IL DIRITTO
ALL’AUTODETERMINAZIONE
DEL POPOLO BASCO
SOMMARIO
1-Il Paese dei baschi
2-La Costituzione
spagnola ed il diritto all’autodeterminazione
3-Il conflitto basco
attraverso la storia
4-La sinistra abertzale
tra nazione e classe
5-Note
1-IL PAESE DEI BASCHI
I
Paesi Baschi (Euskal Herria) sono un piccolo territorio a cavallo dei Pirenei
abitato appunto dai baschi, un antichissimo popolo con una propria storia
millenaria ed una specifica e ben sviluppata cultura, con una propria lingua,
l'euskara, antecedente tutte quelle parlate oggi nel continente europeo e non
imparentata con alcuna di esse; una nazionalità tutt'ora negata, colonizzata e
divisa, nonché pesantemente occupata militarmente dagli stati spagnolo e
francese.
Le
province basche del nord (Behenafarroa, Lapurdi e Zuberoa) sono amministrate
dallo stato francese e dipendono dal Dipartimento dei Pirenei Atlantici; non
sono riconosciute ne come entità territoriale ne come minoranza linguistica dal
governo di Parigi. Le province basche del sud (Araba, Bizkaia, Gipuzkoa e
Nafarroa) rappresentano la maggior parte del territorio di Euskal Herria e sono
divise in due differenti regioni all'interno dello stato spagnolo denominate
Comunidad Autonoma Vasca (CAV) e Comunidad Foral de Navarra, sono dotate di
formali e parziali legislazioni linguistiche e di una autonomia amministrativa
ostaggio del governo di Madrid. Ma i baschi non sono ne francesi ne spagnoli,
sono semplicemente baschi, e nonostante ciò sono ancora assoggettati ai
nazionalismi di questi due stati. Tre milioni di uomini e donne divisi
artificialmente dallo svilupparsi dei grandi e potenti stati moderni e
ferocemente perseguitati da questi come degli ostacoli da abbattere, sono ancor
oggi espropriati del diritto sacrosanto di poter decidere autonomamente del
proprio presente e futuro come popolo sovrano.
La
mancanza di sovranità impedisce ai baschi di decidere in merito alle politiche economiche,
sociali e linguistiche che li riguardano. Così i baschi hanno subito la
chiusura e lo smantellamento di importanti settori del proprio tessuto
produttivo ed economico, che lo stato spagnolo non ha esitato a svendere per
rientrare nei parametri di Maastricht, con il risultato di una delle
percentuali più alte di disoccupazione d'Europa: il 20% in media, il 24% fra le
donne e addirittura il 45% fra i giovani. O ancora, i cittadini baschi devono
subire le politiche scioviniste ed aggressive di Madrid e Parigi nei confronti
della loro lingua e cultura, che rischiano di scomparire e che si
autosostengono solo grazie alla continua mobilitazione popolare in loro favore.
E'
proprio questa mancanza di sovranità ad essere all'origine di uno scontro che
ormai da decenni ed attraverso molteplici forme di lotta, di cui la lotta
armata di ETA è solo una delle espressioni più note, vede di fronte i diritti
dei baschi e gli interessi degli stati spagnolo e francese. I diversi governi
che si sono succeduti a Madrid hanno conservato in Euskal Herria tutto
l'apparato di controllo poliziesco e militare che vi aveva dispiegato la
dittatura franchista; Guardia Civil e Ministero degli Interni negli ultimi
venti anni hanno trafficato in armi e droga, promosso e finanziato gruppi
terroristici paramilitari (GAL, BVE, ecc.), commissionato attentati, omicidi e
sequestri di persona, con il denaro
pubblico e l'appoggio di Parigi, ma soprattutto con una impunità degna delle
più solide dittature latinoamericane. Infatti, nonostante alcune sentenze e
verità processuali, i mandanti e i responsabili di questa sporca guerra contro
i baschi sono tutt'ora seduti ai propri posti, mentre continuano le torture e
le "morti misteriose" nei commissariati e nelle carceri, dove sono
rinchiusi 600 prigionieri politici baschi, senza contare i 49 deportati e i
2000 rifugiati; tutto ciò accade adesso nel cuore dell'Europa occidentale.
Questa
è la realtà di Euska Herria oggi, la realtà di un popolo che vive e lotta da
ambo i lati dei Pirenei, ma anche di un formidabile movimento di liberazione
nazionale e sociale che nulla ha a che
fare con il nazionalismo aggressivo e la xenofobia che abbiamo visto rinascere
un po' ovunque negli ultimi anni, una realtà saldamente ancorata alla
tradizione e agli ideali della sinistra radicale, con una forte tradizione
antifascista cementata dalla lotta contro la dittatura del Generale Franco.
Quello di Euskal Herria è un contesto di lotta per la sovranità e
l'autodeterminazione che si salda con la critica attiva a quell'Europa
neoliberista di capitali e polizie che oggi significa ovunque disoccupazione,
esclusione, razzismo, repressione e colonialismo economico-culturale; una lotta
radicale per riaffermare il principio democratico della partecipazione attiva e
diretta delle classi popolari alla vita politica, sociale, economica e
culturale
2-LA
COSTITUZIONE SPAGNOLA ED IL DIRITTO ALL’AUTODETERMINAZIONE
1.
Il diritto dei popoli all'autodeterminazione.
Tutti
i popoli hanno diritto alla libera decisione. Sarebbe difficile incontrare
oggigiorno una persona rappresentativa sul piano sociale, politico,
culturale..., che non si mostri d'accordo con una dichiarazione di principio
elementare come questa.
Ma
questa unanimità, nasconde due realtà concrete che sistemino nei giusti termini
le considerazioni riguardanti questo tema. Fino a poco tempo fa non era affatto
pacifico e generalizzato questo riconoscimento al diritto
all'autodeterminazione dei popoli e, ciò che si intende per "diritto
all'autodeterminazione dei popoli", è molto differente a seconda degli
utilizzi di questa espressione.
Se
a questo uniamo il fatto che numerosi conflitti sociali e politici, alcuni dei
quali prendono la forma del conflitto armato, hanno la loro causa primaria nel
non riconoscimento di questo diritto, avremo constatato la necessità di
considerare questo problema e di pensare ad una sua soluzione.
Essendo
il diritto all'autodeterminazione un diritto riguardante l'essere umano in
particolare ed i popoli in generale, la sua formulazione in quanto tale è
storicamente recente. Praticamente appare nel XX secolo, sebbene copra
un'assenza anteriore. Consiste nella Carta Atlantica (14.08.1941.), nella
Dichiarazione delle Nazioni Unite (10.01.1942.), Conferenza di Yalta
(10.02.1945.), Carta delle Nazioni Unite (1.02.1955.), Patto Internazionale dei
Diritti Civili e Politici (16.12.1966.), Patto Internazionale dei Diritti Economici,
Sociali e Culturali (16.12.1966.), Dichiarazione di Helsinki (1973) e Carta di
Algeri (4.07.1976.). Già prima, nel 1918, il presidente degli USA Wilson aveva
fatto riferimento al diritto all'autodeterminazione e, nella conferenza di pace
che seguì la fine della I° Guerra Mondiale, questo principio fu utilizzato come
base di lavoro per alcune delle risoluzioni che furono adottate.
La
formulazione, soprattutto del Patto dei Diritti Civili e Politici e di quello
dei Diritti Economici, Sociali e Culturali, così come quella della Carta di
Algeri, è chiara rispetto al tema che ci riguarda. "Tutti i popoli hanno
diritto all'autodeterminazione. In virtù di questo diritto stabiliscono
liberamente il proprio status politico e provvedono ugualmente al proprio sviluppo
economico, sociale e culturale" dicono entrambi i Patti all'articolo 1,
mentre la Carta di Algeri stabilisce che "ogni popolo gode del diritto
imprescindibile ed inalienabile all'autodeterminazione. Esso decide il proprio
status politico in tutta libertà e senza alcuna ingerenza esterna".
In
definitiva, il diritto all'autodeterminazione è la suprema manifestazione della
libertà di un popolo, essendo la forma attraverso cui esprime politicamente se
stesso e decide liberamente il proprio futuro. Per essere un diritto dei popoli
esso viene prima degli stati e non dipende dal riconoscimento che gli stati
possano concedere o meno.
1.1.
Il concetto di popolo.
Il
primo problema che ci troviamo di fronte parlando del diritto
all'autodeterminazione riguarda il soggetto di questo diritto: il popolo. E'
ovvio che in relazione a cosa si intende per popolo, si potrà giungere ad una
conclusione o all'altra riguardo al diritto di determinate comunità umane
all'autodeterminazione.
Questo
concetto ha conosciuto nel tempo numerose interpretazioni, che hanno tentato di
dare contenuto a questo termine da differenti posizioni. Da una parte, si è
utilizzato rispetto ad elementi obiettivi come l'etnia, la storia, le
frontiere, la religione, la lingua,...In altri casi invece rispetto
all'elemento soggettivo consistente nella volontà delle persone che compongono
il corpo sociale che si chiama popolo. E' evidente che nessuno di questi
elementi da solo consente di risolvere la questione. Bisogna riconoscere che
gli elementi obiettivi che permetterebbero la determinazione di un corpo
sociale come popolo, non basterebbero in assenza della volontà di convivenza
che lo converte in Popolo soggetto di autodeterminazione. Viceversa, la sola
volontà di convivenza non accompagnata da elementi obiettivi servirebbe a poco.
Si
può cercare di trovare la soluzione partendo da un'analisi al contrario. Se un
corpo sociale possiede elementi in comune (lingua, cultura, storia, territorio,
...) e mostra espressamente la volontà di vivere ed essere riconosciuto come
popolo, essendo tutti i popoli uguali e spettando loro gli stessi diritti, non
è possibile negare loro questa possibilità. Non esiste alcun principio né
ragione in base alla quale si possa negare un diritto a colui al quale questo
diritto spetta. Nessuno lo può negare.
Il
concetto di diritto all'autodeterminazione e, in relazione ad esso, quello di
popolo è stato abitualmente circondato di ambiguità quando si è proceduto alla
sua discussione e concretizzazione in carte e trattati internazionali. Non
poteva essere altrimenti.
Originariamente
le "comunità politiche che in modo aleatorio si andavano formando, avevano
la necessità di formalizzare la propria evoluzione nella costituzione di stati
con caratteristiche politico-territoriali differenziate. Il "principio
delle nazionalità" cercò di coprire questa necessità giustificando che
ognuna di queste comunità politiche (che andavano prendendo il nome di nazioni)
aveva il diritto di costituirsi in stato.
Si
tratta appunto degli stati-nazione, di coloro che nel presente secolo hanno
discusso, fra loro, il senso del concetto di popolo. Evidentemente stati
plurinazionali che contenevano (e contengono tutt'ora) al proprio interno
differenti comunità etniche o popoli, non andavano a riconoscere il diritto
all'autodeterminazione per questi popoli. Sebbene siano disposti a riconoscerlo
per le proprie colonie, e nella maggioranza dei casi non in forma pacifica,
sempre costretti dalla forza dei fatti.
Possiamo
citare il caso francese, visto che una parte del popolo basco si trova nel nord
dei Pirenei e territorialmente e politicamente è inclusa nello Stato francese.
