Del mondo kurdo n. 22 – anno 3

Del mondo kurdo n. 22 – anno 3
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La Turchia inizia a ripensare all’ipotesi di inviare le sue truppe in Iraq-Di Susan Sachs, da New York Times, 24 ottobre 2003

Baghdad 23 ottobre: combattuta tra le implorazioni dell’amministrazione Bush per l’invio di truppe, con compiti di peace keeping, ed una eguale e forte resistenza da parte degli iracheni, la Turchia ha iniziato a tirarsi indietro dalla sua iniziale disponibilità a schierare migliaia dei suoi soldati in Iraq.

In un comunicato diffuso due giorni fa i funzionari turchi hanno affermato di non avere fretta d’inviare i loro soldati nel mezzo di un contesto incerto, e possibilmente ostile, come quello iracheno, dove tutti i leader politici, di tutti gli schieramenti hanno appoggiato la popolazione kurda che si oppone alla presenza delle truppe turche.

L’ambivalenza turca è stata sottolineata, lo scorso martedì 21, dal Primo Ministro Recep Tayyip Erdogan: “sono stati gli USA a richiederci l’invio di soldati turchi in Iraq. Noi non abbiamo insistito su questo punto”.

Il Presidente BUSH sta provando a convincere un certo numero di nazioni musulmane ad inviare truppe in Iraq per alleggerire il peso che grava sui militari statunitensi e cambiare l’immagine dell’occupazione: da quella di un esclusivo sforzo occidentale a quella di uno impegno multietnico e multinazionale.

L’unico successo apparente è stato quello con la Turchia, che sta tentando di ristabilire le relazioni con l’amministrazione Bush dopo il suo rifiuto di consentire alle truppe USA di utilizzare la Turchia come base per la guerra in Iraq.

All’inizio di questo mese il Parlamento turco ha dato al governo mano libera per negoziare il dispiegamento di truppe in Iraq. Da allora, però, il crescendo delle proteste pubbliche in Turchia e la ferma obiezione dei leader politici iracheni hanno fatto crescere dubbi sul piano tra i potenti militari turchi.

A Washington i funzionari dell’amministrazione hanno continuato ad esprimere fiducia, anche se abbastanza guardinga, che, alla fine, la Turchia finirà con l’unirsi alle truppe alleate in Iraq.

Il portavoce del Dipartimento di Stato, Adam Ereli, ha detto che l’amministrazione Usa crede che la Turchia possa giocare un ruolo importante nella stabilizzazione dell’Iraq e ha aggiunto che Washington ed Ankara stanno ancora negoziando sul possibile schieramento delle truppe turche: “Restiamo fiduciosi che un accordo soddisfacente, su questo punto, potrà essere raggiunto”.

Allo stesso tempo i funzionari Usa in Iraq hanno visto crescere la diffidenza in faccia a tutti i 25 membri del Consiglio di governo dell’Iraq circa il dispiegamento di truppe turche nel paese.

Paul Bremer, l’amministratore USA dell’Iraq, ha suggerito a Washington di lasciare agli iracheni e ai turchi il compito di risolvere da soli i loro problemi. Dan Senor, Consigliere di Bremer, ha affermato che l’amministratore USA avrebbe raccomandato “come prossimo passo, l’avvio di un dialogo diretto tra la Turchia e il Consiglio di governo”.

La leadership irachena, lenta a prendere tutte le altre decisioni, è stata capace di unirsi con forza sulla questione dello schieramento delle truppe turche. Il Gran Consiglio ha accettato di discutere con la Turchia, ma gli amministratori iracheni hanno chiarito che faranno tutto il possibile per soddisfare gli USA.

Zebari, Ministro degli esteri ad interim, lo scorso martedì ha detto che il Consiglio di governo riconosce il desiderio dell’amministrazione Bush di rafforzare le truppe di occupazione con la presenza di soldati mussulmani ma altresì affermato che la presenza di truppe turche, o di qualsiasi altro paese della regione, potrebbe provocare molta più violenza in Iraq a causa del riaccendersi di antichi odi e sospetti.

