tratto da scerwood tribune
La produzione biopolitica
Michael Hardt e Antonio Negri
Abbiamo potuto comprendere da un punto di vista giuridico alcuni
elementi della genesi ideale dell'Impero, ma sarebbe difficile se non impossibile,
restando all'interno di questa prospettiva, comprendere come la "macchina"
imperiale è effettivamente messa in opera. Le teorie e i sistemi giuridici rinviano
costantemente ad altra cosa che a se stesse. Attraverso l'evoluzione e l'esercizio del
diritto, esse indicano le condizioni materiali che definiscono il loro progetto sulla
realtà sociale. La nostra analisi deve dunque scendere a livello del concreto ed
esplorare qui la trasformazione materiale del paradigma del potere. Dobbiamo scoprire i
mezzi e le forze di produzione della realtà sociale, tanto quanto le soggettività che lo
animano.
Il biopotere nella "società di controllo"
A più titoli, i lavori di Michel Foucault hanno preparato il terreno per un esame dei
meccanismi del potere imperiale. In primo luogo, questi lavori ci consentono di
riconoscere un passaggio storico e decisivo, nelle forme sociali, dalla società
disciplinare alla società di controllo. La società disciplinare è la società nella
quale il controllo sociale viene costruito attraverso una rete sociale ramificata di
dispositivi che producono e controllano costumi, abitudini e pratiche produttive. Mettere
questa società al lavoro ed assicurarne l'obbedienza al suo potere e ai suoi meccanismi
d'integrazione e/o di esclusione si ottiene tramite istituzioni disciplinari - la
prigione, la fabbrica, il manicomio, l'ospedale, l'università, la scuola, etc - che
strutturano il terreno sociale e offrono una logica propria alla "ragione" della
disciplina. Il potere disciplinare governa in effetti, strutturando i parametri e i limiti
di pensiero e di pratica, sanzionando e/o prescrivendo i comportamenti devianti e/o
normali; Foucault si riferisce abitualmente all'Ancien Regime e al periodo classico della
civilizzazione francese per illustrare l'apparizione della disciplinarietà, ma potremmo
dire, più in generale, che la prima fase di accumulazione capitalista nella sua
interezza(in Europa come altrove) si è fatta secondo questo modello di potere. Dobbiamo
comprendere al contrario la società di controllo come la società che si sviluppa alla
fine ultima della modernità e apre sul post-moderno, e nella quale i meccanismi di
controllo si fanno vieppiù "democratici", sempre più immanenti al campo
sociale, diffusi nel cervello e nel corpo dei cittadini. I comportamenti d'integrazione e
di esclusione sociale propri del potere sono anche sempre più interiorizzati dai soggetti
stessi. Il potere si esercita a questo punto tramite macchine che organizzano direttamente
i cervelli (grazie a sistemi di vantaggi sociali, di attività inquadrate, etc) verso uno
stato di alienazione autonoma, partendo dal senso della vita e dal desiderio di
creatività. La società di controllo potrebbe anche essere caratterizzata da una
intensificazione ed una generalizzazione di apparecchi(sistemi) della disciplinarietà che
animano dall'interno le nostre pratiche comuni e quotidiane; ma al contrario della
disciplina, questo controllo si estende ben al di là dei luoghi strutturati delle
istituzioni, tramite reti flessibili, modulabili e fluttuanti.
In secondo luogo, il lavoro di Foucault ci permette di riconoscere la natura biopolitica
di questo nuovo paradigma del potere. Il biopotere è una forma di potere che regge e
regolamenta la vita sociale dall'interno, seguendola, interpretandola, assimilandola e
riformulandola. Il potere non può ottenere un controllo effettivo sulla vita intera della
popolazione che diventando una funzione integrante e vitale che ogni individuo possa
abbracciare e riattivare in modo assolutamente volontario. Come dice Foucault" La
vita è ora diventata ( ...) un oggetto di potere". La funzione più alta di questo
potere è di investire la vita in ogni sua parte e il suo primo compito è quella di
amministrarla. Il biopotere si riferisce anche a una situazione nella quale ciò che è
direttamente in gioco nel potere è la produzione e la riproduzione della vita stessa.
