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LAVORO IMMATERIALE E POSTFORDISMO

1.1 Irrazionalità dell'economia

Nel corso degli anni ottanta e durante gli anni novanta abbiamo assistito alla modificazione di alcuni elementi economici attraverso i quali era possibile sostenere l'esistenza di un andamento razionale del ciclo economico: la recessione, l'occupazione, l'aumento dei consumi o delle esportazioni, i tassi d'interesse, non sembrano più essere collegati tra loro come momenti diversi di un processo logico.
Molto spesso ci troviamo di fronte a situazioni economiche di difficile spiegazione, sia seguendo i dettami dell'economia politica, sia seguendo l'esperienza ed il “buon senso”. La durata del ciclo economico, tra una recessione e la successiva, si è notevolmente allungata, l'aumento di posti di lavoro che si verifica nei momenti della ripresa dei mercati difficilmente va a compensare i posti persi durante la precedente recessione, le riprese sono quasi sempre "anemiche" o "timide", non ci sono periodi di "boom". Sono questi i segnali di crisi. Una crisi che investe il ciclo economico e che al tempo stesso va ad inficiare i mezzi e gli strumenti attraverso i quali abbiamo fino ad oggi studiato l'economia e il mondo della produzione. Il ciclo economico si è andato modificando perché le economie sono investite da una fase di forte ristrutturazione, una profondo rivolgimento che si muove oltre i limiti di razionalità del ciclo medesimo. Lo squilibrio della relazione classica che legava la sfera della produzione e la sfera della distribuzione ne è un chiaro esempio. Stiamo vivendo un momento in cui il mercato nei paesi occidentali è in una fase di saturazione. Questo sta avvenendo sia perché alcuni prodotti che hanno fatto la storia del fordismo, come l'automobile o gli elettrodomestici, hanno raggiunto il limite della propria diffusione quantitativa, sia perché il potere d'acquisto da parte dei consumatori è bloccato, non è incrementabile, ed è quindi inevitabile che i processi produttivi siano rivoluzionati. L'economia di scala, che aveva caratterizzato l'epoca fordista, cessa di essere il motore della produzione. La produzione tende oggi a seguire direttamente le esigenze del mercato.
I beni sono prodotti in piccole quantità, senza l'accumulo di scorte, cercando di orientare il prodotto in base ai gusti dei consumatori, dei quali bisognerà conoscere immediatamente le variazioni e i cambiamenti. Alcune di queste profonde trasformazioni, fra cui quella di ridurre i costi del lavoro, considerati nei paesi occidentali eccessivi e non competitivi all'interno del mercato mondiale globalizzato, sono inserite nel più grande obiettivo della cosiddetta produzione snella (lean production).
Lo snellimento avviene fondamentalmente attraverso lo spostamento all'esterno della produzione, attraverso il subappalto, avvalendosi della collaborazione di consulenti, di cooperative di ex dipendenti, alle quali sono affidati interi segmenti della produzione, un tempo svolti direttamente dall'azienda. La produzione snella è una produzione just in time, in tempo reale, una produzione che, attraverso l'organizzazione, le innovazioni tecnologiche, la flessibilità interna, riesce a rispondere in brevissimo tempo alle oscillazioni della domanda ed ai gusti dei consumatori, riducendo in modo drastico l'accumulo di scorte eccessive e di merci invendute. L'aspetto più categorico dei cambiamenti nella produzione è proprio relativo a quest'ultima caratteristica: la produzione è programmabile ed è orientata dal mercato.
Rispetto alle economie di scala, in cui gli aumenti della produttività erano ottenuti aumentando la quantità di beni prodotti e riducendo così i costi di produzione, nella produzione snella tali aumenti avvengono attraverso la capacità, da parte della produzione, di adattarsi alle necessità di consumo dei mercati.
La produzione snella è dunque un tipo di produzione di una numerosa quantità di beni differenti (al limite personalizzati secondo le esigenze del mercato) con la riduzione allo zero dei difetti, proposti sul mercato nel minor tempo possibile. Appare chiaro come in questo contesto assuma un ruolo imprescindibile la comunicazione dell'azienda con il mercato, al fine di conoscere al meglio i suoi gusti ed i suoi cambiamenti, e all'interno dell'azienda stessa, al fine di garantire l'adattamento più idoneo e più veloce al continuo variare delle situazioni di mercato.
"Si potrebbe dire che con la produzione snella, la comunicazione, il flusso di informazioni entrano direttamente a far parte del processo produttivo" (Marazzi, 1994) La comunicazione permette di strutturare il processo produttivo nel modo più flessibile, permettendo di realizzare una sorta di "lubrificazione" dei processi dal punto di distribuzione-vendita, al punto di produzione.
Dal punto di vista della produzione, la comunicazione origina cambiamenti fondamentali rispetto al modo di produzione fordista. Il flusso di informazioni coordina le operazioni fra le varie posizioni lavorative, che si situano così su un piano orizzontale senza il bisogno di una programmazione centralizzata.
Nel modello fordista la programmazione avveniva in quegli uffici posti ai piani alti, sia fisicamente che gerarchicamente, della struttura produttiva. All'interno della catena di montaggio si lavorava silenziosamente. Tutto ciò che era comunicazione equivaleva all'immissione di un disturbo, di una destabilizzazione, di un rumore all'interno del processo produttivo. "Nel sistema di produzione postfordista si è in presenza di una catena di produzione "parlante", comunicante, e le tecnologie utilizzate in questo sistema possono essere considerate delle vere e proprie "macchine linguistiche" aventi per scopo principale quello di fluidificare e di velocizzare la circolazione di informazioni" (Marazzi, 1994). Piuttosto che controllare quanto sta a monte del processo produttivo, cioè il mercato delle materie prime e il mercato del lavoro, l'impresa si orienta strategicamente nel controllo di ciò che sta a valle del processo produttivo: la vendita ed il rapporto con il consumatore. Questa strategia si basa sulla produzione ed il consumo di informazione. Essa richiede importanti strategie comunicative sia per quanto concerne la conoscenza del mercato (marketing) sia per quanto riguarda la creazione del mercato stesso (pubblicità, bisogni indotti).