Il nord Iraq, che confina con la Turchia, è regione a maggioranza kurda, così come il sud est della Turchia. I più importanti gruppi tribali e politici kurdi dell’Iraq hanno spesso cooperato con la Turchia nel soffocare le rivolte kurde in Turchia. Ma anche gli iracheni sono fortemente contrari alla lotta kurda in Turchia per una maggiore autonomia.

AFP – “La Turchia sull’incapacità USA a riguardo della richiesta di truppe turche in Iraq”. Ankara, 28 ottobre 2003

Il Ministro degli esteri turco Abdullah Gul ha accusato gli Stati Uniti di essere stati inetti nel trattare la richiesta di truppe turche da inviare nel vicino Iraq per aiutare le loro forze sul luogo, ha riportato l’agenzia turca Anadolu.

“Naturalmente c’è stata incapacità. Prima sono venuti, con molto entusiasmo e ci hanno detto “non perdete tempo” e poi hanno visto che ci sono molte questioni inerenti, così che essi stessi hanno esitato molto” ha detto Gul ai giornalisti.

Di fronte alle sempre maggiori perdite nel dopo guerra in Iraq, Washington ha chiesto aiuto militare ad Ankara, ma poi è sembrato fare un passo in dietro sull’idea di affrontare l’imbattibile opposizione della leadership ad interim di Iraq.

Il governo di Ankara, nel frattempo, ha ottenuto, per i suoi piani di dislocamento delle truppe, l’approvazione parlamentare, suscitando l’ira dell’opinione pubblica che si oppone profondamente ad estendere l’aiuto militare per aiutare gli Stati Uniti in Iraq. Il Primo Ministro Recep Tayyp Erdogan la scorsa settimana aveva detto che Washington ha chiesto una pausa nelle trattative con Ankara sulla questione del dislocamento in Iraq, ma ha detto che il piano non è stato ritirato.

“Gli americani non conoscono bene la regione. Non hanno prestato abbastanza attenzione agli avvisi che gli erano stati presentati.Se gli ufficiali che attualmente stanno amministrando l’Iraq avessero conosciuto meglio la regione, oggi le cose andrebbero meglio” ha detto Gul.

Il Parlamento turco il 7 ottobre autorizzò l’invio dei soldati in Iraq, ma gli ufficiali statunitensi, hanno mancato di assopire le obiezioni che il Consiglio di governo iracheno avanza nei confronti del piano.

L’organismo istituito dagli USA dice che il coinvolgimento militare dei paesi confinanti potrebbe interferire con la politica interna e impedire i già fragili sforzi del paese devastato dalla guerra.

I kurdi di Iraq, che hanno avuto per lungo tempo delle strette relazioni con Ankara, sono particolarmente ostili e preoccupati che la Turchia, confinante con la parte nord della loro patria, potrebbe tentare di ostacolare i loro profitti del dopo guerra.

“Non effettueremo niente finché ci saranno esitazioni… qualsiasi cosa che ci riguarda dovrà essere chiarita, tutti dovranno dire sì” ha detto Gul. Aggiungendo che sta a Washington persuadere la leadership irachena.

“Riteniamo che possano convincere quelli che loro stessi hanno incaricato… Gli USA sono l’autorità in Iraq. Quindi sono loro i nostri interlocutori. Questo non significa che noi non rispettiamo il popolo iracheno. Il successo del popolo iracheno per noi è molto importante” ha detto Gul.Il dialogo con gli USA su questo tema continuerà, ha detto il Ministro, aggiungendo: “non abbiamo alcuna fretta”.

Molti politici turchi, compresi alcuni membri del governo, hanno espresso il proprio sollievo di fronte alla prospettiva che sfumi il piano, a cui si oppone l’opinione pubblica. Aiutando gli Stati Uniti, il governo è intenzionato a recuperare quanto perduto nel non aver partecipato alla guerra e nell’ottenere voce in capitolo nel processo di ricostruzione del dopo guerra, nel quale teme che i kurdi iracheni possano ottenere influenza per una futura indipendenza. Una tale prospettiva potrebbe ridare fiato alla violenza separatista fra i kurdi nel vicino sud-est turco.

