Con A. Smith, alla
fine del XVIII secolo, si consacra definitivamente la teoria del liberalismo
economico, i cui dettami avranno un’influenza decisiva nelle vicende economiche
del XIX secolo e della prima parte del XX. Secondo questa teoria, ogni persona
cerca di soddisfare individualmente le proprie necessità e, contemporaneamente,
è portata a contribuire al benessere sociale da una mano invisibile. La libertà
in economia, il libero gioco della domanda e dell’offerta, stabilirà i prezzi
nei diversi mercati e questi costituiranno gli indicatori più razionali per
incanalare efficacemente le risorse economiche.
Conseguentemente nasce un’opposizione
feroce all’intervento dello Stato che, in termini generali, deve limitarsi alla
gestione dei problemi di polizia e di mantenimento dell’ordine pubblico. Una
frase che ben riassume quanto detto è: “il compito principale dello Stato è
proteggere la proprietà privata e permettere ai ricchi di dormire
tranquillamente nei loro letti”.
Il liberalismo, da allora imperante con
un’intensità progressiva, è oggetto di un doppio attacco: uno proveniente dal
socialismo scientifico di Marx (1818-1883) e un altro proveniente dallo stesso
campo capitalista, attraverso Keynes (1883-1946).
La diagnosi di entrambi è praticamente
concorde nel definire le cause delle periodiche crisi del sistema capitalista
(squilibrio fra la capacità di produzione e quella di consumo, causato dalla
concentrazione delle rendite), ma si differenzia notevolmente rispetto alle
ricette proposte per superare queste crisi. A fronte della posizione marxista
sulla necessità di un’economia pianificata, diretta da lavoratori e lavoratrici
e con la socializzazione dei mezzi di produzione e dei profitti generati,
Keynes propugna la bontà della proprietà privata, sebbene il principio del non
intervento statale venga messo in soffitta.
A partire dal secondo decennio del XX
secolo, l’influenza di Marx e Keynes è stata molto grande: si può dire che metà
del pianeta è stato marxista e l’altra metà keynesiana. Dopo la Seconda Guerra
Mondiale si è vissuto un lungo periodo d’espansione economica, fondamentalmente
nella società occidentale, che durerà fino all’inizio degli anni settanta;
oltre che per gli alti tassi di crescita economica e la creazione di molti
posti di lavoro, questi decenni si caratterizzano per un crescente intervento
dello Stato, messo sotto pressione dal timore dell’espansione in occidente
della Rivoluzione sovietica. Questa azione stimola politiche economiche
espansive ed anticicliche, così come lo sviluppo dello Stato sociale, fornendo
in modo generalizzato servizi di base e prestazioni sociali come educazione,
sanità ecc. Tuttavia, negli anni settanta, inizia il declino del keynesismo e
negli anni novanta avviene la gran ecatombe del cosiddetto “socialismo reale”:
padrone e signore dello scenario economico mondiale rimane il neoliberalismo.
Gli anni settanta furono scossi dalla
cosiddetta crisi petrolifera e dal calo dei tassi di rendita degli investimenti;
oggi si può affermare che il rincaro del petrolio ha provocato scompensi
economici (deficit di bilancio dei Paesi sviluppati, aumento dei prezzi,
considerevole aumento della liquidità nei Paesi produttori di petrolio...), ma
tutto ciò non giustifica in alcun modo le selvagge ristrutturazioni industriali
e la massiccia ondata di disoccupazione che continua ancora all’inizio del XXI
secolo.
Tutto lascia presumere che uno dei
fattori principali della crisi sia stata la rivoluzione elettronica e la sua
enorme capacità di incrementare la produttività, specialmente quella dei Paesi
OCSE e della loro area d’influenza. Le ricette economiche applicate durante la
fase di espansione non erano più utilizzabili poiché, attraverso l’incentivo
della domanda generato dall’attività dello Stato, non si poteva recuperare il
tasso di rendita del capitale e, d’altra parte, l’aumento dell’inflazione
minava il sistema. Per uscire da questa crisi e dalla paralisi economica il
capitale aveva bisogno di una nuova politica; è in questo contesto che, nella
maggior parte dei Paesi, fa la sua comparsa e si consolida il neoliberalismo.
L’esaltazione del mercato come meccanismo regolatore unico e insostituibile
dell’economia è la chiave dell’ideologia neoliberale, avendo come obiettivo il
recupero degli indici di profitto.
