RIFORME COSTITUZIONALI: DOV'E' LO SCANDALO?
Adesso ci sarà una levata di scudi
contro le cosiddette riforme costituzionali approvate dal governo berlusconiano,
dimenticando fra l'altro che ad aprire la strada a queste riforme furono anni
fa i sinistri allora di governo.
Infatti già ci sono stati appelli all'unità nazionale stracciata
da queste riforme e richiami alla Resistenza
che col sangue conquistò quella costituzione.
E come al solito, formalmente, hanno pure ragione, nel senso che è
vero, che quella carta costituzionale fu scritta subito dopo la caduta del
fascismo, ma nella pratica hanno torto, perché tutti avevano dichiarato
pochi anni fa che i tempi erano cambiati, e pertanto bisognava modificare
quella costituzione ormai vecchia.
Le contrapposizioni erano solo su come modificarla, e quali strumenti utilizzare.
I sinistri erano per una modifica concordata, cioè il solito metodo
concertativo, fra maggioranza e opposizione,
il governo era per una approvazione di maggioranza.
Naturalmente è passata la seconda, visti i rapporti di forza, ma in
ogni caso quelle modifiche sarebbero state fatte.
E allora bisogna superare l'Aventino, determinato dalla forma di approvazione
(che cambia per noi, se le riforme sono concertative, o se sono maggioritarie?),
e invece analizzare la sostanza del problema, e cioè le riforme.
Onde evitare fraintendimenti, diciamo subito che non abbiamo intenzione di
fare le barricate per difendere una costituzione,
che non c'è più. Sappiamo benissimo che quella carta costituzionale
era una carta costituzionale borghese,
che serviva solamente per "rendere partecipi" i proletari alla conservazione
dei valori capitalistici della proprietà privata,
e del diritto al profitto, pertanto l'affossamento della costituzione è
solo un gettare la maschera da parte del potere.
Ma bisogna analizzare questa "riforma" per capirne le motivazioni
vere, economiche e politiche,
onde evitare che poi il potere indossi un'altra maschera più consona
ai tempi, e che questa maschera venga poi accolta
come se fosse un salto di qualità positivo da parte di molti.
Che questo sia un pericolo reale lo si capisce già dal fatto che per
molti e diversi motivi,
in tanti auspicano e attendono con ansia la promulgazione della costituzione
europea. Di questo parleremo più tardi, per ora cominciamo ad affrontare
i motivi dello "strappo costituzionale" approvato dal governo, addirittura
col voto determinante della destra post-fascista, tradizionalmente nazionalista.
Come tutti sanno gli stati nazionali nascono non perché ad un tratto
le popolazioni, che vivono in un dato contesto geografico, scoprono di avere
uguali tradizioni, cultura ed interessi, e pertanto si uniscono politicamente
per perseguire quelli interessi
e per mantenere le proprie origini: questa è naturalmente una fregnaccia
raccontata al popolo bue, per tenerlo legato a questo orpello sovrastrutturale.
E, per lo stesso motivo, è una fregnaccia anche la favola che lo stato
nazionale nasca per liberarsi dallo straniero.
Pur avendo spesso una base formale di verità, vedi per esempio il risorgimento
italiano, nella sostanza si tratta anche in questo caso di una bufala: cosa
volete che cambi nella sostanza per un pugliese o un siciliano nell'essere
dominati
dal potere piemontese oppure da quello borbonico? Niente, tanto è vero
che quei meridionali
che consegnarono le loro terre ai nuovi dominatori finirono in molti nelle
file dei "briganti" pochi anni dopo.
Ed anche dopo la seconda guerra mondiale quale differenza sostanziale videro
quelli che avevano combattuto
per la Resistenza, tra la dominazione tedesca e quella americana? Pochissima
differenza, a parte una democrazia solo formale,
al punto che la giornata del 25 Aprile fu molto presto trasformata in un orpello
come la stessa costituzione.
Allora qual'è il vero senso dello stato nazionale e della conseguente
carta costituzionale?