Il presidente Sezer: «La questione è chiusa». Scacco per Washington che dava per scontato l'arrivo dei rinforzi militari di Ankara- Da Liberazione / Giancarlo Lannutti

Iraq, la Turchia non inviera' truppe

Per Bush sull'Iraq le delusioni non finiscono mai: dopo l'esito non proprio felice della conferenza dei Paesi donatori a Madrid e la ribadita intenzione di Francia, Germania e Russia di non sborsare un soldo finché la situazione irachena resta quella che è, ieri è tramontata anche la possibilità di un intervento di truppe turche per alleviare il peso di una occupazione (e di una resistenza) che finora è gravato essenzialmente sulle spalle degli Stati Uniti.

Nelle settimane scorse l'invio di contingenti militari turchi a integrare le forze della coalizione era dato ormai per scontato, Ankara veniva annoverata tra quegli alleati o "amici" che si erano dimostrati sensibili alle richieste di Bush senza stare tanto a cavillare su quale fosse in effetti il ruolo o la "copertura" delle Nazioni Unite. Ma adesso è venuta la doccia fredda: il presidente turco Ahmed Necdet Sezer ha detto ieri di considerare "una questione chiusa" l'eventuale invio di truppe del suo Paese per partecipare alla stabilizzazione dell'Iraq. Sezer non è sceso in particolari e non ha dunque fornito dettagli sulle motivazioni della sua affermazione né sulla giustezza o meno di una partecipazione turca all'operazione militare in Iraq; ha detto soltanto, in modo un po' sibillino, che «è molto difficile armonizzare le condizioni necessarie» per l'invio di truppe.

Evidentemente Ankara aveva chiesto delle contropartite che non ha ottenuto, o che ha ottenuto in modo ritenuto insufficiente; in ogni caso la sua decisione rappresenta un autentico rovescio per i progetti americani. Quali fossero le contropartite che la Turchia potrebbe aver chiesto non è dato per ora sapere, almeno in forma ufficiale o comunque esplicita. Non è però difficile immaginarlo, se pensiamo da un lato alle mire turche sulla ricca regione petrolifera di Mosul (mire che risalgono agli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale e allo smembramento dell'Impero Ottomano) e dall'altro alla decisa ostilità di Ankara verso la nascita di un qualunque potere autonomo curdo - indipendente o federato che sia - nel nord dell'Iraq, per i possibili contraccolpi politici e psicologici sulla "sua" regione curda, tanto più dopo che gli eredi del Pkk hanno unilateralmente denunciato l'ormai pluriennale cessate il fuoco.

Su questi termini ci sono già stati momenti di contrasto e di tensione con gli Stati Uniti: ricordiamo in particolare che alla vigilia della guerra Ankara rifiutò, con un voto di maggioranza del suo parlamento, il passaggio sul suo territorio alle truppe americane, rendendo con ciò di fatto impossibile un attacco contemporaneo dal sud e dal nord contro Baghdad; successivamente, a guerra iniziata, minacciò un intervento diretto e unilaterale delle sue truppe se i guerriglieri curdi avessero "liberato" da soli le città del nord Iraq, e in particolare proprio Mosul; e anche per questo gli americani lanciarono sulla regione curda la Divisione di paracadutisti partita dalle basi italiane.

