Senza teoria rivoluzionaria,

 non esiste movimento rivoluzionario.

 

 

 

Lo studio e l’analisi dei “misteri” della politica internazionale altro non e’ se non una particolare specializzazione della visione materialistica della realta’, che oggi si confronta con il gigantesco mutamento dei rapporti di forza tra potenze del secolo presente.

Fin dai primi scritti di MARX ed ENGELS, fin dal formidabile proiettile contro la borghesia che fu l’ “IDEOLOGIA TEDESCA” del 1845, i principi fondamentali della teoria marxista delle relazioni internazionali vengono ancorati all’interdipendenza ed alla concorrenza tra le nazioni.

In sostanza, concorrenza ed interdipendenza universalizzano la borghesia ma, nello stesso tempo, ne preservano gli interessi statual-nazionali particolari.

La politica internazionale della borghesia riflette, quindi, una universalita’ di concorrenza, interdipendenza e particolarita’ di interessi; dialetticamente, la teoria marxista della politica internazionale diviene la scienza che affronta la dinamica contraddittoria tra il movimento reale planetario e la controspinta local-particolare nazional-protezionista.

 

Questo che vuol essere solo il 1° di una serie di documenti analitico-teorici, non e’ finalizzato esclusivamente ad una pur necessaria ripresa di parola e dibattito da parte del movimento rivoluzionario; e’ nostra esplicita intenzione utilizzare il nostro ormai decennale percorso di esplorazione e sperimentazione teorica per il ripristino del rapporto dialettico teoria-prassi, per forzare gli orizzonti di nuovi, attuali, agglomerati anticapitalisti.

Oltrepassare la mitologia del “dibattito infinito” professorale e piccolo borghese per giungere all’applicazione concreta dell’azione diretta come verifica sul campo delle ipotesi e delle previsioni scientifico-teoriche: queste le nostre palesi intenzioni di fase.

Ancora una volta, proprio perche’ il comunismo e’ storicamente attuale, l’organizzazione e’ strategicamente all’ordine del giorno, l’agglomerato anticapitalista la sua forma presente.

 

A MO’ DI INTRODUZIONE

Queste poche pagine non rappresentano di certo una trattativa esauriente ed esaustiva della problematica mediorientale e del conflitto in atto nella regione. lo pretendono.

Sono semplicemente indicazioni per la discussione interna,  pur nel mantenimento di alcuni punti fermi che riteniamo invece determinanti nella lettura degli avvenimenti in corso come “internazionalismo” e “Medioriente resistenze o rivoluzione”.

Negli allegati molto spazio è dedicato a fotocopie tratte da Limes e da “La nuova guerra mondiale” dei fratelli Cipriani (si, proprio quelli della teoria del “complotto” contro il PCI da parte delle B.R., e delle formazioni armate in genere, come dell’Autonomia) perché non solo il nemico va conosciuto, ma perché dati, informazioni sono, fuori dal camuffamento ideologico, più attendibili sulla stampa borghese che non su scritti, riviste, blog ecc. sinistrorsi, malati di ideologismo; ci si è serviti inoltre delle opere dell’esperta Usa di antiterrorismo Loretta Napoleoni.

E’ presente, ed è significativo, un estratto da pubblicazioni e interventi tenuti tra il 1970 e il 1973 da un gruppo di compagni che, nel 1973 appunto, daranno vita all’esperienza dei COMITATI AUTONOMI OPERAI  a Roma. Queste pagine, raccolte in opuscolo nel settembre 1976 dal Collettivo Universitario Autonomo con il titolo “Internazionalismo e Rivoluzione Palestinese”, segnano –ancora oggi- una discrepanza, una frattura tra interpretazioni “movimentiste-spontaneiste-attiviste” e ricognizione di classe della realtà; pure nel mutato scenario internazionale e pagando dazio al disvelamento operato dalla storia, il nucleo dell’analisi rimane vivo.

Nella presentazione si affermava:<<…Negando la dimensione propagandata dall’informazione borghese di scontro in M.O. tra sionismo e panarabismo, di guerra tra razze, di religione…Affermando al contrario che esiste e si deve sviluppare il punto di vista rivoluzionario nelle guerre in atto, che sono guerre tra borghesie filo americane e filo russe, e che questo scontro avviene come sempre strumentalizzando e deviando i problemi del proletariato mediorientale.
Il problema è che la sinistra reale a questo punto venga fuori e si proponga di bloccare queste guerre interclassiste e iconoclaste e riportare lo scontro in termini reali di lotta di classe per la vera coesistenza dei popoli e l’abbattimento delle borghesie locali, legate all’imperialismo, nella strategia rivoluzionaria e internazionale…

…Si tratta di affermare che la creazione di una società unica israeliana-palestinese passa necessariamente per delle fasi intermedie che non sono né la distruzione di Israele, né l’eliminazione al diritto di autodeterminazione dei palestinesi. Esiste oggi nel M.O. la borghesia araba-israeliana ed esiste il proletariato arabo-israeliano; ed è a questo che la sinistra rivoluzionaria fa riferimento…

…Questo libro vuole essere una proposizione di alcune questioni ed analisi…Per superare la generica solidarietà ed affermare gli interessi reali del proletariato mediorientale>>

  HIC RHODUS, HIC SALTA!

GLOSSARIO DEI TERMINI ISLAMICI PRINCIPALI

-ISLAM: Sottomissione, resa incondizionata a Dio (Allah). Nome della religione musulmana, istituzioni e clima culturale degli Stati e delle società generati dalla religione islamica.

 

-UMMAH: Popolo o comunità. La comunità dei credenti, che trascende le differenze nazionali, etniche, politiche ed economiche. Viene oggi coniugato come panislamismo o panarabismo (il califfato di Al Qaeda dall’Eufrate al Giordano). Nel Patto di Medina il Profeta comprese nella Ummah ebrei e cristiani  ahl al Kitab (la gente del libro).

 

-SUNNA: “la via tracciata”, sentiero battuto, usanza,  linea di condotta del Profeta e della “comunità delle origini”, esempio della retta via musulmana.

 

-SUNNITI: coloro che accettano la Sunna, il ramo ortodosso e maggioritario dell’Islam. Dopo la morte del Profeta i suoi seguaci favorevoli al metodo tradizionale di elezione, basato sul consenso della comunità (Ummah), si proclamarono sanniti, mentre i sostenitori della successione di Alì (4° califfo) presero il nome di sciiti.

 

-SHI’A: (da Shiat Ali, il Partito di Alì) il ramo scissionista dell’Islam sostenitore delle rivendicazioni di Alì, genero di Muhammad, e della sua discendenza alla guida dell’Ummah. All’interno della Shi’a si verificarono in seguito ulteriori divisioni circa il numero e l’identità degli Imam.

 

-SCIITI: i musulmani che considerano Alì e i suoi eredi i soli legittimi successori del Profeta; divisi in varie sette, ciascuna delle quali si identifica con una delle differenti linee di discendenti alidi.
Gli sciiti (al potere in Iran nella forma israelita nazirita) sono la minoranza del mondo islamico; il loro “clero” è strutturato in forma gerarchica e aspettano l’arrivo del Mahdi, colui che <è guidato>, l’Imam che apparirà alla fine dei tempi per instaurare l’Islam e il regno della giustizia su tutta la terra.

 

-IMAM: il termine ha diversi significati. In senso generale designa il capo di una comunità di fedeli in preghiera e, in quanto tale, non implica un’ordinazione o specifici poteri spirituali, tranne un’istruzione sufficiente per svolgere questa funzione. In senso figurato tra i sanniti si usa per indicare il capo di una comunità islamica. Per gli sciiti invece in generale, e soprattutto se scritto con l’iniziale maiuscola indica un particolare discendente di Alì, l’Imam nascosto che tornerà il giorno del giudizio. L’identità e i mezzi per accertare questo Imam sono una delle questioni più dibattute dagli sciiti, provocando varie divisioni fra essi.

 

-KHALIFA: califfo, “successore” del Profeta e capo della comunità musulmana per i sanniti (Imam per gli sciiti). Due sono i modi in cui un califfo può essere scelto: per elezione da parte dell’ahl al aqd wa L-hall (coloro che hanno capacità di legare e sciogliere) ovvero i membri della Ummah capaci di riconoscere in un individuo i requisiti adatti al califfato (Sunna); oppure per designazione del successore da parte del predecessore (Shi’a).

Bin Laden si richiama alla ricostituzione dell’ahl al aqd wa l-hall che dovrebbe sostituirsi ai governi illegittimi al potere nei paesi islamici. Per gli sciiti l’Imam, al contrario del califfo, è infallibile, e, tranne che dagli zayditi, viene considerato interprete della legge divina, il califfo invece non può interpretare la legge ma solo applicarla. Per le correnti cosiddette fondamentaliste i veri califfi sono solo i quattro (i primi) ben guidati (al-hulafa’ ar-rasidun) Abu Bakir, Omar, Othman e Alì, che rappresentano l’esempio islamico reale da imitare.

 

-SHAHID: (shahada: testimonianza, professione di fede) martire, termine esatto al posto del mediatico kamikaze. Shahid è chi muore per la fede, cadendo in combattimento contro non musulmani, ma anche contro un regime iniquo, oppure come ad esempio in  Iraq e Palestina sotto le macerie della propria abitazione bombardata dagli occupanti. Con istishadi (plurale istishadiyyun) si indica il martire che si offre coscientemente in sacrificio per la causa che si ritiene sacrosanta: domanda, cerca il martirio,”testimoniando” la propria fede. Le  amaliyyat istishadyya attuate in Palestina, Iraq, Cecenia, sono <operazioni di martirio>. Evidente l’analogia col concetto di martire in italiano: “chi affronta e subisce coscientemente la morte per la patria, per la propria fede politica, per un alto ideale”.