Siamo in un regime capitalista, e non è un caso che gli stati nazionali
nascano proprio nel regime capitalista.
Il regime capitalista crea gli stati nazionali, diffondendo "valori nazionali",
cultura nazionale ed interessi nazionali per una sua esigenza di crescita
economica, di conquista di mercati.
Non è un caso, per esempio che in Italia l'unità nazionale venga
perseguita dai piemontesi,
dove c'era forse la più grande presenza industriale dell'epoca, che
avesse una base produttiva in loco,
mentre nel meridione non c'era significativa presenza industriale e nel lombardo-veneto
il potere economico
era "straniero", cioè asburgico.
Naturale quindi che i piemontesi imbellettassero col sentimento nazionale
la propria esigenza di conquista territoriale e tendenzialmente di nuovi mercati.
Come altrettanto naturale fu che di fronte ad una guerra interimperialista
come la 1^ e soprattutto la 2^ guerra mondiale, si perseguisse una politica
di alleanze fra nazioni, per cercare nuovi mercati a danno dei paesi più
deboli,
però ancora mantenendo un impianto nazionalistico, dato che ancora
l'impresa era localizzata,
anche se con l'intento di allargarsi.
Sa queste motivazioni interessate nasce la costituzione italiana, che nel
mentre predica i diritti dei cittadini, le vocazioni di pace
e tante altre belle parole di questo tipo, contemporaneamente proclama il
diritto alla proprietà privata, al profitto,
ed anche la possibilità di partecipare a guerre (e cioè a nuove
conquiste di mercati), anche se soltanto nell'ambito di trattati internazionali
sottoscritti, e cioè oltre all'ONU, la NATO, e, nel senso lato berlusconiano,
anche gli USA,
di cui siamo fedeli alleati da 60 anni.
Come si vede non c'è da avere alcun rimpianto per questa costituzione,
oggi buttata alle ortiche dal potere politico,
che formalmente aveva il compito di difenderla.
Ma perché proprio il potere politico che doveva difenderla butta a
mare la costituzione?
La risposta è facile: sono cambiate radicalmente le condizioni di mantenimento
del regime capitalistico.
Siamo cioè in una fase in cui il capitalismo nazionale non è
più in grado di conquistare gli indispensabili nuovi mercati,
anzi non esiste proprio più il capitalismo nazionale.
Siamo in una fase in cui per accrescere i profitti i capitalisti hanno bisogno
di rendersi competitivi con altri capitalisti,
quindi hanno bisogno di superare la logica dell'impresa ottocentesca e di
trasformarsi in trust,
capaci di entrare in competizione con altri trust.
Ed allora c'è bisogno di alcune cose sostanziali. Per prima cosa bisogna
ridurre le spese, soprattutto quelle relative
al costo del lavoro, e quindi si incentivano le forme di precarizzazione e
di subalternità dei lavoratori.
Contemporaneamente c'è bisogno di allargare i confini in cui si opera,
per garantirsi spazi di mercato
stabili sempre più allargati, ed allora si da il via agli Stati Uniti
d'Europa, da cui discende la necessità di una nuova costituzione, questa
volta europea, a cui tutte le costituzioni nazionali prima o poi dovranno
adeguarsi.
Infine c'è bisogno di controllare i sudditi, ed allora si approntano
le nuove leggi di repressione sociale.
Naturalmente poi per evitare che ci sia una saldatura fra eventuale rivolta
sociale e opposizione politica radicale
si passa alle leggi antiterrorismo.
Se così stanno le cose è facile capire che le "riforme
berlusconiane" di cui tanto si parla in questi giorni,
non sono poi una semplicistica controriforma, non si tratta cioè di
un ritorno all'indietro, di una riforma reazionaria,
come molti fra i sinistri di governo cianciano in questi giorni, ma di un
adeguamento delle leggi e della costituzione
a queste nuove esigenze del capitale.
Infatti questa riforma costituzionale si muove contemporaneamente su vari
livelli: vediamo quali.