Il fatto è che con l'avvento del mondo unipolare, dopo il collasso dell'Urss, il quadro geostrategico complessivo è cambiato e di conseguenza si sono modificati, o aggiornati, anche gli interessi di attori regionali ma comunque importanti come la Turchia. Ankara è oggi in una situazione contraddittoria: da un lato ci sono la fedeltà, o la solida amicizia, verso il vecchio alleato, il legame con la Nato e l'aspirazione a un rapido (ma non facile) ingresso nell'Unione europea, dunque la sottolineatura di una vocazione per così dire "occidentale"; dall'altro ci sono le suggestioni dell'eredità ottomana e di un risorgere del sogno "panturanico" degli anni '20, sia pure in termini aggiornati ma con l'occhio che va comunque dalla regione del Caucaso all'Asia centrale ex-sovietica; e a "gestire" questa contraddizione c'è per di più un governo islamico, per quanto di segno moderato. Se non ha tenuto conto di tutto questo, l'Amministrazione Bush sta dando la ennesima prova della superficialità e insipienza con cui ha affrontato l'intero affare iracheno.

I kurdi sono stati infine ascoltati: “La Turchia brucia i nostri villaggi” da New York Times, 24 ottobre 2003

Uno dopo l’altro, gli abitanti dei villaggi avanzarono nei loro vestiti sbrindellati, pronunziarono il giuramento nell’aula giudiziaria ed iniziarono a parlare di crimini primi indicibili. Una delle prime fu Emin Toprah, una giovane donna kurda la faccia della quale, inaridita, anticipava la storia che stava per essere raccontata: “Stavo sedendo in casa con i miei figli, loro vennero e dissero – stiamo per bruciare la tua casa - e così noi uscimmo”. Questo è quello che la signora Toprak disse alla fila di giudici turchi, vestiti in abiti di seta, seduti dinanzi a lei.

Uno dei giudici disse: “Chi bruciò il tuo villaggio?” E lei rispose: “Le forze governative”.

Così è successo che, al terzo piano di un aula di un palazzo giudiziario turco, la scorsa settimana, un pugno di cittadini kurdi ha rotto il silenzio, prevalso in quel paese, su quello che i gruppi di difesa dei diritti umani hanno definito uno dei segreti più violenti degli anni ’90: la sistematica campagna delle Forze di sicurezza turche per bruciare i villaggi dei kurdi sospettati di dare appoggio ai guerriglieri separatisti.

La politica della Turchia nei confronti dei kurdi ha iniziato a diventare più conciliatoria. Ma la scena svoltasi nell’aula giudiziaria fu un potente ricordo di quanto la brutta storia influenzava ancora i piani turchi – inizialmente incoraggiati dall’amministrazione Bush - di dislocare le sue truppe in Iraq, dove dai quattro ai cinque milioni di kurdi vivono nella parte settentrionale del paese.

I gruppi di difesa dei diritti umani hanno qui detto che le Forze di sicurezza turche hanno distrutto circa 4000 villaggi e paesini e disperso centinaia di migliaia di kurdi. I villaggi furono distrutti durante la feroce guerra tra il governo turco e i ribelli kurdi, con più di 30000 persone morte.Ma fino ad una settimana fa, secondo le leggi turche, le pratica della terra bruciata fatta dal governo turco era una materia ancora troppo delicata per parlarne nella stessa Turchia. Dire che le Forze di sicurezza dello stato avevano bruciato un villaggio, dicevano, equivaleva ad una condanna a morte.

Il Presidente dell’Associazione turca per i diritti umani di Diyarbakir, Selhattin Demirtas, ha riferito che molto spesso i kurdi che denunciavano la distruzione delle loro case finivano per scomparire, così come, a volte, i loro stessi avvocati.

Il governatore di Diyarbakir, Nusret Miroglu, ha respinto le accuse: “Non è vero che le nostre forze di sicurezza bruciano i villaggi – e questa è una bugia- Noi siamo un paese che rispetta la legge”.“E’ invece possibile che siano i terroristi a bruciare i villaggi” ha aggiunto il governatore riferendosi ai ribelli kurdi.

Il clima tra i turchi e i kurdi è bruscamente cambiato negli ultimi mesi, da quando i leader del paese stanno spingendo per entrare nella Unione europea. Da richieste della UE, il governo turco ha messo in atto delle misure per espandere i diritti di 14 milioni di krudi, ai quali è sono stati da anni negate libertà culturali e legali godute dagli altri cittadini turchi.