Per questo all’inizio degli anni ’80,
quando gli Stati Uniti non avevano ancora del tutto digerito una serie di
rovesci politici ed economici subiti negli anni ’70 (svalutazione del dollaro,
scomparsa del gold standard, destituzione di Nixon e sconfitta in Viet Nam), un
gruppo di economisti collaboratori del presidente Reagan ritenne che la
politica economica fosse troppo orientata alla domanda aggregata (consumo più
investimenti), vale a dire troppo influenzata dai principi keynesiani.
Secondo loro, conveniva tornare ai
principi liberali per aumentare i profitti, riducendo l’intervento dello Stato,
il che si concretizzò in tre idee fondamentali:
questo è ciò che si
definisce “economia dell’offerta”. Pertanto il neoliberalismo affonda le sue
radici nel liberismo economico ed è, in un certo senso, erede della dottrina di
A. Smith.
La politica di riduzione delle imposte
adottata dall’amministrazione Reagan, genera un forte incremento della domanda
che, non essendo accompagnato dalla riduzione della spesa pubblica (le spese
militari del Pentagono sono astronomiche), genera un importante deficit
pubblico e crea tensioni inflazionistiche nell’economia americana; c’è solo un
modo per recuperare l’equilibrio: l’instaurazione di una politica monetaria
restrittiva, che porterà ad un forte incremento del tasso d’interesse e della
disoccupazione.
E’ qui dove i postulati di Milton
Friedman (1912-, rappresentate della Scuola di Chicago) entrano in azione;
secondo la sua opinione, è inutile forzare le regole del gioco dell’economia:
una politica monetaria permissiva, che cerchi di incrementare l’attività
economica e ridurre la disoccupazione riducendo il tasso d’interesse attraverso
l’aumento dell’offerta monetaria, è destinata al fallimento, vale a dire
all’aumento dell’inflazione, se l’economia non è preparata. E’ lo stesso
Friedman a sviluppare l’idea del tasso naturale di disoccupazione, che
significa che “l’esistenza di una considerevole disoccupazione è il risultato
normale delle dinamiche di mercato e può essere una situazione accettabile”.
La stabilità dei prezzi, cioè la lotta
contro l’inflazione, diviene pertanto l’obiettivo principale della dottrina
neoliberale; in funzione di questo obiettivo ricorrere al deficit pubblico per
stimolare la domanda, incrementare il PIL e creare posti di lavoro è una falsa
soluzione, semplicemente perché si verifica una contrazione della produzione,
poiché il finanziamento del deficit pubblico aumenta il tasso d’interesse e ciò
scoraggia gli investimenti privati: è ciò che nel linguaggio economico del
neoliberalismo si definisce “effetto espulsione”.
Affinché la stabilità sia totale le
ricette neoliberali consigliano di controllare i costi di produzione e, di
conseguenza, aumentare la flessibilità del mercato del lavoro (massima libertà
di licenziamento) e la moderazione salariale; questa è la via proposta per
essere competitivi in un’economia sempre più internazionalizzata, globalizzata
e per far fronte ai nuovi Paesi industrializzati, specialmente quelli asiatici,
avvantaggiati dal basso costo del lavoro.
Per quanto riguarda la salvaguardia
degli indici di profitto, pertanto, è necessario articolare le diverse
componenti della politica neoliberale: l’attacco ai salari, la riduzione delle
prestazioni e dei servizi sociali, la controriforma fiscale, la deregulation
del mercato del lavoro, le privatizzazioni e la politica economica basata sul
monetarismo.
Con il neoliberalismo, la
globalizzazione è diventata un concetto quasi mitico, che va ben oltre lo
stesso termine. Viene utilizzata come sinonimo di post-modernità, di
mondializzazione dell’economia, usando il termine “villaggio globale” per
indicare qualcosa di equivalente ad un mondo senza frontiere, considerato come
un unico mercato nel quale la standardizzazione e l’economia di scala
permettono, soprattutto alle multinazionali, la realizzazione di eccellenti
affari; rispetto a questa concezione grandiosa il concetto di
Popolo-Nazione-Stato potrebbe apparire quasi meschino.