“Sono i martiri a scrivere la storia delle nazioni, perché la storia delle nazioni può essere scritta solo con il sangue e il sudore”. Sceicco Abdallah Allam (1941-1989) fondatore di Al- Qaeda.

 

-FONDAMENTALISMO- INTEGRALISMO: sono i termini occidentali che, sommariamente, si equivalgono anche se il primo ha un significato più ampio del secondo e non hanno corrispettivo in arabo. La categoria “fondamentalismo  è apparsa nel 1910 in ambito cristiano-protestante negli USA ed è un fenomeno della modernità diventando ideologia (nella specifica, negativa, accezione marxiana del termine).

L’integralismo è la posizione politico- religiosa secondo la quale i principi della religione devono diventare modello di vita politica e fonte delle leggi dello stato. Nell’immaginario collettivo fondamentalismo - integralismo si configurano nella figura dell’ayatollah Khomeini.
Il fondamentalismo – integralismo, nella sua forma “islamica” crea un mondo nel quale l’identità è relegata in uno stato di permanente e assoluta precarietà rispetto a Dio in tutte le sue prerogative sociali, economiche e psicologiche. Di conseguenza il vero credente si trova nell’obbligo di imporre la legge divina lì dove è stata dimenticata o non è ancora arrivata, e il jihad è lo “sforzo” per raggiungere questo obiettivo e sconfiggere l’ignoranza (jahiluyyah) del mondo occidentale e dei musulmani che hanno smarrito la retta via.

Come categoria politico-religiosa si forma nel 1928 con la nascita della società dei fratelli musulmani in Egitto, legata alla lotta per l’autodeterminazione contro le potenze coloniali; il passaggio all’azione armata ( e la preminenza ideologica) avviene solo in seguito alla sconfitta del nazionalismo panarabo progressista, socialisteggiante e laico del leader egiziano Nasser, dopo il fallimento della Repubblica Araba Unita (RAU, 1958-1963, comprendente Egitto, Siria ed ex Yemen del Nord) e la capitolazione in senso religioso dei partiti fratelli Baath ( Iraq, Siria, Libano).

 

-SALAFIYYA: inteso comunemente come “fondamentalismo” il salafismo sorto con l’imam egiziano Muhammad Abduh (1844-1905) e il suo discepolo siriano Rashid Rida (1865- 1935) si richiama a Al-Salaf, i pii antenati, predica il ritorno alla purezza originaria dell’Islam tramite il solo contatto diretto con le fonti primigenie, il Corano e la Sunna, ossia gli insegnamenti tratti dal comportamento, tacito o esplicito, del Profeta e la fondazione di uno stato islamico sul modello del califfato iniziale; in una sorta di concezione internazionalista la causa dell’Islam non è di un popolo ma dell’umanità intera. L’unica vera distinzione è tra i muslim ( i credenti) e i kafir ( i non credenti).

 

-WAHHABIYYA: il wahabismo è la corrente intrecciata oggi al salafismo, fondata da Muhammad Bin Abd al-Wahhab (1703-1791) riprendendo il pensiero di Taqt d-Din Abu l-Abbas Ahmad ibn Taymiyya (1263-1328), giusperito della scuola rigorista e tradizionalista hanbalita, si afferma in Arabia Saudita e la sua storia, almeno politicamente si identifica con il clan dei Saud da quando nel 1774 l’emiro Muhammad bin Saud si impegnò a combattere “con la lingua e con la spada” l’impero ottomano per imporre la riforma dell’Islam.

 

-JIHAD: tradotto erroneamente con “guerra santa”, significa letteralmente “sforzo”, “fatica”, “lotta” sulla via di Dio. Il jihad nasce con l’Islam stesso anche se il concetto matura nei primi due secoli dell’Egira. Vanno premesse alcune considerazioni; come l’intera umanità per l’Islam è divisa in fedeli e infedeli (e questi ultimi in pagani e ahl al-kitab, la “gente del libro” ovvero ebrei e cristiani) così il mondo è diviso in  dar al-Islam, territorio a governo islamico, e dar al-Harb, territorio della guerra retto da non musulmani. Tra i due territori vige uno stato di “guerra” permanente, moralmente necessario, legalmente e religiosamente obbligatorio fino al trionfo, inevitabile, dell’Islam sui miscredenti. Tale stato di “guerra” può essere sospeso, se necessario, ma solo temporaneamente. Esistono però delle zone intermedie dar al-Sulh, territorio di conciliazione, in cui autorità non musulmane accettano la predicazione dell’Islam (si parla così anche di dar al-Da’wa, territorio della missione). In epoca più recente si ha il dar al-Higra, territorio dell’emigrazione, per indicare paesi non islamici in cui vivono popolazioni musulmane immigrate..

Nel dar al-Islam vige ovviamente un governo islamico, questo non significa che tutti gli abitanti siano musulmani o debbano diventarlo. La vittoria sugli infedeli (kafir) è difatti concepita come sottomissione all’Islam non come conversione. Gli infedeli possono mantenere il proprio culto pagando un tributo, la jizya, assumendo lo status di dhimma (protetti), i dimmyyun sono i professanti le religioni rivelate (ahl al-Kitab, la gente del libro). I mu’Ahadun sono non musulmani in guerra con l’Islam che hanno stipulato un patto (‘Ahd) di tregua per un determinato tempo. Gli harbiyyun sono non musulmani in guerra con l’Islam con i quali non è stato stipulato alcun patto. I musta’minun sono harbiyyun che entrano nel dar al-Islam con un contratto (Aman) di protezione (es. gli stranieri residenti nei paesi islamici o chi ottiene un visto di ingresso). Dimmiyyun, Mu’Ahadun e Musta’minun non possono essere attaccati né uccisi. E’ legittimo combattere e uccidere solo gli Harbiyyun, sia coloro che combattono con le armi che quelli che lo fanno con il denaro, le idee e i sentimenti, ma vanno assolutamente esclusi bambini, donne, malati, disabili, uomini pii e tutti coloro incapaci di combattere.

E qui torniamo al jihad, la tradizione classica ne prevede quattro tipi: con l’animo, con la parola, con la mano, con la spada. I primi tre, rivolti al singolo fedele (con l’animo) e all’intera Ummah (con la parola, con la mano) sono il grande jihad, volto alla pacificazione delle passioni individuali e al mantenimento del benessere della comunità. Quello con la spada è il piccolo jihad ed è rivolto all’esterno della comunità sia per difenderla da un’aggressione armata, sia per far trionfare la parola di Dio nel dar al-Harb.
Il jihad è obbligo individuale di tutti i credenti (compresi donne e anziani), ma solo in caso di aggressione, è una guerra difensiva (es. Iraq, Palestina, Afghanista,, Cecenia). Il jihad può avere anche valenza offensiva: in questo caso è un obbligo che ricade sull’intera comunità dei credenti ed è sufficiente che solo un certo numero di musulmani (il mujiahid, colui che lotta sulla via di Dio, pl. mujiahidin,) lo esegua. Questa la teoria classica. Nel 1998 bin- Laden con una sua fatwa giustificava gli atti ostili contro gli USA come risposta alla politica aggressiva arrecata contro l’Islam e al loro sostegno al corrotto regime saudita, aderente al wahabismo solo superficialmente. Da qui discende l’interpretazione moderna del jihad, che vi vede uno strumento fondamentale contro l’imperialismo occidentale per la ricostruzione del califfato originario.

PS. In uno strano silenzio è passata quasi inosservata la creazione dell’emirato islamico del Waziristan, un territorio tribale pashtun del Pakistan, di fatto indipendente e organizzato sul modello taliban, la cui guerriglia ha ripreso gran parte dei villaggi pashtun afgani. Oggettiva vittoria qaedista, tra l’altro Osama si troverebbe in quella zona.

 

 

PANARABISMO E PANISLAMISMO:

 RIVOLUZIONE NAZIONALE E INTERNAZIONALISMO ISLAMICO, LA PARABOLA DI AL QAEDA

 

Panarabismo e panislamismo sono ovviamente termini diversi, dato che uno si rivolge agli arabi in quanto tali e l’altro all’insieme del mondo musulmano; ma nel linguaggio politico fondamentalista, e in Occidente, si sovrappongono e/o si unificano non solo perché l’arabo è la lingua della rivelazione e il Corano, tranne rarissime eccezioni, è letto e recitato (magari senza capirlo) in arabo da ulema e fedeli, ma anche perché il ritorno ai caratteri originari e la costituzione del califfato islamico dal Golfo Persico al Mediterraneo ( dunque panarabo) è visto semplicemente come il primo passo verso la ummah di tutti i credenti (dunque panislamismo). Non è un caso che in al-Qaeda (la  Base) lo scontro politico tra Abdallah Azzam da un lato e al-Zawahiri e bin-Laden dall’altro (1988-89) volgesse sul ruolo dell’organizzazione nel momento del ritiro sovietico dall’Afghanistan.

