I giornali di venerdi' scorso riportavano la notizia di insistenti voci
secondo cui la Corte d'Appello di Santiago avrebbe deciso di revocare
l'immunita' che spetterebbe a Pinochet, aprendo la strada ad un processo in
Cile a suo carico. Aspettando la decisione ufficiale, diffondiamo un
articolo riguardante la situazione cilena

CILE COMINCIANDO IL SECOLO XXI CON PINOCHET CHE TORNA E UN “SOCIALISTA” AL POTERE


Scrivere dal Cile sulla situazione attuale risulta un po’ strano per chi,
come me, sa dalla lettura di notizie dall’estero che gli occhi del mondo
sono stati e continuano a stare puntati nel paese. Fra i motivi di quest’
attenzione persiste la questione dei diritti umani e delle gravi violazioni
sistematicamente commesse dallo Stato e dalle forze armate cilene durante il
governo militare (1973-1990). In effetti, per tutti i cittadini del mondo
che abbiano vissuto questi ultimi dieci anni il nome di Pinochet e’
impossibile da dimenticare, allo stesso modo delle immagini de La Moneda in
fiamme, di Allende che resiste, di Victor Jara torturato e assassinato.

Gli anni 90
Ricordando sommariamente gli ultimi dieci anni, dalla nomina del primo
presidente post-dittatura (il democristiano Patricio Aylwin) nel marzo del
1990 fino ad ora, possiamo affermare che il tema dei diritti umani e delle
sanzioni ai responsabili della repressione passo’ da essere in un primo
momento bandiera di lotta dell’opposizione anti-dittatoriale e punto
essenziale del programma elettorale del suddetto presidente, ad un secondo
momento di relativizzazione crescente del tema da parte di Aylwin e dei
partiti che lo appoggiarono (la Concertacio’n de Partidos por la Democracia,
composta principalmente dalla Democrazia Cristiana e dalla socialdemocrazia
rappresentata dal PS, dal Partido por la Democracia e dal Partido Radical),
fino al punto di cambiare l’obiettivo iniziale e sostituirlo con quello di
stabilire tutta la verita’ e fare giustizia solo “nella misura del
possibile”, per poi voltar pagina. Nello stesso tempo, il regime politico
mantenne il suo carattere di “democrazia imperfetta”, con forti elementi di
“imperfezione” (che sono giunti a volte a qualificarla piuttosto come
“dittatura imperfetta”), quali un sistema elettorale che assicura alla
destra di disporre in concreto della stessa quantita’ di rappresentanti
della Concertacion de Partidos por la Democracia, anche se la sua quantita’
di votanti e’ proporzionatamente minore, al punto da rendere quasi
impossibile alla sinistra fuori della Concertacio’n di ottenere
rappresentanti; l’istituzione di senatori designati e vitalizi (come lo
stesso Pinochet dal 1998) che spostano l’asse decisamente verso destra e
verso il senato gia’ di per se conservatore, impedendo qualsiasi riforma
legale o costituzionale di fondo o di tenore progressista; l’inamovibilita’
dei comandanti in capo delle forze armate, solo per citare i fatti piu’
macroscopici.
Dal punto di vista economico, la continuita’ si manifesta ancora piu’
drasticamente nel riconoscimento quasi unanime del “successo” economico del
modello creato dalla dittatura, da parte delle forze politiche principali.
