RETE DI LILLIPUT, G8 DI LUGLIO A GENOVA, VIOLENZA, NONVIOLENZA

Il nocciolo del documento del 4 nov. u.s. di Tiziano Tissino: ‘Un primo passo comune per opporsi ai G8 di luglio a Genova’ è la proposta di un primo incontro a Genova per un lavoro comune preliminare sulla nonviolenza, nella previsione di una mobilitazione con un secondo concentramento, a luglio, sempre a Genova, in occasione della riunione dei G8.

In pratica, si danno per scontati ed accettati due assunti che io vedo, invece, ancora problematici:

mobilitarsi per inseguire materialmente nelle loro riunioni in giro per il mondo -da Seattle, a Praga, a Genova e così via- quelli del G8, della Banca Mondiale, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, è una modalità efficace per opporsi alla loro politica ed agli aspetti deleteri della cosiddetta ‘globalizzazione’;

il discorso teorico sulla nonviolenza è già chiaro ed acquisito per tutti; si tratta solo di allenarsi a metterlo in pratica.

Quanto al primo punto, io mi chiedo: a) sono proprio utili ed indispensabili questi incontri con concentramento a Genova, tenendo anche conto dell’ingente investimento in risorse umane e materiali? b) non si corre il rischio di inutili parate folcloristiche? c) non sarebbe piuttosto più produttivo rafforzare forme stabili ed efficienti di collegamento nazionale e internazionale e lavorare per confrontarsi e, nello stesso tempo, radicarsi sul proprio territorio, a partire dai problemi e bisogni reali anche per evidenziarne il collegamento con certi aspetti della globalizzazione?

Per il secondo punto -premesso, a scanso di equivoci, che mi trovo assolutamente schierato contro la violenza-, io mi chiedo se non sia il caso di partire da una presa di coscienza realistica e radicata nella storia –nel cuore stesso, cioè dell’esperienza umana- del discorso violenza, per poter arrivare ad un approccio pragmatico e non filosofico del discorso nonviolenza. Il medico serio deve partire dalle cause della malattia, se vuole guarirla, non dai suoi effetti. In questo momento ne sono convinto, ma sento il bisogno di confrontarmi.

Un paio di esempi.

Dobbiamo scandalizzarci per il trattamento violento riservato al Mc Donald di Praga, quando sappiamo che "le centinaia di miliardi di dollari provenienti dal Congo, dalle Filippine, da Haiti e da molti altri paesi del Terzo Mondo… che transitano sui conti segreti prima di raggiungere i mercati borsistici dell’Occidente, sono il sangue e la miseria dei popoli di tre continenti. Mentre in Africa, in America Latina ed in Asia i bambini si prostituiscono e muoiono di fame, mentre le famiglie si sfasciano e gli uomini e le donne cercano invano un riparo o un lavoro, i miliardi della corruzione, dell’evasione fiscale, del saccheggio si accumulano sui conti delle élite dirigenziali di quei paesi. Come Moloch, l’oligarchia bancaria multinazionale si nutre della carne e del sangue dei popoli prigionieri, costretti al tributo dei tre continenti più poveri del nostro pianeta." (JEAN ZIEGLER, dal capitolo "I banchieri svizzeri uccidono senza le mitragliatrici", ne "Il libro nero del capitalismo", Marco Tropea Editore, 1999: ne raccomando la lettura a tutti gli uomini e le donne di buona volontà!)? E’ davvero paragonabile la violenza delle multinazionali con quella contro Mc Donald a Praga?

