CENSURA IN CASA DI RIFONDAZIONE
FULVIO GRIMALDI. Articolo da Belgrado
non pubblicato.
Articolo del 7/10/00
BELGRADO.
Curioso come l'essere umano possa vivere un cataclisma e il giorno dopo muoversi, parlare,
ridere, lavorare, giocare, come sempre. Semmai un po' stordito, come mi appare stamane la
gente che se ne va per Belgrado. Tutto è cambiato, ma l'uomo resta inchiodato ai binari
della sua normalità. Una forza? Una carenza? In ogni caso permette di sopravvivere. Un
fatto è certo: l'euforia, il giubilo, ma anche la collera sono solo dentro ai cortei.
Fuori, nello spazio della vita che continua, non ci sono.
Belgrado si è svegliata al suo tran tran di sempre, di giorno niente manifestazioni,
assedi, qualche rappresaglia sì però, un negozio devastato, sedi di giornali governativi
spazzati o incendiati, tappati in casa gli sconfitti, pieni di paura e bersagli di minacce
telefoniche di morte (soprattutto a sindacalisti), disoccupati ai caffè come sempre, o
sui marciapiedi a vendere residuati di benessere, impiegati frettolosi verso gli uffici
(ci sarà ancora? Avrò ancora il mio posto?), operai alle fabbriche rabberciate del
dopo-bombe dove oggi è giorno di paga e la distribuisce il sindacato indipendente, quello
del 3-4%, insieme a un modulo imperativo di iscrizione.
Il mio risveglio è stato accompagnato dalla stonatura, per me almeno, dell'entusiasmo
paradossalmente universale del mondo occidentale che, con ogni buona volontà, non riesco
a condividere guardando in faccia gli amici, i compagni di qua. E vi giuro che si trattava
di comunisti insoddisfatti già prima, di sindacalisti, non di "scherani di
Milosevic". C'è stata l'apparizione, tra lo ieratico e lo spettrale, di Slobodan
Milosevic che riconosce la sconfitta e si propone - suggerimento russo - a leader della
nuova opposizione, visto che nei parlamenti federale e serbo la sua è tuttora una
legittima e forte maggioranza.
Da tutti gli schermi - un coro senza più eccezioni a favore del nuovo potere - cola una
soddisfazione un po' proterva, con i tamburellatori di Otpor, con la maglietta che dice
"G17" (gli economisti dell'indirizzo thatcheriano), che aprono ogni
telegiornale. Si alternano, graditi ospiti, i Clinton, i Blair, gli Schroeder, i Cook
(virulento come sempre), una vampiresca Albright e tutto il resto della compagnia della
brutta morte (per la Federazione jugoslava extra-Nato).
Il bassotto Nando ed io abbiamo, tra altre mille, una cosa in comune: sospettiamo,
annusiamo che perlopiù l'amico dei nostri nemici e nostro nemico, o, meglio, che il
nemico dei nostri amici è nostro nemico. Kostunica difende la serbità? Benissimo, ce
n'è bisogno.
Ma Kostunica è anche un capitalista liberista e monarchico (vedere il suo programma,
peraltro stilato dall'ultrà Djindjic, e dal "gruppo dei 17" iperliberisti come,
pare, i suoi discorsi) e questo, nell'era della globalizzazione imperiale non si concilia
molto con alcun nazionalismo che non sia difesa dell' identità, folklore, fanatismo
etnico. Capitali stranieri, proclamano Otpor e il G17, avanti marsch! Lo dicono anche
nelle interviste ai speranzosi giornali europei di sinistra. Significa che per tutto il
paese varrà la legge del FMI, del WTO, della BM. Sul modello delle telecomunicazioni a
suo tempo per metà cedute a Telecom Italia. Risultato: un dirigente intasca 50.000
dinari, un operaio 2000. Esito della partita: 25 a 1.
Sarà così alla Zastava, domani non più autogestita e a cui un futuro di bassi salari e
alti investimenti stranieri è stato appena promesso da Otpor, dove invece si giocava col
punteggio fisso di 5 a 1. E' vero, anche alla Zastava hanno scioperato, causando shock e
delusione tra molti. Ma sono rimasti in fabbrica, non si sono uniti a nessun corteo e
dichiaravano di scioperare perché la si facesse finita con la giostra dei risultati
elettorali. Anche quella condotta dalla DOS.
Gli schermi filo-occidentali imperversano. Altra meraviglia da Far West: il Dipartimento
di Stato ribadisce la taglia di 5 milioni di dollari per chi cattura o ammazza Milosevic.