Dice la costituzione francese del 1958 che sono " il popolo francese"
e "i popoli dei territori d'oltremare" coloro che attraverso un atto
di autodeterminazione adottano la costituzione. E contempla la possibilità che
"i popoli d'oltremare", esercitando il diritto all'autodeterminazione
dei popoli, manifestino o no la volontà di aderire alla repubblica. Di
conseguenza questo diritto non è contemplato invece per il popolo basco,
incluso in quello che eufemisticamente si denomina "popolo francese".
All'interno
dell'ONU al momento di trattare questo tema, si creano due correnti in base
alle discussioni o accordi sviluppati dagli organi politici o nella Commissione
Diritti Umani. Le formulazioni che provengono dai primi, fondamentalmente
l'Assemblea Generale, identificano il diritto all'autodeterminazione in
qualcosa che possono esercitare solo gli stati già costituiti. Si tratta della
logica applicazione dell'interesse degli stati a non modificare le proprie
frontiere. Senza dubbio i patti che hanno origine dalla Commissione Diritti
Umani hanno un carattere molto più aperto, consentendo un'interpretazione
dell'autodeterminazione più vicina al contenuto reale di questo diritto.
Queste
due interpretazioni non fanno altro che riflettere la differenza fra il
contenuto giuridico e quello politico del diritto all'autodeterminazione.
1.2.
L'autodeterminazione come principio giuridico.
Il
diritto all'autodeterminazione è un principio eminentemente giuridico che ha le
proprie basi nei concetti di democrazia e libertà delle persone. Sono gli
esseri umani liberi, uniti da determinate caratteristiche, coloro che hanno il
diritto di trasformare questa comunità naturale in comunità politica. Un popolo
non si inventa. Nasce nel tempo nella misura in cui un gruppo umano si dota di
caratteristiche comuni, che lo identificano e differenziano dagli altri e lo
dotano di una propria visione del mondo. Ma riconoscere ciò significherebbe
riconoscere che quei gruppi etnici inclusi negli stati che ora conosciamo hanno
diritto a decidere il proprio destino politico esercitando il diritto
all'autodeterminazione.
Proprio
per questo motivo gli stati hanno avuto interesse a centrare il suo contenuto
su una visione principalmente politica, "dimenticando" l'aspetto
giuridico del diritto.
2.
Il diritto all'autodeterminazione come diritto umano fondamentale e collettivo.
Il suo riconoscimento legale a livello internazionale.
Per
principio tutti i popoli sono uguali tra loro, tanto sociologicamente quanto
eticamente. Questa affermazione ha la propria base nel fatto che (escluse le
visioni razziste) tutti i popoli hanno uguale capacità di sviluppare la propria
identità in tutti i suoi aspetti (culturali, sociali, linguistici), se li si
rispetta nelle proprie peculiarità, condizioni di vita, e gli si permette di
svilupparsi secondo i propri ritmi. Qualsiasi teoria che ha difeso la
supremazia o migliore perfezione di alcuni popoli su altri (fascismo, razzismo,
apartheid) ha finito per difendere anche l'unità di destini fuori dal tempo, e
giustificare politicamente l'imposizione e la rispettiva sottomissione di
alcuni popoli ad opera di altri. Gli imperialismi e i genocidi, ingiustizie
storiche, hanno preso le mosse da queste concezioni.
Al
contrario l'uguaglianza e la libertà di diritti che spetta agli esseri umani
dalla loro nascita, si trasferisce inevitabilmente sul piano collettivo nei
gruppi umani basandoli sulla convivenza e l'organizzazione. Se questo aspetto
sociale viene considerato e rispettato, superando l'individualismo e l'egoismo,
difficilmente potranno verificarsi le discriminazioni.
Partendo
da questa base, nessun popolo o gruppo di popoli ha diritto ad imporsi sugli
altri con il pretesto della forza, del numero, della convenienza o
dell'opportunità.
Se
il diritto all'autodeterminazione è la garanzia minima dell'esistenza e
sopravvivenza di un popolo, nessuno ha diritto a negarlo e a privarlo così
della libertà.
Fin
qui abbiamo constatato l'importanza che riveste questo diritto per i gruppi
umani. Se la vita e la libertà sono basilari per l'essere umano e per questo si
considerano diritti fondamentali, questo diritto che riguarda la stessa vita e
libertà del gruppo umano nel quale vive l'individuo, diviene esso stesso
ugualmente fondamentale. Senza questo molti altri diritti definiti fondamentali
scomparirebbero o non avrebbero le condizioni per esercitarsi. Così, i diritti
economici, il diritto al lavoro e a condizioni di vita degne, l'accesso ad una
adeguata alimentazione, la possibilità di preservare la natura, sono sempre più
condizionati dalla possibilità dei popoli di autodeterminarsi liberamente,
senza ingerenze esterne.
Il
suo carattere collettivo proviene dall'essere un diritto che non può essere
esercitato dall'essere umano come individuo, in contrasto con altri diritti
che, essendo ugualmente patrimonio dell'essere umano, possono essere esercitati
da ogni persona di fronte alle altre.
Il
popolo, la collettività, conferisce all'essere umano tanti segni di identità.
Non si può concepire una persona al di fuori del gruppo in cui vive e al quale
appartiene. La sua lingua, la sua cultura, in condizioni normali, sono quelle
del gruppo etnico al quale appartiene o del quale fa parte.
Così
come l'individuo ha pieno diritto a presentarsi come tale difronte agli altri,
con la propria identità differenziata, anche il popolo ha diritto a fare lo
stesso di fronte alle altre comunità.
Ed ha diritto a farlo in tutta la sua completezza. Senza tagli o limitazioni
che non dipendano dalla sua stessa volontà.
Questo
carattere di diritto umano, fondamentale e collettivo, è stato contemplato di
fatto nei patti internazionali. Negli stessi, i diritti umani non si
riconoscono o concedono ma si rispettano e constatano. Scaturiscono dall'essere
umano in quanto tale. Questa idea è riflessa in modo chiaro, per esempio, negli
articoli 1 e 2 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani: "Tutti
gli esseri umani nascono liberi e uguali per dignità e diritti",
"...senza distinzione alcuna di razza, colore, sesso, lingua, religione,
opinione politica o di qualsiasi altro tipo, origine nazionale o sociale,
posizione economica, nascita o qualsiasi altra condizione".
I
patti del 1966 riguardanti i diritti civili, politici, economici, sociali e
culturali, collocano l'autodeterminazione nel loro primo articolo, definendo la
sua importanza ed il suo carattere fondamentale e basilare per il verificarsi
degli altri diritti, riferendolo alla collettività formata dalle singole
persone, il popolo.
Questa
visione del diritto all'autodeterminazione come diritto umano, fondamentale e
collettivo, sancisce l'impossibilità che una qualsiasi ragione o causa possa
giustificare la sua soppressione, eliminazione o limitazione.
Gli
avvenimenti storici che si sono prodotti in tutto il mondo negli ultimi anni
proprio in Europa, oltre che dimostrare la validità ed attuale costante
utilizzazione di questo diritto, hanno significato l'eliminazione di quelle
interpretazioni interessate che volevano ridurre il suo esercizio solo a quei
paesi colonizzati d'oltremare.
3.
Il caso della Spagna.
La
Spagna non è una nazione. Lo stato spagnolo è uno stato plurinazionale,
all'interno del quale sono inclusi altri tre popoli: catalani, galiziani e
baschi.
Sostenere
che in Spagna non esistono altri cittadini che gli spagnoli è una opzione
polemica la cui negazione che noi sosteniamo ci porta ad affermare che la Spagna non è una nazione in senso stretto,
per tanto la sua formazione come stato merita d essere analizzata dal punto di
vista storico ed in relazione ai criteri con i quali abbiamo definito
caratteristiche e limiti del diritto all'autodeterminazione.
L'opinione
secondo la quale in Spagna non vi sarebbero altri cittadini che gli spagnoli
mette in questione il fatto che lo stato spagnolo sia uno stato democratico,
poiché all'interno del proprio sistema non viene rispettato un diritto
fondamentale collettivo che riguarda una parte considerevole di quelli che sono
oggi formalmente i suoi cittadini.
3.1.
500 anni di Impero.
Quello
che oggi è lo stato spagnolo deriva da quella unità politico-sociale che esiste
da 500 anni, ed in base alla cui esistenza si pretende di condizionare la
diversità e personalità dei popoli che oggi sono inclusi in quell'unità
politica che è la Spagna attuale.
Quando
alla fine del XV secolo cominciano a realizzarsi con una certa costanza i
viaggi degli europei verso il continente americano, il panorama politico che
presenta il territorio chiamato penisola iberica (o Hispania) è tutto tranne
che una unità.
L'unione
delle dinastie dei due regni feudali di Castiglia ed Aragona, tramite il
matrimonio di Fernando ed Isabella, coincidente con il periodo che sta per
concludersi con la Riconquista, ha come finalità immediata quella di cercare
l'egemonia militare in un periodo di forte espansione territoriale, e partendo
dal presupposto che ognuno dei due regni aveva avuto vocazioni ed obiettivi
differenti: gli aragonesi verso il Mediterraneo e i castigliani verso
l'Atlantico.
Si
volle poi cementare questo atto politico con un elemento religioso (da cui poi
la denominazione di Re Cattolici) che gli diede quella forza che da sola
l'unione matrimoniale non poteva dare.
Al
momento dell'unione coesistono nella penisola il Regno di Portogallo ed il
Regno di Navarra (Nafarroa in basco), dei quali quest'ultimo era formato da
baschi ed occupava gran parte dei territori in cui si trovava il popolo basco.
Nel
momento in cui questo nuovo Regno di Spagna si va espandendo oltremare
fondamentalmente in America, si sviluppa anche una tendenza all'espansione e
controllo politico all'interno della penisola iberica. Questo processo ha un
risultato positivo per la Spagna poiché, sebbene dopo aver conquistato nel 1581
il Portogallo, nel 1668 dovrà riconoscerne l'indipendenza alla sconfitta
militare, nel 1512 ottiene il risultato di inglobare definitivamente attraverso
conquista militare la Navarra.
Durante
i tre secoli successivi e per quanto riguarda la situazione che vivono i
distinti territori inclusi in ciò che si comincia a definire come le Spagne, in
riferimento al funzionamento economico, politico e sociale, di tutto si può
parlare tranne che di unità. E questa realtà è comune a quanto si vive nello
stesso periodo in tutta Europa.
Per
citare il caso del Regno di Navarra, possiamo dire che godesse di una propria
sovranità visto che conservava istituzioni politiche e tribunali propri. La
stessa situazione vivevano i territori del resto di Euskal Herria non facenti
parte del Regno di Navarra, che conservavano propri segni di identità
(istituzioni, lingua, cultura, ecc). Si può citare come esempio proprio il
fatto che i vari re dovevano giurare di rispettare i "Fueros" (1) per
essere ammessi come "signori" con potere politico sui cittadini
baschi che occupavano questi territori.
Nella
misura in cui il regno rispettava i segni di identità del popolo basco esso non
veniva disturbato nella sua convivenza interna. Ma questa situazione non era
molto differente da quella che si viveva dal momento della romanizzazione della
penisola, dell'arrivo dei popoli del nord Europa o dalla conquista da parte
degli arabi.
