UNA CAMPAGNA CHE VIENE DA LONTANO

Siamo contenti che, finalmente, i compagni di redlink si siano accorti del
fatto, che ormai lilliputziani e riaffondaroli vogliono egemonizzare il
movimento su posizioni moderate ed istituzionali.
Come pure siamo contenti che si siano accorti del fatto che un movimento il
più ampio possibile non è necessariamente un movimento vincente.
E siamo contenti anche che si siano accorti che certe pregiudiziali servono
solo a delegittimare posizioni diverse dalle proprie.
C'è una cosa che ci convince meno, anzi per nulla, ed è quella di
considerare la negazione delle diversità di posizioni all'interno del
movimento come una novità.
Purtroppo invece non è una novità, anzi, perlomeno in Italia, questa è stata
da tempo la prassi. Come non ricordare prima di Genova, quando i
lillipuziani violentemente imposero al movimento la discriminante della
non-violenza. E quella volta in molti tacquero, sia coloro che non
riconoscevano alcuna legittimità (giustamente) a quegli organismi, che
pretendevano di dare la linea al movimento, quasi quest'ultimo fosse un
partito politico, sia quelli che in questi organismi erano presenti, ma che
non seppero respingere certe pretese lillipuziane. E questo fu il preambolo
alla pretesa odierna di Bertinotti e i lillipuziani di mettere la
discriminante della non-violenza non solo al movimento italico, ma anche
alle resistenze popolari contro invasori occidentali.
Adesso (giustamente) i compagni di redlink si indignano per questo modo di
fare, ma lo fanno in maniera debole, rivendicando semplicemente il diritto
ad avere una posizione diversa.
Ma questa pretesa sacrosanta è debole, appunto, perchénon solo accredita
certe formazioni istituzional-pacifiste di una loro interità al movimento,
ma addirittura gli si da un ruolo di primo piano e maggioritario, quando si
invoca una significativa presenza anche degli altri.
Ma queste forze non fanno parte del movimento (perlomeno di quel movimento
che prende il nome da Seattle), sono altro, e per la precisione sono forze
che non si oppongono alla globalizzazione, ma la sposano e pensano di
cogestirla in "maniera democratica". Queste forze non sono antimperialiste,
sono soltanto forze che si richiamano alla legittimità internazionale, che,
come tutti sanno, significa ONU e altri organismi ancora più ambigui, come
la NATO, insomma al servizio di una legittimità internazionale, che è tutta
occidentale, e tutta filocapitalista. Anzi molto spesso sono fautori di un
secondo polo imperialista, come l'Europa, intesa come polo democratico, ma
sempre come secondo polo imperialista, contrapposto al polo yankee. Come se
due padroni fossero meglio di uno. E come se poi quei due padroni sul serio
fossero contrapposti e non uniti, perlomeno nella loro comune lotta contro
gli sfruttati del pianeta.
Purtroppo non si è capito, che certe forze sono quelle che hanno minato la
forza del movimento in Italia ancora di più della repressione poliziesca.
Non perchénon abbiano legittimità le lotte non violente, ma perchéimporre
la non violenza come discriminante serve solo per dividere, isolare,
consegnare alla repressione chi si pone in modo diverso contro il sistema
capitalistico. Prima lo si è fatto sul "piano interno", imbastendo una
campagna di denigrazione e di demonizzazione prima contro i BB a Genova,
proseguita contro quelli che a Genova si erano difesi dalle aggressioni
poliziesche, fino a prendere le distanze addirittura dai disobbedienti.
Adesso fanno lo stesso sul "piano internazionale" equiparando la resistenza
dei popoli alle invasioni occidentali al terrorismo. L'errore fatto dai
compagni di redlink e da altri è stato di non aver capito per tempo il
comportamento di queste forze, che si autoproclamano interne al movimento
solo per utilizzarlo a fini esclusivamente elettoralistici e istituzionali.
Non si tratta di voler essere settari, si tratta di capire che non ci può
essere un rapporto con forze, che sono altro da te, che hanno obiettivi
opposti ai tuoi. Con forze di questo tipo non c'è la positiva contaminazione
fra diversi, ma uguali, ci può essere solo il rapporto di reciproca utilità.
Ma questo rapporto di reciproca utilità è possibile solo quando ci sono
percorsi comuni di breve periodo, sono impossibili quando le strade vanno in
direzione diversa, specialmente quando i rapporti di forza sono sfavorevoli.