Conviene ricordare che
l’internazionalizzazione dell’economia non è un fenomeno esclusivo del nostro
tempo e che la mondializzazione è vecchia quanto il capitalismo: nel XIX secolo
questo fenomeno ha avuto una notevole diffusione. L’internazionalizzazione vive
una fase di arresto con la Prima Guerra Mondiale; nel periodo dal 1920 al 1950
le nazioni si ripiegano su se stesse, sono più autarchiche ma, a partire da
quel momento, ritorna in auge.
Il progresso del neoliberalismo e dell’internazionalizzazione
delle economie sono due aspetti strettamente correlati dell’evoluzione del
capitalismo; si definisce globalizzazione l’attuale stadio
dell’internazionalizzazione economica che si caratterizza per i seguenti
elementi: in primo luogo la generalizzazione della transnazionalizzazione
produttiva, cambiamenti nell’organizzazione delle imprese e dei mercati,
cambiamenti qualitativi nella produzione e nella società mondiale,
internazionalizzazione del modello di consumo (Coca Cola e McDonald’s diffusi
in tutto il mondo).
Questa globalizzazione produttiva,
negli anni ’90, comporta una forte crescita degli investimenti all’estero e
degli scambi commerciali che, nel 1997 raggiungono rispettivamente le cifre
record di 420 e 5600 miliardi di dollari; per quanto riguarda gli investimenti
bisogna sottolineare che il 70% del totale degli investimenti diretti si
concentra in Europa occidentale, Stati Uniti e Giappone.
Questo clima favorisce la fusione di
grandi imprese nei settori strategici (per esempio, nel settore chimico la
Chase Chemical, in quello delle telecomunicazioni la British Telecom-MCI, in
quello aeronautico la Boeing-McDonnell Douglas, in quello informatico 3 Com
Corp-US Robotic Corp, in quello farmaceutico Rhône-Poulenc e Hoechst, in quello
finanziario la Deutsche Bank e Bankers Trust, in quello energetico Exxon e
Mobil,...) che nel periodo 1996-97 hanno abbondantemente superato la cifra di
mille miliardi di dollari. Il processo di fusione prosegue inarrestabile, con
la conseguente perdita di posti di lavoro. Non c’è dubbio che queste
concentrazioni creino gruppi di potere oligarchici e siano contrarie alla
libera concorrenza, costringendo in molti casi le piccole e medie imprese a
svolgere un ruolo secondario, quello di semplici comparse, subordinate alle
multinazionali.
Le circostanze che favoriscono questo
autentico boom commerciale e di investimenti multilaterali e fusioni sono la
rivoluzione dei trasporti e delle telecomunicazioni e, a livello istituzionale,
la liberalizzazione multilaterale, promossa dall’OMC (1995) con il triplice
accordo sulla libera circolazione delle merci (GATT 94 servizi - GATS e
brevetti - ADPIC -).
Per quanto concerne la globalizzazione
finanziaria, il flusso dei movimenti di capitale ha acquisito proporzioni
enormi: gli investimenti stranieri raggiungono attualmente i 2.700 miliardi di
dollari (circa il doppio del 1988); quotidianamente vengono cambiate sui
mercati delle divise (transazioni spot, futures e stock options) quantità che
oscillano tra 1000 e 1800 miliardi di dollari: meno del 10% è relativo al
pagamento di prodotti alimentari e industriali, il resto è speculazione e
provoca ciò che viene chiamato “bolla finanziaria”. L’economia finanziaria,
invece di essere vincolata all’economia reale, si sviluppa autonomamente,
stimolando la speculazione e provocando, presto o tardi, disastri nel livello
di vita dei ceti popolari, dato che la speculazione finanziaria ottiene i suoi
guadagni approfittandosi dell’economia produttiva, attraverso gli interessi ottenuti
sui capitali produttivi e quelli derivanti dal debito pubblico.
In questo contesto, l’autonomia degli
Stati nello stabilire, all’interno della loro politica economica, tassi di
interesse, tassi di cambio, forme di controllo dei movimenti di capitale ecc.,
si debilita ed è condizionata dalle vicissitudini di questa immensa
circolazione finanziaria, stimolata spesso per mere ragioni speculative. E’
necessario imporre restrizioni ai movimenti di capitale, poiché questi stanno
causando veri e propri disastri in Asia, Russia ed America Latina e disturbano
la stabilità dello sviluppo dei paesi industrializzati. La proposta
dell’economista Tobin (imposta dell’uno per mille sui movimenti di capitale
speculativi) va in questo senso, ciò nonostante il FMI rifiuta di considerare
come una soluzione appropriata le restrizioni alla mobilità del capitale,
limitandosi a riconoscere che la liberalizzazione della bilancia commerciale in
alcuni Paesi è avvenuta troppo presto.