Innanzitutto c'è il totale disimpegno dello stato in ambito economico,
al punto da dismettere di fatto
anche il ruolo di controllo e di regolamentazione. Infatti ormai il ricorso
alle privatizzazioni degli enti cosiddetti pubblici
è quasi concluso, ma non basta: si trasformano in imprese anche i servizi,
e naturalmente si ricorre alle privatizzazioni anche in questo campo, basti
pensare alla sanità, all'istruzione, ai trasporti al servizio pubblico
radiotelevisivo.
Come si procede in questo processo? Innanzitutto si tagliano i fondi al servizio
pubblico
e si aumentano i fondi stanziati per il servizio privato.
In questo modo si introduce il sistema della concorrenza tra pubblico e privato,
e si inserisce di fatto la logica di impresa in sostituzione della logica
di servizio,
anche perché énaturale che questa concorrenza risulti sleale,
in quanto il privato, avendo alla base la logica del profitto,
tende a ridurre i costi, a scapito della qualità e del costo del lavoro
e della professionalità nel servizio,
e quindi alla fine si arriva alla progressiva dismissione del pubblico.
Quando il processo di privatizzazione è completato, lo stato perde
anche il ruolo di controllo,
visto che ormai con la legge di mercato vigente a tutti gli effetti, i padroni
finalmente si liberano dei famosi lacci e lacciuoli.
Ed anche quel minimo di controllo che si mantiene, per evitare troppe aberrazioni,
in una fase di internazionalizzazione dell'economia, non è esercitato
dallo stato nazionale, ma viene demandato ad organismi internazionali
o a strutture pubbliche sovranazionali.
Ed infatti il primo ruolo acquisito dall'UE è proprio quello di stato
economico, e cioè di unità economica
dei paesi facenti parte.
Ma subito dopo ci si è posti il problema della costituzione, non per
garantire diritti ai cittadini europei,
come ciancia qualcuno, ma per uniformare i parametri di controllo ed evitare
che qualche stato
mettesse troppi "lacci e lacciuoli", ed anche per dare un fittizio
senso di appartenenza, finalizzato alla conquista di mercati.
Un pò come succede negli USA, dove c'è più protezionismo
nel mercato, di quanto ce ne fosse nei singoli stati nazionali.
Ed infatti da questo punto di vista gli USA sono forse l'ultimo stato nazionale
(sia pur federale) esistente,
visto la forza del loro senso di appartenenza, che li porta ad avere mercati
molto più chiusi
(nelle importazioni) che in tutto il resto del mondo.
E l'Europa, che aspira a diventare il grande antagonista degli USA, cerca
di uniformarsi, creando appunto
quel grande senso di appartenenza. Ed infatti ormai il richiamo all'Europa
e al sentirsi europei sovrasta sempre di più
il sentirsi italiani, o francesi, o tedeschi o... a parte il solito risuonare
dell'inno nazionale,
ultimo baluardo degli stati-nazione, che forse viene mantenuto in vita, sia
a causa delle difficoltà
che incontra la nascita politica dell'unione, sia perché il passaggio
da un senso di appartenenza ad un altro non può essere traumatico,
a causa di una storia europea, fatta di incomprensioni e di guerre intestine.
Comunque il processo continua a marciare, al punto che ormai si parla di costituzione
europea entro Giugno,
guarda caso più o meno nello stesso periodo dello smantellamento della
costituzione italiana.
Ma forse non è un caso!
Ed infatti non solo la dismissione dello stato nazionale italiano arriva contemporaneo
alla formalizzazione dello stato europeo,
ma anche le altre leggi di controllo procedono coordinate.
Anche nei campi in cui l'Europa lascia la competenza ai singoli stati, ci
si coordina a livello internazionale continuamente.