Poi Clinton e compari, si prodigano, però, in espressioni di affettuosità per "il
povero popolo serbo che tanto ha sofferto", mica per le bombe, l'uranio, l'embargo,
ma perché trascinato dal "dittatore" in dieci anni di guerre, tutte perse (ed
è questo il rimprovero che gli fanno dalla piazza. Solo Otpor insiste sulla
"repressione" e sulla "dittatura", sotto la quale, peraltro, ha
operato, con lo stesso personale, fin dai tempi di Zajedno). E pensare che, prima, erano
tutti un branco di feroci aggressori e pulitori etnici, da colpire senza pietà con 40.000
tonnellate di esplosivo. Quanto tempo è passato da quando i capi e i sicofanti delle
"grandi democrazie" facevano tracimare la cattiveria di "Hitlerosevic"
(che presto, vedrete, verrà sepolto da nuovi scandali ed orrori, sul tipo delle ormai
dimenticate mistificazioni di Racak, Sarajevo, fosse comuni,ecc.) su tutto il popolo
serbo. E il "bagno di sangue" che il regime avrebbe allestito in caso di
rivolta? Oggi l'unica violenza è quella esercitata dagli epuratori democratici, a
esercito e polizia sull'attenti. C'è mai stata una transizione, un rovesciamento totale
così indolori?
Riflette il vice-ministro degli esteri, Zoran Novakovic, ancora al suo posto e che forse
ci rimarrà, sempre che una fazione del Partito socialista del Montenegro, quella di
Predrag Bulatovic, non passi con i vincitori. "Quando le stesse forze di oggi scesero
in piazza per settimane, nel 96-97, cioè in piena dittatura, come si dice, forse
Milosevic avrebbe dovuto dimettersi allora. Avrebbe salvato pelle, libertà, indipendenza,
conquiste sociale del paese e, forse, ancora un ruolo per sé. Chissà come ci sarebbero
rimasti i terroristi del Kosovo e la Nato e oggi il quadro sarebbe assai diverso. La
maturità democratica di questo paese, esaltata dal confronto con i macelli israeliani o
con i tanti golpe fascisti organizzati dagli USA, dal Nicaragua al Congo, dall'Iran di
Mossadeq all'Italia delle stragi, al Cile, viene ribadita dalle forze armate che si sono
messe agli ordini del nuovo potere. Decisione non proprio facile visto il nevrotico
accanimento dei giudici dell'Aja anche contro i comandanti dell'esercito.
Intanto su questo Kostunica che biasima la Nato e fa il serbista "buono" si
addensano le prime nuvole di origine atlantica.
Da Londra si insiste che il "dittatore" (un dittatore che ha permesso la
costituzione della più grossa quinta colonna mai vista in un paese assediato) venga
consegnato nelle grinfie della giudice Del Ponte o, quanto meno, lo si incarceri, processi
ed impicchi in Jugoslavia. Piacerebbe anche che facesse la fine di Dragoljub Milanovic,
direttore generale della TV di Stato, e del suo commentatore principale, ridotti in fin di
vita da una folla di picchiatori e poi "scomparsi" dall'ospedale. Qualche
osservatore, poi, incomincia ad arricciare il naso davanti ai pronunciamenti nazionalisti
di Kostunica e a consigliare di centellinare la rimozione delle sanzioni. Clinton non ha
forse detto ieri che gli USA, "ora men che mai si ritereranno dai Balcani; anzi si
impegneranno molto di più sia nella ricostruzione (che non si illudano gli europei! Ndr),
sia nel controllo democratico (quattrini agli amici, armate ai confini. Ndr)" E anche
Blair ha messo le mani avanti: "Il comunismo non sparisce in una notte. Sono oltre
due milioni ad aver votato per il comunismo. Ci vorranno anni per sradicarlo".
Ancora il sottosegretario Novakovic, che ha partecipato agli incontnri del ministro degli
esteri Boris Ivanov:"Se nonostante il pandemonio dei risultati elettorali e i pogrom
delle squadracce di Djndjic e di Otpor, è stata evitata la guerra civile, il merito va
anche ai russi che sono riusciti ad imporre a Djindjic l'accordo tra Milosevic e
Kostunica. La mediazione tra un Kostunica presidente e un Milosevic libero, incolume e
forse futuro interlocutore politico è tutta da ascrivere a Putin ed Ivanov che, in questo
modo, si sono assicurati il rispetto di entrambe le parti e, ancor più, del paese, mentre
in Europa non si faceva che abbaiare in coro con gli integralisti americani. Bisogna ora
vedere come reagiranno i vari burattinai alle spalle di un Kostunica totalmente privo di
una base organizzata, compreso il mafioso Djukanovic.