 

1.2 Lavorare comunicando

Un ulteriore differenziazione fra il modo di produzione fordista e quello postfordista è riscontrabile nelle caratteristiche della forza lavoro richiesta. All'interno del modo di produzione fordista la parcellizzazione e la specializzazione erano esponenziali, al punto tale che era richiesto agli operai di eseguire la stessa mansione, se non addirittura gli stessi movimenti, per la durata dell'intera giornata lavorativa. In una tale situazione l'intelligenza e l'istruzione individuale erano un sovrappiù, non richiesto al lavoratore, se non per svolgere le mansioni che gli erano affidate, fino a diventare un vero e proprio nemico, nel momento in cui permettevano la presa di coscienza dell'insalubrità e dell'alienazione del lavoro di fabbrica. Nel postfordismo la forza lavoro ideale è dotata di un altissimo grado di flessibilità, di un'elevata capacità di adattamento al mutare dei ritmi e delle mansioni lavorative, dell'abilità ad interagire all'interno dei flussi comunicativi in cui opera, in cui l'agire strumentale è sovrapposto all'agire comunicativo. E' necessario che il lavoratore postfordista sappia "lavorare comunicando”.
L'agire strumentale è l'agire della razionalità economica, l'agire tecnicizzato e meccanizzato dell'economia di mercato. L'agire strumentale è subordinato al calcolo economico, all'adeguatezza dei mezzi per il raggiungimento dei fini, e tende ad escludere tutti i giudizi di valore, che trovano ragione d'essere nella sfera separata dell'intelletto, del linguaggio, della mediazione discorsiva.
Nell'epoca fordista vi era una separazione netta tra universo economico (imprenditore) e sistema politico istituzionale e amministrativo (soggetto politico). Questa separazione era riscontrabile già all'interno della singola impresa, come separazione tra il lavoro esecutivo dell'operaio alla catena di montaggio e il lavoro della programmazione, dei tempi e metodi, dei quadri e dei colletti bianchi, ed era una differenza che si traduceva in remunerazione, stile di vita, possibilità economiche e sociali, rapporti di classe.
La comunicazione nel sistema capitalistico dell'era industriale era posta completamente al di fuori del processo produttivo. Si individuavano due sistemi differenziati, una struttura economica e una sovrastruttura discorsiva. La comunicazione, per dirla con Hegel, costituiva una riflessione collettiva tra soggetti impegnati in attività differenti, ed andava a costituire il sistema, l'involucro entro il quale una società costruiva i rapporti sociali, giuridici, istituzionali. A sua volta, in un momento ed un luogo differente, il sistema sociale e politico, costruito sulla base dell'agire comunicativo tra soggetti economici individuali, agiva su ciascuno soggetto fissando regole, comportamenti, ruoli, leggi, norme, divieti, obiettivi collettivi.
