Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia
Roma, 15 febbraio 2002
Da tre anni il 15
febbraio è una giornata buia per il popolo kurdo, una giornata di lutto. Il
Presidente nazionale, che ha illimitatamente voluto ridare, con tanta fatica e
sacrifici, un’immagine, un’identità al popolo kurdo, che si voleva seppellito
nella storia, nel 1999 a Nairobi, è stato ingannato e consegnato come “un pacco
regalo” alle forze di sicurezza turche.
Le forze
internazionali reazionarie che facevano parte del complotto, sabotando i suoi
sforzi di pace, hanno cercato di far restare irrisolta la questione e si sono
poste come obiettivo lo scontro fra turchi e kurdi, aggravandolo, affinché
altre centinaia di migliaia di persone muoiano, avviando una nuova fase ancora
più crudele. Contavano sul fatto che il PKK, senza il suo presidente,
sprofondasse nella crudeltà irragionevole fino a soccombere, auspicando di dar
vita ad uno scontro regionale, per il nuovo riordino del Medioriente. Dopo il
complotto, infatti, erano cresciute le aspettative di dissoluzione del Partito
dei Lavoratori del Kurdistan, se ne contavano i giorni restanti. Tante forze e
circoli, interni ed esterni, erano mossi da tali aspettative. Così, da portare
il complotto al suo compimento.
Il 15 febbraio è
l’anniversario del giorno in cui si voleva porre fine alla lotta del PKK e del
popolo kurdo colpendo la figura dell’indiscusso presidente. Il 15 febbraio è un
giorno oscuro nel cuore del popolo kurdo, un giorno di lutto nazionale. Il
popolo kurdo non dimenticherà mai questo complotto e continuerà a chiedere
conto di quello che è accaduto ai responsabili di questa ingiustizia. Al tempo
del 15 febbraio, sotto l’unico slogan “il nostro sole non sarà oscurato,
prendere il nostro presidente nazionale vuol dire, colpire il popolo kurdo”,
il popolo ha resistito sviluppando una vera un’unità nazionale, dando vita ad
una rivolta popolare, che ha dimostrato la volontà di riconoscere
l’appartenenza e l’unione reciproca con il Presidente del PKK, da Amed a
Sulemaniye, da Urmiye a Kirmansah, in ogni parte del Kurdistan.
I dirigenti delle
forze reazionarie, che hanno dato vita a questo complotto, non si aspettavano
una tale reazione di risveglio nazionale. L’anima dell’unità nazionale, che ne
è scaturita, ha gettato nel panico e nel timore coloro che sono colpevoli e
responsabili del complotto. Questo decisivo comportamento del popolo kurdo ha
risposto bene alla cospirazione internazionale, giocando seriamente il suo
ruolo per il fallimento del complotto.
Nel periodo in cui il
popolo kurdo è stato fortemente bersagliato, il Presidente Apo analizzando il
complotto nella maniera più giusta e prevedendone gli sviluppi e le ragioni, ha
dimostrato di nuovo il suo comportamento strategico e ha assunto una posizione
di risposta, dando vita ai passi necessari per la soluzione politica e
democratica della questione, questo è stato un inizio per la lotta nazionale,
una posizione che si addice ai veri leader. Egli, ad Imrali, in condizioni di
linciaggio politico, in maniera ingiusta, in violazione di ogni convenzione per
i diritti umani, vedendosi calpestato ogni diritto di essere umano, ha
evidenziato, in primo luogo, l’importanza di una soluzione democratica e
politica, chiedendo questo ha fermato gli scontri, che il complotto voleva
aggravare e posto la pace come obiettivo fondamentale.
Non appena il primo
anno dal complotto era trascorso, le provocazioni interne e gli attacchi
esterni dei collaborazionisti hanno posto come primo obiettivo la guerriglia.
Si trattava di attacchi miranti al completamento del complotto, altrimenti
incompiuto. Quando anche questi attacchi sono stati respinti, il complotto si è
affievolito, oggi, anche se ancora non è stato sconfitto, si può dire che sia
stato almeno indebolito. Adesso, l’obiettivo diventa il suo completo
annientamento.
Via Quintino Sella 41, 00187 Roma Tel. 0642013576 Fax. 0642013799 Email: uiki.onlus@tin.it
In questi tre anni di
lotta, che sono trascorsi nell’affanno, il presidente Apo ha scritto un
memoriale difensivo per la Corte europea, secondo la nuova posizione strategica
ha indicato la via per la soluzione della questione kurda e nello stesso
momento, ha avviato un nuovo periodo di lotta, facendo luce sulla nuova
identità ideologica. Il PKK, secondo questa e secondo la sua nuova strategia,
ha annunciato un passo verso il suo cambiamento e la sua rifondazione,
avviandosi così ulteriormente alla pace.
Il Presidente Apo,
per risolvere la questione kurda in maniera pacifica e democratica è venuto in
Europa. Il continente europeo, noto come la culla della democrazia, lasciando
da parte la possibilità di fornire al Presidente del PKK un’occasione, ha
giocato un ruolo consegnandolo nelle mani delle autorità turche. Poi,
tardivamente l’Italia gli ha riconosciuto l’asilo politico, come gli era di
diritto. Anche se il ruolo di ogni stato non è uguale, è però una realtà che
non si può tacere quella che ognuno di loro abbia giocato il proprio. L’Europa
ha fatto vedere che, rinnegando i suoi principi giuridici, ha giocato ambiguamente.
La divisione geografica del Kurdistan è stata fatta direttamente in Europa, il
suo status quo è stato determinato proprio qui, cacciare dall’Europa il
Presidente Apo e consegnarlo alla Turchia, non ha significato altro che la
continuità di quello che è stato nel passato. La giustizia dell’Europa, che si
dice molto sensibile alla libertà, è stata rinnegata.
Il processo, che è
ancora in corso alla Corte di Strasburgo, chiarirà precisamente i termini del
complotto internazionale, con questo processo, l’ingiustizia storica nei
confronti del popolo kurdo verrà riconosciuta, le forze del complotto verranno
evidenziate e se ne presenterà il conto.
Chiamiamo l’opinione
pubblica italiana ed europea a dimostrarsi contraria all’ingiustizia che è
stata perpetrata contro il popolo kurdo, a mobilitarsi e sforzarsi ancor di più
per una soluzione politica e pacifica della questione kurda, insieme al popolo
kurdo e al suo presiedente indiscusso. È dovere di tutti dimostrare la propria
responsabilità nei confronti delle sorti del Presidente Ocalan e del popolo
kurdo.
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