
SEPPELLIAMO QUEL CADAVERE!!!
Sono anni ormai, che ci sbomballano la testa con richieste di
riduzione del costo del lavoro, l'aumento della flessibilità e il ridimensionamento del
carico pensionistico. Adesso il costo del lavoro si è ridotto considerevolmente in
contemporanea con la crescita esponenziale della flessibilità. La "crescita
occupazionale", tanto sbandierata dai sinistri di governo, infatti, è quasi
esclusivamente collegata alla flessibilità e al precariato, a fronte di forti perdite
occupazionali nei settori tradizionalmente "rigidi". Anche il peso del settore
pensionistico si è ridotto sensibilmente grazie all'innalzamento dell'età pensionabile e
ai nuovi parametri di calcolo introdotti dal legislatore.
Eppure ancora oggi continua il martellante attacco al mondo del lavoro e al carico
pensionistico.
A questo punto è ormai chiaro che non si tratta più di uno scontro sindacal-vertenziale,
teso ad ottenere maggior profitto dalla prestazione lavorativa.
Si tratta di potere!!!
Non, o perlomeno non solo, di potere politico classico e quindi di
rapporti di forza col ceto politico ufficiale, ma di potere politico su un nuovo
proletariato da tenere legato alla logica del profitto nell'intero arco della sua
giornata, nell'intero arco della sua esistenza.
Non di un vero e proprio attacco al salario si tratta, ma di un attacco al reddito, di un
attacco all'autonomia degli individui e dei ceti sociali subalterni.
Si persegue un dominio economico e contemporaneamente un dominio culturale, che àncora la
società al dominio delle merci e al dominio della tecnica, spesso travestita da scienza.
Si cambia la mentalità degli individui con la definizione di nuovo conio
"imprenditori di voi stessi", che tradotto in italiano significa "operaio
salariato fai da te". Si cerca in sostanza di legare sempre di più l'esistenza degli
individui ad una categoria che ormai non esiste più: il lavoro. Ed è per questo che il
lavoro viene trasformato in un ossimoro, in quanto viene sempre più accompagnato da
aggettivi, che servono a coprire la sua inesistenza: lavoro flessibile, lavoro
part-time, lavoro precario, lavoro immateriale. Tutte definizioni coniate per
trasformare quelle che erano attività creative degli individui in prestazioni lavorative
subordinate alla logica della mercificazione e del profitto. Così diventano merci il
folklore, la cultura e la vita stessa.
Se prima il proletario vendeva, e quindi mercificava, la sua forza lavoro, ed era quella
che portava al padrone il profitto ed a lui il soddisfacimento di alcuni bisogni, adesso
per esistere deve vendere non solo la sua forza lavoro, ma tutta la sua vita, i sentimenti
e gli stessi suoi bisogni. Il pasto che l'operaio consuma per il padrone non è solo un
mezzo per garantirsi la completa efficienza della forza lavoro, è esso stesso profitto.
Non si lavora più per vivere, ma si lavora per consumare.
E' una spirale perversa in cui il soddisfacimento dei bisogni "permesso"
dall'incremento del profitto tramite il lavoro, diventa esso stesso incremento del
profitto.
Ciò è permesso dal fatto che si è legati ad una logica del lavoro produttivo, che
peraltro è in liquidazione, se non proprio morto del tutto, e ci si lega quindi ad una
corsa alla concorrenza, ad una deriva individualistica ed escludente, ad una ricerca di
esistenza e visibilità incentrate sull'accumulazione e sul consumismo.
Se così stanno le cose è chiaro che bisogna cercare la fiamma ossidrica giusta (la
tenaglia non basta più) per spezzare questa catena. Se il meccanismo usato dal padrone è
quello di mercificare il soddisfacimento dei bisogni tramite la "salarizzazione"
delle attività umane, il nostro obiettivo deve essere l'opposto. In questo caso si tratta
di liberare la nostra vita dalle merci.
E per questo dobbiamo seppellire un cadavere in via di putrefazione: il lavoro salariato.
