MOBBING E DISCRIMINAZIONI
Recentemente si è registrato il fenomeno del "Mobbing", ossia
una sorta di stato di guerra vigente nei luoghi di lavoro, per via di atteggiamenti
persecutori da parte di colleghi o di "spie" dell'amministrazione. Le campagne
diffamatorie si perpetrano ai danni delle vittime, per ottenere maggiori privilegi,
riconoscimenti professionali, per invidia o perché l'altro viene ritenuto un
"diverso", un "deviante". Ridurre il problema ad una pura spiegazione
psicologico-individuale, significherebbe cadere nelle reti di uno sterile psicologismo,
perché ogni fenomeno sociale va iscritto nel contesto socio-politico. Pertanto, giova
indagare sulle cause e le concause che stanno determinando una sorta di "bellum
contra omnes", di hobbesiana memoria. D'altra parte, come lucidamente ha osservato
Durkheim, l'opposizione tra individuo e società è un problema ozioso, perché non si da
individuo senza società.
Da qui l'esigenza di decodificare i parametri dell'immaginario collettivo attuale,
per comprendere le ragioni dell'anomia, dell'alienazione.
Indubbiamente la società postmoderna è totalmente amministrata ed è incapace di
riconoscere la extra-territorialità non mercantile, e ciò comporta una visione
banale e riduttiva di alcuni problemi, che sono, invece, strettamente collegati
all'attuale individualismo edonistico e utilitaristico. Il mobbing, dunque, è uno degli
effetti nefasti del post-fordismo, che iscrive nel suo barbaro statuto, il lavoro
interinale, flessibile, part-time e l'azzeramento dello stato di diritto tout court.
La verità è che il capitalismo, nella fase odierna, per imporre il suo dominio,
plasma la società, avvalendosi di una logica aziendale, creando atomismo, frammentazione,
darwinismo sociale, conflitti fra giovani e anziani, tra disoccupati e occupati, fra
immigrati e residenti. In altri termini, il capitalismo, avendo assunto la politica
aziendale come paradigma assoluto, sta trasformando tutti i luoghi di lavoro in aziende,
sicché scuole, ospedali ecc., espletano le loro funzioni, praticando la logica
dell'impresa. Da qui le incentivazioni economiche e le gratificazioni professionali solo
per un esiguo gruppo, ossia per coloro che dimostrano l'asservimento totale al sistema.
Sono queste le condizioni che alimentano l'esercizio delle violenze, la pratica della
delazione, la ricerca del capro espiatorio. D'altra parte, la cultura d'impresa,
promuovendo una sorta di patriottismo e di appartenenza, spinge il lavoratore a fornire
prestazioni sempre più eccellenti, escludendo la concorrenza e praticando l'ostracismo.
Tutto ciò significa che si attua una totale dipendenza personale al sistema, diffondendo
una personalizzazione dell'assoggettamento.
Dalle osservazioni fatte si evince, che il post-fordismo, con la sua radicalizzazione
sul terreno culturale, promuove la vendita di sé, sopprimendo gli antagonismi tra
capitale e lavoro e innescando meccanismi che incoraggiano la conflittualità fra i
lavoratori. La filosofia autoritaria del post-moderno, però, pur ostentando attivismo e
forza, cela insicurezza, perché, di fatto, non è in grado di controllare i complessi e
variegati aspetti che emergono dalla crisi dell'attuale fase di transizione. In altri
termini, il capitalismo, pur aspirando ad essere il "protettore magico" di
situazioni implosive e contraddittorie, non è in grado di esercitare appieno il suo
potere, sicché, per sopravvivere deve innescare meccanismi perversi per neutralizzare
l'antagonismo tra lavoro vivo e lavoro oggettivato. Da qui la ricerca di capri espiatori,
la soppressione della persona autonoma e consapevole e l'affermazione dello
pseudo-pensiero.
D'altronde, la "psicologia della scarsità" produce ansia, invidia,
egoismo, individualismo, frammentazione, che sono poi funzionali al sistema.