Quando la jihad antisovietica volgeva al termine, Azzam iniziò a vedere nell’Afghanistan liberato dai russi una base sicura per il futuro esercito internazionale dei  mujahiddin, un  luogo in cui si potevano addestrare le nuove generazioni di combattenti che avrebbero difeso i diritti dei musulmani nel mondo. La vittoria contro i sovietici era il primo passo verso il nuovo ordine mondiale islamico; l’Afghanistan il motore di una rivoluzione permanente, il nucleo di una jihad globale; al-Qaeda l’avanguardia politica innanzitutto e militare degli eserciti dei moderni combattenti musulmani che avrebbero aperto guerre di liberazione in tutto il mondo islamico. Il jihad diventava così una controcrociata globale, che si opponeva alle culture estranee, tiranniche e nemiche dei musulmani, per questo però era necessario consolidare (1989) il potere dei mujahiddin nello scacchiere afghano.

A al-Zawahiri (egiziano) e a bin-Laden (saudita) non interessava un consolidamento del potere in terra afghana. Al-Qaeda doveva trasformarsi in un’organizzazione armata, con l’utilizzo di attentati terroristici, in modo da lanciare la guerriglia primariamente in Egitto ( il più popoloso e importante stato arabo) per favorire il rovesciamento del governo tramite una guerra civile e contemporaneamente/di seguito in Arabia Saudita; le due filiere, quella della jihad islamica egiziana e quella wahabita saudita, di al-Qaeda convergevano così in favore di una opportunità “nazionalitaria” araba a fronte di un internazionalismo islamico dello sceicco palestinese Azzam.

La morte -mai chiarita- di Azzam, assassinato insieme ai due figli mentre guidava la sua auto con una bomba al tritolo di 20 kg, pose fine alla disputa. In seguito, come vedremo, al-Qaeda invertirà completamente rotta.

Il panarabismo si configura in effetti come la forma moderna ( a partire dagli anni ’20 del XX secolo) del nazionalitarismo arabo; si è foggiato un’ideologia che implica una teoria fondamentale della nazione e in particolare della nazione araba: teoria costituita in  funzione delle aspirazioni e dei problemi pratici posti dalla dissoluzione dell’impero ottomano alle élites latifondiste  e ad una borghesia debole, di volta in volta strumentalmente aperta a istanze popolari, con l’impiego di strumenti ideologici creati in Europa.

Dalle teorie europee sulla nazione viene presa la difesa e l’illustrazione della lingua e della storia comune, piuttosto che l’esaltazione del legame territoriale. La nazione araba viene definita su basi unitarie e considerata come una qawmiyya (da qawm “popolo” a imitazione del Volkstum), mentre vi è stata la tendenza a scartare il concetto di wataniyya (da watan “luogo di nascita o di residenza”, “patria”, dove l’elemento territoriale è essenziale) con il senso di patriottismo. I patriottismi locali, fondati su fattori specifici che differenziano i diversi paesi arabi, vengono sminuiti e designati con nomi divenuti peggiorativi come iqlimiyya,  “regionalismo”. Essi mrompevano la solidarietà di lotta fra questi paesi, con le loro frontiere recenti fissate dalle potenze europee, incapaci nella maggior parte dei casi di suscitare sentimenti di lealtà fra la popolazione.

Nello stesso Egitto, dove un potente sentimento nazionale specifico esiste dall’antichità, gli inizi di teorizzazione di un vero nazionalismo si è subordinato, almeno verbalmente al nazionalitarismo arabo.

E’ stata formulata una specie di “storia santa” che esalta le imprese passate del popolo arabo, attribuendo tutti i fenomeni negativi della storia e della cultura araba all’influenza turca, iraniana o europea. Sono stati annessi all’arabismo i fasti di tutti i popoli di lingua semitica prima dell’espansione dall’anno dell’Egira e a considerare come arabi –fin dall’antichità- berberi, egiziani e copti. Tutta la storia è stata orientata verso un fine: la costituzione (concepita come ricostituzione) di una forte nazione araba unitaria.

Ne discende un’etica, lungo la linea di Fichte e di Hegel , in cui l’individuo è subordinato alla nazione, secondo una idea che si ricongiunge del resto alle concezioni delle società premoderne; egli ha il dovere di sacrificarsi per la nazione e, se occorre, deve edere costretto a farlo .La Nazione è il valore supremo. Tale tesi è giustificata con argomentazioni di tipo laico, ma nel momento della bancarotta politica e militare del nasserismo è risultato facile per il fondamentalismo salafita passare dallo Stato alla Ummah, al concetto religioso tradizionale di Islam ovvero sottomissione,

resa incondizionata a Dio.

Diversamente a quel che può pensare qualche neo-teo-con occidentale non esiste però un comintern islamico di cui i movimenti radicali sparsi nel mondo applichino le direttive, così come le osservavano i partiti di osservanza staliniana; al contrario possiamo dire che ad una al-Qaeda, e soprattutto ad un al-qaedismo come nuova ideologia antimperialista nata dalla globalizzazione del messaggio antiamericano di Osama  bin-Laden, espressione di un rinnovato internazionalismo islamico (pur se contraddittoriamente a direzione araba a partire dalla ricostituzione del Khalifa in tutto il Medio Oriente), si contrappongono una serie di resistenze più nazionali (wataniyya) che nazionalitarie (qawmiyya): Amal ed Hezbollah in libano, Hamas e Jihad islamico in Palestina, le varie formazioni “insorgenti” della guerriglia irakena. Il rapporto di al-Qaeda con tutte queste organizzazioni è di paradigma-accordo-scontro-infiltrazione come in Iraq o in Palestina dove, secondo l’analisi di numerosi servizi di “intelligence”, la terza Intifada sarà qaedista.

C’è un punto, fondamentale, da imparare dalla lezione medio orientale e islamica in generale:

sia gli Stati nati dal confronto fra nazioni, qawmiyya, wataniyya e Islam ( da cui discendono stati islamici tradizionali come Marocco e regime saudita, stati nazional-islamici come Iran e Pakistan,

stati “laici” ma in cui l’ elemento identitario musulmano è preponderante vedi Egitto) sia le varie formazioni armate sono figlie della modernità capitalista.

In questa ottica bin-Laden e al-Zawahiri sono inanzitutto i figli adulterini del wahabismo e della Silicon Valley ( visitata e studiata da al-Zawahiri all’inizio degli anni novanta), gli eredi putativi tanto del jihad della ummah, quanto della rivoluzione informatica e della mondializzazione all’americana, i fratelli di latte degli hacker e dei golden boy sotto le loro barbe e i costumi islamici

da sceneggiato televisivo.

Un’altra questione è dirimente, nel quadro politico contemporaneo l’Islam è divenuto il linguaggio dell’opposizione rivolta contro gli stati nazionali e i loro fallimenti; la tradizione che integra religione e politica, rivisitata dalla modernità fondamentalista, un tempo appannaggio dei gruppi gentilizi rurali e delle comunità tribali, e poi dei ceti medi urbani è stata fatta propria, oggi, dalle classi lavoratrici, con questo storicamente abdicando alla propria autonomia di classe, del resto da noi la situazione non è molto diversa.

Ne sono esempio le basi elettorali di Hamas, di Hezbollah e, con un’ evoluzione ancora tutta da studiare, il proletario giordano Abu Mussab al-Zarqawi che si rivolge ai proletari e ai fellah –

e al loro reclutamento – in Iraq e in tutto il mondo arabo ( cercando nel frattempo di rubare militanti

ad Hamas e alla Jihad palestinese) configurando così la terza svolta strategica del qaedismo e le dissonanze, anche ideologiche, tra al-Zarqawi da un lato e al-Zawahiri e bin-Laden dall’altro.

Torniamo ora al secondo cambiamento delle linee di intervento di al-Qaeda prima dell’ultima, attuale, evoluzione del qaedismo.

Intorno al 1996, col ritorno alle basi nell’Afghanistan talebano, la shura  “il consiglio”, l’ufficio politico di al-Qaeda, sotto la spinta di bin-Laden, al-Zawahiri e del kuwaitiano Abu Ghayth (facenti inoltre parte il saudita Khaleb al-Harbi, l’egiziano Mohammed Atef e gli arrestati, fra il settembre 2002 e il marzo 2003, Abu Zubayda palestinese, Ramzi ben al-Shibh yemenita, Khaled Shaykh Muhammad pakistano, secondo fonti Usa) ribalta la logica della lotta imminente contro il <nemico vicino> (l’ordine costituito negli stati della regione) a favore di una guerra immediata e senza pietà contro il <nemico lontano> (Stati Uniti, Israele e l’Occidente in generale).

I fallimenti della lotta condotta contro i regimi di Mubarak in Egitto e Saudita in Arabia, contro il governo algerino durante la guerra civile, i tentativi andati a vuoto di fare della Bosnia una base islamista, l’impasse cecena spingeranno gli ideologi di alQaeda ad una radicale svolta strategica dando priorità alla lotta internazionale e alla sua risonanza mediatica piuttosto che alle guerriglie locali, annientate dalla repressione.

Secondo questa impostazione si ritiene che l’attacco spettacolare di bersagli americani, israeliani o ebraici, e occidentali in senso lato, possa risolvere il problema maggiore che fino ad allora ha ipotecato il successo degli islamisti: la mancanza di una adeguata adesione popolare al loro progetto (a fronte ad es. di una forte presenza della ambivalente Società della Fratellanza Musulmana) e l’incapacità dei radicali di mobilitare nelle masse il sostegno necessario a rovesciare i regimi in carica per restaurare il califfato.