Un cadavere mummificato dal Capitale con il balsamo degli aggettivi citati prima per
tenerci ancorati a sè e al profitto.
Quindi bisogna sganciare il reddito dal lavoro in maniera totale e definitiva.
Non si tratta perciò di chiedere un reddito parallelo o aggiuntivo al salario, ma un
reddito che abolisce il salario.
Il reddito parallelo o aggiuntivo al salario, anche qualora avesse le caratteristiche
positive dell'universalità e incondizionatezza, avrebbe si il merito di liberare dal
bisogno l'individuo, ma lascerebbe un ruolo centrale al salario, e quindi al profitto, al
lavoro, alla concorrenzialità e dunque di fatto alla mercificazione. Tutti, o perlomeno
la gran parte, correrebbero ugualmente verso il lavoro con gli aggettivi per incrementare
il reddito e diventare visibili con la corsa al consumismo delle merci e soprattutto
all'accaparramento della merce per eccellenza, la merce-feticcio: il dio-denaro.
Quello che avremmo cacciato dalla porta rientrerebbe dalla finestra, anche perché in
presenza del feticcio-merce scatterebbero i meccanismi inflattivi con la conseguente
erosione del reddito. In parole povere sarebbe vanificato tutto ciò che avremmo ottenuto.
Pertanto il Reddito di Cittadinanza per cui lottare, oltre ai parametri di universalità e
incondizionatezza dovrebbe avere un altro parametro: dovrebbe sostituire definitivamente
il salario.
Lavoro e Reddito dovrebbero essere totalmente separati, non ci dovrebbe essere alcun
rapporto fra di loro.
La quantità e la qualità di lavoro ottenibile dall'individuo dovrebbe avere rapporto
soltanto con le capacità fisiche, intellettuali dell'individuo stesso. La quantità di
denaro (Reddito) da erogare all'individuo si dovrebbe rapportare esclusivamente alle
necessità fisiche, comunicative, intellettive dell'individuo stesso.
Basta quindi con relazioni del tipo: +lavoro +salario; ma la relazione ormai famosa: da
ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni.
In questo modo si ottiene non solo la liberazione dell'individuo dal bisogno, ma si
defeticizza il denaro, la merce, e si da un colpo mortale alla logica dell'accumulazione e
del profitto.
Si potrà sul serio sostituire alla società dell'atomismo e della concorrenzialità il
mondo della socialità e dello scambio. Potremmo passare da una vita per il lavoro
schiavizzato, condita di stress, di esclusione ad un'attività solidale libera e tesa alla
ricerca del godimento e della felicità.
Non si mirerebbe ad avere di più, ma a conoscere di più; finalmente la diversità non
genererebbe conflitti, ma rapporti di scambio fra uguali nella differenza.
Ma per ottenere ciò non ci possiamo concedere deroghe o compromessi col lavoro salariato
(schiavizzato). Dobbiamo pretendere il massimo di rigidità del reddito per abolire non
solo la flessibilità del lavoro salariato, ma lo stesso concetto di lavoro salariato.
E' un'utopia, forse, ma è un'utopia per cui vale la pena lottare.
D'altronde in questa società non è un'utopia lottare per la rigidità del lavoro, che
non c'è? Non è un'utopia lottare per un reddito garantito, anche sussidiario al salario,
che non sia quello di mantenimento in una vita miserevole?
Allora perché lottare per un'utopia compatibile?
Se utopia deve essere, che sia utopia liberatoria. Liberiamoci dal lavoro salariato; sarà
una battaglia lunga, non solo fisica (le manifestazioni), ma soprattutto culturale, visto
che la cultura padronale del lavoro e della merce permea e pervade tutta la società. Ma
va fatta; condurre un altro tipo di battaglia sarebbe un cedere le armi, perché ci
muoveremmo nella logica politica, economica e soprattutto culturale tracciata dal nemico,
dal Capitalismo imperialista.
L'Avamposto degli Incompatibili