Non condivido certamente l’uccisione dei tre soldati israeliani da parte della folla infuriata, nei giorni scorsi in Palestina. Ma (a parte le ammissioni dell’ambasciatore italiano all’ONU che ci aiutano a comprendere ancora meglio la situazione), come non capire e non tenere alcun conto della rabbia e dell’indignazione dei Palestinesi, che portano purtroppo a queste conseguenze, se conosciamo la storia del martirio di questo popolo, almeno a partire dalla costituzione della stato d’Israele, e se riflettiamo sul ruolo che i monopoli mondiali del petrolio e delle materie prime (guarda caso, proprio quelli che diciamo di voler contrastare a Genova) hanno assegnato allo Stato d’Israele? Mettendo sullo stesso piano (nella migliore delle ipotesi) Palestinesi ed Israeliani, come ipocritamente ha fatto il governo italiano, contribuiamo davvero alla pace in Medio Oriente? Del massacro di decine di migliaia di Palestinesi -compresi donne, vecchi, bambini- a Sabra e Chatila (tanto per citare solo uno degli episodi più recenti) ce ne siamo già dimenticati, mentre, tanto per citare un esempio, abilmente pilotati dall’informazione di regime, ad ogni scadenza annuale ipocritamente (lo facessimo almeno seriamente!) ci inorgogliamo di sana indignazione nel ricordo degli studenti di Tienamen.

Ed alla violenza secolare contro i Curdi chi ci pensa seriamente? E la violenza contro le donne (e non solo loro) in Afganistan? Da non violenti coerenti, mettiamo una firmetta in calce alla petizione e siamo a posto con la coscienza!

E l’ira e le mazzate di Gesù Cristo abbattutesi sui mercanti del tempio, erano violente o no? e certe sue invettive taglienti, del tipo "razza di vipere e sepolcri imbiancati", oppure della storia della cruna dell’ago e del cammello che condannava senz’appello i ricchi all’inferno, sono da considerarsi violente?

Attenzione! Non sono d’accordo con la violenza come provocazione, né certamente intendo teorizzare la necessità automatica della risposta violenta alla violenza: non è l’occhio per occhio che voglio proporre. Ma siamo davvero convinti di contribuire alla giustizia ed alla pace mettendo sullo stesso piano la violenza originaria degli oppressori ed il diritto –riconosciuto sia dai principi religiosi, che dal diritto civile- alla legittima difesa degli oppressi? Non abbiamo bisogno di fare filosofia, basta saper leggere la storia. Diversamente, mi sembrerebbe di praticare la nonviolenza della pancia piena!

Inoltre, non perdiamo di vista il fatto che la violenza non è solo quella fisica, diretta, immediatamente percepibile. Esiste ed è molto più pericolosa la violenza morale e psicologica, quella sottile ed invisibile, fino al punto da essere accettata e condivisa ed addirittura costituire titolo d’orgoglio per le stesse vittime inconsapevoli.

Altro esempio.

Si stanno sprecando fiumi d’inchiostro, di retorica e d’ipocrisia sulla violenza contro i bambini. E’ possibile parlare, a questo proposito e senza minimamente scalfire il rispetto sacrosanto dovuto al sentimento religioso coerentemente sentito e vissuto, del battesimo imposto ai neonati? A me sembra una grave forma di violenza e di prevaricazione della dignità individuale, in contraddizione con le stesse Scritture che prevedono il battesimo degli adulti come scelta pienamente cosciente e consapevole. Perché non attendere l’età adulta? A che serve banalizzare con l’ipocrita "tanto, uno poi è libero di scegliere come vuole", quando in Italia il quasi 100% è battezzato e resta tale, allo stesso modo che in Iran per gli islamici? Ma il guaio più serio e più grave riguarda gli adulti, che, battezzando i neonati, si formano la convinzione di poter disporre di un bambino a proprio piacimento, tanto da poterlo marchiare alla pari di un oggetto qualsiasi o di un agnello del gregge, come hanno sempre fatto i pastori fin dall’antichità. Non potrebbe essere anche in questa convinzione la radice della violenza, anche di quella fisica e di quella sessuale, contro i bambini? E se dobbiamo parlare di violenza e nonviolenza, è possibile affrontare anche questi argomenti in maniera spregiudicata, ma con serenità e rispetto reciproco, sempre che si sia convinti della reciproca buona fede? Oppure dobbiamo continuare a considerarli tabù ed essere messi a tacere, come già mi è toccato a Massa, con il pretesto che il mio intervento fosse fuori tema?

Mi sembra che è da queste basi concrete che dobbiamo partire se vogliamo evitare di fare filosofia astratta e se vogliamo che le istanze etiche possano diventare poltiche e contribuire alla costruzione di una giustizia sociale che cancelli le radici ed il seme stesso della violenza.

Putignano, 08.11.2000

Paolo