A fronte della strategia liberale dura
e pura, negli ultimi anni, in Europa e America Latina, è sorta una variante più
attenuata, che propone una “terza via”: di fatto, un liberalismo economico
attenuato, ponendo l’accento su certe questioni di carattere assistenziale.
La dottrina
neoliberale enfatizza in modo particolare due aspetti:
Questo significa che
l’economia deve reggersi quasi esclusivamente sulle leggi del mercato, il
libero gioco della domanda e dell’offerta, e che l’Amministrazione deve
intervenire il meno possibile nella regolazione dell’attività economica. Nella
pratica ciò è falso, considerato che l’intervento dello Stato neoliberale nelle
questioni economiche, in forma più o meno dissimulata, è molto intenso e
l’offerta dipende dall’oligopolio delle multinazionali, con la conseguente
manipolazione dei prezzi, in un contesto nel quale la domanda di prodotti di
base e di abitazioni è quasi rigida.
L’intervento dello Stato avviene non
solo in modo diretto (spesa pubblica che nei paesi industrializzati oscilla fra
il 40 ed il 50% del PIL, infrastrutture, imprese pubbliche), ma anche in modo
indiretto, mediante i potenti strumenti della politica economica, le
sovvenzioni, i provvedimenti a favore dell’aumento delle esportazioni,
l’intervento in settori orizzontali (ricerca + sviluppo, formazione...) e la
legislazione (deregulation del mercato del lavoro...).
A prima vista può sembrare che
l’interventismo tenda ad attenuarsi; una dimostrazione di ciò sarebbe l’attuale
ondata di privatizzazioni di imprese pubbliche. Eppure un’attenta analisi di
queste privatizzazioni ci indica che gran parte delle imprese pubbliche
appetibili finiscono in mano alle multinazionali, il cui comportamento
oligopolistico non brilla certo per il rispetto delle regole della libera
concorrenza ma, al contrario, per l’intervento molto evidente di banche, IBM,
General Motors, Toyota...
Oggi si può affermare che la necessità
dell’intervento statale, in un’economia complessa come quella attuale, sia
transideologica, che non dipenda dalle ideologie; il vero dibattito, a livello
ideologico, non è dunque intervento sì-intervento no, ma a favore di chi si
realizza questo intervento: a favore delle classi ricche o delle classi
popolari, questa è la vera questione; il resto sono solo fuochi d’artificio con
i quali i vertici del capitalismo interpretano, con loro grande soddisfazione,
il ruolo di difensori del libero mercato, mentre nulla è più lontano dalla
realtà.
Per contro, conviene non demonizzare il
mercato: bisognerà distinguere fra un mercato che, in determinate circostanze,
può essere positivo per gli interessi delle classi popolari, da un mercato
perverso (mercati imperfetti), nel quale è spesso consigliabile l’intervento
statale. Il nuovo socialismo dovrà fare propri e, quando necessario, utilizzare
termini come mercato, concorrenza, produttività... attribuendo ad essi un
profondo senso sociale, giacché non sono patrimonio esclusivo di nessuno.
Le conseguenze
sociali della politica economica neoliberale sono nefaste e i difetti del
capitalismo si manifestano in tutta la loro drammaticità: il capitalismo dimostra
una grande capacità di produrre beni e servizi, di sviluppare il commercio
internazionale e i movimenti di capitale, ma dimostra la totale mancanza di
sensibilità rispetto alla distribuzione dei profitti e della ricchezza. Prevale
la dittatura dei mercati imperfetti, controllati da poche e molto potenti
imprese, o addirittura da una sola che monopolizza il mercato, e i suoi limiti
sono evidenti negli aspetti relativi all’etica ed alla giustizia.
In un mondo di libero
scambio i Paesi del Terzo Mondo hanno un ruolo perdente: le differenze
tecnologiche e di produttività, il dominio del mercato favoriscono chiaramente
i Paesi del Nord rispetto a quelli del Sud, il che si traduce in molti casi in
un debito estero permanente. Per favorire il finanziamento del debito bisogna
mantenere alti tassi d’interesse, il che rallenta la crescita economica,
incrementa l’indebitamento e peggiora il Rapporto Reale di Scambio.
