PER UNA SOGGETTIVITA' MOLTEPLICE

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Negli ultimi tempi si sente da più parti l'esigenza di elaborare
concetti. Concetti nuovi, alla portata dei tempi. Nuovi strumenti che ci
permettano almeno la navigazione a vista nel mare in burrasca del
postfordismo.La fretta, a volte, la voglia di far quadrare tutto e
subito, rischia di farci affondare prima del previsto, rischia di farci
prendere per scontati alcuni ragionamenti che sottendono l'uso di alcuni
termini, la costruzione di alcuni concetti. Succede così che anziché
costruire nuovi concetti si propongono delle nuove figure all'interno
dei ragionamenti dei tempi che furono. Si opera un lavoro di
sostituzione per cui si ricostruiscono alcune figure chiave, si
incastrano alcuni tasselli ed ecco profilarsi all'orizzonte, bell'e
pronte, nuove soggettività politiche e nuove rivolte, quasi che i
movimenti sociali fossero mossi da meccanismi logici, da automatismi
linguistici.
Mi riferisco in particolare ad un lessico post-operaista molto in voga
nelle vulgate neo-negriane di questi ultimi anni. Per carità niente in
contrario alle vulgate e meno che mai ai cattivi maestri, ad ognuno i
suoi.Vorrei soffermarmi soltanto sul linguaggio che viene solitamente
utilizzato sulla rivista Posse e negli interventi di molti compagni che
stanno dando, in questi giorni, nuova linfa all'attività dell'inchiesta
metropolitana.  Dunque, in tutti questi contributi il termine
"Cooperazione Sociale" viene utilizzato per indicare una delle
peculiarità essenziali del lavoro immateriale postfordista. La
"Cooperazione Sociale" viene messe in correlazione con l'abilita' del
capitale di sussumere la vita quotidiana delle persone, di metterla al
lavoro 24 ore su 24, di diventare controllo biopolitico, di sussumere le
abilità relazionali delle persone. La struttura a rete della produzione
immateriale ci fa pensare ad un'immensa cooperativa di individui
dislocati sul territorio che collaborano attraverso interfacce
tecnologiche alla produzione di valore. Basterebbe(!) dunque svelare
attraverso l'inchiesta metropolitana l'infamità di questa sussunzione e
ricostruire una soggettivita' collettiva in grado di riorientare
l'azione produttiva in senso non capitalistico et voila': il comunismo.
A parte le difficoltà intrinseche ad un simile progetto, vorrei comunque
contribuire a complicare ulteriormente il panorama e allo stesso tempo
mostrare un'altra faccia della medaglia.  Se non facciamo una marxiana
differenziazione fra lavoro ed attività corriamo il rischio di
semplificare troppo il discorso. Nel momento in cui sottraiamo al
capitale il comando sul lavoro il lavoro si trasforma automaticamente in
attività? Dunque e' il comando sul lavoro che fa la differenza? Il
libero dispiegamento delle forze della"Cooperazione Sociale" ci
assicurerebbe l'avverarsi della transizione?  Io non sono tanto convinto
di questo. Secondo me seguendo questa logica rischiamo di non uscire dal
paradigma lavorista, limitandoci (!) a soviettizzare il lavoro vivo, che
sempre lavoro comunque rimarrebbe.  Innanzitutto vorrei dire che il
termine Cooperazione Sociale mi sembra più indicato per descrivere il
processo di interazione fra soggetti impegnati in attività non alienate,
il rizoma delle soggettività immediatamente non capitalistiche.
Quella del capitalismo è una rete di sussunzione globale biopolitica e
non ha nulla a che vedere con la Cooperazione Sociale. Il rapporto
sociale alienato che lega assieme i lavoratori della rete postfordista,
se non ci fosse il ricatto lavorista, semplicemente non esisterebbe. Ne
esisterebbero altri basati sull'affinita', sul piacere, sul godimento.
Secondo me se partiamo dalle attività (intese come attività umana non
eterodiretta e quindi produzione, lavoro non alienato) che già esistono,
e quindi da quel rizoma di situazioni slegate dall'economicismo,
autogestite, o come le vogliamo chiamare...(in pratica le situazioni che
si pongono direttamente al di là della sussunzione capitalistica) il
discorso cambia notevolmente.  Tali situazioni stanno già, qui ed ora,
cercando di attualizzare un esodo dal capitalismo e sono secondo me, per
la loro composizione, organizzazione interna, orientamento all'azione,
un esempio di quel soggetto di classe che stiamo cercando di ricomporre.