Questo
spiega come un popolo numericamente piccolo, stanziato in un territorio ridotto
e di passaggio, sia riuscito a mantenere la propria identità così differenziata
fino ad oggi.
Al
momento dello smembramento dell'Impero spagnolo e della fine dell'antico regime
con l'apparizione delle monarchie centraliste in Europa, vanno aumentando le
tendenze verso una sempre più forte uniformità interna. Questo processo provoca
il conflitto con i baschi, che quando vedono in pericolo il proprio
autogoverno, la propria lingua, la propria cultura, in definitiva la propria
identità, reagiscono come non avevano fatto in precedenza quando un modello di
convivenza permetteva di sviluppare il proprio stile di vita. E' quando si
mette in pericolo la differenza, quando si nega, che essa si rivendica.
Non
si può dimenticare nemmeno che nella nuova situazione che si va generando
influiscono in modo determinante gli aspetti economici, che condizionano tanto
la localizzazione delle frontiere quanto le scelte politiche. L'apparizione
della borghesia mercantile e la rivoluzione industriale vanno ad avere, così
come in altri luoghi, una grande importanza in Euskal Herria, e vanno a
determinare comportamenti politici che incideranno nelle relazioni con lo Stato
spagnolo.
Dalla
prima metà del XIX secolo, il popolo basco sostiene un conflitto armato in
difesa della propria identità, che durante le Guerre Carliste (2) si
caratterizzava nella difesa dei "Fueros", ma che nell'ultimo secolo
va sempre più identificandosi con la difesa della propria identità nazionale.
3.2.
La dittatura franchista.
Lasciando
da parte altri periodi storici pur interessanti dal nostro punto di vista, ci
soffermeremo su quello che ha origine dalla Guerra Civile spagnola del 1936-39,
per il fatto che essa rappresenta il precedente più immediato rispetto alla
situazione attuale.
L'esistenza
di un nazionalismo basco nell'ultimo secolo ha la sua concretizzazione più
evidente nel periodo della Repubblica, prima e durante la guerra del '36. La
breve esistenza di un governo basco non indipendente da quello di Madrid, e che
non include tutto il territorio di Hego Euskal Herria (3), ma che ha competenze
importanti e rappresenta la differenza di una comunità, finisce con l'arrivo
della guerra e con la disfatta della Repubblica.
Quando
il Generale Franco impone un sistema fascista di organizzazione e di governo
dello stato, una delle sue principali preoccupazioni è quella dei popoli che
"attentano contro l'unità della patria". Dell'Impero rimangono solo
la terminologia, come nella frase "unità di destino universale", ed
uno smisurato accanimento nell'eliminazione dei segni d'identità propria dei
popoli che sono inclusi nella Spagna.
Rispetto
al caso basco, la repressione dell'euskara (4),già minacciata dal castigliano
nei secoli precedenti, si converte in un vero esempio di genocidio culturale
che viene accompagnato dalla repressione generale delle libertà e da un
tentativo di assimilare i segni di identità del popolo basco.
La
fine della Seconda Guerra mondiale con la sconfitta dei regimi fascisti, non
impedisce la sopravvivenza del franchismo che non partecipò alla guerra in
forma diretta.
Durante
il franchismo il nazionalismo basco classico rimane in uno stato di letargo
nell'attesa di una migliore congiuntura per difendere i propri progetti. Il
governo basco in esilio riveste un carattere formale e gode di uno scarso riconoscimento
politico a livello internazionale.
Frutto
di questa situazione, da una parte di repressione e dall'altra di incapacità di
portare avanti un processo di difesa dell'identità di un popolo, negli anni
sessanta appare all'interno del popolo basco una nuova organizzazione di difesa
dell'identità nazionale, ETA (5), che integrandosi nelle correnti sociali del
momento nel mondo, utilizza la violenza politica, la lotta armata, in difesa
della libertà del proprio popolo.
Gli
anni settanta vedono da una parte lo scontro violento dei baschi con lo stato
spagnolo, dall'altra l'apparizione di un movimento politico di opposizione al
franchismo anche nel resto dello Stato spagnolo ed in fine la morte del
dittatore, proprio nel momento in cui il sistema era in crisi. In questo
periodo coloro che formano l'opposizione al franchismo difendono, soprattutto
per Euskal Herria e quasi senza eccezioni, il diritto all'autodeterminazione
del popolo basco. Ma ciò non si andrà a riflettere nel periodo successivo.
3.3.
La cosiddetta transizione politica.
Il
periodo di transizione che si apre con la morte del dittatore (e anche prima),
offre una dicotomia chiara tra le formule da applicare alla realtà dello stato:
rottura o riforma. Coloro che difendono l'opzione della rottura, ritengono sia
l'unico cammino per porre fine alla situazione di assoluta negazione dei
diritti e della libertà, sia individuali che collettivi e l'unica soluzione per
poter articolare una nuova composizione di quello che fino ad allora era stato
uno stato unitario che non ammetteva l'esercizio del diritto
all'autodeterminazione, da parte dei diversi popoli che si trovavano al suo
interno.
Ma
l'opzione che alla fine prevalse fu quella della riforma che, anche se ha
significato un cambiamento sostanziale per gli spagnoli, non ha affatto risolto
il problema del non riconoscimento del diritto all'autodeterminazione per il
popolo basco. Questo si riflette in numerose forme come vedremo, ma
specialmente nella persistenza della manifestazione limite dello scontro fra
Euskal Herria e lo stato spagnolo, la lotta armata.
3.4.
La Costituzione spagnola del 1978 e la negazione dell'autodeterminazione.
Non
è gratuito affermare che, viste le circostanze che concorsero nel momento in
cui viene approvata la Costituzione (6), il suo contenuto riguardo il diritto
all'autodeterminazione, fu una grande occasione persa per dare una soluzione al
secolare problema basco.
Nella
sua redazione, rispetto al diritto all'autodeterminazione, ebbero più peso le
pressioni dei poteri reali dell'apparato statale franchista, come l'esercito, i
poteri finanziari, l'influenza degli altri stati dell'orbita degli USA che non
volevano creare cambiamenti nell'ordine mondiale stabilito, mentre rimasero
inascoltate le voci che facevano appello al reale riconoscimento dei diritti e
della libertà in tutta la loro estensione.
Il
carattere unitario dello stato rimase un principio fondamentale e con esso si
eliminò completamente il diritto all'autodeterminazione dalla Costituzione.
Si
verificava così una violenza obiettiva, come quella di negare ad un popolo un
diritto essenziale per la sua sopravvivenza in quanto tale, e si perpetrava e
consolidava l'esistenza di una violenza di risposta ed il conseguente scontro
armato al quale si continuò a negare qualsiasi via di soluzione.
L'inizio
di questa Costituzione, che è quella vigente, proclama la volontà di
"Proteggere tutti gli spagnoli ed i popoli di Spagna nell'esercizio dei
diritti umani, delle loro culture, lingue ed istituzioni", ma a proclamare
ciò è "la Nazione spagnola". Questa idea, che c'è una sola nazione in
Spagna si riflette su di un altro articolo.
L'articolo
1.2 stabilisce che "La sovranità nazionale risiede nel popolo
spagnolo", eliminando così gli altri popoli dall'esercizio di un gran
numero di diritti, come nel caso basco, tra cui l'autodeterminarsi e l'essere
sovrano. Nell'elaborazione del testo costituzionale vennero rifiutati tutti gli
emendamenti che intendevano introdurre una organizzazione confederale dello
stato, partendo dalla sovranità dei differenti popoli in esso inseriti.
Il
tema diventa confuso nell'articolo 2 che stabilisce che "La Costituzione si fonda
sull'indissolubile unità della Nazione spagnola Patria comune ed indivisibile
di tutti gli spagnoli, e riconosce e garantisce il diritto all'autonomia delle
nazionalità e regioni che la compongono e la solidarietà tra esse". Ma il
termine nazionalità non significa affatto popoli nel caso presente, vista
l'articolazione attuale dello stato basata sulla decentralizzazione amministrativa
chiamata "modello autonomico" che concede autonomia tanto alle
nazionalità storiche e "classiche" (Euskal Herria, Catalogna e
Galizia) quanto alle altre regioni spagnole. Con l'autonomia per tutti, una
volta ancora si cerca di sottomettere le diversità e potenziare l'uniformità.
Troviamo
fedele riflesso della tensione che si vive nel momento della redazione del
testo costituzionale nell'articolo 8 che recita: "Le Forze Armate hanno
come missione garantire la sovranità e indipendenza della Spagna, difendere la
sua integrità territoriale e l'ordinamento costituzionale". E' chiaramente
un articolo rivolto non verso l'esterno bensì verso l'interno. E' diretto ai
popoli che potrebbero voler esercitare il proprio diritto
all'autodeterminazione mettendo in discussione la "unità ed
indissolubilità della Patria spagnola". Rispetto al diritto
all'autodeterminazione con la nuova Costituzione nulla era dunque cambiato
dall'epoca della dittatura franchista.
C'è
un fatto da evidenziare rispetto all'approvazione refendaria della Costituzione
del 1978: essa fu approvata in tutto il territorio spagnolo ma non in Euskal
Herria dove venne ampiamente rifiutata. I baschi non diedero la loro
approvazione alla Costituzione.
4.
Il caso basco.
4.1.
Euskal Herria: un popolo.
Situato
da ambo i lati dei Pirenei, il popolo basco è uno dei più antichi d'Europa.
Disponendo per l'antichità solo di tradizione orale, non disponiamo di una data
concreta sul periodo in cui si stanziarono in questa zona, ma tutti i documenti
delle altre civiltà e culture dell'Europa occidentale che lasciarono
testimonianze scritte (come i Romani), quando passarono attraverso il
territorio basco riferiscono che lì appunto vi erano i vascones, i baschi.
Parlare
di popolo vuol dire parlare, anche se in modo sommario, di ciò che prima
abbiamo definito elementi obiettivi per definire una comunità umana come tale.
Il
primo elemento da considerare è la lingua. L'euskara è una delle lingue più
originali e differenti d'Europa. Disse nel 1975 il professor Vogt dell'Università
di Oslo: "Molto prima che gli indoeuropei arrivassero in Europa, vi erano
sul suo territorio molteplici lingue. Tutte sono scomparse o si sono perse ad
eccezione dell'euskara. Lo stesso euskara, strana meraviglia, è pieno di
vitalità ai giorni nostri."
Non
ha radici latine, non assomiglia ad alcuna lingua usata in altre parti del
mondo e non si è ancora potuta dimostrare quale sia la sua origine. Questo
popolo è così legato alla propria lingua che la denominazione stessa Euskal
Herria (che per noi significa Paesi Baschi, ndr.) in euskara significa proprio
Popolo dell'Euskara; i baschi sono coloro che posseggono l'euskara.