Dall’anno scorso il Parlamento turco ha approvato delle leggi che permettono alle famiglie kurde di dare nomi kurdi ai loro figli, agli insegnanti kurdi di tenere lezioni in lingua madre e ai mezzi di informazioni kurdi di trasmettere in kurdo. All’inizio dell’anno il governo ha eliminato le legge di emergenza che era rimasta nella zona sud est del paese.

La modifica delle relazioni tra il governo turco e i cittadini kurdi è stata resa evidente dal fatto che l’udienza ha potuto avere luogo: “quello che hai detto oggi non si sarebbe potuto dire quattro anni fa. Le persone avevano troppa paura”- ha detto un avvocato kurdo, Meral Bestas.Ma la politica turca ancora non è arrivata troppo in là. Nonostante la testimonianza di oltre 20 persone, ognuna delle quali ha raccontato la stessa storia, il giudice del caso, Mithat Ozcakmaktasi, ha deciso che ci sarebbe voluto ancora molto tempo prima di emettere un verdetto.

La storia raccontata dagli abitanti del villaggio ha avuto inizio il 6 marzo del 1993. Le truppe della gendarmeria di Uzman, truppe paramilitari attive nella regione, entrarono a Derecik attorno a mezzogiorno e dissero agli occupanti delle casi di abbandonare le abitazioni.Dopo che gli abitanti avevano abbandonato i villaggi le truppe, secondo quanto detto dai testimoni, iniziarono a spargere del fosforo sui tetti di legno e i mobili delle case.

Omer Fida, coltivatore di frutta di 56 anni, ha detto ai giudici: “L’uomo della gendarmeria è entrato in casa mia e mi ha detto di uscire”. Qualcuno accese un fiammifero, disse l’uomo, e 28 case furono distrutte dalle fiamme. Fidan disse di essere riuscito a riunire un po’ delle sue pecore prima che la sua casa sparisse tra le fiamme. Dopo di ché prese sua moglie e i suoi 10 figli, li caricò su un furgoncino e li condusse verso una nuova vita a Diyarbakir.

Da molti racconti si conclude che la distruzione dei villaggi era una parte della strategia turca per privare i ribelli dei loro santuari. Era vero, disse il signor Fidan, spesso gli abitanti del villaggio di Derecik davano cibo ai guerriglieri quando questi arrivavano al villaggio.

Due anni fa, una Commissione parlamentare turca ha concluso che sono stati distrutti più di 3000 villaggi e circa 378000 persone sono state costrette a fuggire. Ma la commissione non è giunta ad alcuna conclusione sugli autori delle distruzioni.

Non è ancora facile scoprire i dettagli di quello che successe a Derecik, situato 50 miglia a nord di Diyarbakir, zona tuttora interdetta ai forestieri. Un giornalista americano che tentò di recarsi sul luogo due settimane fa fu bloccato ad un posto di controllo, dove gli fu ordinato di tornare indietro e fu anche seguito per diverse miglia dagli agenti dell’intelligence turca.Lungo la strada, numerose macerie della guerra che una volta imperava. Sulla strada, circa 30 miglia fuori Diyarbakir, si trovano i resti di quello che una volta è stato un piccolo paese: pile di vecchi mattoni, pezzi di legno e pochi resti di mobili arrugginiti. Un cartello stradale ancora annuncia il suo nome: Angul

Una nativa di Angul, Cicek Dagtas, ha detto: “I militari vennero e ci ordinarono di uscire, e noi uscimmo, loro tirarono della polvere sulla casa e improvvisamente la casa prese fuoco”.

La signora Dagtas e suo marito, Hussein, sono ora l’intera popolazione di Angul. Dopo aver vissuto per dieci anni in un appartamento a Diyarbakir hanno deciso di tornare al villaggio per ricominciare da capo. Sono stati trovati sul tetto della scuola del villaggio, uno dei due palazzi rimasti intatti, intenti a ripararlo.