Questi due elementi del lavoro di Foucault si raccordano l'uno all'altro nel senso che
solo la società di controllo è in grado di adottare il contesto biopolitico come suo
terreno esclusivo di referenza. Nel passaggio dalla società disciplinare a quella di
controllo, un nuovo paradigma di potere si realizza, che viene definito dalle tecnologie
che riconoscono la società come ambito del biopotere. Nella società disciplinare, gli
effetti delle tecnologie biopolitiche erano ancora parziali nel senso che la messa a norma
si faceva secondo una logica relativamente rigida, geometrica e quantitativa. La
disciplinarietà fissava gli individui nel quadro delle istituzioni, ma non riusciva ad
consumarli/renderli inconsistenti al ritmo delle pratiche e della socializzazione
produttrice; non arrivava al punto di penetrare interamente le coscienze e i corpi degli
individui, al punto di sottometterli e organizzarli nella totalità delle loro attività.
Nella società disciplinare, dunque, la relazione tra il potere e l'individuo restava una
relazione statica: l'invasione disciplinare del potere controbilanciava la resistenza
dell'individuo. Al contrario, quando il potere diventa interamente biopolitico, l'insieme
del corpo sociale viene abbracciato dalla macchina del potere e sviluppato nella sua
virtualità. Questa relazione è aperta, qualitativa e affettiva. La società, sussunta ad
un potere che scende fino ai centri vitali della struttura sociale e dei suoi processi di
sviluppo, reagisce come un corpo unico. Il potere si esprime anche come un controllo che
invade le profondità delle coscienze e dei corpi della popolazione- e che si estende,
allo stesso tempo, attraverso la totalità delle relazioni sociali.
In questo passaggio dalla società disciplinare alla società di controllo, possiamo
dunque affermare che la relazione- sempre più intensa- di implicazione reciproca di tutte
le forze sociali, che il capitalismo ha cercato attraverso il suo sviluppo, è ora
completamente realizzato. Marx riconosceva qualcosa di simile in ciò che chiamava il
passaggio dalla sussunzione formale alla sussunzione reale del lavoro sotto il capitale e,
più tardi, i filosofi della scuola di Francoforte hanno analizzato il passaggio ( molto
prossimo) della sussunzione della cultura ( e delle relazioni sociali) sotto la figura
totalitaria dello Stato, o realmente nella dialettica perversa dei Lumi. Comunque, il
passaggio al quale noi ci riferiamo è fondamentalmente differente: in luogo di
focalizzarsi sul carattere unidimensionale del processo descritto da Marx, poi riformulato
ed esteso dalla Scuola di Francoforte, il passaggio evocato da Foucault tratta
fondamentalmente del paradosso della pluralità e della molteplicità- prospettiva che
Deleuze e Guattari sviluppano ancor più chiaramente. L'analisi della sussunzione reale,
quando questa sia compresa come un investimento non solamente della dimensione economica o
culturale della società, ma anche- e piuttosto- del bios sociale stesso, e quando essa
sia attenta alle modalità della disciplinarietà e/o del controllo, turba l'immagine
lineare e totalitaria dello sviluppo capitalista. La società civile è assorbita nello
Stato, ma la conseguenza di questo è un'esplosione degli elementi che erano prima
correlati e mediati nella società civile. Le resistenze non sono più marginali ma attive
nel cuore di una società che si espande in rete; i punti individuali sono singolarizzati
in " mille piani". Quello che Foucault costruiva implicitamente- e che Deleuze e
Guattari hanno reso esplicito- è, di conseguenza, il paradosso di un potere che, mentre
unifica e ingloba in se stesso tutti gli elementi della vita sociale ( e perdendo allo
stesso tempo la sua capacità di mediare effettivamente le differenti forze sociali),
rivela in questo stesso momento un nuovo contesto, un nuovo "milieu" (ambito) di
pluralità e singolarizzazione non controllabile- un ambito dell'evento.