Il
termine Euskadi ha invece più una connotazione politica, sebbene sia stato
assunto dai baschi per denominare politicamente il proprio popolo, è un termine
coniato nel secolo passato. Questa lingua si è conservata nonostante la
presenza, attorno e dentro il territorio dei baschi, di culture come quella
romana o araba o il passaggio dei popoli del nord come i vandali, gli alani,
ecc. Durante tutta la propria storia, e soprattutto negli ultimi due secoli, a
causa della pressione del castigliano, ha subito una forte riduzione del suo
uso, accentuato da una autentica repressione diretta negli ultimi tempi e
soprattutto durante la dittatura franchista. Oggigiorno è una delle questioni
più controverse del contenzioso esistente tra i baschi e lo Stato spagnolo, di
fatto è una lingua minorizzata che non trova nelle disposizioni istituzionali
dello Stato spagnolo alcuna soluzione alla sua situazione. Nonostante questo il
movimento popolare per il suo recupero come lingua viva non ha mai avuto tanta
forza come in questi ultimi anni, le pbblicazioni in questa lingua sono
aumentate ed il suo accesso, sebbene in forma limitata, all'insegnamento e
all'utilizzo ufficiale, rappresenta l'asse di posizioni politiche e movimenti
popolari.
C'è
testimonianza che le tribù che costituivano il popolo basco si estendevano per
un territorio molto più esteso di quello che occupato oggi, ma oggi i baschi si
trovano, da un punto di vista geografico, tra i fiumi Atturri (Adour in
francese) a nord in territorio francese ed Ebro a sud in territorio spagnolo,
confinando ad ovest con i monti cantabrici e ad est con le terre aragonesi
dalle quali è separato in parte dalle vallate pirenaiche ed in parte da alcune
zone desertiche. Questo territorio ha una estensione di 20.571 kmq. in cui
vivono circa 3.000.000 di persone, la maggioranza delle quali si trovano nello
stato spagnolo, mentre solo 300.000 circa sono in quello francese.
Le
tradizioni culturali, sportive (la pelota), culinarie e festive (San Fermin) di
questo popolo, molto differente da quelli circostanti, hanno contribuito a
diffondere l'esistenza di questo popolo in tutto il mondo. Popolo rurale fino
al momento della sua recente industrializzazione, le sue tradizioni ruotano
attorno a questo mezzo e anche oggi, con il suo preoccupante degrado,
l'ambiente è elemento referenziale per i baschi.
4.2.
La divisione territoriale del popolo basco.
Il
popolo basco è attualmente diviso tra due stati: la Francia che amministra la
parte nord (o Iparralde) e la Spagna che amministra la parte sud (o Hegoalde).
All'interno di quest'ultimo è a sua volta diviso politicamente in due comunità
autonome differenti: la Comunidad Autonoma Vasca (CAV) costituita dalle
province di Araba, Bizkaia e Gipuzkoa, mentre la Nafarroa è stata separata e
costituisce la Comunidad Foral de Navarra (CFN). Ma ancora altre divisioni
subiscono i baschi del sud. L'organizzazione religiosa, quella universitaria,
giuridica, e la distribuzione militare dell'esercito spagnolo.
Nello
stato francese il metodo di divisione è un altro ed il territorio basco non ha
una entità propria e fa parte di un'altra unità amministrativa maggiore: il
dipartimento dei Pirenei Atlantici.
Non
è una casualità che i baschi subiscano politicamente ed amministrativamente
tante divisioni e che, con capacità politiche ed amministrative delegate o
limitate, non abbiano alcuna unità.
4.3.
Una nazione.
Fin
dall'epoca romana si fa costantemente riferimento al fatto che ogni imperatore,
in ogni campagna, pacificò o dominò i vascones.
La
prima azione d'armi formalmente conosciuta è la Battaglia di Orreaga (7) del
778, quando le tribù basche attaccarono l'esercito dell'imperatore Carlomagno
mentre si ritirava in Francia dopo una campagna militare durante la quale
distrusse Irunea (Pamplona) e, secondo alcuni storici, proprio per questo
motivo.
Quello
basco non è stato mai un popolo desideroso di conquistare territori stranieri.
Al contrario, le sue aspirazioni sono sempre state orientate a conservare le
proprie forme di autogoverno, istituzioni e stili di vita. Proprio qui ha
origine la violenza politica che ha accompagnato questo popolo negli ultimi due
secoli. Il centralismo spagnolo nel XVIII secolo va limitando queste libertà
rappresentate dai "Fueros" e provoca l'esplosione delle Guerre
Carliste (1833-1839 e 1872-1876). L'antecedente più vicino di questa politica
spagnola è la Costituzione del 1812. La sconfitta nelle due guerre e le sue
conseguenze concrete portarono alla perdita dei "Fueros" e delle
peculiarità economiche, politiche ed amministrative che essi portavano, e
conseguentemente all'emergere in maniera organizzata di una coscienza nazionale
nel campo sociale, linguistico e politico.
Nel
1895 nasce il Partido Nacionalista Vasco-Euzko Alderdi Jeltzalea, prima
organizzazione politica a rivendicare l'esistenza del popolo basco con un
carattere politico proprio.
Alla
fine della dittatura del generale Primo de Ravera nel 1931, nasce una nuova
organizzazione politica da una scissione del PNV-EAJ, Accion Nacionalista
Vasca, che censura il destrismo, confessionalismo cattolico e allontanamento
dall'impegno sociale. E' la prima manifestazione di un nazionalismo basco di
sinistra.
Il
15 giugno 1931 i sindaci baschi
approvano a larga maggioranza (427 voti su 528) un progetto denominato Statuto
di Lizarra, che ingloberebbe i quattro territori di Hego Euskal Herria (Araba,
Bizkaia, Gipuzkoa e Nafarroa).
Al
potere a Madrid, il PSOE (partito socialista) approva il 9 dicembre la nuova
Costituzione spagnola che riconosce l'esistenza di una sola nazione e di un
solo stato, quello spagnolo.
Un
nuovo statuto viene riconosciuto solo ad una parte dei baschi che non include
la Nafarroa. Una volta iniziata la Guerra Civile, il Governo basco viene
ufficialmente costituito il 7.10.1936. Questo governo arriva ad emettere
moneta, avere un esercito, emettere passaporti, ecc.
Lo
scontro con lo stato spagnolo viene soppresso dalla feroce repressione della
dittatura franchista e le rivendicazioni tornano ad emergere durante gli anni
50 e nel 1959 nasce Euskadi Ta Askatasuna.
Il
corpo sociale che origina questa organizzazione e la dinamica che porta questa
organizzazione, vanno a caratterizzare in questo ultimo periodo la
rivendicazione di sovranità dei baschi ed un movimento di liberazione nazionale
cresce e si radica senza sosta, toccando anche gli aspetti culturali, di
apprendimento ed unificazione dell'euskara.
La
pratica della violenza rende manifesta di fronte al mondo l'esistenza di un
conflitto tra baschi e Stato spagnolo. L'attentato che costa la vita a Madrid
all'Ammiraglio Carrero Blanco (successore del dittatore) significa un grave
colpo per il franchismo.
I
cambiamenti politici intervenuti in Spagna negli anni settanta e che abbiamo
già analizzato, non portano alcuna modificazione della situazione basca.
Il
PNV-EAJ autonomista accetta di fatto l'unità spagnola e la divisione dei baschi
in due comunità autonome, mentre il movimento di liberazione, nato negli anni
cinquanta, intende che i diritti e le libertà dei baschi non vengono
riconosciuti dalla nuova Costituzione post-franchista del 1978 e dal successivo
sviluppo giuridico e politico.
ETA
continua a praticare la lotta armata e lo scontro e le sue forme rimango tali,
non incontrandosi una soluzione che vada alla base del problema.
4.4.
Identità e sopravvivenza del popolo basco.
E'
chiaro che se non recupera e conserva la propria lingua, se non si dota di
strumenti politici per reggere la propria organizzazione politica, economica e
sociale, per preservare i propri segni d'identità, il popolo basco diviso in
due stati come quelli francese e spagnolo, corre il serio rischio di scomparire
come tale.
Solamente
il riconoscimento di un diritto che gli spetta, il diritto
all'autodeterminazione, gli permetterà di definire il proprio futuro come
popolo, la propria organizzazione interna e le proprie relazioni con gli altri
popoli e con il resto del mondo. Il non riconoscimento di questo diritto è un
chiaro attentato alla sua stessa esistenza come popolo e come nazione.
5.
L'esercizio del diritto all'autodeterminazione per i baschi.
I
baschi di Hego Euskal Herria, sudditi spagnoli, non hanno attualmente alcuno
strumento minimo di tipo giuridico o politico che gli permetta di esercitare il
diritto all'autodeterminazione. Come abbiamo già detto, la Costituzione
condiziona assolutamente la possibilità che qualsiasi popolo incluso oggi in
ciò che si chiama Spagna, eserciti questo diritto. Partendo da questo testo
fondamentale, lo sviluppo legislativo ed istituzionale non fa altro che
confermare questa impossibilità.
5.1.
Aspetti giuridici.
Ovviamente,
nessuna disposizione di rango inferiore alla Costituzione prevede qualsiasi
forma di esercizio del diritto all'autodeterminazione. Ma se in senso positivo
non esiste tale legislazione, in negativo possiamo notare l'esistenza di
un'ampia normativa legale che direttamente o indirettamente costituisce
l'impossibilità di avvicinarsi all'esercizio di tale diritto.
Sebbene
non esistesse tale riconoscimento legale, ciò non ha potuto impedire che il
movimento abertzale basco si estendesse in maniera considerevole. La sua
attività non è rappresentata solamente dalle azioni armate di ETA, sebbene
queste siano le più conosciute vista la pubblicità che ricevono. Organizzazioni
politiche, sindacali, culturali, giovanili, movimenti popolari in difesa della
lingua, dell'ecosistema, ecc, dotano di contenuto e vita un popolo che reclama
i propri diritti e la plasmazione di un processo che possa portare alla
decisione politica in base alla propria sovranità.
La
presenza costante di queste organizzazioni e movimenti in tutti i settori
possibili, per le strade, nei mezzi di comunicazione, si scontra con gli
interessi dello stato spagnolo, provoca inevitabili scontri e tensioni che
hanno un diretto riflesso nell'esistenza di norme giuridiche orientate a
reprimere quest'attività e nell'applicazione di queste da parte dei poteri
dello Stato, specialmente quelli polizieschi, che annulla l'esercizio dei
diritti e delle libertà da parte dei cittadini.
Il
sistema democratico vigente in Europa occidentale ed in altre zone del mondo,
si basa formalmente sul riconoscimento e sulla difesa dei diritti e delle
libertà dei cittadini. Non vi sono problemi quando bisogna sottoscrivere questo
riconoscimento nelle rispettive costituzioni o nei trattati e convezioni
internazionali. Ma un'altra questione molto differente si presenta quando al
momento di esercitare questi diritti. E specialmente quando si tratta di
soggetti dissenzienti con lo stato in questione, incluso quando questa
dissidenza intende separasi dallo stato attraverso l'esercizio del diritto
all'autodeterminazione.
5.2.
Democrazia borghese e libertà collettive.
I
governi occidentali si proclamano rappresentativi della società, ma limitando
la democrazia alle elezioni, trattano il cittadino sempre più come suddito o
servitore dello stato e dei suoi apparati, e sempre meno come soggetto di
diritti. La sovranità che deve risiedere nel popolo, nei cittadini, i governi
la percepiscono come a loro delegata, e qualsiasi rivendicazione del cittadino
di esercitare un diritto assunta così in una aggressione al sistema ed a coloro
che lo rappresentano.
In
questo contesto, quando si tratta di andare verso l'esercizio di un diritto
collettivo come il diritto all'autodeterminazione e per questo si ricorre agli
strumenti che la legge pone nelle mani del cittadino (libertà di espressione,
diritto di riunione e manifestazione, libertà di azione politica, diritto alla
difesa ed alla integrità fisica,...), lo Stato reagisce limitando tale
esercizio.
