DEDICATO A CARLO
CON RABBIA
Sotto le luci accecanti della ribalta mediatica qualcosa non
ha funzionato! Lo spettacolo ha spezzato il suo ritmo, s'è
infranto il suo flusso fascinoso: gli attori hanno strappato il
copione laboriosamente allestito da folte e variegate schiere di
aspiranti burattinai ed hanno preso a recitare a soggetto.
L'indistinta moltitudine che affollava la scena s'è dissolta
nella riemersione di una coralità di protagonisti refrattari a
qualsiasi regia preconfezionata. La farsa di un conflitto
simulato s'è dissolta di fronte alla tragedia di una morte
autentica e di un autentico e non patteggiabile terrore di stato.
E il conflitto s'è fatto realtà. C'è ora il rischio
che la
lunga disabitudine alla concretezza del reale e, soprattutto, ad
una interrelazione con esso non coniugata nel lessico di una
asfittica, dolorosa autoreferenzialità, ci interdica la
possibilità di un effettivo riconoscimento di questo decisivo
scarto dimensionale. Dopo vent'anni e più di traversata nel
deserto dell'atomismo sociale, dobbiamo essere in grado,
finalmente, di riconoscere oggi il farsi realtà di ciò che sinora
eravamo stati sempre costretti a disvelare faticosamente, di
volta in volta, come un ennesimo evanescente miraggio.
Se Seattle, come scrivemmo a caldo, è stata <<il
materializzarsi ancora una volta del fantasma rosso che
definitivamente evoca scenari di alterità radicale, ormai
inscritti nell'orizzonte del possibile>>, Genova sancisce il
primo manifestarsi di un nuovo movimento di massa che, pur ancora
aggregatosi prevalentemente sul solo piano dell'immaginario e
delle coscienze, già prelude ad un ormai prossimo radicamento
materiale dentro quelle ben concrete ed inamovibili
contraddizioni che Monsieur le Capital non riesce più a gestire
in alcun modo. Come a Napoli, più che a Napoli, la metropoli,
spazio archetipicale dell'astrattizzazione reale del capitale
totale, si è fatta luogo di concreta ricomposizione sociale.
E' questo segnale che han saputo leggere lor Signori con
Cavaliere a seguito, sia pur come semplice scudiero. A Genova la
grande assente è riapparsa, la lotta di classe ha riattivato
l'orologio della storia che si pretendeva bloccato
nell'eternizzazione di questo presente di merda. Come ha suo
malgrado compreso anche l'omuncolo di Arcore, questo movimento
nega il modello stesso della "società occidentale", la sua
"filosofia". Non chiede nulla ad alcuno, dunque, e non cerca
legittimazioni di sorta: semplicemente impone la propria
presenza, riprende la parola, pratica il proprio rifiuto. Per ora
tale autodeterminazione si articola soprattutto sul piano
simbolico/comportamentale, ma l'autoriconoscimento determinatosi
già in questo primo passaggio restituisce visibilità piena a
tutti coloro che, a livello mondiale, costituiscono quel
"fastidioso inconveniente" che il G8 pretenderebbe semplicemente
rimuovere, sia pur magari con una manciata di spiccioli:
l'immenso proteiforme corpo del proletariato universale, il vero
convitato di pietra delle giornate genovesi!
Ora la posta in gioco non può più attestarsi sul livello di un
rivendicazionismo comunque di necessità ascrivibile ad un ambito
di compatibilità di sistema, ma deve saper essere rilanciata su
un piano di alterità qualitativa globale.
Non siamo noi a dirlo, ma lo impone il comportamento del nostro
avversario, nel momento in cui ha infine deciso di infrangere
ogni pur residua regola di quel perverso gioco in cui è riuscito
ad ingabbiare sino ad oggi il proprio antagonista: il circuito
della rappresentanza democratica e della mediazione politica.
E' inutile e stolto gridare "vergogna" a chi ti sta fracassando
le ossa a manganellate e pistolettate! E poi, vergogna in nome di
quale supposta etica? La loro è da sempre solo quella del
profitto. Ed a Genova è iniziata la definitiva demolizione delle
cosiddette "garanzie democratiche", concesse solo in forza delle
lotte e del sangue proletario, riconoscimento "giuridico"
dell'esistenza del proletariato stesso, ma anche autentica
"foglia di fico", dietro cui ogni volta tentare la
compatibilizzazione per via istituzionale del conflitto di
classe. Per mano del fido scudiero di Arcore, l'Italia sta
diventando il laboratorio sperimentale della nuova forma-stato,
funzionale ai rapporti di forza che vanno materialmente
modificandosi su scala planetaria, a tutto svantaggio della
"tranquilla" dinamica di un mercato che si voleva "supremo
regolatore armonico" di un mondo finalmente omologato in suo
nome, e che invece sta scatenando reattività impreviste ed
irrefrenabili.