Queste teorie della società di controllo e del biopotere descrivono entrambe gli aspetti
fondamentali del concetto d'Impero. Questo concetto è il quadro nel quale la nuova
universalità dei soggetti deve essere compresa ed è la finalità verso cui tende il
nuovo paradigma del potere. Un vero abisso si apre qui tra gli antichi quadri teorici
della legge internazionale (nella sua forma contrattuale o nella forma delle Nazioni
Unite) e la nuova realtà della legge imperiale. Tutti gli elementi intermedi del processo
sono scomparsi de facto, sebbene la legimittità dell'ordine internazionale non può più
costruirsi tramite mediazioni, ma deve piuttosto essere compreso subito e immediatamente
in tutta la sua diversità. Abbiamo già riconosciuto questo fatto da un punto di vista
giuridico. Abbiamo visto, in effetti, che quando la nuova nozione di diritto emerge nel
contesto della mondializzazione e si presenta come capace di trattare la totalità della
sfera planetaria come un insieme sistematico unico, bisogna supporre un presupposto
immediato (l'azione in uno stato di emergenza) e una tecnologia appropriata, flessibile e
formativa (le tecniche di polizia).
Anche se lo stato di emergenza e le tecniche di polizia costituiscono il nocciolo duro e
l'elemento centrale del nuovo diritto imperiale, questo nuovo regime non ha comunque
niente a che vedere con gli artifici giuridici della dittatura o del totalitarismo che
sono stati descritti in altri tempi ed a squilli sonanti di tromba da molti (e financo
troppi, in effetti) autori. Al contrario, il potere della legge continua a giocare un
ruolo centrale nel contesto dell'evoluzione contemporanea: il diritto resta in vigore e-
precisamente grazie allo stratagemma dello stato di emergenza e delle tecniche di polizia-
diventa procedura. E' una trasformazione radicale che rivela la relazione non mediata tra
il potere e le soggettività, e dimostra allo stesso tempo in una volta l'impossibilità
di mediazioni "anteriori" e la diversità temporale non controllabile
dell'evento. Dominare gli spazi illimitati del globo, penetrare le profondità del mondo
biopolitico e affrontare una temporalità imprevedibile: tali sono le determinazioni sulle
quali il nuovo diritto sovranazionale dev'esser definito. E' là che il concetto d'Impero
deve lottare per stabilirsi, là dove deve dar prova della sua efficacia - partendo dove
la macchina deve essere avviata.
Da questo punto di vista, il contesto biopolitico del nuovo paradigma è perfettamente
centrale per la nostra analisi. E' quello che offre al potere una scelta, non soltanto tra
obbedienza e disobbedienza o tra partecipazione politica formale o rifiuto, ma anche per
tutte le alternative di vita e di morte, di ricchezza e povertà, di produzione e
riproduzione sociale, etc; Ferme restando le grandi difficoltà che la nuova nozione di
diritto incontra per rappresentare questa dimensione del potere dell'Impero, e tenuto
conto della sua incapacità di toccare il biopotere concretamente in tutti i suoi aspetti
materiali, il diritto imperiale non può rappresentare ( nel migliore dei casi) che
parzialmente lo schema sottostante della nuova costituzione di un ordine mondiale, e non
saprebbe realmente concepire il motore che lo mette in movimento. La nostra analisi deve
dunque concentrarsi piuttosto sulla dimensione produttrice del biopotere.
La produzione della vita
La questione della produzione, in relazione con il biopotere e la società di controllo,
rivela comunque una reale debolezza del lavoro degli autori dai quali abbiamo preso a
prestito queste nozioni. Dobbiamo chiarire anche le dimensioni "vitali" o
biopolitiche dell'opera di Foucault, in relazione con la dinamica di produzione. In
numerosi lavori della metà degli anni Settanta, il filosofo ha affermato che non si
potrebbe comprendere il passaggio dallo Stato "sovrano" dell'Ancien Régime allo
Stato " disciplinare" senza mettere in conto il modo in cui il contesto
biopolitico è stato progressivamente asservito all'accumulazione capitalista: "Il
controllo della società sugli individui non si effettua solamente attraverso la coscienza
o l'ideologia, ma anche nel corpo e con il corpo. Per la società capitalista, è la
biopolitica che conta di più, il biologico, il somatico, il corporale."