Il “miracolo cileno”, reso possibile dall’applicazione di riforme
strutturali dell’economia, fu applicato senza possibilita’ di opposizione
organizzata e solida da parte dei sindacati e dei movimenti sociali nei
periodi di maggiore repressione e negli anni novanta passo’ abbastanza bene
come idea da imitare in diverse parti del globo. L’altra faccia della
medaglia, poche volte segnalata da chi promuove l’idea che siamo i “giaguari
dell’America Latina”, mostra il lato meno presentabile e piu’ feroce del
neoliberalismo, con un divario che aumenta fra ricchi e poveri (nel 1996 il
20% della popolazione con i redditi piu’ bassi ottenne il 3,9% del reddito
totale, mentre il 20% della popolazione piu’ ricco ne ottenne il 57,1%,
secondo i dati dell’Inchiesta CASEN del ‘96), precarizzazione crescente del
lavoro (dal 18% di lavoratori senza contratto scritto nel 1990 al 24,7% nel
1998, dal 16% al 36% di aumento del personale in subappaltato fra il 1997 e
il 1998, il 71% di contratti temporanei nel 1998, secondo i dati della
Direccion del Trabajo), aumento della disoccupazione (10% nel 1987, 5,7% nel
1996, 10% nel 1998, e piu’ del 15% nel 1999), una legislazione lavorativa
che nella sua essenza e’ la stessa istituita dalla dittatura negli anni ‘70
e che indebolisce la capacita’ di organizzazione e contrattazione dei
lavoratori. Un discorso a parte merita il sistema previdenziale e sanitario
delineato dai militari ed ancora vigente, vera ciliegina sulla torta dell’
economia cilena, grazie alla quale tutti i lavoratori versano
obbligatoriamente un 20% del proprio salario ad enti amministrativi di
carattere oligarchico che gestiscono questi fondi senza nessun controllo da
parte dei loro proprietari - i lavoratori -, investendo in affari tanto
redditizi da aver portato, soltanto agli enti amministratori dei fondi
pensione (Administradoras de Fondos de Pensiones, AFP) utili per 808 milioni
di dollari fra il 1982 e il 1998, utili che solo nel primo semestre nel 1999
hanno raggiunto i 85 milioni di dollari. Il principale merito di questo
singolare modellino e’ che, cosi’ come si sta applicando oggi, solo una meta
’ dei lavoratori contribuenti otterra’ qualche tipo di previdenza quando
terminera’ la propria vita lavorativa, e che una quarta parte di questo
totale otterra’ la pensione minima (equivalente a circa 130 dollari al
mese). Soltanto una quarte parte dei 6 milioni dei contribuenti attuali
otterra’ una pensione superiore alla minima (dati rivelati dall’ingegnere
industriale Manuel Riesco, del Centro de Estudios Alternativos, nel Rapporto
sullo Sviluppo Umano nel Cile, PNUD, 2000).
Tornando al tema dei diritti umani, l’accettazione acritica del presunto
“successo economico” declamato dalla destra piu’ pinochetista fino ai
settori maggioritari del socialismo cileno, fu funzionale alla tendenza
crescente di presentare le violazioni dei diritti umani commesse durante la
dittatura come lamentevoli eccessi che non risposero ad una politica
centrale e sistematica, e che, in ultima analisi, sarebbero un piccolo
prezzo da pagare per la nostra stabilita’ economica e la crescita sostenuta.
Questo processo di perdita dell’importanza attribuita al tema crebbe durante
il governo di Eduardo Frei (1994-2000), meno sensibile a questi temi dei
suoi precedenti. Come esempio, mentre Aylwin creo’ la Comisio’n de Verdad y
Reconciliacio’n, che compilo’ il “rapporto Retting” (nel quale si riportano
testimonianze e fatti relativi a situazioni di violazione dei diritti umani)
con carattere di verita’ ufficiale e inconfutabile, e chiese perdono a nome
dello Stato alle vittime, Frei fu restio a ricevere a La Moneda i
rappresentanti dei famigliari dei detenuti desaparecidos.
In piu’, in tutti i campi sociali e economici Frei dimostro’ di essere piu’
a destra di Aylwin, e in pratica il sistema politico cileno e’ in una
situazione tale che la Concertacio’n si limita a amministrare un sistema
progettato dal governo militare, ed e’ costantemente sottoposta a pressioni
da parte della destra politica, al punto che non e’ eccessivo parlare di una
specie di co-governo nel quale la destra gioca un ruolo decisivo. La
giustizia “nella misura del possibile” divento’ “giustizia minimale”,
soprattutto per la tendenza conservatrice dei giudici e per l’esistenza
della legge di Amnistia del ‘78, che non e’ stata abrogata nonostante si
tratti di una vergognosa auto-amnistia, approvata coi metodi legislativi
propri della dittatura. Solo attraverso una reinterpretazione di tale legge,
e cioe’ considerando che essa non impedisce di investigare sui fatti e
stabilire i responsabili, si e’ riusciti negli ultimi anni a fare qualche
passo in avanti nella direzione di un chiarimento di alcuni fatti
riguardanti i militari. In ogni caso, l’enfasi maggioritaria a livello di
cupola politica e’ data nel chiarimento delle sorti dei desaparecidos, non
nell’applicare la giustizia.