L’internazionalizzazione e la <mediatizzazione>, nell’era delle antenne paraboliche, devono così in gran parte sostituirsi al paziente lavoro di contatto diretto condotto, sotto la copertura di associazioni benefiche, al fine di reclutare e inquadrare simpatizzanti e militanti potenziali. Le immagini degli attentati, dei morti e dei feriti trasmesse dalle televisioni oltre a seminare il panico fra i nemici, e a galvanizzare i fedeli rimpolpandone i ranghi, devono, in un primo momento, accrescere il numero dei fidaiyyun (coloro che si sacrificano) votati al < martirio> pronte a immolarsi per la causa.

Questa logica politica si richiama a tradizioni eterogenee. Da un lato evoca gli Assassini, la setta dell’Islam medioevale i cui seguaci erano addestrati dal loro capo, soprannominato lo “Sceicco della Montagna” – quasi una premonizione di bin-Laden nel suo rifugio tra i monti afgani – a diventare sicari, chiamati in arabo  hashishiyyin (da cui il termine assassini) poiché dediti al consumo di hashish. Essi si recavano negli stati crociati di Siria e Palestina a uccidere, a costo della propria vita, i cavalieri franchi e gli emiri musulmani che si mostravano poco zelanti nel perseguire il jihad contro gli infedeli che avevano invaso una parte del dar al-Islam .

In un contesto più moderno e universale, essa si inscrive in una matrice “putschista” mirante alla conquista del potere attraverso un colpo di stato condotto da una avanguardia ristretta che in seguito rivoluzioni dall’alto il sistema e l’ordine sociali, esattamente l’opposto di una strategia di mobilitazione rivoluzionaria popolare che trascini le masse e faccia cadere il regime esecrato sullo stile, ad esempio, del komenismo in Iran. Per questa via tale logica politica prosegue la tradizione dei colpi di stato militari coi quali molti dirigenti arabi – in primo luogo Nasser e il suo gruppo in Egitto nel 1952- hanno conquistato il potere, colla sola differenza che ora al nazionalismo socialisteggiante in voga negli anni 50 e 60 è sostituita l’ideologia islamista.

Per terminare il discorso su al-Qaeda occorre capire la sua struttura, come funzioni.

Inanzitutto non è una megastruttura ultracentralizzata, gerarchcico-verticale, con migliaia di shahid  pronti a colpire, una Spectre di bondiana memoria; al contrario potremmo oggi definirla come “ un guscio” o come un “marchio”.

Tutte o quasi le fonti di “intelligence” concordano nell’attribuire al nucleo centrale di al-Qaeda, quello direttamente controllato da bin-Laden, poche centinaia di militanti; in quindicimila circa

il numero dei mujahiddin passati tra il 1996 e il 2001 in Afghanistan per un addestramento politico militare.

La percezione occidentale di al-Qaeda, nella sostanza ritornata alle teorizzazioni dello sceicco Azzam, quale superstruttura dell’eversione internazionale è data dalla sua “orizzontalità” e dalla sua “globalizzazione”.

Le fatawa  (sing. fatwa) e gli appelli all’azione lanciati da bin-Laden hanno, come abbiamo visto,

il carattere di richiamo al jihad che, in quanto tale, si rivolge ad ogni singolo musulmano. In pratica al-Qaeda è un’organizzazione ma allo stesso tempo un “marchio” capace di influenzare e egemonizzare le aree più radicali dell’islamismo; il messaggio di al-Qaeda si rivolge a tutti i muslim, indipendentemente dalla loro nazionalità; ogni singolo o gruppo che raccoglie l’appello non fa necessariamente parte di al-Qaeda  in quanto organizzazione ma ne riconosce l’autorità politica e morale. Ne consegue, da un punto di vista strettamente militare, che non sempre i vertici di al-Qaeda sono al corrente delle azioni che si stanno preparando, proprio perché il messaggio si diffonde per linee orizzontali, senza stretto controllo gerarchico, e chi ne condivide le finalità ha la più ampia discrezione per decidere le modalità e i tempi. Ne è esempio l’attacco dell’11 settembre 2001 in cui la cellula qaedista - pur in questo caso strettamente collegata al vertice- agì, una volta dato l’input, in completa autonomia di tempi e modi e flessibilità nelle scelte e impiego di uomini.

 In altri termini, nella maggior parte dei casi al-Qaeda si limita ad indicare gli obiettivi: gli americani, i sionisti o gli apostati. Chiunque voglia raccogliere il messaggio, poi, si regola come crede. Sostanzialmente si può parlare di network, perché diverse sono le formazioni radicali islamiche che, pur mantenendo la loro identità organizzativa, interagiscono con al-Qaeda, anche se vengono spesso scambiate per “la Base”. E’ assai più corretta la formulazione di gruppo qaedista. Tra l’altro quando una cellula operativa entra in azione gli stessi capi politici ne perdono il controllo, perché i contatti vengono interrotti fino ad attentato compiuto e nemmeno i “mandanti”, in alcuni casi, sanno esattamente dove e quando la cellula colpirà.

Alcuni servizi di intelligence definiscono al-Qaeda anche come “guscio” o “conchiglia vuota”, in qualche misura pronta ad accogliere e a riconoscere tutte le organizzazioni che autonomamente vogliano rapportarsi con lo sceicco saudita.

In cambio al-Qaeda in questi anni ha dato il suo riconoscimento politico ad atti terroristici ritenuti utili alla causa. In pratica al-Qaeda (o bin-Laden nelle sue pubbliche dichiarazioni) ha talvolta espresso apprezzamento per attentati non compiuti direttamente dalla sua organizzazione, ma in linea con gli obiettivi indicati in una qualche fatwa. Questo perché tali azioni sono considerate atti collettivi per i quali non necessita una “classica” rivendicazione.

Osama bin-Laden ha talora sottolineato l’importanza dell’<istigazione>, senza aggiungere altro; ciò comprende sia le azioni svolte da al-Qaeda sia quelle più semplicemente ispirate.

In definitiva, al-Qaeda ha un doppio tipo di organizzazione: da un lato il nucleo centrale, la vera e propria “Base”, gerarchica e piramidale; dall’altra i gruppi federati, l’area qaedista, che seguono un modello orizzontale basandosi sul principio della mutua assistenza.

I gruppi alleati di al-Qaeda condividono con essa alcune cellule operative, ne ricevono i finanziamenti e consentono ai membri di al-Qaeda di utilizzare le proprie reti logistiche.

Proprio per questo tipo di struttura è difficile fare un esatto censimento dei gruppi federati. Possono però essere definite qaediste formazioni di mujahiddin e altre organizzazioni jihadiste nordafricane (marocchine, algerine, tunisine, libiche), yemenite e del Bangladesh, Ansar al-Sunna del Kurdistan, Jamat-ul-Ulema del Pakistan, i somali di al-Ittihad al-Islami, i malesiani-indonesiani di Jemaaah Islamiyya, i filippini di Abu Sayef e altri gruppi e gruppuscoli radicali attivi nel mondo musulmano, ma anche in Europa.

Quando sui massmedia si parla di al-Qaeda, si parla dunque indifferentemente di due cose che sono in realtà ben distinte: l’organizzazione vera e propria, che controlla direttamente poche centinaia di militanti, e la federazione, o più precisamente, la confederazione facente capo a al-Qaeda, formata da gruppi che agiscono nella più ampia autonomia e che non sono subordinati gerarchicamente al centro. Il tutto, per essere meglio compreso, può essere sintetizzato da un’eloquente frase di Osama bin-Laden del 1998: <Il Fronte Islamico Internazionale per il Jihad ha lanciato una fatwa per la liberazione dei luoghi sacri….Il nostro dovere è di istigare e, per grazia di Dio, lo abbiamo fatto e certe persone hanno risposto a questa istigazione>.

 

IL SISTEMA DELLA “ISLAMIK BANKING” E LA DETERMINAZIONE MATERIALE DELLO SCONTRO

A Giugno 2004 giungeva in visita a Roma il presidente Gorge W. Bush, era l’occasione per lo scatenamento delle opposte tifoserie e partigianerie, per il solito, trito, antiamericanismo di maniera del movimento no/new global; degli appoggi incondizionati alle resistenze senza “se e ma” da parte di gruppi presunti marxisti.

  Noi scrivevamo:

<<L’avventura Usa in Iraq è il prosieguo della risposta, che può essere diversamente catastrofico, al proprio declino egemonico, comunque irreversibile, come lo è stato l’intervento in Afghanistan e l’installazione di basi militari nel ventre molle dell’Asia centrale ex-sovietica, nella molteplice funzione di controllo di risorse strategiche, cordone sanitario antiCina (e anti subimperialismo russo),  continuazione del confronto economico-politico-commerciale col nocciolo duro dell’U.E.

In Iraq la “coalizione dei volenterosi” si è però trovata di fronte, dopo la dissoluzione del regime di Saddam, un ostacolo –preventivato ma forse sottovalutato- costituito dal sub-imperialismo arabo fondato sulla finanza e sul sistema della “Islamik banking”. La guerra in Iraq, nonostante la grande disparità di forze, non è stata una guerra COLONIALE,ma, a tutti gli effetti, una guerra IMPERIALISTA su AMBEDUE I FRONTI, pur se combattuta contro uno stato minore e meno progredito (appunto una potenza regionale) espressione tuttavia della propria borghesia e una società capitalistica.

Oggi non siamo quindi siamo di fronte a scontri di civiltà o religiosi, favoletta buona da propinare a masse appecoronate, bensì al tentativo – destinato su larga scala al fallimento -  di un emergente nuovo ceto borghese arabo di banchieri, operatori commerciali, affaristi ecc. Vogliosi di trovare il proprio posto al sole e, di conseguenza, oggettivamente condotti al conflitto contro l’egemonia economica occidentale.