Il primo degli obiettivi centrali della sua strategia di ricerca, in quel periodo, era di
andare al di là delle versioni del materialismo storico - ivi comprese numerose varianti
della teoria marxista - che consideravano il problema del potere e della riproduzione
sociale su un piano sovrastrutturale, distinto dal piano reale e fondamentale della
produzione. Foucault tentava anche di ricondurre il problema della riproduzione sociale e
tutti gli elementi della" sovrastruttura" entro i limiti della struttura
materiale fondamentale, e di definire questo terreno non solo in termini economici, ma
anche in termini culturali, corporali e soggettivi. Possiamo anche comprendere come la
concezione che Foucault aveva dell'insieme sociale si realizza e si perfeziona quando, in
una fase successiva del suo lavoro, ha scoperto le linee emergenti della società di
controllo come immagine del potere attivo attraverso la biopolitica globale della
società. Non sembra tuttavia che Foucault - sebbene abbia efficacemente percepito
l'orizzonte biopolitico della società e l'abbia definito come un campo di immanenza - sia
mai riuscito a liberare il suo pensiero da questa epistemologia strutturalista che guidava
la sua ricerca dal principio. Per "epistemologia strutturalista", intendiamo qui
la reinvenzione di un'analisi funzionalista nell'ambito delle scienze umane, metodo che
sacrifica effettivamente la dinamica del sistema, la temporalità creatrice del suo
movimento e la sostanza ontologica della riproduzione culturale e sociale. In effetti, se,
giunto a questo punto, avessimo domandato a Foucault, chi (o cosa) diriga il sistema, o
piuttosto cos'è il "bios", la sua risposta sarebbe stata non udibile o
inesistente. In fin dei conti, ciò che Foucalt non è riuscito a comprendere, è proprio
la dinamica reale della produzione nella società biopolitica.
Al contrario, Deleuze e Guattari ci offrono una comprensione propriamente
poststrutturalista del biopotere, che rinnova il pensiero materialista e si ancora
saldamente alla questione della produzione dell'essere sociale. Il loro lavoro demistifica
lo strutturalismo e tutte le concezioni filosofiche, sociologiche e politiche che fanno
della fissità del quadro epistemologico un punto di riferimento inevitabile. Concentrano
la loro attenzione sulla sostanza ontologica della produzione sociale. Le macchine
producono: il funzionamento costante delle macchine sociali, nei loro diversi apparati e
nelle loro diverse combinazioni, produce il mondo con i soggetti e gli oggetti che lo
costituiscono. Deleuze e Guattari, nondimeno, non sembrano essere capaci di concepire
positivamente che le tendenze al movimento continuo e i flussi assoluti; così anche nel
loro pensiero, gli elementi creatori e l'ontologia radicale della produzione del sociale
restano senza sostanza e potere. Scoprono la produttività della riproduzione sociale -
produzione innovatrice, produzione di valori, relazioni sociali, affetti, futuri, etc. -
ma riescono solo ad articolarla in modo superficiale ed effimero, come un orizzonte
caotico indeterminato, segnato dall'evento inafferrabile.
Possiamo concepire più agevolmente la relazione tra produzione sociale e biopotere
nell'opera di un gruppo di marxisti italiani contemporanei: questi riconoscono in effetti
la dimensione biopolitica in funzione della nuova natura del lavoro produttivo e della sua
evoluzione vivente nella società, ed utilizzano per farlo espressioni come
"intellettualità di massa" e "lavoro immateriale", come pure il
concetto marxista di "intelligenza generale". Queste analisi partono da due
progetti di ricerca correlati. Il primo consiste nell'analisi delle trasformazioni recenti
del lavoro produttivo e della sua tendenza a diventare sempre più immateriale. Il ruolo
centrale precedentemente occupato dalla forza del lavoro degli operai di fabbrica nella
produzione del plusvalore è oggi assunto in modo crescente da una forza lavoro
intellettuale, immateriale e fondata sulla comunicazione. E' anche necessario sviluppare
una nuova teoria politica del plusvalore, capace di porre il problema di questa nuova
accumulazione capitalista al centro del meccanismo di sfruttamento ( e dunque - forse - al
centro della rivolta potenziale). Il secondo progetto ( seguito logico del primo)
sviluppato da questa scuola consiste nell'analisi della dimensione sociale ed
immediatamente comunicante del lavoro vivo nella società capitalista contemporanea; pone
anche con insistenza il problema delle nuove figure della soggettività, al tempo stesso
nel loro sfruttamento e nel loro potenziale rivoluzionario. La dimensione immediatamente
sociale dello sfruttamento del lavoro vivo immateriale sommerge il lavoro in tutti gli
elementi relazionali che definiscono il sociale, ma attiva anche, allo stesso tempo, gli
elementi critici che sviluppano il potenziale di insubordinazione e di rivolta attraverso
l'insieme delle pratiche lavorative. Dopo una nuova teoria del plusvalore, dunque, bisogna
formulare una nuova teoria della soggettività, che passa e funziona fondamentalmente
tramite la conoscenza, la comunicazione e il linguaggio.