La detenzione di Pinochet, il suo ritorno e lo scenario che si prefigura
Questa era la situazione in cui versava la societa’ cilena fino alla fine
del 1998, quando si produsse la sorprendente detenzione di Pinochet. Per
completare un po’ meglio il panorama bisognerebbe aggiungere alcuni dati
riguardanti il contesto sociale cileno, poiche’ sono fattori chiave per
comprendere le reazioni suscitate. In generale, si puo’ dire che nel
panorama degli anno ‘90 si produsse simultaneamente e progressivamente una
radicale spoliazione politica della societa’ e la riduzione al minimo delle
sue capacita’ organizzative, di domanda e risposta di fronte a situazioni
che riguardano l’insieme della collettivita’ e ogni classe o settore
specifico.
Le ragioni di questo processo sono difficili da spiegare, pero’ certamente
confluiscono qui fattori come la perdita di prestigio della politica
tradizionale, la stanchezza e la disaffezione di gran parte del corpo
militante attivo degli anni ‘80, l’interesse sempre piu’ grande della gente
comune a partecipare solo attraverso il consumo (si e’ rilevato che la
classe media cilena e’ indebitata tre volte le sue possibilita’ di solvenza,
a causa di crediti che si offrono alla portata di tutti), il timore
inculcato dall’alto all’inizio degli anni 90 - con il beneplacito di gran
parte della sinistra - in base al quale qualsiasi movimento significava
contrastare la democrazia e spianare il ritorno ai militari. Un fattore
centrale in qualsiasi analisi della societa’ cilena attuale e’ costituito
dal ruolo preponderante nella “creazione” dell’opinione pubblica dei mezzi
di comunicazione di massa, che non solo appartengono ad un ridotto gruppo
elitario, ma che anche, a livello di TV, radio e stampa, mostrano un’
uniformita’ che diventa uno dei principali strumenti di appiattimento del
dissenso e di imposizione di una lettura della realta’ tutta al servizio del
potere economico. I mezzi alternativi, politici o culturali, quasi non
esistono, e i pochi che restano si trovano isolati e deboli nel mare del
mercato.
Questa situazione, che e’ comune ai contesti del capitalismo attuale in
quasi tutto il mondo, e’ un ostacolo importante per qualsiasi corrente
politica rivoluzionaria, ed e’ tanto potente da influire anche su settori
provenienti dal medesimo sistema dominante, che pretendono una maggiore
democratizzazione e partecipazione collettiva. Alla fine del 1998 la
detenzione di Pinochet a Londra ci sorprese tutti. In effetti, in queste
condizioni, molti gia’ avevamo rinunciato a immaginare una possibilita’ di
giudizio e condanna del dittatore, che in Cile era venerato dalla destra e
che incontrava un’ampia tolleranza da parte delle altre principali forze
politiche, che cercavano di farlo passare, nel peggiore dei casi, per una
ambigua figura del passato, che in ogni caso aveva avuto il merito di averci
condotto al progresso economico.
Per la sinistra, si tratto’ di un regalo cui quasi non poteva credere; per
il governo e la destra fu come essere raggiunti da una secchiata di acqua
fredda, che minacciava di esporre piu’ del dovuto la sua “democrazia” e di
rompere il precario equilibrio su cui questa si reggeva. Ci fu anche un
moderato entusiasmo popolare, nel contesto gia’ descritto di poca capacita’
di mobilitazione a livello di massa. Nel campo dei sostenitori di Pinochet,
si arrivo’ a gradi di violenza fascistoide impressionanti, con attacchi all’
ambasciata di Inghilterra e di Spagna e contro tutti i giornalisti che
sembravano provenire da questi paesi, minacce di morte a personaggi della
sinistra, in un quadro di mobilitazione permanente in certi punti dei
quartieri bene di Santiago.