Vedi le leggi antiterrorismo, che vengono decise in ambito multinazionale,
anche se poi l'applicazione locale
è demandata ai singoli stati. In parole povere mentre il problema della
guerra internazionale,
eufemisticamente chiamata terrorismo internazionale, viene affrontato in ambito
europeo, addirittura con la creazione e di un esercito europeo e di una polizia
europea, le ribellioni in ambito nazionale restano di pertinenza statal-nazionale(in
U/SA del resto c'è la guardia nazionale e l'esercito federale, lo sceriffo
e l'FBI)
E guarda caso è proprio in quest'ambito e negli ambiti collegati che
la riforma berlusconiana rafforza
il controllo istituzionale politico.
Ed infatti si propone un rafforzamento dell'esecutivo e dell'unità
nazionale, nel controllo della magistratura e
delle forze di polizia, che si occupano di lotta politica e sociale.
Ma la levata di scudi "dell'opposizione" non è estesa a tutti
questi ambiti della riforma berlusconiana:
è soprattutto incentrata sul controllo politico della magistratura,
mentre invece rispetto agli altri aspetti
autoritari di questa riforma si tace.
Eppure di motivi di preoccupazione ce ne sono, a partire dalle leggi di polizia,
dalla riforma dei carabinieri,
alla riforma del corpo forestale dello stato, che agirà in funzione
d'ordine pubblico,
all'accorpamento delle inchieste sul terrorismo all'antimafia e via cantando.
Ma, come dicevamo prima, queste leggi non sono frutto dell'impazzimento del
governo, sono leggi necessarie al capitale nell'attuale fase, per cui sono
condivise da tutti i partiti, che affollano il parlamento.
Anzi, per dire pane al pane, bisogna ricordare che molte di queste erano state
elaborate dal centrosinistra
del governo D'Alema, quello che già anni fa affermava che il parlamento
spesso era d'intralcio all'iter democratico
col suo discutere e ridiscutere i progetti di legge (sembra di sentire l'attuale
"premier", vero?).
Infatti la riforma dei carabinieri è farina del suo sacco, come pure
l'armamento del corpo forestale;
ma anche la legge maggioritaria attuale, che permette a Berlusconi di fare
questa riforma, fu concordata dal baffetto
gallipolino d'adozione, e sua fu l'apertura al centro destra sulla separazione
delle funzioni dei magistrati.
Come si vede nessuno scandalo, si mettano l'anima in pace i nostalgici di
una costituzione, che non c'è più.
La costituzione appena abrogata non era più adatta al funzionamento
del sistema economico attuale,
e siccome una costituzione in un regime è funzionale al funzionamento
di quel regime,
appena non è più adatta allo scopo, viene abrogata, o riformata
(che poi è lo stesso).
Adesso l'imbellettamento è finito, il senso di appartenenza viene fatto
saltare,
si ricontratta un senso di appartenenza fittizio come prima ma altro, e si
è optato da parte del potere capitalistico
per un passaggio traumatico da un senso di appartenenza ad un altro.
Ecco quindi l'abolizione di tutto il welfare del vecchio sistema, la scelta
della precarietà totale,
il crollo di un sistema fittizio, ma rassicurante, con la sua patina di sussidiarietà,
in grado di evitare scivolamenti
troppo repentini nella miseria più nera.
Adesso invece di welfare, non più concepibile in questa fase di sviluppo
capitalistico, l'unico sistema che ha il potere
di evitare ribellioni sociali, è la repressione.
Già le prime avvisaglie erano state date con le guerre preventive (a
livello internazionale), e la repressione preventiva
(a livello locale).
Ma mentre finora molto era stato lasciato all'improvvisazione e alla discrezione
dei singoli stati, almeno in Europa,
adesso, a rimorchio del comportamento yankee, si decide di sancire per legge
questa repressione preventiva:
e, come si sa, la prima legge è la costituzione. Per cui una costituzione
si abroga e l'altra si vara.
La cosa che cambia è il tipo di costituzione.
Perché ogni legge, e quindi ogni costituzione è frutto dei rapporti
sociali esistenti nel momento in cui
detta costituzione o legge viene promulgata, e, visti i rapporti di forza
attuali, certamente molto più sfavorevoli
per il proletariato, di quanto fossero 60 anni fa, logicamente questa costituzione
europea è molto più repressiva
e liberticida della prima (almeno a livello formale).
