La soggettivita' nel Fight club

Bifo nel suo ultimo libro ''La fabbrica dell'infelicita''', seguendo
comunque un filo rosso che a partire da ''Come si cura il nazi'' ci
guida all'interno delle sue concettualizzazioni, e ci permette cosi' di
catalogare ed archiviare le provette (a quando gli OGM, anzi i
C(oncetti)GM caro Rattus...?), ci narra della definitiva obsolescenza
del corpo e dei suoi desideri, della frigidita' della rete, della
depressione creata dall'ansia di autorealizzazione e dalla
competitivita' sfrenata, del panico come patologia connessa al nostro
tempo...
Anzi al CIBERTEMPO...
Bifo definisce il Ciberspazio come ''...la sfera di interazione di
innumerevoli fonti umane e macchiniche di enunciazione, la sfera di
connessione tra menti e macchine: questa sfera e 'in espansione
virtualmente illimitata, puo' crescere indefinitamente perche' essa e'
il punto di intersezione del corpo organico con il corpo inorganico
della macchina elettronica''.
Il Cibertempo e' invece la dimensione organica di questo processo, esso
e' ''.....il tempo necessario perche' il cervello umano possa elaborare
la massa di dati informativi e di stimoli emozionali provenienti dal
ciberspazio. Il cibertempo non e' illimitatamente espandibile, perche'
la sua espansione e' limitata da fattori organici''.
In parole povere Bifo afferma che la dimensione delle emozioni, della
coscienza, connessa indissolubimente con la corporeita' umana, si evolve
con un ritmo lento, con un ritmo collegato al godimento e alla
sofferenza. Un ritmo che non potra' mai seguire l'accelerazione
entropica del silicio. Una mutazione che ha bisogno dei tempi lunghi
dell'evoluzione umana, della scansione lenta del corpo.
''Oltre un certo limite l'accelerazione dell'esperienza provoca una
riduzione della coscienza dello stimolo, una perdita di intensita' che
concerne la sfera dell'estetica, della sensibilita' e anche della sfera
dell'etica. Si banalizza l'esperienza dell'altro, che e' sostanza della
dimensione estetica come di quella etica. L'altro diviene parte di una
stimolazione ininterrotta e frenetica nella quale e' sempre piu'
difficile separare cio' che e' fisicamente esistente e cio' che e'
simulato in forma virtuale. La singolarita' dell'esperienza si dissolve
a favore di una ripetibilita' standardizzata''
Dunque un processo terribile di deterritorializzazione, di cancellazione
dei riferimenti ad un luogo identificabile, che ha il suo contraltare in
una deriva riterritorializzante aggressiva, in una ossessiva
riaffermazione identitaria basata su una reazione di tipo integralista e

fascista.
Nulla di piu' lontano da qualsiasi progetto umanistico illuminista, da
qualsiasi progetto di democrazia, di uguaglianza, di liberta'.
L'altro diventa semplicemente un potenziale pericolo, una variabile
impazzita, incontrollabile, verso la quale l'unica soluzione e' la
TOLLERANZA ZERO, il controllo ossessivo e militaresco del territorio, il
panopticon, tecnologicamente assistito, sulle movenze della metropoli,
l'esclusione, e l'autoesclusione da qualsiasi forma di
contatto/contagio.