All'interno del postfordismo è proprio la coincidenza fra produzione e comunicazione che diventa la leva dello sviluppo economico e che al tempo stesso crea un corto circuito nel passaggio istituzionale dagli interessi individuali agli interessi collettivi.  Il passaggio della rappresentanza, della forma partito come rappresentazione di classe, di ceto, di gruppo sociale, diventa sempre più complessa. Ogni individuo ha la tendenza a rappresentarsi da sé. "L'imprenditore, proprio in quanto tale, si fa politico, soggetto di governo, saltando la separazione tipica della democrazia rappresentativa tra sfera economica e sfera politica. " (Marazzi, 1994) Il suo essere contemporaneamente soggetto dell'agire strumentale e soggetto dell'agire comunicativo, lo rende affidabile, lo investe dell'aura di soggetto politico, delle virtù del Principe machiavellico.
Allo stesso tempo l'uso strumentale della comunicazione rivela un ulteriore passaggio problematico, un ulteriore salto di tipo logico, un ulteriore doppio vincolo batesoniano. L'agire strumentale è un agire di tipo meccanico nel passaggio dai mezzi ai fini. Una volta individuato l'obiettivo da raggiungere esiste una sola migliore strada (one best way)per ottenerlo nel minor tempo possibile e nel modo più redditizio.
L'agire comunicativo funziona in maniera radicalmente diversa e cioè seguendo processi pluridirezionali. Nel nostro rapporto col mondo esterno è proprio il linguaggio che permette la costruzioni di molteplici visioni del mondo, teoricamente equivalenti alla molteplicità di soggetti che le esperiscono.
Di conseguenza una volta deciso l'obiettivo produttivo i fini ed i mezzi per raggiungerlo possono modificarsi più e più volte strada facendo, così che alla fine del processo il risultato ottenuto può essere considerevolmente difforme da quanto preventivato. La forma dell'epoca che stiamo vivendo assomiglia sempre di più ad un punto interrogativo. Dall'epoca delle metanarrazioni, dei linguaggi onnicomprensivi, delle spiegazioni della realtà si è passati all'epoca dell'incertezza totale globalizzata. Questo perché le nostre stesse incertezze, oltre che aprire la strada ad una molteplicità di possibili soluzioni e forme di vita, sono sempre meno socializzabili, convertibili una nell'altra.
Vivere nell'incertezza significa anche affrontare il mondo del lavoro senza la sicurezza e le garanzie che fino a pochi anni fa lo regolavano e lo stabilizzavano. In una situazione di generale trasformazione, in cui la flessibilità e la precarietà divengono elementi fondamentali che caratterizzano l'attività produttiva, chi ha il privilegio di poter lavorare, in maniera stabile e continua, deve dimostrarsi completamente disponibile alle variazioni di stato interno, alle perturbazioni, all'umore dell'impresa.
Ed è proprio all'interno dei caratteri della   produzione postfordista, dunque nella compressione del potere d'acquisto, nell'imprevedibilità, nell'occasionalità, nell'adattamento in tempo reale, che gli spazi dei diritti universali e delle garanzie giuridiche vengono a chiudersi.
Straordinari non pagati, orari di lavoro completamente stravolti, mobbing, sono tutte caratteristiche essenziali di un mondo del lavoro in cui l'orologio dell'evoluzione sembra aver cambiato il suo corso. Mentre la popolazione dei disoccupati, a volte anche inoccupati (sicuramente pre/occupati) supera il 10%, il lavoro assume peculiarità precapitalistiche, lontane anni luce sia dallo Statuto dei Lavoratori, sia dalle garanzie sindacali ottenute con le rivolte degli anni '60-'70.