Non molto lontano si trovano i resti del ristorante di Fis, il vero luogo dove nel 1978, Abdullah Ocalan, il leader del principale movimento guerrigliero, convocò la sua prima riunione. Il ristorante oggi è chiuso e le sue pareti sono annerite.È stato solo grazie alla loro perseveranza che il signor Fidan e tutti gli altri sono stati in grado di raccontare a tutti la loro storia. Provato dalle sue perdite, Fidan, respingendo gli avvisi dei suoi amici, ha chiesto un risarcimento. Dopo otto anni non è arrivato da nessuna parte. Adesso ha deciso di citare il governo.

Il caso, assunto dal Presidente dell’Unione degli avvocati di Diyarbakir e da altri tre legali, ha portato a delle contro accuse da parte del pubblico ministero che ha accusato gli avvocati di essersi inventati la storia. Il PM li ha accusati di abuso di potere, un crimine per la legge turca.

“I villaggi della zona non sono stati distrutti e bruciati dalle forze di sicurezza”, è la sentenza pronunziata dal governo.

Sezgin Tanrikulu, il Presidente dell’Associazione degli avvocati, ha detto di non essere stato sorpreso dall’accusa del governo. Arrestato numerose volte dalle forze di sicurezza, il Dottor Tanrikulu ha pensato di chiamare a testimoniare il signor Fidan per contestare le accuse del governo.E così, gli abitanti del villaggio, uno per uno, hanno preso parte al processo.Il giudice, Ozcakmaktasi, ha detto che è sua intenzione tenere un’altra udienza il 4 dicembre per prendere una decisione.“Sono stato un uomo molto paziente”, ha detto il signor Fidan.


AFP “Il commissario europeo per l’allargamento ha detto che la Turchia sta dando “un’immagine confusa”. Berlino, 27 ottobre 2003

La Turchia sta ancora dando una “immagine confusa” su come sta adempiendo alle condizioni di adesione all’Unione europea, ha dichiarato in un’intervista pubblica il commissario europeo.Guenter Verhuegen ha detto che i leaders europei non dovrebbero pronunciare dei sì o dei no incondizionati per l’avviamento del processo di adesione con la Turchia, quando si incontreranno al più tardi alla fine del prossimo anno per discutere dell’adesione di Ankara. “E’ evidente quali raccomandazioni faremo il prossimo anno”, ha detto Verhuegen al quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine “ma non accetto che le uniche opzioni siano soltanto un sì o un no incondizionato. Non ci asterremo da una raccomandazione scomoda se necessario”.

La Commissione dell’Unione europea – l’organismo esecutivo superiore – ha come scadenza il 5 novembre per la pubblicazione annuale del rapporto sui progressi della Turchia. Mentre un altro rapporto previsto per il prossimo anno sarà alla base dell’incontro dei leaders europei che si terrà nel dicembre 2004 per discutere se avviare o no il processo d’adesione. (…) Verheugen ha sollecitato Ankara a non usare i negoziati facendo leva sulla questione del futuro di Cipro divisa per entrare nell’UE. Allo stesso tempo, ha detto che la continua presenza dei soldati turchi nella parte di Cipro amministrata dalla Turchia potrebbe influenzare l’opinione pubblica negativamente circa l’adesione.

AFP “Attivisti turchi per i diritti umani prosciolti secondo le riforme verso l’UE”Ankara, 21 ottobre 2003

Un Tribunale per la sicurezza dello stato turco ha prosciolto da accuse legate al terrorismo 13 persone, la maggior parte dei quali attivisti per i diritti umani, sulla sica delle riforme legislative intese ad accelerare l’adesione del paese all’UE, ha dichiarato uno degli avvocati della difesa. Il procuratore inizialmente aveva chiesto la pena detentiva a 4,5 e 7,5 anni per i difensori dei diritti umani dell’Associazione per i diritti umani (IHD), un gruppo di dirigenti, sulle basi che le loro dichiarazioni stampa e proteste nei confronti di una riforma carceraria erano intese “ad aiutare e sostenere organizzazioni illegali”.Ma il tribunale martedì ha stabilito che le accuse non costituivano più un crimine, visto che erano state abolite dalle recente riforma adottata per allineare il paese alle norme democratiche dell’Unione Europea, ha detto ad AFP l’avvocato Yusuf Alatas.