Oggi
giorno nello Stato spagnolo non viene rispettato il principio di uguaglianza
che riguarda ogni cittadino in quasi tutti gli ambiti della vita sociale e
politica.
La
libertà d'espressione che si concretizza con il diritto di emettere e ricevere
liberamente una informazione verace viene meno. I mezzi di comunicazione
scritta e televisiva che si liberano dalle direttrici ufficiali, soffrono
problemi economici e si vedono ostacolato l'accesso alla pubblicità
istituzionale, elemento normale e fondamentale del finanziamento di radio e
stampa. I professionisti dell'informazione, i rappresentanti politici, gli
stessi cittadini, sono oggetto di persecuzione amministrativa e giudiziaria, ed
anche di arresti causati dalle idee riportate durante la loro attività.
In
Euskal Herria sono ormai consuetudine i passaggi davanti ai giudici o alle
dipendenze poliziali di consiglieri comunali, rappresentanti politici e
militanti abertzale baschi, per la loro attività di propaganda politica, per
interventi in atti pubblici, per aver approvato mozioni nel proprio comune,
ecc.
Vi
è il continuo tentativo da parte di Madrid di impedire la celebrazione di
manifestazioni di segno patriottico o indipendentista, quale che sia il motivo
concreto della convocazione.
Non
si ammette il rifiuto totale per motivi politici di prestare servizio di leva
nell'esercito spagnolo, condannando gli obiettori a pesanti pene detentive.
L'uso
di riprese filmate da parte della polizia di tutte le attività sociali dei
militanti abertzale, il controllo informatico delle relazioni, dei beni, le
intercettazioni telefoniche illegali, sono all'ordine del giorno di un'attività
di controllo sociale sempre più estesa e soffocante.
I
blocchi stradali durante i quali la polizia insulta, picchia, minaccia,
perquisisce e si appropria di qualsiasi cosa reputi interessante, sono ormai
abituali.
Sono
sempre più gli avvocati difensori dei prigionieri politici baschi che vengono
perseguitati e minacciati nella propria vita ed attività professionale.
Una
nuova Legge di Sicurezza Cittadina amplia le già enormi possibilità di azione e
controllo poliziesco (ed un'altra è già in discussione, ndr.).
E
l'esposizione potrebbe continuare.
Ma
forse dove più si vede la riduzione delle libertà è in relazione ai detenuti
politici. Dal momento dell'approvazione della Costituzione del 1978 fino ad
ora, quasi 20.000 uomini e donne di Euskal Herria sono stati arrestati a causa
della loro attività politica e grazie alla Legge Antiterrorista. Durante gli
arresti di queste persone i loro diritti sono stati sistematicamente violati.
Le torture sono strumento di abituale utilizzo da parte della polizia; come nel
caso di Xabier Galasporo e Gurutze Yanci, morti rispettivamente in un
commissariato di Bilbao ed in una caserma della Guardia Civil di Madrid. Nei
pochissimi casi in cui si è arrivati ad una condanna della polizia per tortura,
il governo di Madrid ha concesso l'indulto ai torturatori. Gli arrestati si
vedono spesso privati del diritto di nominare un avvocato di propria fiducia
che li difenda, e l'Habeas Corpus non si è mai applicato a questi arrestati.
Durante
il periodo di arresto le forze di polizia agiscono in maniera clandestina e
senza alcun controllo, in quello che viene definito "spazio autonomo di
polizia", e l'arrestato non può scegliere un avvocato o comunicare ai
familiari in quale prigione o commissariato si trovi (tanto il primo quanto il
secondo periodo sono a completa discrezione della polizia, ndr).
La
gran maggioranza delle persone arrestate non usufruiscono di un processo legale
e rimangono per sempre bollate come terroristi.
Attualmente
nelle carceri spagnole e francesi vi sono circa 600 prigionieri politici
baschi, molti dei quali sottoposti e condizioni di isolamento. Essi si trovano
divisi in più di ottanta carceri, molte delle quali a centinaia di chilometri
(spesso oltremare) da Euskal Herria. La comunicazione con i loro familiari,
amici, avvocati, è precaria. Il loro accesso agli studi, alla sanità, ad una
alimentazione adeguata, è praticamente annullato e discrezionale. Sono
frequenti i pestaggi, soprattutto durante i trasferimenti da una prigione
all'altra. E così una relazione interminabile di violazioni dei propri diritti
elementari, dei quali solo teoricamente non sono privati.
Il
rapporto fra i poteri classici dello stato, in buona parte motivato con il
problema politico in relazione ai baschi, si fonda sulla dipendenza dei poteri
legislativo e giudiziario dal potere politico dell'esecutivo. Lo stato spagnolo
ha bisogno di controllare tutti i poteri, per evitare che le rivendicazioni
politiche possano avere esito alcuno.
Citiamo
in questo caso due esempi. L'esercito in Spagna non ha solo condizionato la
"transizione" dal franchismo essendo una sede reale di potere, ma si
è fatto consacrare come garante dell'unità territoriale della
"patria". In più non vi è decisione politica di una certa importanza
che non venga presa con l'approvazione dell'esercito. Il potere giudiziario,
teoricamente indipendente, ha il suo vertice in un Consiglio Generale che viene
eletto mediante negoziati fra i partiti spagnolisti, PP e PSOE. Perfettamente
controllato dal governo, riflette nelle sue attuazioni quelle del potere
politico e un'assoluta mancanza di volontà di esercitare un potere autonomo
rispetto a quello politico. Al vertice dell'organizzazione giudiziaria vi è il
Tribunale Costituzionale, la cui composizione obbedisce alle stesse regole del
Consiglio Generale. Nessuna sua decisione ha mai riguardato interessi
fondamentali in rapporto alle rivendicazioni politiche delle varie nazionalità.
Il loro ruolo di difesa della legalità e controllo giudiziario del potere
esecutivo, non esiste quando emerge la ragion di stato in tema di
autodeterminazione.
5.3.
Aspetti politici. Partiti e istituzioni regionali.
Se
giuridicamente le possibilità di rivendicazione del diritto
all'autodeterminazione sono praticamente nulle, politicamente accade lo stesso.
Il sistema parlamentare vigente in Spagna assimila i baschi in un contesto
generale di 40 milioni di persone e senza alcuna possibilità che una
rivendicazione di questo tipo possa essere ammessa dalla maggioranza degli
spagnoli.
I
partiti politici nazionali spagnoli hanno una posizione chiaramente contraria
al riconoscimento del diritto all'autodeterminazione. Questo impedisce
qualsiasi possibilità di canalizzare attraverso il parlamento spagnolo una iniziativa
che permetta di modificare la costituzione vigente e rispettare tale diritto.
Se qualcuno di questi partiti durante il franchismo e durante la cosiddetta
transizione, appoggiava l'autodeterminazione, nell'attualità ha rinunciato
assolutamente a questa opzione. In questo senso il PSOE è stato quello che ha
rappresentato meglio questo cambiamento, con l'arrivo al potere di Felipe
Gonzalez. I governi che ha diretto (come quelli del PP oggi) hanno
rappresentato pienamente i dettami del nazionalismo spagnolo.
I
partiti espressione delle altre nazionalità presenti, che si inquadrano in
maggioranza nel settore della destra classica, accettando la distribuzione
delle regioni autonome dello stato spagnolo hanno rinunciato a qualsiasi
rivendicazione anche formale dell'autodeterminazione in queste istituzioni.
Legati al potere economico del quale dispongono attraverso i governi autonomici
e le amministrazioni provinciali, legittimano il patto statutario e considerano
il diritto all'autodeterminazione come una opzione teorica utilizzabile per
raccogliere voti e consensi, ma non come un diritto da esercitare di fronte
allo stato.
Le
istituzioni autonomiche, dotate solo di mero potere delegato da Madrid, non
hanno alcuna possibilità di instradarsi verso l'esercizio del diritto
all'autodeterminazione. Ma il limite massimo della loro inutilità si è
verificato nel cosiddetto Parlamento basco (che però ingloba solo 3 delle 6
province, Araba, Bizkaia e Gipuzkoa).
Nel
febbraio del 1990, di fronte alla pressione popolare e sull'onda di quanto
stava accadendo in tutta Europa, si produssero una serie di proposte in questo
Parlamento regionale con riferimento all'autodeterminazione. La risoluzione
approvata alla fine affermava il diritto all'autodeterminazione del popolo basco,
ma eleggeva come soggetto di questo diritto lo stesso parlamento regionale che
non ha al suo interno neanche tutti i territori baschi di Hegoalde e che è
sottomesso alla Costituzione spagnola che riconosce solo il popolo spagnolo.
Praticamente si affermò di avere questo diritto ma si dovette rinunciare ad
esercitarlo.
Questa
impossibilità politica si unisce alla mancanza di spazio giuridico prima
evidenziata, mantiene di fatto latente il problema di fronte allo stato e anche
di fronte a coloro che difendono questo diritto, oltre i limiti
giuridico-politici con i quali lo stato spagnolo opprime le legittime
rivendicazioni dei baschi.
6.
La partecipazione politica dei cittadini nello stato spagnolo.
Un
ultimo aspetto da analizzare brevemente è quello che impedisce ai partiti in
favore all'autodeterminazione di poter difendere liberamente e alla pari con
gli altri le proprie idee.
6.1.
I partiti politici, il controllo economico e la libertà di azione.
La
Costituzione spagnola nell'articolo 6 dichiara i partiti come elemento
fondamentale della partecipazione politica. Ma per i partiti in favore
dell'autodeterminazione questo riconoscimento, anche se suppone la possibilità
di legalizzazione (salvo minaccia continua di messa fuori legge), non significa
che essi dispongono di uguali condizioni rispetto agli altri partiti.
La
costante persecuzione poliziesca dei propri rappresentanti e militanti,
l'impossibilità di accedere alle sovvenzioni e finanziamenti pubblici che
spettano in base ai risultati elettorali, l'opposizione a finanziare le proprie
attività parlamentari perché esse non si condividono, significano far
concorrere all'attività politica ed elettorale in condizioni assolutamente
diseguali.
In
questo ambito economico il Governo arriva a rifiutare la stessa decisione dei
tribunali in materia di sovvenzioni e finanziamento.
Per
i partiti un'altra fonte di accesso a sovvenzioni statali è costituita
dall'accesso ai crediti bancari. Qui il problema è maggiore: i grandi partiti
nazionali spagnoli hanno grandi debiti contratti con le banche e questo si
riflette in grandi benefici politici ed economici concessi a queste come
garanzia dal potere reale. In questo modo l'apparato bancario e finanziario si
è fortemente posizionato contro qualsiasi progetto che contempli
l'autodeterminazione, il che impedisce che chi difende queste idee possa
accedere a forme di finanziamento privato.
6.2.
Il potere esecutivo.
Il
governo di Mardid e, a sua immagine, i governi regionali della CAV e della CFN,
conservano una posizione di assoluta belligeranza nei confronti delle
formazioni favorevoli all'autodeterminazione e di conseguenza con i cittadini
che li appoggiano, che vedono limitate le proprie libertà individuali a causa
delle proprie posizioni politiche e pur contribuendo al bene comune dello stato
attraverso le tasse non vedono alcun ritorno di queste, come accade per i
cittadini che difendono le scelte politiche spagnoliste.