 

1.3 Salario e produzione immateriale

La forma salariale del modo di produzione postfordista è strettamente collegata con la precarietà e le   trasformazioni in senso servile del lavoro. Il salario, le retribuzioni, vengono sempre più considerate come il volano dell'economia, come la grandezza su cui far leva ogni volta che ci sono degli choc macroeconomici da assorbire.
Il salario assume dunque anch'esso un'importante trasformazione scomponendosi in due grandezze: il salario di base, che resta collegata all'onda lunga del sistema di produzione fordista e che remunera il grado di competenza acquisita dal lavoratore, seguendo la dinamica delle contrattazioni collettive e di categoria; un'altra grandezza che è invece calcolata sulla base del rendimento individuale, e quindi dipende dal grado di implicazione e di interessamento del lavoratore durante l'attività lavorativa. Quest'ultima grandezza è quindi una componente discreto della remunerazione salariale.
I salari vengono in questo modo da un lato fortemente individualizzati e dall'altro collegati direttamente allo sviluppo economico dell'azienda. In questo modo diventano una forma di dividendo, cioè una quota del profitto realizzato dall'impresa, versato al dipendente in funzione dei risultati ottenuti.
Per questa ragione più che di salario (versato come dicevano gli economisti neoclassici con "denaro come capitale") è necessario parlare di reddito ("denaro come denaro") cioè di una remunerazione per un servizio prestato. La presenza simultanea, nella società postfordista, di salario e di reddito all'interno del processo direttamente produttivo crea delle difficoltà nella distinzione tra il lavoro industriale ed il lavoro dei servizi. L'industria, in pratica, si terziarizza ed il terziario si industrializza.
La caratteristica che accomuna in maniera esplicita i due settori è proprio la continua ricerca di aperture commerciali attraverso la definizione di gamme di prodotti sempre più ampie e personalizzate. L'innovazione, la creatività, arriva ad investire, oltreché la razionalizzazione del lavoro, anche gli imperativi commerciali. Il prodotto postfordista in generale, sia che appartenga al settore dei servizi o al settore industriale, si caratterizza come il risultato di un processo di creazione che coinvolge sia il produttore che il consumatore: è un prodotto in permanente evoluzione. Su queste basi risulta allora notevolmente complesso stabilire una misura oggettiva della produttività.
Tutte le caratteristiche della produzione postfordista possono configurarsi e ridefinirsi all'interno della definizione di produzione immateriale. Il lavoro postfordista è lavoro immateriale in quanto "produce il contenuto informativo e culturale della merce" (Lazzarato, 1997)
Tale definizione rimanda alle modificazioni avvenute tanto nel lavoro della grande industria, tanto nel lavoro nel settore terziario: il lavorare comunicando e la costruzione culturale della merce.
La produzione immateriale riguarda dunque tanto la produzione, nella sua accezione classica, quanto attività un tempo non considerate immediatamente produttive, la pubblicità, la moda, il design, la programmazione di software, la produzione "mediatica", audio, video, concernenti alla definizione e all'inquadramento dei contenuti culturali, tanto delle merci quanto dei consumi.
Il rapporto tra produzione e consumo, come abbiamo già visto analizzando alcuni aspetti della produzione snella, assume contorni sfocati. E' opportuno affermare che ci troviamo di fronte ad un'integrazione di due momenti che nei modi di produzione fordisti erano separati.
Il lavoro immateriale è l'interfaccia, il dispositivo di connessione, attraverso il quale si realizza questo nuovo rapporto produzione-consumo. Il lavoro immateriale si può considerare fondamentalmente come la comunicazione, il processo sociale di relazione, fra produttore e consumatore.
Il lavoro immateriale ha la caratteristica fondamentale di innovare continuamente le forme e le condizioni della comunicazione e dunque del lavoro e del consumo. Nasce così un processo di continua rigenerazione: i processi comunicativi materializzano le mode, i bisogni, l'immaginario e i gusti e sono questi stessi prodotti che a loro volta diventano produttori di bisogni di immaginario, di gusti.
La merce prodotta dal lavoro immateriale non si distrugge nell'atto del consumo ma contribuisce in maniera determinante alla costruzione dell'ambiente culturale in cui il consumatore vive.
Non è più l'oggetto del consumo a sviluppare il bisogno di consumare ma tale processo è insito nella comunicazione sociale. "La pubblicità è la produzione della capacità di consumare, dell'impulso al consumo, del bisogno di consumare, essa è diventata un processo lavorativo " (Lazzarato, 1997)
Dunque il lavoro immateriale produce innanzitutto un rapporto sociale e trae proprio da questa riproduzione un valore economico.
Attraverso questa chiave di lettura è proprio la soggettività, di consumatore e comunicatore, e contemporaneamente l'ambiente delle idee, l'ambiente culturale, all'interno del quale la soggettività vive e si riproduce, a costituire il materiale grezzo su cui si basa la produzione di valore postfordista.
Il lavoro immateriale produce dunque, nel medesimo istante, soggettività e valore economico mettendo in luce ciò che Marx chiamava sussunzione reale del lavoro al capitale, cioè quella fase dell'evoluzione capitalistica in cui il sociale si trasforma direttamente in economico.
Secondo Lazzarato (1997) è possibile, al fine di comprendere pienamente la sussunzione del sociale nell'economico, di utilizzare per la messa al lavoro della comunicazione un modello estetico, un modello della creatività, anziché il modello classico della produzione materiale.
Questo modello estetico è basato su tre elementi: l'autore, la riproduzione e la ricezione.
Tutti e tre questi momenti, non possono essere collegati ad un singolo individuo, ma sono il frutto di un'elaborazione sociale e collettiva e l'articolazione di un vero e proprio ciclo produttivo.
Un ciclo produttivo che pur essendo sussunto all'interno della logica capitalistica, e dunque trasformato in merce, continua a proporsi come modello della produzione estetica e dunque del rapporto fra autore e pubblico.
"L'autore perde la sua dimensione individuale e si trasforma in un processo di produzione organizzato industrialmente (con divisione del lavoro, investimento, comando); la riproduzione diventa una riproduzione di massa organizzata secondo gli imperativi della redditività; il pubblico (ricezione) tende a diventare consumatore/comunicatore. E in questo processo di socializzazione sussunzione nell'economico dell'attività intellettuale che il prodotto ideologico tende ad assumere la forma di merce". (Lazzarato, 1997)