Il protagonista del film ''Fight Club'' soffre di insonnia. Non riesce
piu' a dormire, vive in uno stato di perenne indeterminatezza fra il non
ancora addormentato ed il non ancora sveglio.
Il protagonista di ''Fight Club'' e' impiegato presso una grossa
compagnia automobilistica. Si occupa di stendere relazioni sui difetti
di fabbricazione degli autoveicoli in caso di incidenti da
malfunzionamento. Viaggia in lungo ed in largo per gli Stati Uniti a
visionare carcasse liquefatte, maleodoranti miscellanee di carne fusa e
metallo urlante, dei quali decidere cosa fare. Se i costi del ritiro dal
mercato delle automobili con difetti di fabbricazione e' inferiore al
risarcimento danni dovuto alle vittime in caso di incidente, le
automobili restano nei concessionari, pronte a disintegrarsi su un
guard-rail, al collasso di un sistema frenante oleodinamico
malprogettato e malcostruito.
Il protagonista di ''Fight Club'' nel tempo libero e' affetto da
arredomania, da Ikea-dipendenza. Ordina telefonicamente i pezzi del
catalogo Ikea con i quali arreda la sua casa-nido.
Contatti col mondo esterno: nessuno. Nessun amico, nessuna relazione,
nessun contatto.
Ma il sonno non arriva piu'. Gli occhi restano sbarrati.
Il nostro amico decide allora di muoversi, spinto dal disagio e dalla
sofferernza dell'impossibilita' di dormire, a ritrovare una parvenza di
umanita' all'interno della sua vita, e decide di partire proprio dal
dolore.
Decide di frequentare i gruppi di auto-aiuto per malati di cancro.
Comincia a piangere e a confrontarsi con gli altri, si ritrova
abbracciato a piangere insieme a malati di cancro ai testicoli, al
fegato, ecc.
Il fatto e' che lui non e' realmente malato, e poi ad un certo punto
arriva una tizia che sembra abbia capito il suo gioco. Comincia a
frequentare ai suoi stessi gruppi, finche' i due non decidono di
organizzarsi la settimana in modo tale da non incontrarsi.
Senza raccontarvi tutto il fim, il passo successivo e' proprio il Fight
Club.
Il nostro protagonista incontra uno strano personaggio, Tyler, che lo
istiga allo scontro fisico.
Nella lotta, nello scontro fra i corpi, nello schizzare del sangue, nel
dolore dei muscoli e delle ossa, ritrova tutta la pienezza del suo
essere.
Organizzano insieme allora il Fight Club. Il club e' aperto a tutti.
''La prima regola del Fight club e' non parlare mai del Fight club. La
seconda regola del Fight club e' non parlare mai del Fight club''.
Si incontrano nottetempo nel basement di un locale notturno e cominciano
gli incontri/scontri. La regola fondamentale e' fermarsi quando
l'avversario dice che ne ha abbastanza. Per il resto si sfoga tutta
l'aggressivita' e si recupera la percezione del proprio corpo e del
proprio essere.
Ad un certo punto Tyler prende il sopravvento. Il Fight club e' ormai un
successo clamoroso. Vengono prescelti alcuni membri per passare al passo
successivo: il Mayhem.
''La prima regola del Mayhem e' non fare mai domande su Mayhem''.
Il Mayhem e' un progetto di distruzione totale. Vengono compiute azioni
terroristiche metropolitane contro i padroni della citta', le
multinazionali.
Alla fine vengono minate le fondamenta dei principali grattacieli della
citta'.
Il finale e' uno skianto colossale di grattacieli della Bankamericard,
della Pan Am, della TWA, della Ford.

Ho rivisto il film per la seconda volta e ho scoperto che il
protagonista non ha un nome.
Per tutto il film non ha mai un nome.

A questo punto subentra la dialettica.
Tutto il film e' basato sulla dialettica, sullo scontro frontale, sulla
tragedia del recupero del corpo attraverso l'esperienza della
negativita', della sofferenza, della catastrofe.
Tyler e' l'escrescenza schizofrenica del protagonista. Un alter ego che
per tutto il film lo accompagna a compiere azioni che gli facciano
recuperare la percezione del suo corpo e la dimensione della sua
sofferenza.
Il protagonista se ne accorge concretamente soltanto nel finale, quando
ormai la situazione gli e' sfuggita di mano e le cariche di tritolo
cominciano a saltare.
E prova una sensazione terribile. La sua corporalita'(i suoi desideri?)
mutata in Tyler ormai lo ha in pugno. Deve decidere di farla finita una
volta per tutte con il suo corpo per riprendere in mano una situazione
incontrollabile.
Mente e corpo divisi, addirittura fisicamente, cercano di riconnettersi
dialetticamente. Cercano una sintesi possibile che si conclude soltanto
con la morte.