6.3.
Il potere legislativo.
L'unico
potere legislativo legale è quello del parlamento spagnolo. In tale foro le
opzioni dell'autodeterminazione sono minimamente rappresentate poiché
rispondenti e riguardanti minoranze anche numeriche all'interno dello stato
spagnolo; nel caso basco parliamo di 2 milioni e mezzo circa di persone di
fronte ai 40 milioni di tutta la Spagna. Difficilmente si potrà ascoltare la
voce dei baschi (e così accade) attraverso il parlamento spagnolo ed
altrettanto difficilmente si potrà verificare un cambiamento giuridico.
6.4.
Elezioni, mezzi di comunicazione e controllo economico dello stato.
Bandiera
del sistema democratico, le elezioni si presentano come la democrazia in sé,
così dall'osservazione di come si svolgono ci si può fare un'idea del carattere
di una democrazia o del suo compiersi.
Orientata
in modo da riprodurre le maggioranze su tutto il territorio, la legge
elettorale stessa premia i partiti spagnolisti ed eliminando o riducendo al
minimo di fatto le rappresentanze delle minoranze. Nel mondo occidentale in cui
i mezzi di comunicazione sono i principali diffusori di idee, il loro controllo
e lo spazio dato alle diverse opinioni è determinante e se, come accade per il
tema basco, in essi non vi è un uguale ed imparziale riflesso di tutte le idee
ed opzioni, i risultati saranno inevitabilmente viziati e condizionati.
Laddove
il controllo diventa ancor più condizionante, per la forza stessa del mezzo, è
la televisione. In Euskal Herria si captano almeno 5 canali televisivi spagnoli
e solo due baschi, ETB1 e 2 che però vengono vietati in Nafarroa poiché sono i
canali regionali della CAV sotto suo diretto controllo, e solo il primo è in
euskara. La manipolazione dell'informazione soprattutto per quanto riguarda il
tema dell'autodeterminazione è tale che spesso va a spostare completamente il
gioco politico, giacché le idee e le posizioni si difendono meglio da questo
strumento che in altri modi.
Se
a questo aggiungiamo quanto già detto in materia di controllo economico, il
quadro si completa e presenta la tragica realtà in quanto alla possibilità
reale di partecipazione dei cittadini
alla politica.
6.5.
Le minoranze nelle istituzioni dello stato.
Oggi
nello stato spagnolo chi difende il diritto all'autodeterminazione per il
proprio popolo, minoranza numerica all'interno dello stato, non gode di mezzi
né giuridici né politici che gli permettano attraverso alcun modo di fare
significativi passi in avanti verso l'esercizio di questo diritto.
L'attuale
situazione non permette alcuno sviluppo in questo senso e bisognerà cambiare le
regole per rendere effettivo l'esercizio dell'autodeterminazione.
Conclusioni.
Il
diritto all'autodeterminazione come diritto umano, fondamentale e collettivo, è
un diritto elementare che riguarda tutte le comunità etniche, tutti i popoli,
che siano dotati di organizzazione politica propria, di uno stato o che siano
inglobati in altri stati.
La
giustizia, la pace e la collaborazione internazionale si basano sul rispetto
dei diritti individuali e collettivi che spettano all'essere umano.
Gli
stati, aldilà delle considerazioni politiche, devono ammettere che il diritto
all'autodeterminazione è un diritto fondamentale dei popoli che come principio
giuridico basato sugli ideali di libertà e democrazia genera obblighi per gli
altri popoli e stati.
Non
c'è stato che possa essere definito democratico se non ammette per i popoli in
esso inclusi, il diritto all'autodeterminazione.
Il
diritto all'autodeterminazione si configura come un tutt'uno che riguarda la
possibilità di autoaffermarsi come popolo, definire i propri componenti,
delimitare il proprio territorio, determinare la propria organizzazione interna
ed adottare la struttura politica che ritenga opportuna (stato sovrano,
associato, federato, confederato). Non esiste diritto di autodeterminazione se
non se ne permette l'esercizio in tutta la sua estensione.
Non
si può parlare pienamente di diritto all'autodeterminazione se poi non se ne
garantisce il riconoscimento ed il rispetto.
L'attuale
regolazione giuridico-politica dello stato spagnolo, partendo dalla
Costituzione vigente, nega l'esercizio del diritto all'autodeterminazione ai
popoli in esso presenti che non siano quello spagnolo;
Il
popolo basco, Euskal Herria, riunisce gli elementi propri di una nazione ed ha
la volontà di esercitare l'autodeterminazione e di definire il proprio futuro
politico come popolo.
Il
non rispetto da parte dello stato spagnolo del diritto all'autodeterminazione
che gli corrisponde, la situazione di divisione amministrativa che gli si
impone, l'oppressione dei suoi segni di identità e soprattutto della sua
lingua, collocano il popolo basco in pericolo di scomparsa come tale.
Solo
il riconoscimento di questo diritto può essere il punto di partenza in grado di
permettere il superamento dell'attuale conflitto politico che vede di fronte i
baschi e la Spagna.
Il
riconoscimento del diritto all'autodeterminazione per il popolo basco suppone
la modificazione della Costituzione del 1978 e la creazione di un nuovo status
giuridico e politico che contempli il reale esercizio di tale diritto, senza
limitazioni o modificazioni del suo contenuto.
E'
il popolo basco, e solamente esso, a dover decidere in libertà il proprio
futuro politico, senza ingerenze illegittime di altri stati.
Il
diritto all'autodeterminazione è la base per una vera democrazia e lo strumento
per raggiungere la pace in Euskal Herria.
3-IL CONFLITTO BASCO
ATTRAVERSO LA STORIA POLITICA
Josemari Lorenzo
Espinosa
Senza
dubbio la storia gioca un ruolo fondamentale nel consolidamento del potere politico.
A volte non è necessario discuterne, ma nell'epoca attuale la memoria storica è
così assorbita dall'azione politica che spesso si perde la prospettiva storica.
Certo è che il potere e l'opposizione, più o meno coscientemente, utilizzano
nei loro discorsi e nei loro programmi politici contenuti e riferimenti
storici. E il conflitto che mette di fronte Euskal Herria agli stati spagnolo e
francese non fa eccezione.
Da
un altro punto di vista possiamo dire che la storia è soprattutto conflitto, e
conflitto storico è tutto ciò che non è stato risolto o è stato risolto male
nel passato. Così, quello che oggi si chiama conflitto basco, questione basca,
violenza politica in Euskal Herria... proviene in realtà da una serie di
avvenimenti storici, la cui origine è nel XIX secolo (approssimativamente nel
periodo fra il 1839 ed il 1876) con derivazioni successive come la creazione
del movimento nazionalista e la fondazione del PNV-EAJ, o il sorgere di un
indipendentismo radicale negli anni venti, l'intervento basco nella guerra
spagnola del '36 o la nascita di ETA e di una sinistra abertzale negli anni
sessanta, prima della transizione e del periodo autonomico attuale.
LEGITTIMAZIONE
Partiamo
da una ipotesi: la Spagna, o lo stato spagnolo, non è legittimata dalla
maggioranza dei cittadini nella vita politica basca e ciò è dovuto a quanto
accaduto nella storia passata (e presente) che rende impossibile questo
riconoscimento. Si tratta di qualcosa di non risolto o risolto male, da cui
deriva l'attuale conflitto. La domanda che possiamo farci partendo da queste
considerazioni è: la maggioranza dei cittadini baschi approva la situazione di
dipendenza politica che la sottomette ad uno stato che non ha mai legittimato
direttamente?
Di
fronte a questo problema troviamo la tesi abertzale, secondo la quale i baschi
avrebbero goduto, fino al secolo XIX, di una sovranità o forma di autogoverno
soddisfacente. Questo modello politico, il cui simbolo saranno i
"Fueros" o "vecchie leggi", includeva una relazione con gli
altri popoli iberici basata sul riconoscimento esplicito che la Corona faceva
attraverso il giuramento dei "Fueros" e nel controllo che avevano
dello stesso le amministrazioni provinciali basche. Quando il governo spagnolo
ruppe questo tipo di relazione, tra il 1839 ed il 1876, i baschi intesero che
si stava verificando una ingerenza ed un abuso intollerabile. Si trattò di una
imposizione perpetrata attraverso una occupazione militare che da allora non è
stata ancora sospesa e che impedisce ai baschi la realizzazione di una vita
politica propria e di normali relazioni con i propri vicini. Questa mancanza di
legittimazione, o di identificazione della maggioranza dei baschi con la
Spagna, si deve alla convinzione di far parte di uno Stato che non si è scelto
liberamente e che storicamente ha impedito l'autodeterminazione e lo sviluppo
della sovranità basca.
Dal
punto di vista politico e sociale, in questa prospettiva, il fatto più
rilevante degli ultimi cento anni della storia basca è la nascita e lo sviluppo
del movimento abertzale. Questo movimento ha diverse anime, ma un obiettivo
comune che consiste nell'ottenere l'indipendenza dei territori baschi,
attualmente inclusi negli stati spagnolo e francese.
L'esistenza
stessa di questo movimento e dei partiti e dei gruppi che vi fanno parte, è una
prova che nel caso basco ci troviamo di fronte ad una nazione negata. Ma la
cosa più curiosa e contraddittoria è il fatto che, finché questo movimento non
agisce in maniera armata o radicalmente indipendentista, i governi spagnolo e
francese lo accettano e lo tollerano. Come dire che, quando il nazionalismo
basco è innocuo e non minaccia l'unità della Spagna, muovendosi sul piano del
regionalismo, è accettato nel gioco costituzionale spagnolo.
Per
una lettura della storia e del nazionalismo basco, bisogna considerare
fondamentalmente la coscienza nazionale basca e la sua organizzazione in forma
sociale e politica dalla fine del secolo XIX (1882), dopo la rottura che ebbe
luogo in conseguenza dell'abolizione dei "fueros" baschi da parte del
governo spagnolo nel 1876. Questa abolizione, secondo il nazionalismo basco,
rappresenta un caso di ingerenza illegittima e senza precedenti nella storia.
La gravità e l'importanza di questo fatto, che si può misurare chiaramente dalle
sue ripercussioni, non è considerata o riconosciuta dalla storia ufficiale né
in quella che si insegna oggi nelle università basche, ed, evidentemente, molto
meno in quelle spagnole. Senza dubbio, se c'è qualcosa di chiaro, è che da
allora la storia basca si divide in un prima ed in un dopo inassimilabili, le
cui conseguenze giungono fino ai giorni nostri. Per questa ragione è
fondamentale conoscere quei fatti, almeno negli aspetti principali, valutarli,
giudicarli e sapere come influirono, e continuano ad influire, nello sviluppo
politico, sociale e culturale del popolo basco e nelle relazioni con i popoli
vicini.
IL
"FUERO" E IL "CONTRAFUERO"
I
dati circa gli scontri, le dispute belliche, le resistenze di diverso tipo...
tra i territori baschi e lo spazio politico castigliano-spagnolo sono
abbondanti fino al secolo XIX. Si tratta della lotta politica e militare per i
beni materiali, per le discendenze nobiliari, per il prelievo fiscale, insomma
anche questi dati danno la misura dell'esistenza di un movimento popolare di
resistenza contro il centralismo che si esprimeva attraverso la leva militare
ed i tributi. In generale, rappresentano una tenace opposizione
all'integrazione politico-fiscale e ai piani di Austria e Borboni sui quali si
andava costituendo dall'Età Moderna lo Stato spagnolo.