IL PROLETARIATO, IRAKENO, PALESTINESE, ISRAELIANO E IN GENERE MEDIORIENTALE IN MANCANZA DI UNA PROPRIA AUTONOMA ORGANIZZAZIONE DI CLASSE E’ OGGI SOLO CARNE DA MACELLO NELLE MANI DELLE RISPETTIVE BORGHERSIE.

Nello specifico il proletariato iraqeno è stretto tra terrorismo USA da un lato e terrorismo islamico, elevato a sistema economico, dall’altro”.

Oggi il conflitto è tra il grande capitale dell’Occidente egemone e le locali oligarchie arabe sue alleate da un lato e una classe mercantile e finanziaria emergente, con al seguito le masse povere, dall’altro.

Ironicamente, ma non troppo, Osama bin-Laden è uno dei pochi leader fondamentalisti che lascia intravede la vera natura del conflitto – Nel 1996 ha scritto:

“Tutti sono preoccupatissimi della loro esistenza quotidiana, parlano del deterioramento dell’economia, dell’inflazione, di debiti che continuano a crescere e delle carceri affollate di detenuti. I dipendenti pubblici, con salari modesti, parlano di un indebitamento di migliaia e centinaia di migliaia di riyal sauditi: Si lamentano perché il valore della moneta continua a precipitare rispetto alla gran parte delle valute più forti. I grandi mercanti e gli appaltatori parlano delle centinaia e delle miglia di milioni che il governo deve loro. Il governo deve al popolo  più di 340 miliardi, per non parlare degli interessi e del debito estero. Molti si chiedono come è possibile. Se siamo i primi esportatori di petrolio? Credono addirittura che sia una punizione mandata da Allah per non essersi opposti agli atteggiamenti e alle scelte oppressive e illegittime del governo”.

La colonizzazione occidentale ha lasciato segni profondi in Oriente, ponendo le premesse della dipendenza economica e culturale. La decolonizzazione, conservando i principi del capitalismo e di un’accumulazione primaria, di rapina, ha condotto alla formazione di una nuova oligarchia, immensamente ricca, un’élite musulmana istruita e forgiata in Occidente che ha fatto da ponte tra il capitalismo occidentale e le risorse e i mercati orientali, per sfruttare i quali sono nate partnership r Jointventure fra questa fra questa nuova oligarchia e i capitalisti occidentali.

Tale alleanza ha ostacolato la crescita di una cultura post coloniale originale e spogliato intere nazioni  delle loro ricchezze ma, sopratutto, dal punto di vista del capitale è rimasta una società “parassitaria”, non innovativa quando, al contrario, il capitalismo è insofferente verso i vecchi modi di produzione e le idee che vi corrispondono, quindi tende a distruggerli e a plasmare l’inero globo terracqueo alle sue esigenze (ma non uniformando lo sviluppo del mondo a quello dei paesi di vecchia accumulazione, bensì creando una massa crescente di sovrappopolazione relativa rispetto alle esigenze di valorizzazione del Capitale).

Per entrare nel XXI secolo il Capitale Mondiale  ha bisogno di rivoluzionare il Medioriente, le petromonarchie diventano obsolete, negli anni ’90 il declino complessivo del mondo Arabo-Islamico è netto rispetto alla crescita economico-finanziaria dell’occidente: Nell’allargarsi di questo divario emerge una “nuova generazione”, una “giovine” borghesia in cerca di una propria identità politica che non può non mettere in discussione lo status quo e reclamare il proprio spazio nella competizione mondiale.

Alla metà degli anni ’70 del XX secolo la prima crisi petrolifera e il successivo riciclaggio dei petrodollari hanno fatto nascere una nuova classe di uomini d’affari e finanzieri musulmani che hanno fondato società commerciali e banche la cui crescita, tuttavia, è stata limitata dalla supremazia dell’occidente.

Non è un caso che le ricchezze accumulate dalle oligarchie dominanti in oriente si siano riversate nelle banche europee o statunitensi anziché in quelle arabe.

Le banche e gli istituti finanziari del mondo islamico non hanno mai giocato un ruolo di primo piano nel sistema finanziario internazionale, svolgendo sempre funzioni marginali.
E’ la caduta dell’URSS a creare nuove opportunità per le forze economiche e finanziarie di paesi a maggioranza islamica. E’ a partire da quegli anni che inizia, come è stato chiamato, un processo di“colonizzazione” finanziaria islamica in stretta alleanza con la rigida interpretazione wahabita dell’Islam.

La “colonizzazione” finanziaria islamica si è diretta su tutte le repubbliche ex-sovietiche nell’Asia centrale, nel Caucaso, nei Balcani; sfruttando la seminale esperienza della Bank of Credit and Commerci International, fondata nel 1972 dal pakistano Agha Hasam Abem, presente in 73 paesi, e approfittando dei paradisi fiscali di Dubai e Abu Dhabi, viene creata la rete costitutiva del sistema detto Islamic Banking.
E’ stato fatto un paragone, a ruoli invertiti, tra le crociate di 1000 anni fa e oggi.

All’epoca la Chiesa santificava con le crociate l’alleanza tra i contadini, il nuovo popolo urbano e le classi mercantili emergenti, primo embrione della borghesia europea (che si presenta sempre, ai suoi albori, come rappresentante di tutto il popolo); allo stesso modo oggi l’Islam ha apposto il sigillo della religione sul jihad moderno allo scopo di perseguire gli interessi economici e politici delle nuove forze del mondo musulmano: una classe imprenditoriale, una “borghesia” moderna che egemonizza le masse povere e sfruttate (per quanto, ma questo è un altro discorso, da affrontare in separata sede, la tendenza ultima del capitale mondiale sembra mostrarci obsoleta la borghesia tout-court).

L’Islam è una bandiera sotto cui si schiera una frazione del capitale; i remi oligarchici musulmani e chi li sostiene, i capitalisti occidentali i bersagli finali del jihad moderno.

Ma cos’è l’Islamic banking? La dottrina musulmana moderna, di taglio sia economico sia giuridico, è andata nell’ultimo mezzo secolo rincorrendo il disegno di una economia islamica che, in prevalenza su basi ideologiche, venisse a costituire una valida alternativa (per i musulmani) ai progetti sociali fondati sul “liberismo” capitalista e sullo statalismo socialista. Da questo approccio teorico (attenzione a non dimenticare le ragioni materiali della teoria), con il sussidio del surplus finanziario derivante dal mercato petrolifero, ha preso vita l’esperienza delle banche islamiche propugnatrici di un sistema esente dall’aritmetico calcolo degli interessi tanto nel dare quanto nell’avere. Le banche islamiche propongono il coinvolgimento partenariale del cliente, risparmiatore o debitore, nelle attività economiche della banca da cui deriva l’utile (come risultato dell’attività di impresa e quindi giustificato dal rischio finanziario supportato) ripartibile secondo le regole del profit-loss sharing (PLS). Il PLS è la con-partecipazione societaria “ nei profitti e nelle perdite”, rappresenta uno degli schemi fondamentali attraverso i quali storicamente nell’Islam viene concepita come lecita la remunerazione dei capitali e sul quale è stato costruito l’intero sistema bancario islamico contemporaneo.

Soltanto l’attività dell’uomo, il biblico sudore della fronte, che include un importante settore di rischio imprenditoriale e finanziario (di certo esente da elementi aleatori, vessatori e speculativi) può eticamente e giuridicamente giustificare l’arricchimento. <<…Dio ha reso lecito il commercio (tiara) e ha proibito l’usura (riba)>> (Cor. II, 275).
Questo divieto coranico con il rigetto almeno teorico degli interessi sui prestiti (in quanto guadagno del creditore collegato al semplice decorrere del tempo) ha condotto nel mondo musulmano all’affermarsi di tipologie assicurative di capitali e lavoro (mudaraba, qirab, musharawa) nelle quali l’utile ripartito fra i soci è sempre il risultato di un’attività d’impresa.

Lo stesso Profeta Muhammad fu socio agente di una mudaraba finanziata dalla sua prima moglie Khadigia. Oggi, presso le banche islamiche, il PLS diviene la peculiarità degli strumenti del credito tanto alla produzione, quanto al commercio, quanto al consumo. Altrettanto, elementi partecipativi si riscontrano nelle operazioni bancarie passive quali depositi a termine o di investimento. In questo modo banca e cliente si assumono pro-quota il rischio collegato al risultato finale dell’attività.

Sono così finanziate operazioni di project financing, joint ventures, venture capital, equità financing. Anche il risparmio è gestito in speciali fondi comuni d’investimento sotto forma di mudaraba. Si tratta di settori nei quali ampi margini di compatibilità di fatto sussistono nei confronti del sistema bancario convenzionale.

Più di recente, il PLS è stato esteso al settore delle assicurazioni al fine di superare il limite posto dal divieto dei negozi aleatori (gharar). Il takaful islamico. Così viene ridenominato il contratto assicurativo, impiegando un termine traducibile di “solidarietà”. Può essere assimilato all’esperienza delle mutue di assicurazione, dove l’elemento solidaristico, solitamente, prevale sulla componente speculativa.