Si tratta di una fase di transizione/destabilizzazione
assolutamente esiziale per il dominio capitalistico e sarebbe
altrettanto esiziale per noi non saperne cogliere le intrinseche
aporie, rilanciando in avanti una critica coerentemente radicale,
all'altezza dell'effettivo e definitivo deterioramento di
qualsivoglia "dialettica democratica" conseguente a tale "salto
di qualità" del regime di disciplinamento sociale, che sta
venendo sperimentato sulla nostra pelle. Come sempre non sta a
noi assolutamente farci carico della ricerca di un ennesimo,
mistificatorio "nuovo compromesso sociale": questo è semmai
un
problema di lor Signori, come ben comincia ad intuire qualche
illuminato "consigliori" di regime. A noi compete lo sforzo di
saper riconoscere il nuovo soggetto che avanza sulla scena della
storia e di rilanciare in avanti con forza , dentro la
concretezza della sua azione diretta di massa, l'opzione
comunista libertaria.
Ciò, nella salda consapevolezza che il nostro stesso ruolo di
rivoluzionari deve essere ogni volta riverificato nella ricerca
operante di un'internità reale rispetto al terreno del conflitto
sociale!
Come abbiamo scritto appena alla vigilia delle giornate
genovesi <<la virtualità non è altro che la virtù
di chi oggi si
accontenta di compromessi al ribasso, perché non sa guardare
avanti. Non abbiamo bisogno di mettere in scena alcuno
spettacolo, fosse anche quello della rivoluzione. Ciò di cui
abbiamo necessità è molto più simile ad un lungo carnevale,
nel
senso originario del termine: un agire collettivo, gioioso e
drammatico al tempo stesso, in cui non c'è distinzione tra attori
e spettatori, in cui è la vita stessa che mette in scena una
propria forma altra più libera, in cui tutti sono coinvolti e
sono obbligati ad autopercepirsi in modo rovesciato>>.
Ebbene, in tale agire collettivo non vi sono spazi di manovra
per i "professionisti" della mediazione politica. La pratica di
massa sul terreno dell'azione diretta già di per sè autodetermina
i primi passaggi di un processo di riagglutinazione, che prelude
alla fusione di un nuovo movimento di massa a struttura
soggettiva. I cantori di un gradualismo prudentemente
programmato/concordato, come sempre in momenti siffatti, son
destinati a venir spazzati via dal flusso ricompositivo
dirompente del nuovo soggetto collettivo rivoluzionario.
Questa è la tendenza reale che a Genova si è concretamente
e
definitivamente espressa fuori e contro gli infiniti, patetici
tentativi di un suo reincanalamento/disciplinamento nelle forme
di una protesta intesa ancora e sempre come mera testimonianza,
tanto "ragionevole" quanto impotente. La "ragionevolezza",
in
ultima istanza, tende sempre ad inchinarsi ed uniformarsi
all'unica razionalità egemonica del presente, quella del potere
costituito che tende a garantire la sua propria sopravvivenza. Da
sempre l'irrompere della ribellione ha suscitato scandalo ed
orrore fra tutti coloro che di tale potere erano comunque in
qualche modo partecipi e complici.
Guai a noi tutti se ci lasceremo trascinare nella perversa
spirale di una ragionieristica smania di ricercare fantomatiche
distinzioni fra i mille modi di espressione della pratica di
massa di questa nuova, nascente ondata di conflittualità sociale.
Nel grande magma di essa, che sta cominciando ad erompere,
dovranno sapere dialetticamente coesistere le mille e mille anime
di quella volontà di lotta e cambiamento che va ricercando le
proprie specifiche modalità di espressione, dopo lunghi anni di
ammutolimento sotto il peso dell'epocale sconfitta dei mefitici
"ottanta". Tutti noi dobbiamo riacquistare la capacità di
interagire in una dialettica interna al movimento.
Tutti, nessuno escluso.