Esisteva
allora certamente un sentimento di appartenenza ad un'unica comunità, assieme
agli altri popoli della penisola iberica. Ma gli scontri e i documenti che ad
essi si riferiscono indicano già la presenza di un embrione di differenza e,
soprattutto, una pratica di sovranità ed autogoverno contro le pretese dello
Stato, sebbene i baschi non conoscessero ancora il concetto di nazione. In
generale, quegli scontri avevano come asse la difesa di un sistema di leggi e costumi
chiamato "Fuero" o "Fueros", utilizzato dagli abitanti dei
territori baschi come strumento legale della propria indipendenza
politico-legislativa e come muro difensivo davanti alle pretese fiscali e alle
ambizioni territoriali del centralismo statale. Il sistema "forale"
era il sistema legale attraverso il quale i baschi si governavano da tempi
antichissimi, la cui origine storica non si è potuta determinare e che viene
definita appunto come "immemorabile".
Il
"Fuero" consisteva in una serie di precetti generati a partire dalle
necessità economiche, politiche e sociali degli interessati. Ogni territorio
basco, cioè ognuna delle province odierne, aveva il proprio "Fuero"
ed istituzioni indipendenti che erano contemporaneamente indipendenti fra loro.
Cosa questa che non impedì lo sviluppo, soprattutto durante il XIX secolo,
della coscienza di essere un popolo, di avere una lingua ed una cultura proprie
ed un sistema di sovranità indipendente rispetto alla Castiglia-Spagna. Il
sistema "forale" significava anche l'accettazione nominale di un capo
militare o "protettore", un signore politico, un re...una figura
eminente o politicamente potente alla quale rendere una forma di vassallaggio
attraverso donazioni e tributi, ottenendo così protezione.
Nel
caso basco la designazione di questo signore ricadeva tradizionalmente sul
monarca che occupava il trono castigliano, solitamente il più potente dei
dintorni. Questo re, in cambio di essere accettato come tale, giurava a sua
volta di difendere, rispettare e far rispettare le leggi basche, i
"Fueros". Da parte loro i rappresentanti dei territori baschi si
impegnavano a tenere presenti le richieste di aiuto dei regnanti e, nel caso, a
disporre entrate di denaro, pagamento di imposte e anche invio di truppe per
collaborare alle necessità imperiali spagnole. Gli abertzale (8) chiamano
questo rapporto "Patto con la Corona".
Si
potrebbe dire che si trattava di un caso classico che in Europa si chiamava
vassallaggio feudale, nel quale i deboli pagavano i potenti per non essere
annientati ottenendo così di sopravvivere, ma con la particolarità (nel caso
basco) di un rapporto fra "uguali" dovuto al mutuo riconoscimento
politico in cui ogni parte manteneva la propria giurisdizione legale, sovranità
politica e territorio. Contro le richieste reali le istituzioni basche a volte
utilizzavano la formula "obbedire e non attuare". Vale a dire, ai
territori "forali" rimaneva la possibilità di utilizzare la formula
del "contrafuero", per non sottomettersi alle esigenze dello Stato
quando queste venivano considerate lesive della sovranità "forale".
Nel caso contrario le amministrazioni delle province, quando accettavano le
pressioni centrali e stabilivano tasse o altre misure che i cittadini
consideravano ingiuste, dovevano affrontare dure proteste popolari: i
sanguinosi moti conosciuti nella storia basca come "matxinadas", ai
quali partecipavano contadini e lavoratori urbani gelosi dei propri diritti
"forali" attaccati.
CAPACITA'
DI AUTOGOVERNO
L'origine
storica di questo rapporto "forale" era differente a seconda del
territorio. Ma la cosa più importante, in tutti i casi, era che i baschi nel
loro insieme (anche se nominalmente sudditi dei re castigliani e sottomessi al
pagamento della loro protezione) custodirono sempre la propria capacità di
autogoverno e la vitalità delle proprie leggi, nelle quali il Re di Spagna non
poteva intromettersi. In questo modo, le leggi e disposizioni spagnole non
avevano validità nei territori "forali" e non riguardavano i baschi,
se non espressamente accettate. Questo sistema "forale" rimase tale
nonostante gli attacchi centralisti, anche dopo l'arrivo sul trono spagnolo
della casata dei Borbone agli inizi del XVIII secolo, dopo la guerra di
successione nella quale i baschi appoggiarono le pretese dei francesi. Le leggi
basche furono rispettate, ma nel resto della penisola gli antichi regni
medievali (eccetto il Portogallo) andavano perdendo le proprie capacità di
autogoverno.
Ciò
vuol dire che durante il secolo XVIII e parte del XIX, le leggi basche erano
l'ultimo ostacolo al completamento della formazione dello Stato spagnolo. Fino
allora i "Fueros" rappresentavano una pratica di sovranità politica e
sociale, vista nel resto della penisola con sospetto e critica poiché si
credeva fosse un privilegio rispetto agli altri territori spagnoli. I
"Fueros" erano visti, dal punto di vista statale e della maggior
parte degli altri sudditi, come un privilegio ed una differenza che bisognava
sopprimere. Si verificava in questo un errore
di valutazione, più tardi corretto dal nazionalismo. La coscienza
autonoma della pratica e del diritto dei "Fueros" (le cui origini
erano sconosciute) si era persa e si supponeva che fossero concessioni o
privilegi concessi dai signori feudali o dai re castigliani, simili a quelli
concessi per la fondazione di borghi nuovi in altre parti della penisola.
Fino
all'apparizione del nazionalismo (o meglio del movimento abertzale), i baschi
erano convinti di essere degli "spagnoli" particolarmente
privilegiati per essere esenti dal pagamento dei tributi allo Stato, liberi
dall'obbligo del servizio militare, dotati di una propria dogana, ...
IL
NAZIONALISMO DI SABINO ARANA
Questa
visione sarà contrastata e corretta dalla lettura abertzale dei
"Fueros". Per il fondatore del PNV-EAJ, Sabino Arana, sebbene i
"Fueros" avevano lo stesso nome di altri fueros o carte di fondazione
concesse ad altre cittadine spagnole o ville, non erano assimilabili ad essi.
Nel caso dei "Fueros" baschi, a differenza degli altri, non vi era
testimonianza di una origine signorile, né monarchica spagnola, e quindi si
vide in essi una vera e propria Costituzione autoctona, un sistema di leggi
proprie e un regolamento antichissimo sul quale i baschi si reggevano, prima
dell'esistenza di un qualsiasi regno spagnolo. Lo stesso Sabino Arana propose
il cambio di denominazione da "Fueros" a "Lagi Zarrak"
(cioè "Vecchie Leggi"), che sarebbero state, secondo questa versione,
una legislazione sovrana elaborata durante i secoli dagli abitanti del territorio
basco, senza ingerenze né concessioni da parte di altri poteri. Leggi autonome
nel senso kantiano del termine e non privilegi che si possono sopprimere per il
capriccio di altri stati o monarchi.
Ciò
che accadde nel secolo XIX fu che, dopo una serie di guerre dinastiche tra i
pretendenti al trono spagnolo (la cosiddette guerre carliste), i baschi che
avevano patteggiato in maggioranza per una delle parti risultarono sconfitti.
L'occasione venne sfruttata dal governo spagnolo di Canovas per procedere
all'abolizione unilaterale dei "Fueros", procedendo ad una
occupazione militare con 50.000 soldati. L'abolizione si produsse in forma
scaglionata attraverso vari interventi legislativi nel 1839, 1841 e 1876.
Questi interventi furono possibili soprattutto grazie al risultato delle guerre
carliste, ma anche per l'aiuto che lo Stato ricevette dalla stessa borghesia
basca, interessata all'ingresso nel mercato spagnolo.
La
cosa certa fu che l'abolizione del 1876 produsse un notevole scontento
popolare, reazioni politiche da diverse parti ed un favorevole brodo di coltura
sociale per la nascita del nazionalismo basco. Vi furono manifestazioni,
petizioni a Madrid e proteste generalizzate che il governo spagnolo cercò di
ammorbidire con una serie di benefici fiscali (il cosiddetto concerto economico)
che soddisfecero le aspirazioni delle oligarchie economiche, ma che non
servirono ad evitare lo scontento popolare e la nascita del nazionalismo che,
con alcune modificazioni, è quello che è giunto fino ai giorni nostri.
Il
nazionalismo basco attuale è quello dei fratelli Arana Goiri, diviso e
attualizzato secondo differenti interpretazioni. Questo nazionalismo ha origine
nella riflessione politica attorno alla crisi "forale" da parte di un
settore sensibile alla perdita della sovranità legislativa basca, e che
possiamo inquadrare nelle reazioni popolari della fine del secolo XIX provocate
dall'ascesa politica della borghesia. Il nazionalismo basco fu agli inizi, e a
volte lo è ancora, un movimento popolare e populista, senza una definizione o
un riferimento classico solido. Per dirlo meglio, con una definizione
interclassista e nel quale si apriranno lotte per l'ortodossia ideologica e per
il potere dopo la morte del suo fondatore. In queste lotte le differenti classi
cercarono di definire la nazione ed il nazionalismo in base ai propri interessi
socioeconomici, dando origine a diversi tipi di nazionalismo.
Al
di là dell'orientamento classista della costruzione nazionale, l'ideologia
nazionalista basca ha lo stesso punto di partenza di qualsiasi altro nazionalismo:
la percezione che il proprio territorio, la propria vita politica, la propria
cultura e lingua sono colonizzate da un altro popolo; che il proprio territorio
è occupato da due Stati, la Francia (1789) e la Spagna (1839).
Con
questa convinzione gli abertzale difendono il diritto di Euskal Herria ad
ottenere quantomeno la sovranità politica e legislativa precedente
all'abolizione dei "Fueros". Una sovranità che, da questo punto di
vista, sarebbe uguale all'indipendenza formale rispetto alla Spagna, sebbene
supponesse il riconoscimento del re. Gli abertzale credono in ogni caso di
avere il diritto di vedersi liberi dalle imposizioni spagnole e francesi.
Tenendo conto di ciò, il nazionalismo basco di oggi e di sempre, in qualsiasi
corrente, aspira all'indipendenza dei territori baschi e al recupero della
sovranità per le sue decisioni politiche.
LA
BORGHESIA PER LA SPAGNA
Negli
anni del XIX secolo nei quali sorge il nazionalismo, la situazione basca si può
definire di assoluta gravità. Si verificava un'avanzata distruzione delle
caratteristiche proprie dei baschi, attraverso la perdita della lingua, una
pressione contro la cultura e soprattutto un processo di integrazione economica
nel contesto spagnolo, che la rivoluzione industriale e gli interessi mercantili
della stessa borghesia basca stavano intensificando. Si produce così una
contraddizione decisiva per le sorti dell'indipendenza basca. Mentre il mondo
contadino e le classi urbane soffrono gli effetti dell'abolizione dei
"Fueros", che porta la distruzione dell'economia, l'istituzione di
nuovi tributi, la rottura del mercato semi-autosufficiente, l'obbligo del
servizio militare e la sparizione del commercio libero interno...la borghesia
commerciale, industriale e finanziaria appoggia queste stesse misure per
ampliare i propri mercati, importare mano d'opera a buon mercato dal resto
dello Stato e far rientrare le frontiere basche in quelle spagnole.