Far saltare in aria i grattacieli delle multinazionali sicuramente e'
cosa simpatica e gradevole.
Ma e' una forma di lotta idonea ai tempi che corrono?
Ribattere strategicamente sul piano fisico-territoriale, colpo su colpo
al nemico conduce ad un orizzonte di futuro possibile ed auspicabile?

Leggo sull'ultimo numero della rivista Posse intitolato ''Fare inchiesta
metropolitana''...
''...la metropoli <<post->> che diviene sempre meno pubblica (il privato
ed il comando l'hanno infatti investita e distrutta nelle sue dimensioni
pubbliche) diviene sempre piu' <<comune>>.
Quella moltitudine di proletari mobili e flessibili, quella massa di
forza lavoro immateriale e <<web>>, quell'ibrido Orfeo multicolore, se
la sono comunque riappropriata; non possono esistere altrove; la
metropoli e' la loro ontologia e il loro vizio. La questione sociale si
chiama ormai questione metropolitana. La <<scuola di Chicago>>, come ha
ben mostrato Marco D'Eramo, non si lascia sfuggire l'oggetto dalle mani,
neppure quando tutto cambia, quando i movimenti delle masse
metropolitane impazziscono e la mondializzazione ormai immediatamente li

nutre. Ma la metamorfosi e' radicale e la metropoli e' la questione
sociale. Qui si lotta e si lottera'. Quando i proletari distruggeranno
lo sfruttamento daranno un'efficace spallata anche ai grattacieli. I
luoghi del comando son divenuti luoghi di inquinamento gerarchico,
atmosferico, morale: costituiscono un biopotere di metropolitana
mostruosita'. Tutto cio' ci rilancia alla considerazione del
biopolitico, cioe' della vita della gente sotto i grattacieli, in quelle
zone su cui il potere getta l'ombra umida di <<Blade Runner>>...Si
tratta di dar spazio a tutto questo, si tratta di respirare. Persino gli
ecologisti lo comprendono.''

C'e' dunque anche qui una dose di istigazione alla rivolta, orientata
pero' al comunismo qui ed ora, alla costruzione del movimento reale che
abbatte lo stato di cose presente, e non puo' che essermi simpatica. Una
sana dose di rivolta alberga dentro di me. Vedere crollare i grattacieli

sicuramente mi farebbe godere, mi riempirebbe il cuore di gioia.
Il guaio e' che operando cosi', semplicemente attraverso la catastrofe,
subentrerebbe al vecchio un mondo costruito da persone che non sono
cambiate di una virgola.
Subentrerebbe un essere umano figlio della catastrofe che lo ha
generato.
Subentrerebbe una soggettivita' prodotta dal darwinismo sociale
capitalista.
Si tratta di un grandioso adolescente schiavo della pubblicita', schiavo
dei suoi bisogni, ferocemente individualista, senza un anima e senza un
corpo.
Un mutante incazzato e isolato che conosce un solo stimolo: consumare,
consumare, consumare...!

C'e' in me un desiderio incontenibile che vorrei spiegarvi. C'e' in me
la coscienza che soggetto e in-dividuo siano due poli opposti e
inconciliabili. Anzi, per uscire definitivamente dalla dialettica, che
l'in-dividuo sia una costruzione concettuale che ingabbia la
molteplicita'del soggetto.
E se riusciamo a percepire e a fare nostra questa realta' scopriamo che
i due personaggi di ''Fight Club'', ovvero le due facce di un unico
personaggio ormai schizofrenico, diviso, non sono costretti ad
affrontarsi, a percepire la divisione, a scivolare verso
l'(auto)distruzione. Che i mutanti metropolitani non sono costretti
soltanto a separarsi per essere potere costituente, anzi che proprio
nell'aggregazione delle diversita', nella ricombinazione dei diversi
Dna, sta la possibilita' del cambiamento.
Non esiste presa di coscienza che tenga a partire dall'isolamento
metropolitano. A partire dall'in-dividualita' del lavoratore immateriale
e del suo compito specifico. A partire dall'alienazione della sua vita
relazionale, dell'inconsistenza dei rapporti emozionali che deve
costruirsi per sopravvivere. A partire dall'infelicita'.
Tutto questo conduce appunto soltanto al Mayhem, alla distruzione del
mondo come lo conosciamo. Non raggiunge una sintesi dialettica
trasformandosi in una nuova realta', a partire dalla distruzione e dalla
negazione, che comunque restano, in mancanza d'altro, ben auspicabili.