E, infatti, quali sono i primi aspetti salienti, su cui gli stati hanno già
raggiunto un accordo?
Naturalmente gli aspetti peggiori.
Viene decisa la creazione di un esercito europeo, che in accordo con gli organismi
internazionali,
sia in grado di intervenire prontamente in tutto il mondo; viene decisa una
maggiore collaborazione fra gli stati
nel respingimento dei migranti; viene raggiunto un accordo sulla lotta al
terrorismo.
In parole povere la costituzione europea nei punti più salienti per
gli interessi del sistema è già scritta.
Al punto che Prodi e Ciampi hanno già pronosticato il varo della nuova
costituzione a Giugno, cioè entro 3 mesi.
Ma il bello sapete dove sta? Naturalmente il bello è in senso amaramente
ironico.
Sta nel fatto che la costituzione europea diventa per la sinistra istituzionale
il cavallo di battaglia da cavalcare
per "sconfiggere" l'abrogazione berlusconiana della costituzione
italiana, come se Berlusconi non avesse abrogato la ormai fatiscente costituzione
italiana proprio per favorire il varo di quella europea, sicuramente più
confacente agli interessi del capitalismo odierno nel conflitto di classe
di questo periodo.
Questo è lo scenario vero; uno scenario in cui si capisce subito che
lo scontro Berlusconi-Prodi nella nostra italietta
è lo specchio per le allodole. Uno specchio per le allodole in cui,
come al solito in molti cascheranno:
già si vedono proclami che invocano la lotta contro questo regime berlusconiano
(non capitalistico, per carità)
e presto si sentiranno proclami per la lotta in difesa della costituzione
ormai defunta.
Si sente parlare di regime, di neoduce ed altre amenità del genere,
insomma un appello ad un cambio di governo,
quasi fosse un cambio di regime. E non ci si rende conto, o si fa finta di
non rendersi conto che un cambio di governo
non solo non significherebbe nulla da un punto di vista pratico, ma rischierebbe
al limite di aggravare le cose.
Infatti la prima diversità in caso di un governo diverso sapete quale
sarebbe?
L' accellerazione nell'approvazione del mandato d'arresto europeo, che Berlusconi
non vuole, per piccoli interessi di bottega.
Ma quando questo sarà approvato, come vuole il centrosinistra, pensiamo
proprio che sarà utilizzato
contro la corruzione di regime? O non sarà invece utilizzato contro
tutti quegli individui,
che sono fuori o addirittura contro il regime capitalistico?
E allora adesso che il re si è denudato del tutto nella sua protervia,
fidando nella sua capacità di controllo
e di repressione, bisogna invece cambiare gli obiettivi della nostra lotta.
Non ha senso ormai lottare per il mantenimento del welfare in Italia, nel
momento in cui le regole sono transnazionali,
e nello specifico europee, ma lottare per garantirsi la qualità della
vita nella nuova situazione reale e quindi lottando contro il capitalismo
europeo; non ha senso chiedere il ritiro dei contingenti italiani, quando
la costituzione europea prevede l'esercito comunitario, ma lottare contro
la costituzione dell'esercito europeo;
allo stesso modo bisogna lottare contro la repressione sempre più spesso
decisa in ambito transnazionale.
Bisogna insomma combattere il tentativo di creare questo nuovo superstato,
espressione del capitalismo finanziario e multinazionale, che si candida a
nuova superpotenza, in grado di conquistare sempre nuovi mercati,
e contemporaneamente si attrezza come fortezza capitalistica, contro i migranti
e contro i proletari.
Bisogna insomma lottare per evitare di farci prendere un'altra volta in giro
con un nuovo senso di appartenenza fittizio
ancor più del precedente ed ancor meno del precedente in grado di garantire
condizioni di vita soddisfacenti per i ceti oppressi.
E' in questo tipo di lotta, che si misurano le alleanze, non certo in una
lotta di retroguardia,
come potrebbe essere quella in difesa della vecchia costituzione, che di fatto
nessuno vuole difendere,
e nemmeno in una lotta mistificante come quella per far cadere questo governo
per favorire il ritorno dei sinistri di governo.