La
necessità di disporre di un mercato ampio e di un prezzo unico (in un contesto
protezionista) fanno sì che le prospettive di questa borghesia si identifichino
sempre più con lo spazio commerciale statale rifiutando il precedente
"isolamento forale", che consideravano appartenente ad un mondo
vecchio, feudale e quindi ostacolo allo sviluppo materiale.
L'unità
statale sarà già un fatto acquisito alla fine del XIX secolo, con la chiusura
commerciale della nuova frontiera spagnola, con uno stato unico, una moneta
unica, una sola legge ed un solo esercito, con associazioni imprenditoriali e
partiti politici unici su tutto il territorio. C'è anche una classe operaia più
mobile, proveniente dalle campagne, che copre la domanda di mano d'opera delle
industrie catalane e basche. Ed un sistema finanziario monopolista frutto dei
capitali provenienti dallo sfruttamento delle colonie messicane, cubane,
venezuelane, filippine, ecc. Questo contesto, sotto l'egemonia del capitalismo
e secondo la sua ottica, necessitava di un corrispettivo statale unitario: una
sola lingua ed istruzione e cultura uniche. La borghesia industriale e
finanziaria imporrà anche le sue leggi unificatrici in tema di cultura,
educazione e lingua. La dottrina liberale borghese e la storiografia che la
rappresenta, in armonia con queste esigenze, considererà il nazionalismo basco
come un elemento regressivo, sedimentato negli interessi rurali reazionari o
con i settori cattolici integralisti contrari alla rivoluzione borghese.
Le
aspirazioni abertzale dei baschi vengono presentate, da allora fino ai giorni
nostri, come opposte al progresso storico che passerebbe obbligatoriamente
attraverso la costruzione della Spagna e la sparizione dei popoli senza stato.
Questo progresso realizzerebbe attraverso gli interessi dell'alleanza politica,
sociale ed economica che dalla metà del secolo XIX in Spagna si consolida tra
le vecchie classi
terriere
nobiliari, la borghesia industriale, commerciale e mineraria e coloro che
avevano fatto fortuna spogliando le colonie. Fu in questo modo che l'occasione
storica per i baschi di costituirsi come nazione evaporò, soprattutto perché il
gruppo egemonico borghese adottò nel XIX secolo la Spagna come patria
economica, politica e culturale.
Euskal
Herria venne allora abbandonata dalla sua borghesia e vide come i baschi
arricchiti, la classe ascendente e dominante, optava per la Spagna.
L'espressione storica di questa frustrazione fu la sparizione dei
"Fueros". La conseguenza, e il contrappeso, fu lo sviluppo della
teoria abertzale che cercherà nella separazione dalla Francia e dalla Spagna la
condizione irrinunciabile per la propria sopravvivenza come popolo.
LA
SITUAZIONE ATTUALE
Sebbene
sia trascorso molto tempo da quegli anni del XIX secolo, la situazione attuale
è conseguenza diretta delle questioni provocate dal trauma dell'abolizione dei
"Fueros". L'integrazione di quella che possiamo chiamare la nazione
basca incustodita nell'organizzazione statale spagnola e francese continua ad
essere forzata, incompleta e contestata. Questa la questione pendente
dell'ultimo secolo e non ha fatto altro che aggravarsi. Tutto quanto accaduto
attorno a questa questione, comprese l'organizzazione di settori baschi non
abertzale, la comune resistenza antifranchista, la lotta armata di ETA,
l'apparizione di una sinistra abertzale, la scomparsa di Franco e le riforme
del 1978 o il modello autonomista non hanno potuto (e saputo) dare una
soluzione al problema.
La
stessa presenza e forza di un partito nazionalista (e di altri partiti
abertzale), di rivendicazioni basche in Ipar Euskal Herria e di altri gruppi
indipendentisti che, a parte questioni particolari, hanno nel proprio programma
l'obiettivo finale di una costruzione nazionale basca, indicano l'esistenza
oggi di una questione nazionale pendente. Se consideriamo la realtà abertzale
in Euskal Herria, avallata dal fatto che i partiti abertzale, che negli ultimi
venti anni sono stati maggioranza elettorale in Hego Euskal Herria, e se
consideriamo il fatto che le loro proposte politiche non si identificano con
alcun progetto degli stati spagnolo e francese, dobbiamo accettare che c'è
qualcosa di nazionale di irrisolto.
E'
ovvio che lo Stato spagnolo, e tutti i suoi governi, negano questo fatto, i
diritti a cui si fa riferimento, trattando la questione come un mero problema
di de-centralizzazione amministrativa e fiscale. Ma, evidentemente, se non ci
fosse un problema nazionale basco, non sarebbe possibile l'esistenza di un
consolidato movimento abertzale, nato più di cento anni fa e che non ha mai
cessato di crescere dal momento della sua fondazione. In più include al suo
interno un gruppo che pratica la lotta armata dal 1958 con il quale si
identificano molti indipendentisti. Questa situazione, per quanto la si voglia
relativizzare, ha come causa fondamentale l'impossibilità storica da parte dei
baschi di costruire una nazione liberamente separata o liberamente associata
alle altre. La forma identitaria di qualsiasi nazionalismo è la nazione. Ma,
nella legalità costituzionale spagnola vigente, sebbene siano riconosciuti gli
abertzale non si riconosce la loro nazione. Così, gli abertzale baschi e i
nazionalisti catalani e galiziani, se vogliono esistere legalmente si vedono
obbligati ad essere al tempo stesso nazionalisti spagnoli, a vivere quindi una
contraddizione politicamente inconciliabile.
I
BASCHI NON ESISTONO
Dobbiamo
aggiungere anche che costituzionalmente il nazionalismo basco è legale, perché
"nell'indissolubile unità della Nazione spagnola" (art.2 della
Costituzione) si riconosce l'esistenza di nazionalità. Ma queste nazionalità e
i loro nazionalismi non hanno (e non possono avere) una nazione corrispondente,
né diritto nazionale all'autodeterminazione.
Così,
secondo la Costituzione del 1978, ci sono alcuni cittadini che formano la
nazionalità basca e sono autorizzati a formare partiti nazionali baschi, ma i
loro obiettivi non possono essere raggiunti poiché possono autodeterminarsi
solo come spagnoli. Quindi i baschi non esistono legalmente come tali. Non sono
soggetto di alcun diritto politico nazionale che non sia quello spagnolo,
perché è chiaro che la Costituzione include solo il diritto di
autodeterminazione per il popolo spagnolo, che è il solo soggetto di sovranità
nazionale (art.1-2 della Costituzione) sebbene composto da tutte le nazionalità
dello Stato, che al tempo stesso fanno parte di una sola nazione, quella
spagnola. La Costituzione successivamente non spiega come mai una sola nazione
può essere costituita da varie nazionalità.
Si
è soliti passare al di sopra di queste questioni e rispondere dicendo che i
baschi si sono già autodeterminati attraverso il referendum per l'autonomia, ma
nel caso della CAV avevano rifiutato la Costituzione e la Nafarroa non poté
votare la "Ley Foral". In più l'approvazione dello Statuto di
autonomia della CAV contò su solo 831.000 voti, appena il 51%. Mentre vi furono
644.000 astensioni politiche (per la maggior parte di sinistra
indipendentista), il 48%, e 47.500 voti nettamente contrari. Sotto questo
aspetto bisogna tener conto che possiamo solo parlare di una legittimazione
indiretta e leggermente maggioritaria (51 contro 48). No sembra che questo
fatto serva a legittimare da solo l'unione dei territori baschi alla Spagna. La
cosa certa è che fin quando non si realizzerà una consultazione per
l'autodeterminazione, lo Stato spagnolo rimarrà senza passaporto democratico in
Euskal Herria, per quanti Statuti, elezioni generali e altre votazioni si
convochino. La presenza dello Stato spagnolo, come sostengono gli abertzale di
oggi e di sempre, proviene da una occupazione militare (tutt'ora vigente!) e
dalla illegittima abolizione dei "Fueros".
GIUSTIZIA
Per
tutto questo, la storia può dare qualcosa alla situazione presente. La storia
aiuta a rispondere alla domanda come e perché si produce il conflitto basco,
chi sono i responsabili storici, quali sono le diverse posizioni, chi ha
ragione e chi torto, da chi bisogna esigere responsabilità e riconoscimenti. Se
i dati storici che conosciamo oggi sono veri, in un determinato momento
dell'800 negli Stati baschi, o Euskal Herria, si verificò una grave perdita di
capacità politica e di sovranità a causa dell'ingerenza degli stati spagnolo e
francese. Anche se quell'ingerenza fu accettata da alcuni, essa mancava di
qualsiasi giustificazione storica o politica. Quella crisi condusse alla
sottomissione della maggioranza dei baschi, mentre altri ne trassero beneficio.
In ogni caso dette origine alla reazione politica che chiamiamo nazionalismo, i
cui obiettivi principali non sono stati ancora raggiunti.
La
frustrazione e anche la coscienza storica di essere un popolo negato, che non
ha potuto sviluppare liberamente la sua lingua e la sua cultura o trasformare
in completa libertà la propria organizzazione politica e sociale, è ancora
molto viva tra i baschi di oggi e proviene direttamente da quella perdita.
Sebbene gli abertzale possono essere divisi e difendere soluzioni politiche
differenti (dal collaborazionismo con lo Stato alla lotta armata) o possono
lavorare per differenti modelli di società (il capitalismo neoliberale, il
cooperativismo, il socialismo o la socialdemocrazia), è indubbio che vi sia un
substrato nazionale negato che li unisce ed identifica ancora.
Fin
quando non si correggerà questa negazione, finché non si farà giustizia
riparando agli effetti dell'abolizione delle libertà basche, se i baschi
continueranno a dipendere dalle leggi e dal diritto di altri stati, sarà
difficile che vi siano relazioni politiche normali. Ciò significa che il
cammino per la vera pace, la soluzione del conflitto che ha causato migliaia di
morti dall'800, passa attraverso il riconoscimento totale dell'identità, della
territorialità e dei diritti storici dei baschi da parte dei governi spagnolo e
francese, e l'accettazione che i baschi possano esercitare il diritto ad
autodeterminare il proprio status politico.
Senza
dubbio questo sembra difficile, permanendo eguale a quella di sempre
l'attitudine degli Stati e delle classi dominanti basca, spagnola e francese, o
comunque molto simile a quella del XIX secolo. Si continua a tenere in piedi un
colonialismo mimetizzato, con la scusa che alcuni baschi preferirebbero
appartenere alla Spagna o alla Francia. Ma, affinché possa costruirsi un futuro
di pace ed armonia stabile all'interno di quel progetto di comunità che si
chiama Unione Europea, è fondamentale che gli stati riconoscano la storia e
facciano i primi passi necessari per riparare al danno causato dal loro
intervento dal 1789 (la Francia) e dal 1839 (la Spagna) fino ad oggi, vero ed
unico responsabile della situazione attuale.
4-LA SINISTRA ABERTZALE
TRA NAZIONE E CLASSE.
Josemari Lorenzo
Espinosa