TERRORISMO D'IMPERO
Non occorreva essere degli indovini per capire quello, che stava per
succedere, era scritto nell'ordine delle cose. Quando nel documento "Il
filo nero" parlavamo delle connessioni fra Balcani- Kurdistan- Palestina,
mettendo l'accento sui satrapi dell'Impero, Turchia e Israele, messi a guardia
degli interessi amerikani nella zona, lo facevamo perché era chiaro, che
proprio quello era lo snodo centrale del controllo economico e geo-politico
dell'intero pianeta.
Non è un caso, che subito dopo i bombardamenti di Bagdad, il primo plauso è
venuto da Israele, che "invitava" ad intensificare i controlli sugli
armamenti iraqeni, mentre la Turchia si limitava a lamentare la mancata
informazione sui raid. E' vero che il giorno dopo Israele, che intanto
preparava manovre militari congiunte israelo-amerikane, smentiva un suo
coinvolgimento nel bombardamento "di routine" anglo amerikano, ma
subito dopo avallava quel bombardamento ribadendo le sue "preoccupazioni"
per una fantomatica corsa agli armamenti di Bagdad.
ALLORA, PERCHE'?
L'Iraq è il secondo produttore di petrolio nel Golfo, e, come tutti
sanno, è l'unico nella zona a mantenere un minimo di autonomia dal mondo
occidentale, e, soprattutto, dall'Impero amerikano. Inoltre il suo
riavvicinamento alla Siria e alla Giordania lo rimette in gioco nello
scacchiere medio-orientale. Infine i territori del Kurdistan, ancora sotto il
formale controllo iraqeno, sono appetiti dalla Turchia, che sta conducendo
anche trattative economico-militari con l'Iran, tese a terminare la costruzione
del corridoio per il gas turkmeno. Ecco quindi l'esplodere dei conflitti in
Palestina e in Kurdistan, che guarda caso si riaccendono contemporaneamente.
La cosa che sembrava andare in controtendenza era la situazione iraqena.
Infatti la recente crisi petrolifera aveva rimesso in gioco Bagdad, che essendo
uno dei maggiori produttori di petrolio, oltretutto congelato dall'embargo,
poteva giocare un duplice ruolo: Immettendo petrolio "fresco" sul mercato,
poteva contribuire a calmierare i prezzi per un'Europa sempre più assetata di
oro nero; contribuire a creare un fronte dei paesi produttori non asserviti al
giogo imperiale amerikano, alternativo ai paesi vassalli, come Arabia Saudita e
Kuwait. Ecco quindi che Siria e Giordania riprendono i rapporti politici con
Bagdad, ed ecco che la Russia fa altrettanto, sia per rimettersi in gioco come
grande potenza, sia perché a Mosca la centralità turca nella zona, caldeggiata
dagli amerikani, crea molti problemi nei paesi caucasici (non è un caso che i
Lupi Grigi turchi siano presenti nelle file del terrorismo ceceno).
Oltretutto le insubordinazioni all'Impero yankee cominciano a manifestarsi
anche in Europa: non solo delegazioni europee si sono recate a Bagdad, per
cercare accordi economici, ma in tutta Europa, compresa l'Italia, è in atto una
forte campagna contro l'embargo all'Iraq. Anche la stampa fa la sua parte;
ormai spesso le televisioni promuovono servizi sulle conseguenze dell'embargo
per la popolazione civile iraqena.
Un'accelerazione in queste contraddizioni inter-imperialistiche è venuta dai
recenti casi di tumore fra i soldati europei a causa dell'uranio impoverito:
subito sono cominciati a circolare servizi sulle conseguenze dell'U238 fra i
civili iraqeni.
In parole povere l'Iraq rischiava, dopo la normalizzazione della Jugoslavia, di
diventare un coagulo di tutte quelle forze, che si volevano sganciare dal giogo
amerikano.
Naturalmente i giochi non erano così lineari, dato che nella zona, oltre ai
satrapi sauditi, israeliani e turchi, gli amerikani potevano contare anche
sull'ambiguità di Teheran, che da un accordo con Ankara spera di avere grandi
vantaggi, entrando nel business del corridoio per il gas turkmeno. Ugualmente
in Europa, oltre ai fedeli vassalli inglesi, possono ancora scommettere
sull'alleato tedesco, che spera di guadagnare il seggio permanente nel
consiglio di sicurezza dell'ONU, oltre ad una crescente influenza ad est e a
sud-est.
Ma oltre oceano cominciavano a sentire puzza di bruciato, alimentata oltretutto
dai rischi recessivi, che sembrano per la prima volta vedere la crescita
amerikana soppiantata da quella europea. Ed allora gli Yankees (e i loro servi
inglesi) intervengono nel modo loro più congeniale: l'intervento armato, campo
in cui non temono concorrenti, proprio dove rischia di cadere in crisi il loro
dominio economico e geo-politico: l'Iraq.
Le bombe su Bagdad sono bombe contro i Kurdi, i Palestinesi, la Russia, l'Europa.
Già da diversi mesi, infatti, la Turchia ha stretto un patto con i
peshmerga del PUK e col PDK sia contro i Kurdi, che si riconoscono nel PKK, sia
per il controllo del Kurdistan "iraqeno"; le incursioni periodiche
dell'esercito turco "in Iraq" sono diventate stazionamento costante,
sotto l'egida anglo-amerikana, con il nascosto (ma nemmeno tanto) obiettivo di
occupazione definitiva. Anche Israele ha i suoi interessi in quest'attacco,
visto che Bagdad sta diventando punto di riferimento per le popolazioni arabe,
che si oppongono al disegno di normalizzazione israelo-amerikana nella zona, in
primis i Palestinesi.