La pratica del black bloc - tanto per non glissare sul problema
che sembra assillare i più dopo le tre giornate di Genova - è
nata nel deserto dell'atomismo sociale degli anni passati e in
particolare dentro quegli spazi metropolitani che di esso
costituivano la più estrema materializzazione. Questo tipo di
azione diretta estremamente mobile ed incisiva, esercitata da
piccoli gruppi, era funzionale a quel contesto: massimizzazione
del risultato, a fronte di una condizione di ghettizzazione
estrema e di forte preponderanza numerica delle forze
dell'apparato repressivo. Chi l'ha praticata non ha finora avuto
il problema di interrelarsi con un movimento di massa, per il
semplice fatto che non esisteva. Ma ora non è più rinviabile la
ricostruzione di un pervasivo senso di solidarietà comunitaria,
dentro le fibre più profonde del nuovo soggetto collettivo che va
autodeterminandosi. A Genova, per esempio, in nome di una
consolidata abitudine a selezionare attentamente gli obiettivi da
colpire (banche, multinazionali ecc.), alcuni gruppi del black
bloc non hanno approvato i danneggiamenti indiscriminati operati
da altri spezzoni di cosiddette tute nere. Essi hanno perciò
semplicemente fatto i bagagli e se ne sono andati, in una sorta
di rassegnata defezione. Questo atteggiamento, perfettamente
coerente nella logica del piccolo gruppo, non è più adeguato nel
contesto di un movimento di massa in cui tutti sono responsabili
del comportamento collettivo e in cui tutti devono rendere conto
dei loro comportamenti alla collettività del movimento.
Come abbiamo già sottolineato, a questa logica di solidarietà
unitaria non può sottrarsi nessuno, neanche il pacifismo non
violento.
Le sue pratiche non sono per noi condivisibili, ma sicuramente
rispettabili e, di più, in un periodo in cui il sociale latita,
possono anche avere una giustificazione operativa: acquisire
visibilità e consenso senza spingere il livello dello scontro ad
un'intensità che non si può reggere. Oggi, però, la situazione
è
diversa da come si è presentata negli ultimi venti anni: si sta
manifestando infatti un nuovo movimento ed esso impone ai
comunisti di attestarsi sul livello più alto del conflitto in
corso.
Chi vuole però continuare su quella via deve poterlo fare e
tutto il movimento si deve fare carico di questo diritto, cosa
che a Genova sicuramente non è avvenuta, in particolare durante
le azioni di alcuni (e sottolineiamo alcuni) gruppi del black
bloc. Non ci si può comunque nascondere dietro un dito, nè dietro
le insulse demonizzazioni della serie "psicopatici bastardi": le
"garanzie" che su questo terreno si possono offrire a chi opta
per una radicale pratica non violenta hanno dei limiti. E questi
limiti sono ineluttabilmente imposti dalla violenza dello stato
che, come Genova ci ha brutalmente ricordato, colpisce tutti
indiscriminatamente perché tutti, in un soggetto collettivo di
massa, rappresentano degli "inconvenienti" potenzialmente non
riassorbibili nelle compatibilità di sistema: a Genova, il
diritto di manifestare pacificamente è stato calpestato solo
dalla violenza assassina dello Stato!
Un discorso a parte merita poi (anzi, demerita) il simil-
gandhismo dell'ultima ora, condito da azioni spettacolari con
tanto di scontri di piazza simulati e concordati.
Questo copione, infatti, contiene in sé un livello tale di
mistificazione da non poter essere accettato in alcun modo. Pur
dando fondo a tutta la nostra tolleranza non riusciamo ad
ammettere il comportamento di chi ha strombazzato ai quattro
venti che si sarebbe cercato, con tutta la determinazione
possibile, di violare la zona rossa, quando si sapeva
perfettamente che questo obiettivo sarebbe stato praticabile
soltanto con la graziosa accondiscendenza degli sbirri. A meno di
non credere alla favole sulla neutralità dello stato, la
tolleranza dell'apparato poliziesco si può ottenere solo quando
non si costituisce una minaccia per l'"ordine costituito". Se il
pericolo viene percepito invece come concreto, ogni accordo
preventivo è una pura illusione, nel migliore dei casi, una
trappola per i gonzi, nel peggiore.
Non si tratta di irresponsabile massimalismo, ma di lucido
pragmatismo: anche chi si volesse limitare alle mere riforme,
unico orizzonte politico che la miopia dei "grandi leader" di
movimento riesce a concepire, dovrebbe tenere a mente
l'ammonimento di Marx secondo cui esse si possono ottenere <<non
con la debolezza dei forti, ma con la forza dei deboli>>.
E questo non è tutto.