 

1.4 La cooperazione sociale

L'utilizzazione delle forme della comunicazione e dunque delle relazioni interpersonali all'interno della produzione postfordista, ci conduce ad un ulteriore passaggio. Mentre all'interno del sistema di produzione fordista la qualità del lavoro era collegata alla cosiddetta "formazione professionale" e quindi al curriculum scolastico, alle specializzazioni ottenute, agli eventuali corsi di laurea, alle esperienze specifiche sul campo, nel sistema di produzione postfordista la qualità del lavoro è direttamente proporzionale alle relazioni sociali, alla facoltà, comune a tutti gli individui, di produrre socialità, di costruire comunità. Il processo di valorizzazione, marxianamente si direbbe l'estrazione di plusvalore, che permette l'accumulazione di capitale, si svolge per mezzo di un'eccedenza di relazioni sociali, di una plus-comunità, anziché di un pluslavoro. Ed è questo un passaggio che si realizza proprio attraverso l'esternalizzazione del lavoro e la sua polverizzazione, nella trasformazione della fabbrica fordista in fabbrica sociale postfordista.
La molecolarizzazione del lavoro, che abbiamo analizzato come un aspetto della produzione snella, permette di far leva sul reticolo sociale, anziché sul controllo e la sincronizzazione delle mansioni lavorative e dei rapporti sociali nel luogo chiuso della fabbrica.
La forza-lavoro immateriale si presenta realmente dislocata nello spazio. La sua collocazione si trova all'interno del rapporto di creazione di valore, la sfera in cui la produzione si svolge è però assolutamente deterritorializzata, dislocata in ogni spazio abitato, in ogni spazio di esistenza.
Le tecnologie informatiche diventano il mezzo fondamentale che permette la connessione comunicativa tra le varie componenti della fabbrica sociale. Il vivere sociale diventa la fondamentale fonte e creazione di valore. La cooperazione sociale costituisce l'intreccio intricatissimo di relazioni che si formano nelle vite dei soggetti. Ogni relazione è messa al lavoro, è in se produttiva, indipendentemente dal suo riconoscimento formale come attività lavorativa e dunque dalla sua retribuzione. Che formalmente si lavori o meno non si smette mai di produrre. Diventa difficile dunque la distinzione fra i momenti produttivi e quelli riproduttivi. Le vite singolari e i loro destini, un tempo collocati secondo due linee, una del tempo di lavoro e l'altra del tempo libero, si trovano ora intersecate, in una commistione inestricabile.
Possiamo dunque operare un'ulteriore distinzione, fra tempo di vita retribuito e tempo di vita non retribuito. Fra vita formalmente sussunta all'interno del rapporto di capitale, tempo di lavoro, collegata al reddito e vita realmente sussunta all'interno del rapporto di capitale, tempo di produzione, che comprende sia il tempo di lavoro che il tempo di non lavoro. Il tempo di non lavoro, pur facendo parte del tempo di produzione, non viene riconosciuto come attività lavorativa e dunque non viene retribuito pur essendo a tutti gli effetti tempo di produzione, produzione di valore.
In questa ottica la figura del lavoratore autonomo o indipendente può essere vista come una tipizzazione allargabile a buona parte del lavoro postfordista.
Il lavoro autonomo si caratterizza, seguendo le ricerche condotte da Fumagalli  e Bologna (1997), per una serie di elementi, di cui analizzeremo quelli a nostro avviso più significativi, che lo differenziano in maniera netta dal lavoro dipendente, o salariato:

- Il contenuto
Nel lavoro salariato o dipendente il lavoro viene svolto in presenza di un alto grado di prescrittività tayloristica, è inserito all'interno di uno spazio socio-tecnico definito. Nel lavoro autonomo questa prescrittività non esiste e lo spazio socio-tecnico è polverizzata. Il lavoro allora non può esulare da caratteristiche di un alto grado di responsabilità, di programmazione, di valutazione, di distribuzione delle risorse, di relazione, di saperi, di combinazione tra operazioni elementari e situazioni imprevedibili. Il lavoratore autonomo deve inoltre ricostruire, attraverso il lavoro di relazione e di comunicazione, attraverso la sua abilità a tessere reti, le molecole disintegrate e dislocate nello spazio, che un tempo si trovavano all'interno dell'impresa tayloristica.

- La percezione dello spazio
A differenza di quanto accadeva nell'epoca fordista , dove esisteva una distinzione netta fra luogo di lavoro e luogo di non lavoro, nel postfordismo avviene una progressiva domestication del luogo di lavoro, cioè l'assorbimento del lavoro all'interno delle regole, della cultura, delle abitudini della vita privata. Non necessariamente i due luoghi fisici devono trovarsi a  coincidere spazialmente. E' necessario semplicemente che il lavoratore autonomo sviluppi un senso di proprietà delle regole vigenti all'interno del luogo di lavoro riducendo l'intera esistenza ad un solo ciclo socio-affettivo, quello della vita privata.

- La percezione del tempo
E' questa una delle differenze sostanziali tra lavoro salariato e lavoro autonomo. Il lavoratore salariato svolge la sua opera in un tempo di lavoro fortemente regolamentato e rigido, quello del
lavoratore autonomo è invece un tempo senza regole e quindi senza limiti, collegata ad un'intensificazione dei ritmi di lavoro collegata alle necessità della committenza e a forme di autosfruttamento.
Un ulteriore distonia temporale è relativa alla percezione del tempo inserita nella progettualità dell'esistenza. Il rischio del fallimento, la precarietà economica, l'assenza di garanzie, produce una forma mentale dominata dall'insicurezza ed incapace di pensare a lungo termine. Di contro la rottura della normatività dell'orario comporta un'autorganizzazione del tempo di lavoro collegata all'emergere di un nuovo senso della libertà, del rapporto con le istituzioni, de senso della democrazia.

