non si fanno quasi più con la mediazione del ministro del lavoro, che fra poco forse non esisterà nemmeno più e verrà accorpato agli altri ministeri economici esistenti, si fanno direttamente fra le parti (sindacato e impresa). Oltretutto questa politica dei LETS non è una novità: gli scambi del tempo e di altri servizi c'è sempre stata in tutte le società arcaiche e continua ad esserci in molti paesi del terzo mondo. Ma non funziona!!! Altrimenti come si spiega l'esodo di milioni di individui dal mondo non sviluppato verso l'occidente? Siccome non pensiamo che siano tanto masochisti da anelare lo sfruttamento, vuol dire che non hanno trovato altra possibilità per soddisfare i loro bisogni. E ancora, che senso ha fare le nicchiette felici circondate da un mondo di supersfruttamento, di distruzione dei rapporti umani e di individualismo sfrenato?
Che senso ha insistere su un vetero antistatalismo, quando il vero Stato, nel senso di potere, è il mercato? Lungi da noi essere considerati i difensori dell'ideologia dello Stato, ma è un problema di priorità: cos'è più importante in questa fase abbattere un'entità già eliminata di fatto o cercare di liberare la forza-lavoro dalla necessità di un lavoro che non c'è più? Ormai lo Stato esiste soltanto come apparato repressivo-militare dell'Impero delle multinazionali amerikane, che dettano i parametri economici, politici e di vita delle popolazioni. Liberare il reddito, ostaggio di questo potere, significa liberare il proletariato dal bisogno, e quindi aprirlo a nuove forme di contratto sociale, di vita, di felicità. Se per portare avanti questo programma debbo aprire vertenze col nemico, sia quello vero delle multinazionali, sia quello finto dello Stato, le apro, sapendo benissimo che le conquiste che riuscirò ad ottenere non saranno definitive, ma le apro, perchè fintanto che il potere economico avrà il monopolio del reddito, una lotta di liberazione sarà impensabile. Qualcuno dice che questa non è una lotta rivoluzionaria ma riformista; può anche darsi, ma si dovrebbe porre un'alternativa credibile e non parlare dei LETS come strumento di liberazione, salvo poi dire che i LETS ti possono forse liberare parte del tempo, ma altri bisogni di sopravvivenza o anche di soddisfazione di altri bisogni materiali te li potrai risolvere soltanto buttando il sangue a lavorare. Per concludere, può essere vero che lottare per il Reddito di Cittadinanza comporta una serie di difficoltà, dovute alla decentrazione di coloro che questa battaglia dovrebbero portare avanti, ma bisogno farlo ugualmente, cercando di studiare mezzi di organizzazione di massa in una società così parcellizzata. I critici della proposta invece farebbero meglio a contribuire a farla marciare nelle realtà in cui vivono; per esempio gli operaisti doc farebbero meglio a far entrare nella testa degli operai il concetto di centralità del reddito e la sua indipendenza dal lavoro: sarebbe un salto di qualità enorme. Contemporaneamente i sostenitori delle banche del tempo potrebbero fungere da veicolo culturale al taglio del cordone ombelicale che, agli occhi del proletariato almeno, lega ancora il reddito al cadavere del lavoro.

L'Avamposto degli Incompatibili