Queste analisi hanno anche ristabilito l'importanza della produzione nel quadro del
processo biopolitico della costituzione sociale, ma l'hanno ugualmente isolata sotto certi
aspetti, assumendola nella sua forma pura e affinandola sul piano ideale. Esse hanno
lavorato come se scoprire le nuove forme delle forze produttrici - lavoro immateriale,
lavoro intellettuale massificato, lavoro de" l'intelligenza diffusa" - fosse
sufficiente per cogliere concretamente la relazione dinamica e creatrice tra produzione
materiale e riproduzione sociale. Reinserendo la produzione nel contesto biopolitico, la
presentano quasi esclusivamente sull'orizzonte del linguaggio e della comunicazione. Il
primo degli errori più gravi, da parte di questi autori, è dunque stato la tendenza a
trattare le nuove pratiche lavorative nella società biopolitica solo nei loro aspetti
intellettuali e non materiali. Ora la produttività dei corpi e il valore degli affetti
sono, al contrario, assolutamente centrali in questo contesto. Noi affronteremo dunque i
tre aspetti principali del lavoro immateriale nell'economia contemporanea: il lavoro di
comunicazione della produzione industriale, recentemente connesso dentro la rete
d'informazione; il lavoro di interazione dell'analisi simbolica e della risoluzione dei
problemi; il lavoro di produzione e di manipolazione degli affetti. Questo terzo aspetto,
con la sua focalizzazione sulla produttività del corporale e del somatico, è un elemento
estremamente importante nelle reti contemporanee della produzione biopolitica. Il lavoro
di questa scuola e la sua analisi dell'intelligenza generale segnano dunque un progresso
certo, ma il suo quadro concettuale resta troppo puro, quasi angelico. In ultima analisi,
queste nuove teorie non fanno, anch'esse, altro che grattare la superficie della dinamica
produttrice del nuovo quadro teorico del biopotere.
Il nostro proposito è dunque di lavorare a partire da queste ricerche parzialmente
riuscite per riconoscere il potenziale della produzione biopolitica. E' precisamente
raffrontando in modo coerente le differenti caratteristiche che definiscono il contesto
biopolitico che abbiamo descritto finora, e riconducendole all'ontologia della produzione,
che saremo in grado di identificare la nuova figura del corpo biopolitico collettivo- che
potrà comunque restare tanto contraddittorio quant'è paradossale. E' che questo corpo
diventa struttura non negando la forza produttrice originaria che lo anima, ma
riconoscendola; diventa linguaggio- insieme scientifico e sociale- perchè si tratta di
una moltitudine di corpi singoli e determinati in cerca di una relazione. E' anche,
insieme, produzione e riproduzione, struttura e sovrastruttura, perchè è vita nel senso
più pieno e politico in senso proprio. La nostra analisi deve calarsi nella giungla delle
determinazioni produttrici e conflittuali che ci offre il corpo biopolitico collettivo. Il
contesto della nostra analisi deve dunque essere lo sviluppo della vita stessa, il
processo della costituzione del mondo e della storia. L'analisi dovrà essere proposta non
tramite forme ideali, ma nel quadro della complessità densa dell'esperienza.
Società e comunicazione
Domandandoci come gli elementi politici e sovrani della macchina imperiale arrivano a
costituirsi, scopriamo che non è assolutamente necessario limitare la nostra analisi alle
istituzioni regolatrici sovranazionali stabilite, e neppure concentrarla su di esse.