- La forma della retribuzione
Il lavoro autonomo si caratterizza immediatamente come lavoro non-salariato. Il salario sia nelle forme ottocentesche liberali sia nelle forme novecentesche garantiste, era collegato alla garanzia della sopravvivenza   della forza lavoro. La crisi del salario e l'emergere di forme di retribuzione non salariali spazzano via il riconoscimento della sfera di diritti collegati ala salario, che legavano i rapporti sociali tra datore di lavoro e lavoratore e tra stato e lavoratore. Il lavoro autonomo non salariato si trova dunque privato del principio di garanzia della sussistenza della forza lavoro.

- L'identità professionale
Mentre nel sistema di produzione fordista, l'identità professionale si caratterizzava come un insieme di mansioni intercambiabili, che non corrispondevano alla persona che le svolgeva, per il lavoratore autonomo la professionalità ritorna ad essere un attributo della persona. Questo ci permette di leggere il postfordismo come un movimento generale di esternalizzazione delle identità professionali.
La realtà del mercato considera comunque il costo come variabile discriminante di collaborazione e non la reale competenza e capacità individuale. Chi costa di meno, chi è in grado di dare risposte adattabili alle esigenze del committente, chi è più autorevole, chi gode di lasciapassare politici e/o mafiosi, è preferito a chi ha maggiori competenze.

- Le risorse necessarie all'ingresso
Alcuni elementi appaiono fondamentali per l'ingresso nel mercato del lavoro autonomo:
a) La rete di conoscenze e relazioni familiari, personali e sociali
b) Le forme ed il grado di conoscenze specialistiche possedute dal soggetto
c) La sua fantasia, il suo carattere personale, la sua capacità di scoprire e investire le proprie attitudini
d) Nel finanziamento del capitale fisso per avviare l'attività assistiamo ad una generale scissione tra credito ed impresa e ad una sostanziale assenza di agevolazioni da parte dello stato.

- Il mercato
Il lavoratore autonomo, a differenza del lavoratore salariato che una volta assunto esce dal mercato, si trova perennemente sul mercato. La sua condizione di occupato cessa nel momento in cui finisce la sua commessa di lavoro e corrisponde dunque ad assenza di lavoro e quindi di reddito. Il lavoratore autonomo è quindi succube della domanda del mercato, in perenne ricerca di nuove commesse e di nuovi clienti, anche quando è giunto al massimo utilizzo delle sue capacità produttive, al massimo dispendio di risorse. La libertà di pausa non esiste.

- L'organizzazione e la rappresentanza degli interessi
Impraticabilità dello sciopero, impossibilità del conflitto. I lavoratori autonomi si trovano dispersi sul territorio e non possiedono dunque un luogo socio-tecnico, quale era invece la fabbrica fordista, in grado di attivare l'agire collettivo. I lavoratori autonomi si trovano dunque fuori dalla storia, fuori dalla democrazia moderna, fuori dalla tutela giuridica dei rapporti sociali.

- La cittadinanza
Il lavoratore autonomo vive una condizione apolide, oscillante comunque in un doppio senso di appartenenza: l'appartenenza alla comunità locale, intesa come lo spazio di costruzione del reticolo di rapporti personali e familiari, concreta e rassicurante; l'appartenenza alla comunità globale, intesa come lo spazio di mercato virtuale, temuto ed allo stesso tempo desiderato.
La sua identità sociale si costruisce in questa dialettica fra locale e globale in cui trovano collocazione i suoi spazi di libertà e la possibilità di conferire valore al suo capitale umano.

Un'analisi delle forme caratteristiche del lavoro autonomo è strettamente collegata con i mutamenti all'interno del mercato del lavoro. La nascita di forme lavorative atipiche, a prestazione d'opera, precarizzate e flessibili, prive di diritti e tutela giuridica, prive di forme rappresentative, passa proprio attraverso l'allargamento degli elementi caratteristici del lavoro autonomo a tutte le forme del lavoro postfordista. Anche quelle forme collegate all'organizzazione fordista che ancora permangono, come eccezione che conferma la regola su uno scenario completamente mutato, quali il lavoro dipendente pubblico e privato, stanno scivolando lentamente attraverso il crinale della precarizzazione, o come viene da piu' parti definito, del lavoro con accanto gli aggettivi...
Di fronte a tutti questi mutamenti che ci conducono da una parte verso la progressiva estinzione del lavoro vivo e dall'altra verso la progressiva messa al lavoro delle abilità cognitive e della cooperazione sociale nella sua interezza, verso ciò che Marx definiva sussunzione reale della società al capitale, emergono punti di vista che vedono ancora nel conflitto sociale l'arma formidabile in grado di contrastare, proprio sul suo stesso terreno, le nuove forme dello sviluppo capitalista.