Il riba è elevato a criterio di valutazione etica dell’attività finanziaria e imprenditoriale in genere, laddove si riafferma e il rifiuto di ogni remunerazione dei capitali basata sul sistema degli interessi, e la necessità di sfuggire al corrente meccanicismo delle regole economiche, reinterpretando –in chiave moderna- i valori fondamentali di solidarietà e cooperazione, giustizia ed equità in campo sociale, la cui realizzazione (ricordiamolo) è stata affidata dall’immutabile e atemporale rivelazione divina alla concreta e contingente sensibilità di ogni pio musulmano.

Detto questo, rimane da far notare un paradosso riguardo un’opera che è considerata un testo di riferimento essenziale di tutti i sostenitori del sistema bancario islamico, loro garanzia sociale e religiosa.

L’autore è il religioso sciita, proveniente da una grande famiglia di ayatollah, irakeno Baqir al-Sadr, assassinato da Saddam nel 1980.

Baqir al-Sadr affascinato dal modello organizzativo del Partito Comunista, ma preoccupato per l’influenza che esso esercitava sulla gioventù sciita, fonda il Partito “Da’wa” (richiamo), ispiratesi anche al modello egiziano dei fratelli musulmani sanniti. Il suo scopo era quello di creare uno Stato islamico, nel quale il partito sarebbe stato il depositario del bene supremo espresso dall’Islam.

Questo stato si sarebbe realizzato grazie a una lotta rivoluzionaria lanciata per combattere il regime empio, dopo una fase di “presa di coscienza” e di radicamento nelle masse. Nell’attesa del ritorno del Madhi, esso avrebbe applicato la sahria, elaborata tramite shura, l’accordo consensuale fra gli ulema. Questa mistura di “marxismo rivoluzionario” e di messianesimo islamico portò il partito ad essere combattuto dalla gerarchia religiosa sciita- in quanto emancipava i propri membri da ogni dipendenza dal Marja- subendo allo stesso tempo la repressione da parte del potere. Baqir al-Sadr pubblicò allora, fra il 1959 e il 1961, due libri dall’impianto moderno, ben distanti dallo stile antiquato degli ulema: ”la nostra filosofia” e “la nostra economia”. Intrisi di ideologia islamista e tinti di “socialismo”, essi incontrarono –in specie il secondo- un larghissimo favore e grande successo nel mondo arabo-islamico soprattutto in quello sannita.

Un ultimo punto, secondo l’analisi di numerosi esperti economico-finanziari e antiterrorismo la sola rete formata dall’economia “illegale” (riciclaggio, proventi droga, triangolazione armi, contrabbando prodotto elettronici e petrolio ecc.) delle formazioni islamiche ammonterebbe a 1500 miliardi di dollari.

Fuori da questo calcolo rimangono le fonti di reddito legali, tramite enti di beneficenza e moschee o il sistema dell’ hawala.

Millecinquecento miliardi di dollari sono pressappoco il 5% del PIL mondiale, un fiume di denaro che scorre verso le economie tradizionali e le “inquina”, crea un sistema economico internazionale

parallelo a quello “legittimo”. Man mano che questo processo avanza, aumentano le dimensioni del sistema economico concorrente.

L’interrogativo che gli analisti si sono posti è: quanto è grande l’insieme delle risorse che alimentano questa economia “illegale”? quanto denaro circola all’interno di questo sistema? In termini monetari un indicatore approssimativo è offerto dalla valuta americana circolante al di fuori degli Stati Uniti, poiché la moneta di scambio dell’economia illegale è il dollaro.

Ricerche recenti hanno dimostrato che fra il 1965 e il 1998 la percentuale di valuta USA costantemente detenuta all’estero è cresciuta di circa 60 volte, si tratta di un indice essenziale della crescita dell’economia “illegale” in questo periodo.

Oggi circa due terzi dell’offerta di denaro,      (contanti e depositi a breve termine) sono detenuti all’estero, e la percentuale continua a crescere.

Un confronto con le banconote da 100 dollari emesse negli stessi anni evidenzia come la crescita del circolante all’estero sia molto più alta di quella negli Stati Uniti. Sempre più banconote escono dal paese da cui sono state emesse e non vi vanno ritorno: sono usate per transazioni, tesaurizzate, depositate nelle banche dei paradisi fiscali. Le implicazioni per l’economia USA sono notevoli ed evidenziano il grado di dipendenza tra l’economia “legale” e quella “illegale”.

La valuta americana detenuta all’estero è una fonte rilevante di reddito per il tesoro statunitense in ragione del signoraggio, cioè del guadagno che lo Stato realizza quando converte un metallo di un certo valore in monete di valore ancora più alto (ogni volta che il governo emette denaro per soddisfare la richiesta di denaro crea ricchezza. Signoraggio, era il termine usato nel medioevo dai signori italiani per l’emissione di monete d’oro, il cui valore era pari a quello dell’oro presente nelle monete più il costo di produzione. Tutta la valuta USA, compresa quella circolante all’estero, può essere considerata una forma di prestito senza interesse del Tesoro e quindi un risparmio per i contribuenti).

<< se la quantità di circolante all’estero è di circa duecento miliardi di dollari (1996), e il tasso dei Buoni del Tesoro trimestrali e del 5,2% (…..) l’importo del signoraggio (e il risparmio per i contribuenti) sul circolante estero, calcolato come il prodotto di queste due cifre, sarebbe almeno di dieci miliardi di dollari>> (USA Federal Riserve) il grado di interdipendenza fra i due sistemi è ormai troppo avanzato per pensare di sciogliere tutti i legami.

Il capitalismo occidentale potrebbe permettersi di fare a meno di un’iniezione annua di liquidità di mille cinquecento miliardi di dollari? Potrebbe sopravvivere senza il petrolio dei paesi musulmani?

La risposta, per il momento, è negativa.

contro la guerra imperialista

con la resistenza operaia contro lo sfruttamento

per la liberazione proletaria dal lavoro salariato

Per    l’ alternativa    rivoluzionaria!

non un uomo per la vostra guerra militare

non un voto per la vostra pace elettorale

 

Le guerre del passato e del presente secolo, le guerre cioe’ in regime, del regime capitalistico, sono state, sono e saranno inevitabili finche’ questo particolare regime regolera’ le sorti dell’umanita’; questo semplice assioma e’ il tratto fondante la nostra opposizione proletaria alla guerra, alla motivazione ultima, intima di ogni guerra: il rapporto di produzione capitalistico che ne e’ la causa determinante.

Lottare contro la vera causa della guerra fa il paio con l’obbligo, da parte nostra, di demistificare ogni atteggiamento soggettivo, idealistico, moralistico che fa finta di essere “contro” la guerra; la vera lotta contro la guerra non puo’ fare a meno di denunciare, cioe’, chi contrappone virtualmente, all’interno dello stesso sistema capitalistico, la “pace” dello sfruttamento e la guerra militare.

Sono una l’effetto dell’altra, una funzionale, alternata, all’altra!

In sostanza, o la lotta contro la guerra e’ anticapitalista, o non e’;

 meglio, fa il gioco di qualche raccoglitore di voti o redentore di anime!

 

 

L’attuale “crisi di sviluppo” del sistema capitalista e’ frutto dell’aspra competizione per la nuova spartizione mondiale post-guerra fredda; una spartizione cui ambiscono nuovi pescecani ( soprattutto ad est ) oltre i  soliti “vecchi” continenti; una spartizione coperta dalle ideologie della “guerra infinita contro il terrorismo” o dello “scontro di civilta’”; una spartizione che  si esercita ed allena i propri eserciti multinazionali nei corridoi geo-strategici del mondo

( medio-oriente / balcani / est-asiatico ).

L’attuale fase avanzata di sviluppo capitalistico, cioe’ quella della propria diffusione planetaria, anziche’ dare origine alla “pacificazione” sognata dai cantori del pensiero unico e della “fine della storia”, non potendo costruire, e mantenere soprattutto, nessun equilibrio stabile nei rapporti di potenza, si ritrova sempre piu’ impelagata in guerre regionali prodromo di future, probabili, guerre continentali.

L’impossibilita’ capitalista di mantenere nel tempo l’equilibrio di forze tra interessi e profitti concorrenziali, lo storico sviluppo ineguale tra aree geografiche, stati e settori economici, sono alla base dell’ineluttabilita’ della guerra, condizione ormai permanente per tutta l’umanita’.

Frenare,  arrestare o umanizzare questo processo storico-naturale ( come vorrebe qualche prete-no-global-si-elettoral ) e’ un’utopia prima che un imbroglio quando non e’ direttamente un tentativo di ritorno al medioevo travestito da antioccidentalismo fondamentalista.

Noi siamo per il futuro dell’umanita’, siamo convinti che il futuro migliore covi nelle macerie dell’attuale societa’, che ne sia il suo oggettivo, naturale sviluppo.

 

Fuori dalla retorica pacifista della falsa contraddizione tra pace e guerra, dal nostro punto di vista, esiste un utilizzo dialetticamente conveniente della rottura dell’equilibrio capitalista.

Per essere chari: la rottura dell’ordine cui giunge il sistema concorrenziale dei blocchi continentali puo’ essere il varco all’azione del movimento rivoluzionario che quella stessa rottura, in ultima analisi, ha prodotto; la lotta delle classi e’ l’aspetto dialetticamente conveniente al proletariato della guerra tra gli stati.

Il sistema capitalista, producendo un precario equilibrio, scatena guerre, conpetizione interimperialistica e rotture nella propria catena di comando, ma al contempo moltiplica, concentra, contamina miliardi di proletari, sedimentando in se la fuoriuscita dal sistema, la trasformazione sociale, l’intervento rivoluzionario, la futura societa’.