Ed è quello che fatalmente doveva succedere in questo caso. Come si può
pensare di far marciare insieme chi, giustamente, vuole legittimare la
resistenza all'invasore, a prescindere dal condividere o meno le posizioni
di chi resiste, e chi, invece vuole legittimare la pretesa occidentale di
dettare le regole del gioco, sia pure sotto il cappello di un ONU, da sempre
ostaggio di chi detiene il potere reale, economico, politico e militare?
Ed invece i compagni ci sono cascati, favorendo l'ingresso di Bertinotti ed
Agnoletto in questa manifestazione del 20 Marzo. Quando criticammo la
piattaforma della scadenza napoletana di fine dicembre, che ambiguamente
parlava di No alla guerra, senza se e senza ma, senza parlare di
legittimazione della resistenza iraqena, mettevamo proprio in guardia dai
tentativi egemonici di certe forze, che avrebbero snaturato la scadenza. Ma
purtroppo il richiamo delle grandi folle, che peraltro non è detto neanche
che ci saranno, ha portato i compagni a fare questa mediazione.
Il risultato è chiaro: il 20 Marzo non sarà una data contro l'imperialismo e
per la libertà degli iraqeni, ma sarà una tappa della lunga campagna
elettorale ulivista, dove i problemi dei cittadini iraqeni faranno solo da
cornice folkloristica.
Vogliamo forse predicare l'autoisolamento? Ovviamente no!
Ma se per non autoisolarci dobbiamo fare da codazzo alle orde istituzional-elettoralistiche,
oltretutto complici dell'occupazione occidentale in Iraq, ma anche nei Balcani,
in Africa e in varie altre parti del pianeta, allora è meglio "l'isolamento".
Anche perchénon saremo certamente noi a liberare l'Iraq o gli altri paesi:
a questo, specialmente in Iraq ci pensano egregiamente da soli.
Se uno vuole sul serio condurre una battaglia anticapitalistica ed antimperialista,
deve combattere la campagna mediatica scatenata dall'occidente,
che vuole far passare l'equazione resistenza=terrorismo.
Ma come possiamo sconfiggere questa equazione se poi andiamo a manifestare
insieme a coloro che sono fra i maggiori assertori di questa equazione?
Se a Mumbai, come daltronde ricordavano i compagni di redlink,
si è insistito sulla necessità di sconfiggere questa equazione vuol dire che il nodo del problema è questo.
E allora bisogna trovare il sistema di ritornare a questo nodo:
bisogna non cercare di organizzare uno spezzone antimperialista,
ma cercare di escludere dalla manifestazione queste posizioni
che nel loro preteso pacifismo e nella loro declamata non violenza,
sono oggettivamente gli sponsor "di sinistra" di questa guerra infinita.
Non possiamo andare ad un corteo organizzato ambiguamente,
e dove le parole d'ordine invocanti l'ONU rischiano di diventare maggioritarie,
perché, forse per la prima volta, i media nostrani ed anche altri
metteranno in risalto proprio la manifestazione italiana,
rispetto a quelle veramente anticapitalistiche ed antimperialiste delle altre parti.
In parole povere otterremo l'effetto contrario,
cioè avalleremo di fatto l'intervento imperialista, che sarebbe riuscito a portare la democrazia in Iraq;
specialmente se dovesse ritornare l'ONU.
E allora l'unica soluzione è quella di rompere il fronte e organizzare una scadenza antimperialista,
preparata anche attaccando il significato di quella che, in contrasto con lo stesso Forum mondiale
(che non è certo la capitale dell'estremismo), stanno organizzando le quinte colonne dell'Ulivo.
Lo sappiamo che magari i numeri il 20 Marzo potranno essere dalla loro parte,
ma bisogna fare così, per arrivare ad un primo momento di chiarezza,
che poi sfoci in una separazione netta da questi personaggi nostrani,
che vogliono normalizzare il movimento internazionale,
trasformandolo in una sorta di coscienza critica della globalizzazione capitalistica.
Se invece continueremo a cercare l'unità con certi personaggi
ci ridurremo ad essere l'eterno spezzone minoritario all'interno dell'alveo riformista.
Ritorneremo insomma ad una sorta di logica gruppettara di antica memoria,
quella dello spezzone alla coda del corteo.
Oltretutto questo accodamento rischia anche di dare credito ad altre posizioni,
quelle delle alleanze antisistema, che pensano di sconfiggere l'imperialismo (americano)
con la rinascita di stati-nazione improbabili e reazionari, magari alleati di un altro imperialismo,
che a qualcuno piace di più.

L'Avamposto degli Incompatibili