Tutto ciò favorisce
il prosciugamento delle ricchezze naturali, soprattutto da parte degli ex-colonizzatori,
e il perpetuarsi della povertà. La crisi drammaticamente esplosa nell’estate
del 1998, nella quale Corea del Sud, Malesia e Indonesia persero in un solo
anno fra in 5 e il 15% del loro PIL, i disastri sociali di Russia e America
Latina ed i possibili effetti dello sviluppo economico stabile di Europa e Nord
America, sono conseguenza delle fede cieca e stupida nella dittatura del
mercato e rappresentano, forse, la premessa del naufragio dei dogmi liberali
che li sostengono.
La precarietà, la disoccupazione
(che colpisce soprattutto donne e giovani), l’esclusione sociale, il degrado
ambientale e, in generale, il progressivo deteriorarsi delle condizioni sociali
di un’ampia fetta di popolazione, sono il denominatore comune delle economie
sviluppate.
La politica di
attacco ai salari, (diretti, indiretti o precari) ha rotto l’equilibrio fra la
produzione e la domanda: negli anni ’80 e ’90 i salari costituiscono una quota
sempre minore del reddito nella maggior parte dei Paesi; all’interno dell’Unione
Europea il rapporto salario reale/produttività è diminuito del 19% dal 1976
(nel caso spagnolo del 23%), vale a dire la crescita reale dei salari è stata
inferiore a quella della produttività, dando luogo ad una redistribuzione del
reddito a favore dei profitti.
Il settore pubblico
ha contribuito a questa redistribuzione rendendo meno equi i sistemi fiscali,
tagliando le prestazioni sociali, peggiorando i servizi pubblici e diminuendo
il potere d’acquisto delle pensioni; dall’altra parte l’alto costo delle
abitazioni ha incrementato il travaso di capitali dalle economie domestiche
alle istituzioni finanziarie ed ai proprietari di terreni.
Lo spreco di risorse
non rinnovabili, l’estrazione abusiva di quelle rinnovabili, i processi
produttivi che non si preoccupano dei residui e delle emissioni nocive, i
modelli di consumo individualista e sfrenato, sono caratteristiche intrinseche
della dinamica capitalista; il neoliberalismo ha accentuato il suo carattere
predatorio e lesivo dell’equilibrio ecologico.
Il libero commercio
internazionale e la strategia economica neoliberale generano maggiori
differenze sociali: se nel 1960 il 20% più ricco della popolazione mondiale
godeva di un reddito 30 volte superiore a quello del 20% più povero, negli ani
’90 questa differenza diventava di 61 volte.
Assistiamo
all’imposizione a livello mondiale dell’economia capitalista di mercato,
comandata a bacchetta dagli Stati Uniti, dalle multinazionali e dai governi
delle economie occidentali più potenti; dopo la caduta del blocco dei Paesi
dell’Est e la fine del bipolarismo, la globalizzazione neoliberale, la
mondializzazione dell’economia hanno imposto un nuovo ordine economico mondiale
con la forza delle armi (Guerre del Golfo 1991 e 1998, Kosovo, ecc.), con la
forza teorica del modello liberale e con l’aiuto fondamentale degli organismi
internazionali (FMI, BM, WTO, OCSE, G-7...).
L’omogeneizzazione
derivante dal processo di internazionalizzazione descritto genera una dinamica
che distrugge la cultura e l’identità dei Popoli della Terra: si calcola che
negli anni ’90 sia scomparsa una lingua ogni settimana.
Gli accordi
dell’organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), mercificando la cultura,
riflettono l’espressione politico-culturale della riproduzione ampliata del
capitale, che cerca di eliminare ogni identità collettiva nazionale o popolare;
in questo senso il WTO, con l’Accordo Generale su Dazi e Commercio (GAT)
rappresenta l’acutizzarsi del processo di internazionalizzazione che cancella
le caratteristiche culturali e nazionali della maggior parte dei popoli.
L’industria audiovisiva nordamericana aggredisce l’Europa che, timidamente, si
difende sostenendo la diversità culturale e imponendo dei limiti
all’importazione.