Non c'è modo migliore per capire chi siano queste masse affamate di Occidente che,
incontrastate, hanno rovesciato la Jugoslavia come un guanto, che immergersi in uno dei
loro cortei serali da l00.000 persone. Pare di stare in una di quelle fiumane al
fischietto e al clackson che animano i dopopartita di Roma o Lazio. Stasera sgorgano,
ricordando momentaneamente un'adunata giubilare, dalla cattedrale di Belgrado dove
Gaspodin Pavle II, il vecchio patriarca ortodosso, si è tolto dalle scarpe il
cinquantennale sassolone della laicizzazione della società, benedicendo Kostunica e tutti
coloro che lo seguono. Re, Chiesa e Famiglia sono i pilastri del programma di Kostunica. A
organizzare, lanciare le parole d'ordine, scorazzare con squadroni di moto o con auto che
inalberano bandiere serbe e icone della madonna, sono sempre i giovanotti, italianamente
griffati e cellularizzati di Otpor, reduci (ammissione loro) da una corso di 10 giorni a
Sofia condotto dalla CIA, oppure quei simil-naziskin del servizio d'ordine di Djndjic. Ma
nel grosso c'è davvero di tutto: moltissimi ragazzini sbrindellati delle periferie,
famigliole popolari, signore cotonate piccolo-borghesi, impiegati un po' lisi, lavoratori
in tute bisunte. Una striscia umana davvero interclassista.
Su tutto i vessilli di Otpor, ieri rossi, oggi neri.
Curiosi questi di Otpor che, sotto il loro pugno chiuso bianco, inneggiano al ritorno
dell'Occidente. Qualcuno di loro ha la maglietta della padovana Radio Sherwood. Le vetrine
infrante della boutique di Marko Milosevic (un negozietto di 70 metri quadrati, altro che
"catena"), le carcasse bruciate delle auto sotto il Parlamento, la sede della TV
ridotta in macerie, molte sedi del Partito Socialista incendiate, sono segni di collera
che contrastano con l'umore bonaccione di queste sfilate. Come le scritte sui muri della
celebre Kneza Mihaila, zeppa dei negozi delle firme italiane ed americane cui tutti
pensano di poter accedere domani, quando sarà arrivato il bengodi capitalista. Fino a
ieri si leggeva "Nato vaffanculo", "Clinton al bagno nel Danubio",
"Usa ci fai un baffo". Oggi:"Milosevic sparati", "Buongiorno
Mondo". Dappertutto il pugnetto di Otpor e una finta targa automobilistica addosso
alle persone o ai muri:"YU-24-09-00", la data delle elezioni.
La BBC manda in onda il ministro degli esteri Robin Cook. Quello che ha sempre detto di
volersi mangiare Milosevic in fricassea. C'è, sconcertante, un fuori onda in diretta.
Cook che fa le prove: "Il governo britannico riconosce Kostunica come capo del
governo. no, come capo dello Stato.Ma cosa diavolo è quest'uomo, capo del governo o capo
dello Stato?" Poi si ricompone e risbaglia:"Il nostro governo riconosce
Kostunica capo del governo jugoslavo". Già, è la regina Elisabetta fa invece il
premier.
Non siamo i soli ad avere una classe dirigente di cannibali da operetta.
Seduta per terra un'anziana, bella contadina in nero vende grandi e spampanati fiori di
carta. Da lontano un soffio di tramontana sostituisce gli onnipresenti Ramazzotti e Spice
Girls con il grido del grande Bora Djeordjevic. La sua è una voce malata, ventrale,
straziata, maledetta. Grida di "amata patria". Pare che il cantautore dei
"Riblia Ciorba" stia morendo in un mare di birra. Il canto si perde in un cielo
senza stelle.
Alle stelle sale solo l'inflazione. Il mercato valutario ha salutato l'arrivo del libero
mercato facendo crollare il dinaro da 28 per un marco dell'altro ieri, ai 42 di oggi. Il
latte è aumentato di tre volte. Lo stipendio medio resta inchiodato a 80.000 lire. Dei
settecento milioni di dollari stanziati dagli USA per la DOS negli ultimi due mesi,
neanche un cent è arrivato a chi non balla al suono delle stelle e strisce. Dalla
Zastava, stella polare per operai in mezzo mondo, arrivano notizie da brivido. Sputi e
schiaffi ai nostri compagni sindacalisti. C'è poco da ridere, Belgrado.
dal Bollettino di controinformazione del Coordinamento Nazionale
"La Jugoslavia Vivra'"