Un pezzetto del futuro possibile. Sono una soggettività che si situa,
nella sua quotidianità, al di fuori del lavoro e del capitalismo.
Intorno a queste situazioni possiamo lavorare. E' ovvio che l'inchiesta
metropolitana e il tentativo di rompere l'isolamento (mi sembra ottima a
tale proposito l'idea che si è prospettata da più parte di costituire
dei gruppi di discussione, tipo alcolisti anonimi, sul lavoro precario)
per ricomporre e costruire una soggettività slegata dal lavorismo hanno
una funzione importantissima.  Possono costruire quel bacino
dell'intellettualità di massa, che si trova oggi sussunto all'interno
del ricatto lavorista, e che può trovare nell'esempio dell'autogestione,
dell'azione diretta, una fuoriuscita immediata e un riorientamento
importante della propria potenza di trasformazione sociale. In questo
senso tutte le strutture che abbiamo a disposizione, da quelle che
operano in rete a quelle che operano direttamente sul territorio,
potrebbero confederarsi diventando un'intelligenza collettiva in grado
di parare il culo, di aiutare a intraprendere il volo, anche soltanto
dando le dritte giuste, a coloro che decidono di abbandonare l'etica del
lavoro e cimentarsi nell'avventura dell'attivita'.
Un tale soggetto, il bacino di cui parlavo, avrebbe la forza anche
numerica di lottare per ottenere quel reddito di cittadinanza che si
trasformerebbe automaticamente in rampa di lancio per il dispiegamento,
sociale e di massa, di attività non alienate.
Dunque un processo che va avviato dal punto di vista della battaglia
culturale, e dunque della produzione di soggettività, tenendo presente
che un pezzetto di futuro e' nato già oggi, muove i primi passi e può
essere considerato un po' il motore di tutto il processo.  Collettivi
autogestiti di soggetti impegnati in attività non alienate che possono,
crescendo, confederarsi, e riorientare il senso dello sviluppo.
Quindi non si tratta di rovesciare il potere sul lavoro ma di estinguere
il lavoro, facendo leva da un lato sulla ricomposizione di un tessuto
sociale, dall'altro sull'esempio di un modello "altro" possibile. Un
modello che stiamo già sperimentando.
Dunque propugnatori del RdC, gruppi di inchiesta metropolitana e mondo
dell'autogestione non hanno bisogno di far altro che cominciare insieme
questo grande progetto, ognuno attraverso le porzioni di realtà sulle
quali può agire direttamente. Lotta culturale, cambiamento di paradigma,
produzione di soggettività, costruzione dell'immaginario e dell'utopia,
dispiegamento di un futuro possibile, sperimentazione qui ed ora, con le
possibilità che abbiamo, di forme di attività non alienata, già al di
fuori del lavoro.
E questo mi sembra possibile soltanto se riusciamo a rinunciare a
visioni parziali e soggettive, a costruzioni individuali e consideriamo
non solo noi stessi, ma il reticolo che riusciamo a creare di
soggettività molteplici in esodo dal capitale, come un noi, come un coro
polifonico, come un dialogo a più voci, ognuna della quali contribuisce
alla costruzione di un tassello di questo enorme e stupendo progetto
collettivo.
Abbiamo la possibilità non soltanto di lavorare alla sottrazione di
intelligenze al controllo del capitale e alla sussunzione della
conoscenza al servizio della globalizzazione capitalistica.  Abbiamo
sottomano un laboratorio, che può attraverso le tecnologie di rete
comunicare e condividere le proprie esperienze, allargarsi, alimentare
la propria attività, costruendo una globalizzazione parallela, basata
sui processi di liberazione, sulla moltiplicazione esponenziale
dell'esodo dal capitalismo.
Costruire davvero una molteplicità che non sia soltanto una tensione
ideale, ma un progetto vitale, un soggetto collettivo. Eccolo, il
comunismo qui ed ora...

Carlo