 

1.5 Immaterial Workers of the World

Un progetto indirizzato in questo senso è stato offerto dalla rivista DeriveApprodi nel numero del 2000 intitolato Immaterial Workers of the World. Cercando di individuare i contorni di un nuovo soggetto di classe all'interno degli scenari dei modi di produzione postfordista, il collettivo così battezzato, ha proposta un documento dal titolo "Che te lo dico a Fare" nel quale, fra l'altro, si tratta del reddito di cittadinanza. Secondo alcuni fra gli autori di questo documento, sarebbe più giusto parlare di Basic Income, cioè considerare il diritto al reddito come un diritto primario, senza condizioni e universale. In questa ottica il RdC diventerebbe uno strumento utile a modificare il concetto di libertà, che oggi viene definita come "non interferenza" (libertà di agire, di pensare, di scrivere, ecc.), ma che dovrebbe diventare sinonimo di "non dominio", cioè liberazione dai rapporti economici e dal ricatto del bisogno che impedisce di tradurre le libertà formali (quelle che un tempo venivano chiamate libertà borghesi) in libertà effettive.
Gli stesori del documento individuano una nuova soggettività, quella dell'intellettualità di massa. L'intellettualità di massa, lontana dall'essere semplicemente una categoria economica o sociologica, viene considerata una nuova specie. Essa viene vista come una qualità di tutto il lavoro postfordista, segnalandolo come lavoro diventato essenzialmente linguistico, mentale e cognitivo. Il bacino nel quale si sviluppa l'intellettualità di massa è indipendente dalla dimensione propriamente lavorativa. Esso è il contesto in cui si sviluppa la cooperazione linguistica, che poi perdura nell'impiego, sotto forma di abilità, sotto forma di relazioni che fanno da presupposto ad ogni tipologia di mansioni flessibili e precarie.
All'interno del bacino dell'intellettualità di massa non è possibile operare una scissione tra attitudine lavorativa e mondo della vita. Non è più possibile distinguere fra lavoro riproduttivo e lavoro improduttivo, e fra questi e il non-lavoro. Le caratteristiche tradizionali del lavoro femminile vengono così ad allargarsi su scala universale, diventando elementi caratteristici di tutto il lavoro postfordista.
Ciò che nel bacino dell'intellettualità di massa si costituisce per poi essere messo al lavoro è la soggettività stessa. Ma una soggettività che in quanto tale non può essere ridotta a ruolo o mansione.
"Che te lo dico a fare" ci parla di un tempo sociale uscito dai cardini allorché non è più possibile distinguere il lavoro dal resto delle attività umane. Viste le caratteristiche del lavoro immateriale postfordista che fa delle abilità comunicative e relazionali i mezzi di produzione di plusvalore, nel documento viene definito tempo di produzione la totalità del tempo di vita di ognuno di noi. La creazione di plusvalore e' possibile perché della totalità del tempo di produzione ci viene retribuita soltanto una parte, quella del tempo di lavoro. La parte restante, pur essendo indistinguibile dall'attività lavorativa, nelle forme come nei risultati, non viene assolutamente pagata. Il reddito di cittadinanza universale sarebbe dunque la retribuzione del tempo di produzione che esorbita dal tempo di lavoro. Esso equivale ad un "salario della cooperazione sociale che precede ed eccede il processo lavorativo" (IWW, in DeriveApprodi N., 2000) cioè ad una forma di remunerazione del processo di produzione della soggettività.

Marazzi C., Il posto dei calzini, Bollati-Boringhieri,Torino, 1999
Lazzarato M., Lavoro Immateriale, Ombre Corte Edizioni, Verona, 1997
(a cura di) S.Bologna, A.Fumagalli,Il lavoratore autonomo di seconda generazione, Feltrinelli, Milano, 1997
DeriveApprodi N.18, Primavera 1999

Carlo Scarfone per
L'Avamposto degli Incompatibili