Le organizzazioni delle Nazioni Unite, con le loro grandi agenzie multinazionali e
transnazionali per la finanza e il commercio ( il FMI, la Banca Mondiale, l'OMC, etc.,)
non diventano importanti nella prospettiva di una costituzione giuridica sovranazionale
che quando le si consideri nel quadro della dinamica della produzione biopolitica
dell'ordine mondiale. La funzione che esse occupavano nell'antico ordine internazionale-
vorremmo sottolinearlo- non è ciò che dà ora una legittimazione a queste
organizzazioni. Ciò che le legittima adesso è piuttosto la loro funzione nuovamente
possibile nel simbolico dell'ordine imperiale. Al di fuori di questo nuovo quadro, tali
istituzioni sono inefficaci. Al massimo, l'antico quadro istituzionale contribuisce alla
formazione e all'educazione del personale amministrativo della macchina imperiale,
all'addestramento della nuova èlite imperiale.
Le enormi società transnazionali e multinazionali costruiscono il tessuto connettivo
fondamentale del mondo biopolitico, sotto certi aspetti essenziale. Il capitale, in
effetti, è sempre stato organizzato nella prospettiva che abbraccia il mondo intero, ma
è soltanto nella seconda metà del XX secolo che le società industriali e finanziarie
multinazionali e transnazionali hanno veramente cominciato a strutturare biopoliticamente
i territori su scala mondiale. Alcuni affermano che queste società sono venute
semplicemente ad occupare il posto che era tenuto dai sistemi colonialisti ed imperialisti
delle diverse nazioni nelle fasi anteriori dello sviluppo capitalista, dall'imperialismo
europeo del XIX secolo fino alla fase fordista dell'evoluzione al XX secolo. Questo è in
parte vero, ma questo posto stesso è stato sostanzialmente trasformato dalla nuova
realtà del capitalismo. Le attività delle società non sono più definite
dall'imposizione di un comando astratto e dall'organizzazione dello sfruttamento puro e
semplice e di scambi non equi. Esse strutturano e articolano, piuttosto, direttamente
territori e popolazioni, e tendono a fare delle Nazioni Unite semplici strumenti per
registrare i flussi delle merci, del denaro e delle popolazioni che mettono in azione. Le
società transnazionali ripartiscono direttamente la forza-lavoro sui diversi mercati,
attribuiscono funzionalmente le risorse e organizzano gerarchicamente i differenti settori
della produzione mondiale. La struttura complessa che seleziona gli investimenti e dirige
le manovre finanziarie e monetarie determina la nuova geografia del mercato mondiale,
cioè in realtà la nuova strutturazione biopolitica del mondo.
L'immagine più completa di questo mondo viene offerta in una prospettiva finanziaria. Da
questo punto di vista, possiamo distinguere un orizzonte di valori e una macchina di
distribuzione, un meccanismo di accumulazione e un mezzo di comunicazione, un potere e un
linguaggio. Non esiste nulla, né "vita selvaggia" né punto di vista esterno,
che possa essere sistemato al di fuori del campo controllato dal denaro; niente sfugge ad
esso. Produzione e riproduzione sono rivestiti di panni finanziari e di fatto, sulla scena
del mondo, ogni figura biopolitica si presenta addobbata dai suoi orpelli monetari: "
Accumulate, accumulate! Questa la Legge, questi i Profeti!".
Le grandi potenze industriali e finanziarie producono anche, non soltanto merci ma anche
soggettività. Producono soggettività agenti nel quadro del contesto biopolitico:
bisogni, relazioni sociali, corpi e spiriti- si torna a dire che producono produttori.