Il modello economico
che proponiamo tenta di superare l’attuale situazione bipolare e di ingiustizia
generata dal sistema economico dominante; a fronte del nefasto interventismo
neoliberale sosteniamo la necessità di un modello proprio, adatto alle nostre
peculiarità, che contempli la liberazione nazionale, sociale e di genere;
socialismo basato sulla partecipazione collettiva della società e su un forte
intervento pubblico, in modo che siano gli interessi individuali e collettivi
della società basca a definire il sistema di funzionamento della nostra
economia (il mercato non tiene in considerazione aspetti fondamentali della
nostra economia quali, per esempio, il lavoro domestico ecc.). Questo è, in
breve, ciò che intendiamo per socialismo identitario basco.
I principi
fondamentali sui quali basiamo il nostro modello sono i seguenti:
EUSKAL HERRIA DECIDE
IL SUO DESTINO. La società basca, attraverso l’esercizio del diritto di
autodeterminazione, deve configurare un potere politico sovrano, in tutto il
territorio nazionale, strutturando il Paese dalle fondamenta; questo significa
che, in base ad un principio di sussidiarietà, dobbiamo tendere al massimo
livello di decentramento possibile, trasferendo ai Comuni ed agli enti locali i
poteri e le risorse necessari.
ALTERNATIVA
INTEGRALE. Questa proposta va al di là della mera soddisfazione delle necessità
materiali, considerando la persona come protagonista nella costruzione di una
nuova Euskal Herria, che decide il suo destino, giusta e progressista.
UN MODELLO DI
SVILUPPO SOCIALISTA E IDENTITARIO. La politica economica nei suoi diversi
aspetti (monetario, fiscale, finanziario, politiche per il lavoro e lo sviluppo
dei diversi settori) deve stabilire i propri obiettivi in funzione delle
necessità individuali e collettive della società basca, ponendo l’economia al
servizio della persona e della collettività, non il contrario, senza per questo
trascurare i diversi equilibri macro e microeconomici. Allo stesso modo vanno rispettati
gli equilibri naturali, superando la concezione secondo la quale la natura è al
servizio di qualsiasi tipo di attività o infrastruttura.
LA DEMOCRAZIA
PARTECIPATIVA è il fondamento della nostra alternativa e la miglior garanzia di
controllo per impedire che si trasformi in mera retorica. La partecipazione
della società, dei movimenti popolari e delle persone in generale
nell’assunzione di decisioni sull’orientamento della politica economica è
fondamentale; ciò obbliga a mettere a disposizione della società canali che
permettano l’accesso all’informazione, ambiti di decisione e strumenti per
esercitare il controllo.
UN’ORGANIZZAZIONE
ISTITUZIONALE IMPEGNATA. Facendosi carico della fornitura di servizi sociali e
della sicurezza economica per l’insieme della cittadinanza, il Paese Basco deve
disporre di un’organizzazione istituzionale impegnata nel raggiungimento della
piena occupazione, dotata di una serie di sistemi sociali destinati a fornire
beni e servizi sufficienti, in un ambito di politiche redistributive, il cui
obiettivo sia l’eliminazione della disuguaglianza sociale, di genere ed
economica.
RUOLO DEI MUNICIPI E
DEGLI ENTI LOCALI. Questi devono svolgere un ruolo chiave nell’articolazione di
questo nuovo settore pubblico, aprendo spazi di partecipazione per la
popolazione, definendo le priorità in ambito locale, pianificando l’utilizzo
delle proprie risorse e stabilendo gli obiettivi in coordinamento con istanze
superiori.
SPAZIO SOCIOECONOMICO
BASCO. Necessitiamo della piena sovranità economica affinché la popolazione
basca possa effettivamente pianificare l’utilizzo delle sue risorse e regolare
l’attività economica; in questo senso, le decisioni della comunità dovrebbero
far valere il proprio peso rispetto a temi quali l’organizzazione del territorio,
le infrastrutture, la spesa pubblica, la politica economica, le relazioni
sindacali, il miglioramento della qualità della vita, politiche di
compensazione tese ad eliminare le diseguaglianze sociali e di genere, con
l’obiettivo di creare un’economia al servizio della comunità basca.
LA DISTRIBUZIONE
DELLA RICCHEZZA E DEL LAVORO. Vanno impiegati strumenti quali l’istituzione di
minimi e massimi salariali, un sistema fiscale progressivo e maggiori
investimenti nella politica sociale diretta (indennità di disoccupazione,
pensioni ecc.) ed indiretta (accesso all’abitazione, all’educazione, alla
sanità, alla lingua ed alla cultura). L’impegno per la distribuzione del lavoro
è parte di questo obiettivo, pertanto l’eliminazione degli straordinari e del
doppio o triplo lavoro, il prepensionamento, la riduzione dell’orario di lavoro
e la distribuzione e socializzazione del lavoro domestico sono gli assi
portanti di un progresso nella distribuzione della ricchezza.