Cosi’ come la rottura capitalistica avviene dove non e’ piu’ possibile la “normale” concorrenza economico-monetaria.finanziaria, cosi’ la rottura rivoluzionaria avviene dove maggiormente sono concentrate le forze di classe; ieri, certamente nell’occidente industrializzato, oggi, dopo quarant’anni di mutazione nella collocazione geografica del proletariato, il baricentro di classe si sposta nell’oriente europeo, in Asia, in Africa, in America Latina.

 

 

A sviluppo capitalistico, sviluppo del proletariato.

A rottura capitalistica, a guerra, rottura rivoluzionaria!

 

 

 

 

 

 

Oltre  il  dibattito

 

L’annuncio di ripresa registrava lo scorso anno per l’economia globale una crescita del + 5%, la U.E. del 2%, l’Italia poco piu’ dell’1%; gli U.S.A., sia pur nel sospetto di doping per il bilancio e per i conti con l’estero, del 4,4%.

La Cina del “comunismo di mercato” invece ha galoppato al 9,5% e l’India al 7,3%: due volte piu’ dell’America, quattro volte piu’ dell’Europa, otto volte piu’ dell’Italia.

Praticamente, due terzi della crescita mondiale dipende dai due colossi asiatici, un terzo dalle altre giovani potenze e solo l’ultimo terzo dalle potenze del vecchio ordine e del vecchio continente, America, Europa, Giappone.

Questi numeri stentano, pero’, a dare conto di quanto ribolle nella vita reale, dove questo travolgente ed omologante sviluppo trasforma la vita delle persone, muta i rapporti di forza tra le classi, spinge le statualita’ nell’arena della contesa mondiale.

Tutte le istanze dei vari e diversificati ordini borghesi intuiscono le immani tensioni che si profilano per i prossimi decenni, e cercano di attrezzarsi, di adeguarsi.

L’America cerca di sfruttare una posizione di vantaggio militare in via di assottigliamento; la Cina e l’India ( ma anche l’atomico Pakistan e la multistatualita’ islamica in formazione ) allargano il loro peso nel gioco pluripolare; la stessa chiesa cattolica, potenza mondiale di secolare esperienza, elegge un papa renano che, nel ribadire le sue radici per l’imperialismo europeo, si impegna a sciogliere le incognite asiatiche ( vedasi le recenti numerose nomine di vescovi cinesi ).

L’Europa, potenza monetario-mercantile realizzata che esprime la sfasatura tra movimento strutturale e sovrastrutturale nella difficolta’ di una propria unitaria espressione politica , riordina i propri poteri governativi e militari, dopo le contraddittorie frenate referendarie.

In particolare, oggi, sulla scia della fusione francese tra Gaz de France e Suez con cui Parigi ha bloccato l’Enel italiano, rispuntano politiche protezionistiche ( ed ideologie nazionalistiche ) tese a rimarcare il peso del singolo stato-nazione nella dinamica dei rapporti di forza interni al processo costitutivo continentale della U.E.

La Francia, ex motore ed avanguardia delle “cooperazioni rafforzate” europee, si occupa di riproporre l’eterna falsa alternativa tra liberismo di mercato e protezionismo nazionalista.

Il protezionismo, di cui gia’ avevamo avuto sentore in Europa con la politica dei dazi antiamericani, altro non e’ se non il tentativo di difendere, dentro un preteso “primato della politica” merci, mercati e frontiere dalle o.p.a. e dalle scalate trasnazionali tipiche della globalizzazione; esso e’ la forma, una delle forme, di resistenza dello stato-nazione al movimento di condensazione del blocco europeo.

E’ questa materialita’ ad aver prodotto, nelle espressioni poitiche-referendarie dei mesi passati, i temporanei rallentamenti nella unitarieta’ politica europea.

Per noi, dentro la definizione teorica della contraddittorieta’ del moto proprio di formazione del blocco continentale, esiste una funzionalita’ tra processo europeo e statualita’ locali cosi’ come tra liberismo di mercato e protezionismo autoctono; in breve, liberismo e protezionismo sono solo due facce della stessa realta’, dello stesso, ineluttabile, processo contraddittorio.

I ritardi della voce unica europea che connotano la fase attuale, ed al cui risolvimento e’ votata la compagine italiana di centro-sinistra, non mettono comunque in forse la strategia complessiva, ed obbligata, dello stato imperialista U.E. in formazione; se per ora l’U.E. potra’ difficilmente bloccare il matrimonio tra Suez e Gaz de France, mancando un’offerta concreta Enel riguardo l’intervento illecito del governo francese sull’o.p.a. italiana, rimane il precedente della risposta negativa U.E. al tentativo spagnolo di bloccare l’offerta della tedesca E.on. su Endesa contestandogli  il non regolare golden share.

E certo che dal nostro punto di vista, che e’ quello dell’approfondimento della contraddizione fino alle sue estreme conseguenze rivoluzionarie, il regime del libero mercato, della libera circolazione di merci e forza lavoro, rappresenta un’accelerazione nell’accumulo delle “sostanze infiammabili della rivoluzione”; da questo strategico punto di vista, e solo da questo, con Marx, noi avversiamo il protezionismo.

Certo, la diffusione della condizione proletaria nel mondo, da sola, non e’ garanzia di avanzamenti sociali trasformativi.

I passaggi epocali non sono automatici.

Automaticamente, e non sempre,  possono verificarsi ribellioni ( prontamente utilizzate prima del loro naturale rientro ), possono esserci rivolte ( locali, non coordinate e senza strategia ).

Coscienza e rivoluzione sono un’altra storia, ma soprattutto, necessitano del supporto della soggettivita’ organizzata.

E’ il tema del momento; lo e’ perche’ e’ storicamente maturo, messo all’ordine del giorno dal movimento reale, necessario per l’oggi ma soprattutto per il futuro.

E’ un tema in carsica discussione nel tessuto profondo delle avanguardie operaie  prodotte dai passati decenni di feroce ristrutturazione capitalista, o nelle mille delusioni succedute al fuoco di paglia no-global.

E’ ora di dare un qualche sbocco fattivo, stabile, alla nuova sperimentazione di percorsi, leghe, forme di organizzazione dell’agire politico di classe.

 

coordinamento  per  l’autonomia  di  classe

comitato di lotta quadraro   -   comitato antagonista Roma-sud-

comitato contro il carcere e la repressione Viterbo   -   laboratorio rivoluzionario “gatto selvaggio”

 

 

Medio oriente

“Resistenze “ o rivoluzione?

 

Nell’attuale epoca della competizione interimperialistica pluripolare tra blocchi continentali non si tratta di sfruttare, ne’ e’ materialmente possibile ostacolare, “umanizzare”, resistere, alle spinte liberiste della internazionalizzazione capitalista.

Al contrario, e’ conveniente scorgere dentro questo processo diffusivo della metropoli capitalistica, gli elementi della contraddizione incompatibile; scorgere cioe’ nell’accumulo numerico del proletariato , nella sua concentrazione nella megalopoli del nord-sud-est-ovest del globo, nella contaminazione tra flussi migratori, l’elemento oggettivamente favorevole alla lotta di classe, ed all’intervento del movimento rivoluzionario.

Cogliere questa contraddizione e’ solo un primo passo verso la trasformazione dalla “materialita’ in se’” in coscienza di se, “per se”, dallo stomaco alla consapevolezza, dal bisogno alla rivoluzione!

Questo assunto teorico, frutto della generalizzazione e della regolarita’ , nel tempo e nello spazio, dei fenomeni del movimento reale, vale ovunque, anche in medio oriente.

 

 

Noi rispettiamo le scelte dei popoli e delle loro leadership, ma difendiamo anche con forza l’autonomia teorica, di analisi, valutazione ed azione del movimento rivoluzionario.

La situazione mediorientale, con l’accelerazione susseguita al  recente dato elettorale palestinese, ci da l’occasione per definire, in forma stabile, alcuni punti di carattere politico, strategico e teorico ormai da tempo in gestazione.

 

 

Il dato politico, accelerato dall’esito delle elezioni in Palestina, e’ quello che sostituisce il decennale “governo” laico di O.L.P.-fatha’ con il welfare islamico di Hamas, scombinando i rapporti di forza tra i molti pretendenti interessati alla pacificazione ed alla spartizione dell’area mediorientale.

Dopo lo shock iniziale per l’”inattesa” vittoria fondamentalista, la realpolitik degli affari si impone producendo a Mosca, ma anche in Francia ed addirittura all’ultimo vertice N.A.T.O., segnali di apertura verso Hamas. 

In sostanza, il quartetto ( Stati Uniti, Russia, U.E., O.N.U. ) apre al dialogo con Hamas sulla base del “democratico responso delle urne”, usando la leva del ricatto economico ( fondi e finanziamenti economici e infrastrutturali ) ed esigendo una forma di “dialogo politico” che “ripudi la violenza e riconosca la necessita’ dei due stati Israeliano e Palestinese”.

 

Il dato teorico riflette, per noi, la definitiva conclusione storica della progressivita’ delle lotte di liberazione nazionale che da “rivoluzionarie nazionali”, di unificazione patriottarda  ed anticoloniali, divengono strumenti da utilizzare, a cura dei blocchi imperialistici continentali, nella competizione pluripolare sul mercato mondiale.

 

 

Il dato strategico segna, nel passaggio di secolo, il punto basso per l’internazionalismo, per la coscienza “per se” della classe, proprio quando questa, “in se”, si estende numericamente in tutto il mondo.