"L'orrore economico", dunque, per sopravvivere ha bisogno di dissolvere l'unità
dei comportamenti di classe, di disarticolare l'aspetto antagonistico, di respingere la
conflittualità verso limiti, di fatto, insignificanti.
Ciò significa che il capitale fagocita i rapporti sociali e così facendo li
consuma, li usa come materia prima, e proprio come materia prima li impoverisce.
E' evidente, pertanto, che nella fase odierna, il capitalismo, avvalendosi della
segmentazione del mercato, mette in atto politiche selettive e discriminanti, in modo tale
da distruggere ogni possibilità di unificazione, promuovendo forme aberranti di
darwinismo sociale. Le osservazioni fatte perseguono l'obiettivo di rilevare che le
violenze quotidiane, latenti o manifeste,il mobbing, la tolleranza zero, sono gli effetti
nefasti di una violenza istituzionalizzata, legalizzata, che tende a costringere
manipolando, cooptando l'opposizione, congiurando nei confronti del dissenso e
predisponendo gli individui al conformismo di massa e all'atomismo. Al di là degli slogan
"idealistici" come "altruismo, beneficenza, solidarietà", tanto cari
al regime delle querce e degli asinelli, emerge che il sistema politico e culturale
esercita il suo potere su tutto ciò che è estraneo al mercato. A questo punto, è lecito
sottolineare che le differenze tra fascismo e neoliberismo sono irrilevanti, infatti, il
fascismo disprezza la democrazia formale, mobilitando interri strati della popolazione in
modo manifesto, mentre, il neoliberismo, pur avvalendosi di una democrazia formale, impone
il suo dominio, escludendo la popolazione dalle informazioni, dal controllo del potere e
dal confronto aperto delle opinioni, ossia dalle condizioni essenziali per una
partecipazione significativa all'assunto delle decisioni. Ciò significa che, sia pure in
guise diverse, in entrambi i casi si impone la dittatura e si negano i principi di una
democrazia sostanziale.
In questo quadro, non certo edificante, occorre de-dogmatizzare i paradigmi sociali
esistenti, valicare i limiti del processo mimetico e la logica di un manicheismo virtuale,
prendendo atto che il sistema attuale non si può eternizzare, né si può considerare
immodificabile lo status quo. In termini hebermasiani, è necessario focalizzare
l'attenzione sullo spazio specifico della tensione tra i poli del mondo vitale e del
sistema; o, ancor più profondamente, tra il campo dell'autonomia e quello
dell'eteronomia, ossia della capacità di autodeterminazione e di autoregolazione degli
individui e dei gruppi, da una parte, e, dall'altra, delle costrizioni che derivano dal
funzionamento della società in quanto insieme di istituzioni e di apparati.
In questa prospettiva si impone l'esigenza di negare la razionalità strumentale,
generata da una società totalitaria, che mostra i sintomi di un fascismo camuffato,
subdolo, che proprio per via di queste caratteristiche, limita le potenzialità vitali
della dissidenza.
Ciò che sfugge è che, come osserva André Tosel, una democrazia sostanziale si
fonda e si legittima su norme di natura universale e su forme razionali di consenso.
La democrazia, quindi, esige la negazione dei privilegi e delle ineguaglianze,
proprio perché si determina come imperativo del consenso razionale. Purtroppo, oggi
dilaga, invece, "il consenso senza consenso" e, nel contempo si registrano
soprusi, prevaricazioni, discriminazioni. Da qui la necessità di demolire gli ideali
della sovranità statale, della nazione, della razza, della religione,
dell'organizzazione, per avviare un processo di radicale mutamento. Vero è che i
"dissidenti" sono fortemente stigmatizzati, non solo con l'esclusione, con la
persecuzione, con l'emarginazione, ma anche con altri "strumenti" di
persuasione, come i manganelli, basti pensare al controvertice di Bologna. Pertanto,
dinanzi allo stato di polizia, all'uso fascista del manganello, si può affermare che
mentre in passato il simbolo dei comunisti era falce e martello, oggi, per i
post-comunisti dovrebbe essere "falce e manganello".
Wanda Piccinonno
de L'Avamposto degli Incompatibili