POLITICHE PER LE PARI
OPPORTUNITA’. Sono intese come azioni che rendono possibile il superamento
della discriminazione delle donne in tutti gli ambiti sociali; queste politiche
devono avere carattere integrale, devono partire da un’analisi che, in base
alla realtà dei differenti collettivi di donne, proponga una strategia globale,
che si concretizzerà in provvedimenti di compensazione efficaci - di azione
positiva- da sviluppare nei diversi ambiti, per progredire nel miglioramento
delle condizioni di vita delle donne.
SETTORE PUBBLICO FORTE,
EFFICIENTE, ONESTO E TRASPARENTE. Il suo obiettivo principale sarà guidare il
processo di rigenerazione e modernizzazione dell’economia basca, prevedendo un
adeguato periodo di transizione, attraverso una pianificazione strategica,
vincolante per il settore pubblico e di orientamento per i settori
cooperativistico e privato. Il settore pubblico svilupperà e coordinerà il
nuovo ordine economico e la strategia generale di sviluppo nel contesto
internazionale, stabilendo un piano per il recupero ed il potenziamento
ordinato dei settori classici (agricoltura, allevamento, silvicoltura, pesca,
artigianato, siderurgia, cantieristica navale, acciai speciali, industria
cartiera, meccanico, indotto automobilistico, agroalimentare, gastronomico,
sportivo...) e per la diversificazione della nostra industria in settori nuovi
e moderni; tutto ciò in vista di una nuova era, tenendo conto dei profondi
cambiamenti che si profilano nei settori terziario e del tempo libero.
CONTROLLO EFFETTIVO
DEI SETTORI DI BASE. Per poter svolgere il proprio compito, il settore pubblico
eserciterà un controllo effettivo dei settori di base dell’economia,
appoggiandosi, per realizzare la propria politica, alle aziende pubbliche
basche e, nell’ambito di una strategia a lungo termine, su due pilastri che
caratterizzeranno la nostra meta economica: formazione e ricerca + sviluppo
(R+S). Si stabiliranno meccanismi adeguati al fine di evitare gli errori
storici nei quali è incorso il settore pubblico mal gestito, sviluppando, come
regola principale, l’efficiente e trasparente gestione delle risorse.
PROMOZIONE
DELL’ECONOMIA SOCIALE. Si considera che lo spirito cooperativistico debba
favorire la democrazia economica, la cogestione e la partecipazione, in
sintonia con l’articolazione ideologica e politica del resto del movimento
operaio basco. L’economia sociale deve mostrare la sua capacità di superare il
sistema capitalista e di integrarsi nel progetto socio - politico del movimento
popolare basco.
GIOCARE D’ANTICIPO
rispetto ai profondi cambiamenti che si avvicinano come conseguenza delle
modificazioni nella composizione della società, dell’introduzione delle nuove
tecnologie, della riduzione dell’orario di lavoro, della socializzazione del
lavoro domestico, dell’età pensionabile... L’approccio economico al cambiamento
dovrà essere globale, dovrà, cioè, tenere conto della relazione fra i vari
strati della popolazione e le enormi possibilità di un’offerta di beni
immateriali propri, come la nostra cultura, per soddisfare una crescente
domanda di tempo libero.
Sì ALL’EUROPA DEI POPOLI. No, quindi,
all’attuale Unione Europea, disegnata a Maastricht, per la copertura che dà
all’Europa degli Stati, per il suo sostegno ai principi neoliberali e per il
suo carattere antisociale. Sì, invece, all’integrazione economica in quegli
spazi regionali, interregionali e multilaterali che sostengono le relazioni fra
i popoli in un’ottica progressista.
EQUITA’ A LIVELLO
INTERNAZIONALE. E’ necessario il nostro impegno nel denunciare davanti agli
organismi internazionali competenti l’attuale articolazione del rapporto reale
di scambio, tanto sfavorevole per la maggior parte dei Paesi di Asia, Africa ed
America Centrale e Meridionale, proponendo relazioni commerciali internazionali
basate sul giusto prezzo e non sui prezzi imposti dall’abuso di potere delle
multinazionali.
04.01.2001