Il movimento di Seattle, l'anti-glob, o come lo vogliamo chiamare,
rischia di tradursi in semplice scontro, in semplice disarticolazione,
in semplice Anti senza affermare alcunche'.
Anzi il rischio e' che affermi proprio un'identita' ossessiva, locale,
localizzata, tribale.
Di essere ''soltanto'' antagonista, e di rinfilarsi nell'incubo della
dialettica senza uscita.

La proposta di una soggettivita' molteplice, nel senso in cui la intende
Ermanno Bencivenga, puo' aiutarci ad uscire da questa gabbia
paradigmatica.
Una soggettivita' cui l'altro e' essenziale, che anzi e' basata
sull'altro, ci permette di recuperare la corporeita', il desiderio, la
sensualita'. Una soggettivita' intesa come il teatro nel quale si svolge
un dialogo tra voci diverse. Un luogo dell'alterita' in cui io esisto
soltanto se sono gli altri a parlare. In cui io evolvo soltanto se il
dialogo acquista consistenza. In cui essere significa apprendere,
significa imparare, significa godere della diversita'.
Questo e' quanto di piu' lontano io conosca dall'in-dividualita'
uniforme e pre-costituita cui il capitale ci costringe quotidianamente.
Una soggettivita' che e' essenziale per estrarre plusvalore dalle nostre
esistenze isolate e messe al lavoro. Ricongiunte soltanto a costruire
una cooperazione sociale economica e capitalistica attraverso la quale
la sussunzione totale della vita al capitale permette il dispiegamento
di tutto il dominio possibile.
Soltanto se la nostra concettualizzazione, se il nostro filosofeggiare,
il nostro stare al mondo riesce a divincolarsi dall'imperialismo
allucinatorio dell'in-dividuo, allora sara' possibile ricostruire
un'unita' fra mente e corpo, fra intelletto ed emozione, fra Tyler ed il

protagonista senza nome di ''Fight Club''. Sara' possibile orientare le
nostre forze non semplicemente verso il Mayhem, verso la distruzione
totale globale dell'umanita' e del mondo.
Sara' possibile costruire oltreche' distruggere.
La forza deve essere dunque quella del virus. Un virus che lavora sul
Dna delle nostre convinzioni, dei nostri paradigmi. La sintesi sara'
quella di un nuovo paradigma, di una nuova realta'. Un virus uccide le
cellule che ospita. Se ne nutre, distruggendole, ma distruggendo anche
se stesso. Un virus che e' costretto a mutare, a ricombinarsi con le
cellule che di volta in volta incontra ed attacca. Un virus instabile ed
impermanente che e' appunto la soggettivita' umana. Una volte per tutte
libera dall'economicismo, libera dal lavoro, libera dall'ossessione del
vantaggio, libera dall'infelicita' del consumo, libera dalla schiavitu'
dell'isolamento.
Se non cominciamo a cambiare noi stessi qualsiasi movimento teso
all'abbattimento dello stato di cose presente, qualsiasi tensione al
comunismo qui ed ora, qualsiasi movimento Anti-glob, qualsiasi desiderio
di alterita' alla catastrofe capitalistica, rischia di abbarbicarsi su
se stessa, di non uscire dall'orizzonte dell'anti, di non costruire
nulla.
Per la rivoluzione copernicana permanente...dunque, quella della
soggettivita'...

Carlo  Scarfone