Chi si muove in quest'ottica di gioco elettorale è di fatto schierato
con la controparte, con chi vuole ristrutturare il sistema capitalistico ed
attrezzarlo con le nuove leggi di precarietà e di repressione nella
lotta sociale che si prepara,
allo stesso modo di chi ci viene a cianciare di Europa dei diritti e altre
scemate del genere.
Sia chiaro, non stiamo parlando di una lotta contro il capitalismo europeo,
come se il capitalismo d'oltreoceano fosse più accettabile: stiamo
parlando di lotta contro il sistema capitalistico.
Infatti, secondo noi, il vero nemico del genere umano non è un capitalismo,
mentre magari un altro capitalismo è più accettabile,
con cui magari ci si può anche alleare, per combattere l'altro, giudicato
più pericoloso.
Noi crediamo che il sistema capitalistico, pur nelle sue diversità,
e pur con i contrasti intercapitalisti,
è sostanzialmente unito contro i ceti più deboli e contro quelle
popolazioni, considerate marginali per lo sviluppo capitalistico.
Stiamo parlando di lotta contro il sistema capitalistico made in Europa semplicemente
perché uno lotta contro il sistema capitalistico soprattutto dove vive,
cercando di cambiare lo stato di cose presenti, che si vive in prima persona.
Pertanto ci aspettiamo che in altri paesi come l'Argentina o l'Iraq o altri
ancora ci si ribelli contro il sistema capitalistico
da cui sono oppressi, e cioè gli yankees.
Bisogna pertanto diffidare di chi tende spesso a presentare il capitalismo
europeo come diverso da quello amerikano,
come di un capitalismo che ha una tradizione culturale al contrario di quello
USA, esclusivamente economicista.
La questione è un'altra, ed è dovuta al fatto che nel secolo
scorso i due sistemi capitalistici europeo ed amerikano
hanno avuto un percorso diverso a causa della maggiore permeabilità
del capitalismo europeo
al pericolo "socialista" dell'URSS.
Adesso che quel "pericolo" non c'è più i due sistemi
tendono sempre di più ad omologarsi,
per cui qualsiasi discorso che tende a distinguere fra "capitalismo buono"
e "capitalismo cattivo" è una mistificazione,
che serve a riaccreditare la ormai logora politica delle alleanze, la stessa
che portò la Resistenza a trasformarsi da movimento
di lotta anticapitalistico in supporto ad un sistema capitalistico "più
democratico" a danno di un altro "più autoritario".
Fra l'altro una scelta di campo fra i due capitalismi è un modo per
abdicare alla lotta anticapitalistica sul proprio territorio, ripiegando su
un facile sostegno alla lotta antimperialista condotta da altri, oltretutto
lontani geograficamente.
Noi pensiamo invece che la solidarietà a chi lotta contro il capitalismo
imperialista la si da conducendo
la stessa lotta sul proprio territorio contro il capitalismo che ci si trova
davanti, in quanto di fronte
ad un sistema capitalistico mondiale sostanzialmente unitario, sia pur differentemente
rappresentato,
anche la lotta anticapitalistica, pur differentemente articolata, acquista
un valore sostanzialmente unitaria.
Bisogna insomma andare al nocciolo del problema, portando la nostra critica
radicale
a questo sistema di morte e di sfruttamento.
Chi ci viene a parlare di democrazia e di diritti quando le istituzioni sono
finanziarie o al servizio delle multinazionali
fa opera di mistificazione ed indebolisce la lotta di tutti quei ceti che
si vogliono opporre a questa ristrutturazione capitalistica.
Quello che invece occorre fare è studiare questa nuova situazione,
in modo da poterla combattere efficacemente.
E, naturalmente, bisogna attrezzarsi, per far fronte alle nuove leggi repressive
studiate proprio per evitare la ribellione sociale.
L'Avamposto degli Incompatibili