Nella sfera biopolitica, la vita è destinata a lavorare per la produzione e la produzione
a lavorare per la vita. E' un grande alveare in cui la regina sorveglia continuamente
produzione e riproduzione. Più l'analisi penetra profondamente, più scopre, a livelli
crescenti d'intensità, gli assemblaggi comunicanti delle relazioni interattiva. Lo
sviluppo delle reti di comunicazione possiede un legame organico con la comparsa del nuovo
ordine mondiale: si tratta, in altri termini, dell'effetto e della causa, del prodotto e
del produttore. La comunicazione non solo esprime ma anche organizza il movimento di
mondializzazione. Lo organizza moltiplicando e strutturando le interconnessioni tramite
reti; lo esprime e controlla il senso e la direzione dell'immaginario che percorre queste
connessioni comunicanti. In altri termini, l'immaginario è guidato e canalizzato nel
quadro della macchina comunicatrice. Ciò che le teorie del potere della modernità sono
state forzate a considerare come trascendente, cioè esterno alle relazioni produttrici e
sociali, forma interna, immanente a queste stesse relazioni. la mediazione è assorbita
nella macchina di produzione. La sintesi politica dello spazio sociale è fissata nello
spazio della comunicazione. E' la ragione per la quale le industrie di comunicazione hanno
preso una posizione altrettanto centrale: non soltanto organizzano la produzione su nuova
scala ed impongono una nuova struttura appropriata allo spazio mondiale, ma ne danno anche
la giustificazione immanente. Il potere organizza in quanto produttore; organizzatore,
parla e si esprime in quanto autorità. Il linguaggio, in quanto comunicatore, produce
merci ma crea anche soggettività che mette in relazione e che gerarchizza. Le industrie
di comunicazione integrano l'immaginario e il simbolico nella struttura biopolitica, non
soltanto mettendole al servizio del potere, ma integrandole realmente e di fatto nel suo
stesso funzionamento.
Giunti a questo punto, possiamo cominciare a trattare la questione della legittimazione
del nuovo ordine mondiale. Questo non è nato da accordi internazionali esistenti
precedentemente né dal funzionamento delle prime organizzazioni sovranazionali
embrionali, esse stesse create sulla base di trattati fondati sul diritto internazionale.
La legittimazione della macchina imperiale è nata - almeno in parte - dalle industrie di
comunicazione, cioè dalla trasformazione del nuovo modo di produzione in una macchina. E'
un soggetto che produce la sua propria immagine di autorità. E' una forma di
legittimazione che non riposa su null'altro all'esterno di se stessa e che è riformulata
incessantemente dallo sviluppo del suo proprio linguaggio di auto-validazione.
Un'altra conseguenza dev'essere abbordata partendo da queste premesse. Se la comunicazione
è uno dei settori egemonici della produzione ed influisce sulla totalità del campo
biopolitico, allora dobbiamo considerare la comunicazione ed il contesto biopolitico come
coesistenti e coestensivi. Questo ci conduce ben lontano dall'antico terreno come lo ha
descritto, ad esempio Jurgen Habermas. In effetti, quando Habermas ha sviluppato il
concetto di azione comunicatrice, dimostrando così fortemente la sua forma produttrice e
la conseguenze ontologiche che ne derivano, partiva sempre da un punto di vista esterno a
questi effetti della mondializzazione, da una prospettiva di vita e di verità che poteva
contrastare la colonizzazione dell'individuo da parte dell'informazione. La macchina
imperiale, comunque, dimostra che questo punto di vista esterno non esiste più. Al
contrario, la produzione comunicatrice e la costruzione della legittimazione imperiale si
muovono di concerto e non possono più essere separate. La macchina è auto-validante e
auto-poietica - cioè sistemica -. Costruisce strutture sociali che svuotano o rendono
inefficaci tutte le contraddizioni; crea situazioni nelle quali, anche prima di
neutralizzare la differenza con la coercizione, sembra assorbirla in un gioco di equilibri
auto-generatori ed auto-regolatori. Come abbiamo detto altrove, ogni teoria giuridica che
tratta le condizioni della postmodernità deve mettere in conto questa definizione
specificamente comunicatrice della produzione sociale. La macchina imperiale vive
producendo un contesto di equilibri e/o riducendo le complessità; pretende di proporre un
modello di cittadinanza universale ed intensifica a questo scopo l'efficacia del suo
intervento su ogni elementi della relazioni di comunicazione, dissolvendo completamente
identità e storia in un modo interamente postmoderno. Ma contrariamente al modo in cui
molte messe in conto postmoderne l'hanno fatto, la macchina imperiale, in luogo di
eliminare i racconti di fondazione, li produce e li riproduce nella realtà (i principali
racconti ideologici, in particolare), per rendere valido e celebrare il proprio potere. E'
in questa coincidenza di produzione tramite linguaggio, di produzione linguistica della
realtà e di linguaggio di auto-validazione che si trova una chiave fondamentale per
comprendere l'efficacia, la validità e la legittimazione del diritto imperiale.
* Traduzione dal francese di Silvia Rossi