Perché non possiamo neanche accettare il fatto che gli stessi
gandhiani dell'ultima ora, autonominandosi paladini e protettori
dei manifestanti pacifici e non violenti, si sono arrogati il
diritto di imporre, dall'alto, la loro prassi come livello
massimo dello scontro. L'unico modo per prescrivere questo limite
(e si è già visto in occasione della street parade romana di un
anno fa) è quello di utilizzare la forza fisica: singolare
contraddizione, invero, per chi predica la necessità di agire
pacificamente nei confronti dell'avversario!
D'altro canto, non ci si può meravigliare più di tanto, visto
che, negli anni Settanta, non pochi fra gli attuali "leader
pacifici" sono andati ben al di là del livello di autodifesa
autonomamente approntato dal movimento (comunque assai più
"pesante" dell'equipaggiamento esibito del tanto vituperato black
bloc), cercando di imporre terreni e modalità di scontro affatto
estranei al soggetto collettivo di allora.
Ieri da "sinistra" oggi da "destra", gli eterni lupi
della
politica professionale, sebbene adesso travestiti da agnelli,
sembrano proprio aver perso molto pelo, ma non il vizio di voler
surdeterminare le logiche del movimento. E in queste logiche
rientra, da sempre, l'utilizzo di strumenti di difesa presi
dall'armamentario degli oggetti della vita quotidiana, del lavoro
e dell'arredo urbano all'uopo divelto. Chi parla di
militarizzazione a proposito delle frange più agguerrite dei
cortei di Genova, si faccia un piccolo ripasso sulla storia dei
movimenti. Il vero salto mortale, l'autentico punto di non
ritorno si verifica quando dalle "armi improprie" (gli oggetti e
gli arredi di cui sopra) si passa alle "armi proprie", quelle che
sparano. Questo passaggio fu scelleratamente tentato negli anni
Settanta, quando le brigate rosse e alcuni loro emuli più
movimentisti cercarono di adeguarsi alla "geometrica potenza di
fuoco" degli apparati repressivi dello stato.
Oggi, tutti siamo chiamati a vigilare attentamente, affinché la
stupidità del passato non ritorni con il suo perverso intreccio
di convergenze/connivenze oggettive (quando non peggio!),
rispetto al fetido scontro intercapitalistico, allora articolato
in quella guerra fredda che per lunghi decenni ha travagliato le
province di frontiera, strette fra i due blocchi imperiali: il
dominio è oramai unificato, ma non per questo al suo interno è
cessato il cupo clangore di spade che da sempre soprassiede, come
extrema ratio, alle dinamiche del potere.
Ma in questo compito nessuno è autorizzato a calunniare come
"infiltrato" chiunque persegua comportamenti di piazza differenti
dai suoi: anche i pacifisti, in questa logica paranoica,
potrebbero venir sospettati di essere infiltrati del Papa, ora
che pure lui si è convertito al gandhismo, dopo duemila anni di
violenza persecutoria e guerrafondaia. E comunque suggeriamo
sommessamente di non riservare eccessiva attenzione a oggetti
simili a quelli che sono stati rinvenuti nel terribile arsenale
scoperto durante le irruzioni della polizia, anche se un po' di
cautela ci sentiamo di raccomandarla pure noi: cazzo compa', i
coltellini svizzeri da campeggio se vanno negli occhi possono far
male!
I "dannati della terra", gli invisibili si riaffacciano sul
proscenio di una storia che si pretendeva finita
nell'eternizzazione di un presente da cui essi erano stati
drasticamente rimossi. I trecentomila di Genova si sono ripresi
la scena, sono tornati protagonisti reali, anche nella
consapevolezza di questa immensa forza umana che ne supporta e
fonda la ritrovata capacità di rifiuto radicale dell'esistente.
E le centinaia di migliaia che subito dopo hanno invaso le piazze
di mezza Italia con la propria rabbia, contro un dispotismo di
classe definitivamente disvelatosi in tutta la sua proterva
ferocia sin dentro il cuore stesso del "privilegiato mondo del
benessere", hanno di fatto rilanciato la posta, "sparigliando"
finalmente la partita: ora il "gioco" è di nuovo in mano nostra,
non permettiamo all'avversario di riprenderselo.
Non concediamogli respiro, non concediamogli la chance
dell'ennesima "ripulitura di facciata". Rispediamo al mittente
qualsiasi tentativo di nuovo "ragionevole patteggiamento".
La posta sul tavolo ora la dobbiamo saper imporre noi, e non può
che essere estrema: l'utopia concreta del comunismo!
Vis-à-Vis
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