L’impatto della detenzione di Pinochet e del suo possibile processo in
Spagna fu tanto grande che improvvisamente tutti riconobbero il fatto che la
transizione non era ancora terminata, che doveva ancora essere risolto il
problema dei detenuti desaparecidos, ecc. L’aspetto piu’ significativo - che
ora il governo e la destra cercano di far dimenticare - e’ che si concordo’
sul fatto che Pinochet poteva e doveva essere giudicato in Cile, e nessuno
sostenne la sua innocenza, neppure i suoi difensori piu’ scatenati. Cosi’,
il tema dei diritti umani divento’ nuovamente un argomento di primo piano
nel dibattito politico nazionale. Gli avvocati dei diritti umani usarono la
strategia di approfittare di questa nuova situazione per procedere il piu’
possibile nei casi in cui Pinochet compariva come imputato, al punto che
oggi le denuncie a suo carico sono piu’ di cento.
Cio’ che colpisce, e che per la stampa e l’opinione pubblica straniera e’
difficile da capire, e’ che il governo decise senza titubanza alcuna di
esporsi per difendere Pinochet e farlo tornare. Per cercare di capire questo
fenomeno, cosi’ come anche l’appoggio di settori considerevoli della
popolazione a questa politica, bisogna tener conto dello scenario gia’
descritto sopra, di apatia, immobilismo politico e sociale, e considerare l’
aggressiva campagna dei mezzi di comunicazione tendente a convertire il tema
in un problema di attacco alla sovranita’ nazionale del Cile da parte dei
“colonialisti” inglesi e spagnoli. A cio’ e’ bene aggiungere i risultati
conseguiti dallo sforzo di “ripulitura” dell’immagine di Pinochet durato per
tutti gli anni ‘90 e il martellante discorso riguardante la necessita’ di
difendere cio’ che si e’ conquistato in questi anni. In questo frangente si
e’ potuto assistere a un avvenimento che negli anni ‘80 mai avremmo
immaginato: socialisti che difendono chi assassino’, torturo’, esilio’ e
incarcero’ tanti compagni e compagne provenienti dalle sue stesse fila.
Questo fenomeno sembra piu’ comprensibile in un’ottica di psicologia di
massa o sociologica, ma dal punto di vista politico si puo’ solo segnalare
che si tratta di una lezione su che cosa puo’ arrivare a fare la
socialdemocrazia moderna per difendere i suoi interessi.
In questo momento, il panorama e’ incerto. Chi assicuro’ a tutto il mondo
che Pinochet sarebbe stato giudicato in Cile non si e’ neppure preoccupato
di smentirsi, pero’ la realta’ indica che il cammino della revoca dell’
immunita’ e quindi del processo e’ abbastanza difficile (bisogna ricordare
che Pinochet, in virtu’ di un meccanismo che ha creato lui stesso, e’
senatore a vita in quanto ex-presidente). Mentre scrivo, gia’ la Corte de
Apellaciones ha ricevuto gli allegati dell’accusa e della difesa, allegati
che la Corte Suprema proibi’ fossero resi pubblici, argomentando che questo
costituirebbe una sorta di processo morale a Pinochet e al suo governo. Si
aspetta il pronunciamento per gli ultimi giorni di maggio. I piu’ realisti
segnalano che ottenere la revoca dell’impunita’ sarebbe una vittoria morale
per l’accusa e che dovremmo accontentarci di cio’, poiche’ andare piu’ in la
’ e’ difficile sia per ragioni giuridiche sia per ragioni di pragmatismo
politico. Lagos e il governo insistono che questo e’ un problema giuridico,
non politico, e i militari manifestano apertamente la loro “inquietudine”.
Qualunque sia la decisione della Corte de Apellaciones, sembra comunque
chiaro che poi la Corte Suprema tendera’ a favorire Pinochet (il suo
conservatorismo estremo, l’adesione alla opera della dittatura e la
complicita’ passiva nella violazione dei diritti umani sono un dato di
fatto). Per ora non ci resta che sperare e raccontare la verita’ al mondo,
perche’ il governo cileno l’ha rinnegata. In ogni caso, questo processo si
riferisce ai casi di sequestro e assassinio conosciuti come “la caravana de
la Muerte”, e di fronte a un risultato sfavorevole le organizzazioni dei
diritti umani continueranno col resto dei casi, facendo tutti gli sforzi
possibili. Lo scenario, al di la’ delle difficolta’ sopra menzionate, e’
migliore di quello di un paio di anni fa, e ancora risuonano le grida di
massa che in occasione delle feste scoppiate per il trionfo di chiedevano:
“Juicio a Pinochet!”

Julio Cortez, avvocato, militante marxista cileno