I senza scarpe di ogni latitudine non intravedono piu’ nel marxismo il proprio futuro ( come era avvenuto agli inizi del ‘900 ), la possibilita’ di spiegazione  scientifica e di soluzione rivoluzionaria della propria condizione ; al contrario, sono spesso intruppati dai loro padroni locali in eserciti nazionali, in concorrenza economica e militare tra loro, obnubilati ed usati da preti di ogni specie dietro totalizzanti ideologie autodistruttive ed  arretrate anche rispetto allo stessa “modernita’” capitalistica.

La fallace apparenza della realta’ sembra dimostrarci che il movimento reale non ha prodotto il comunismo, ma l’antioccidentalismo camuffato da “antiimperialismo”.

 

Non e’ cosi’ !

 

Nelle pieghe profonde della materialita’ si diffonde e si contamina la condizione proletaria, cosi’ come riprende corpo la tematica, la improrogabile necessita’ dell’internazionalismo, non come sostegno acritico ad ogni “lotta dei popoli”, ma come riposizionamento della nemicita’ in casa nostra, contro la nostra patria.

Lìinternazionalismo del proletariato ha poco a che vedere con una asettica, indistinta, interclassista e spesso ecumenica “lotta per la pace”; al contrario, esso si esprime nel percorso della lotta di classe per la trasformazione sociale, per la rivoluzione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le lotte di liberazione dei popoli, nel volgere di un secolo, divengono da forme progressive di rottura anticoloniale e riunificazione nazionale a strumenti della attuale competizione interimperialistica tra blocchi continentali.

 

internazionalismo!

 

L’unica lotta di liberazione e’ la lotta di classe.

 

L’esito del voto in PALESTINA, con la schiacciante affermazione elettorale di Hamas e la cacciata della corruttela di Al-Fatha’, e’ solo l’ultimo tassello di un quadro in rapida mutazione di tutta l’area medio-orientale  che oggi scombina i molti progetti di potere in concorrenza tra loro.

Se da una parte,i decenni di incontrastato potere clientelare O.L.P.-A.N.P.( sostenuto anche economicamente dalle storiche correnti di interesse filo arabe in Europa )hanno prima sedimentato e poi prodotto il welfare di Hamas, dall’altro, il pesante intervento coordinato ( vedasi accordi di Oslo/ road-map ) ma anche competitivo di americani ed europei, registra oggi una sorta di parziale affermazione U.E. rispetto alla doppia battuta di arresto U.S.A. (elezioni Irakene e Palestinesi).

Il gioco triangolare sulla pelle di un popolo palestinese piu’ solo che mai, e’ quello che pare “contrapporre” la competizione pluripolare all’avanzata travolgente della “rivoluzione”  verde fondamentalistico-islamica;

in effetti, quella che era stata, per tutti gli anni ’70 del passato secolo la Palestina laica delle sperimentazioni e della lotta dei “comitati popolari” contro il sionismo di Israele, intravede oggi, nella sirena fondamentalista, l’unica via d’uscita, l’unica possibilita’ di vita, di assistenza, di organizzazione sociale, ma anche di affermazione di una coscienza nazionale e della propria espressione statuale.

A fronte di un interesse globale del sistema imperialista alla soluzione negoziale del “problema” israelo-palestinese, resta attuale la “necessita’” della nascita di uno “stato” palestinese “pacificamente” convivente con quello Israeliano. 

E’ per questo motivo che, nonostante le “bellicose” dichiarazioni del “partito di lotta e di governo” Hamas ( buone per la propria proletaria base elettorale ), l’Europa si affretta ( dopo avere inserito Hamas nella lista delle organizzazioni terroristiche fuorilegge )ad accettare il legittimo esito delle urne ( purche’ si rinunci alla lotta armata e si accetti l’esistenza dello stato di Israele! ); di converso Hamas media il proprio linguaggio nazionalistico-governativo con il ripudio della violenza e l’auspicio di una non meglio identificata “stabilita’ d’area”( area per altro attraversata dal progetto kaedjsta dell’emirato islamico pluristatuale ) .

L’interesse dialetticamente congiunto e contraddittorio di U.S.A. e U.E. intorno alla pacificazione del medio oriente trova nella formazione di uno stato palestinese uno snodo importante per la ridefinizione dei reciproci rapporti di potenza dopo le 2 guerre in Irak; l’esito del voto e l’affermazione fondamentalista in Palestina , segna a nostro avviso un punto per la U.E. e la propria penetrazione strategica del futuro.

Quanto agli U.S.A., in “exit-strategy” dal pantano irakeno, scornati dalla sonora battuta d’arresto del tentativo mediatorio del “quartetto” in Palestina, annunciano gia’ un’altra puntata della loro guerra infinita contro il terrorismo in Iran, tanto nucleare quanto regista della vittoria elettorale di Hamas.

Dal punto di vista americano, vi sono in medio oriente due potenziali pericoli.

 

In primo luogo, che una potenza esterna alla regione, come fu per l’URSS durante la guerra fredda, tenti di controllare l’arteria energetica o comunque di interferire sulla garanzia delle forniture per gli U.S.A. ed i suoi alleati; in secondo luogo, che una potenza autoctona possa prendere il controllo della regione mediorientale ( come hanno cercato di fare Egitto, Irak ed ora l’Iran ).

La costante storica della politica d’area americana e’ tanto impedire un controllo unilaterale dell’arteria energetica ( e del gas ) mediorientale quanto utilizzare questa garanzia come offerta condizionante per le altre potenze.

Intanto, la Cina sta rapidamente diventando un giocatore economico di primo piano nel golfo, incrementando le relazioni con Iran, Arabia Saudita ed i 6 paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

 

 

 

I fatti, purtroppo, si sono occupati nel tempo di seppellire le legittime aspirazioni di liberazione della societa’ palestinese, strozzate dal cappio di interessi concentrici e competitivi che ne ha soffocato le spinte, che ne ha distrutto le organizzazioni, che ne ha trasformato identita’ ed idealita’.

L’attuale deriva interclassista, confessionale, medioevale produrra’ probabilmente uno stato-partito-padrone oppressore almeno quanto la canaglia sionista.

Il medio oriente, anziche’ produrre la originale sperimentazione frutto della lotta di popolo palestinese anche nella forma mediatoria di una statualita’ moderna, laica ed a-confessionale sta diventando il crocicchio, il campo di battaglia, il simbolo della nuova contesa mondiale per il controllo strategico di corridoi geografici, di oleodotti e gasdotti.

In un confronto tra forze locali e blocchi che hanno stazza continentale ( America-Europa-Iran-Cina-India-Giappone-Russia e Brasile )diventa flebile, utilizzata ed eterodiretta la voce dei palestinesi, annegata nel profluvio dei virtuali annunci di guerra  fondamentalisti ed antioccidentali.

 

 

Per il movimento rivoluzionario questo ennesimo, tragico esempio pone con urgenza la necessita’ di un ripensamento complessivo sull’internazionalismo e su una sua “interpretazione” come acritico “appoggio” alle “lotte di liberazione”; interpretazione ormai da abbandonare definitivamente.

Nell’ovvio rispetto per le scelte di ogni popolo e delle proprie organizzazioni, va’ rivendicata con forza l’autonomia di giudizio e di azione del movimento comunista, e della propria concezione della solidarieta’  di classe internazionalista.

Per noi, nell’epoca della competizione pluripolare e della “esportazione” armata della democrazia imperialista, le “lotte di liberazione” perdono quella valenza oggettivamente progressiva che le aveva caratterizzate per tutto il secolo scorso.

Nell’epoca storica della diffusione planetaria dei rapporti di produzione, distribuzione e scambio capitalistici, l’unica, vera lotta progressiva di liberazione e’ quella del proletariato universale dalle catene dello sfruttamento salariato; l’unico internazionalismo e’ quello di tutti gli sfruttati contro i propri padroni, contro la propria patria, in Palestina come in Italia.

 

Con il proletariato palestinese, israeliano, medio-orientale  contro i loro padroni, di ieri e di oggi!

contro ogni stato.

 

 

coordinamento per l’autonomia di classe

comitato di lotta Quadraro

comitato antagonista Roma-sud

comitato contro il carcere e la repressione–Viterbo

laboratorio rivoluzionario “Gatto Selvaggio”

 

 

imagine

 

Un mondo dove vale cio’ che si e’, non cio’ che si ha.

 

Senza padroni, ne’ schiavi.

Senza sfruttatori, ne’ sfruttati.

Senza galere, frontiere, potere.

Senza classi, ne’ stati a tentare di mediarne gli interessi incompatibili.

Senza guerre, ne’ eserciti a combatterne, o proprieta’ per cui combatterle.

Senza religioni, con le loro oppressioni, repressioni ed illusioni.

immagina

Al posto della schiavitu’ salariata, la libera attivita’.

Al posto della necessita’, la liberta’.

Al posto della politica, lo stomaco.

Al posto dei ”diritti”, i bisogni.

Al posto delle opportunita’, il diritto alla vita, per tutti.

Al posto della famiglia, la comune.

Al posto della merce sesso, il libero amore.

 

da ciascuno secondo le proprie possibilita’

ad ognuno secondo i propri bisogni.

 

il  comunismo

 e’  il  nostro  programma.

ancora una volta, non ha trovato posto su nessuna lista.

 

Non ci resta che la lotta!

 

coordinamento per l’autonomia di classe