Abbiamo già parlato in altri documenti dei pericoli per la Russia di una
crescente turkizzazione dell'area, specialmente in questa nuova fase, in cui la
nuova leadership, eliminata la componente mafiosa del grande business
affaristico Eltsiniano, cerca di trovare spazi per un nuovo ruolo di grande
potenza, stringendo accordi con Bagdad ed altri paesi in mediooriente e
cercando di porsi come interlocutore di pace nel conflitto israelo-palestinese.
Infine, ma non per importanza, l'Europa. Già dopo la guerra nei Balcani, si
cominciava a percepire un certo recalcitrare di alcuni paesi europei nei
confronti degli USA. L'aspirazione francese di un esercito europeo autonomo
dalla NATO, pur bloccata sul nascere per l'opposizione inglese e per la
riottosità di altri paesi,continuava ad esprimersi "sottotraccia" in
diverse occasioni, prima fra tutte in un atteggiamento sempre meno benevolo nei
confronti dell'UCK in Kosovo. Ma, soprattutto, alcuni paesi europei
cominciavano a diventare insofferenti proprio rispetto alla politica amerikana
nel Golfo.
La crescita del dollaro rispetto all'euro, susseguente alla guerra dei Balcani,
determinata dall'imposizione amerikana di una sua base strategica permanente
nella zona, si sommava al controllo totale da parte dell'Impero yankee del
petrolio, che oltretutto viene pagato in petrodollari. Questo per l'Europa
significava completa subordinazione al Grande Fratello d'oltreoceano.
Da ciò sono partiti i primi recenti accordi commerciali tra Bagdad e alcuni
paesi europei, soprattutto la Francia. Sono circolate addirittura voci sulla
disponibilità iraqena ad accettare l'Euro come moneta alternativa al
Petrodollaro.
E COSI' LE BOMBE!!!
L'Amerika ha fatto la sua mossa. Pesante!
Adesso bisognerà vedere che tipo di reazione ci sarà. A parole le prime
risposte ci sono state. Il mondo arabo ha reagito con una condanna quasi
unanime del raid: la stessa Turchia ha negato coinvolgimenti, forse per paura
di incrinare i nascenti accordi con Teheran, che, nonostante la sua storica
inimicizia con Saddam, non può pregiudicare ulteriormente i suoi rapporti col
mondo arabo. La Russia, già indispettita dall'amministrazione amerikana per lo
scudo spaziale, ha condannato fermamente l'azione, visto anche il suo
riavvicinamento all'Iraq. In Europa l'irritazione di diversi paesi è stata
espressa con decisione dal governo francese.
Come si vede, le contraddizioni inter-imperialistiche non mancano. Naturalmente
è difficile che queste contraddizioni sfocino immediatamente in aperto
contrasto, visti i rapporti di forza geo-politici e militari, ma ci sono.
A questo punto è chiaro che la cosiddetta globalizzazione non è altro che
l'imposizione del dominio imperiale amerikano.
Ma ci sono anche le prime avvisaglie del fatto che questo processo può saltare.
Anche in Europa la resistenza a questo dominio unico si fa strada. La politica
del governo francese è esemplificatrice di questo dato.
A questo punto urge una presa di posizione del movimento rivoluzionario ed
anti-imperialista.
Sappiamo benissimo che un imperialismo europeo alternativo a quello amerikano
non sarebbe migliore, anzi, per certi versi, alla lunga potrebbe causare altre
conseguenze, magari più gravi, sullo scenario internazionale.
Ma approfittare di queste contraddizioni e magari allargarle si può, anzi si
deve.
Ne va dell'indipendenza di molti stati "scomodi" e della vita e
libertà di molti popoli. Una maggiore incidenza della politica europea nel
Golfo contro l'aggressione imperiale all'Iraq e di contenimento
dell'espansionismo turco, potrebbe dar fiato alla resistenza kurda e potrebbe
porre un freno al terrorismo ceceno nel Caucaso. Potrebbe oltretutto mettere
qualche paletto ai banditi dell'UCK nella loro aggressione ai territori serbi.
Anche in medio-oriente una politica europea più incisiva potrebbe portare ad un
rimescolamento di carte nei rapporti di forza in quella zona. E' per questo che
i palestinesi chiedono la presenza della Russia e dell'Europa, oltre che dei
paesi arabi, nelle trattative di pace; e questa richiesta non la fa soltanto il
moderato satrapo Arafat, ma anche quelli che stanno portando avanti in prima
persona l'Intifada, come lucidamente spiega in un'intervista a Fulvio Grimaldi
pubblicata da L'Ernesto Kamal Nasser dirigente di Forza 17:"Toccherebbe
all'Europa intervenire, i suoi interessi sono antagonisti rispetto a quelli
amerikani e israeliani".
Come è per questo che i Kurdi stanno tentando la carta dell'Europa per ridurre
a più miti consigli il regime di Ankara, stretto nella contraddizione di essere
un vassallo USA, necessitato però ad entrare nell'UE.
E' chiaro che i giochi sono complessi, ma una strada per incidere veramente
nella situazione data la dobbiamo trovare, se non vogliamo essere semplici
denunciatori dei massacri perpetrati dall'Impero.
L'Avamposto degli Incompatibili