Il giudice ha anche accolto la richiesta da parte della difesa di restituire computer e documenti confiscati dalla polizia durante l’incursione effettuata nella sede dell’IHD ad Ankara nel 2001, ha detto ancora Atlas. La IHD si è ritrovata al centro del mirino per il suo ruolo guida in una campagna contro le cosiddette prigioni di Tipo F, nelle quali era previsto che i dormitori collettivi da dodici persone sarebbero stati sostituiti da un sistema a celle, da una o tre persone, riforma introdotta nel 2000.Centinaia di detenuti appartenenti ai gruppi della sinistra estrema diedero vita ad uno sciopero della fame per protestare contro le nuove carceri, che li lasciavano in isolamento sociale e ancora più vulnerabili nei confronti dei maltrattamenti, sciopero che portò a 66 vittime.

Il 17 ottobre si è tenuta ad Ankara l'ottava udienza del processo a Leyla Zana e agli altri tre ex parlamentari del DEP.

Quest'udienza si è caratterizzata per la gravità estrema della violazione dei diritti della difesa. Eccone un breve ragguaglio.

In aperture è stato letto il verbale della deposizione di un testimone dell'accusa, un ex "guardiano del villaggio". Questa deposizione è stata resa nelle settimane scorse nel carcere di Mardin, dove attualmente il testimone è detenuto. In questa deposizione egli afferma che Leyla Zana nell'ottobre del 1991 si trovava in un campo del PKK in Libano. In questo campo era presente anche lui, in quanto allora militante del PKK. Leyla Zana prese parte in questo campo a corsi politici ma non militari. Abdullah Öcalan la invitò a darsi da fare nel contesto della campagna elettorale in corso per il rinnovo del Parlamento, in modo che fossero eletti in esso rappresentanti di fatto del PKK stesso. Il testimone infine in questa deposizione dichiara di non aver mai conosciuto e di non sapere nulla riguardo agli altri tre imputati.

L'avvocato Yusuf Alatas, che presiede il collegio della difesa, è intervenuto chiedendo che il testimone in questione venga a testimoniare in aula. Ha rilevato come in precedenti deposizioni il testimone avesse elencato fatti a carico oltre che di Leyla Zana anche degli altri tre imputati. Ha dichiarato di avere una lettera del prefetto a quei tempi di Diyarbakir che dichiara che nel periodo in cui Leyla Zana sarebbe stata nel campo del PKK ella era invece attivamente impegnata in manifestazioni e comizi nel quadro della campagna elettorale del DEP, e ha chiesto alla Corte di mettere agli atti questa lettera. Ha chiesto alla Corte di accertare presso il Ministero degli Interni se risulti oppure no dalla documentazione in suo possesso che Leyla Zana stava in quel periodo facendo una quantità di iniziative elettorali. Ha chiesto alla Corte di accertare presso il Ministero degli Esteri se risultasse l'espatrio in quel periodo di Leyla Zana. Al termine dell'udienza il Presidente della Corte ha comunicato che la Corte respingeva tutte quante queste richieste della difesa. Il processo è aggiornato al 21 di novembre. Di Silvana Barbieri


“La Turchia: scambiamo Zana per il KADEK” - Eastern Daylight Time, 23 Ottobre 2003

Il fatto che, nonostante l’insistenza della Turchia, il KADEK non sia stato inserito nella lista europea delle organizzazioni terroriste sta creando problemi nelle relazioni tra Ankara e Bruxelles. L’UE, che il 16 settembre scorso ha aggiornato la sua lista, non ha citato il KADEK, generando le critiche di ANKARA. (…) I dirigenti turchi che sono in contatto con la Commissione europea hanno riportato di aver richiamato la Commissione e il Parlamento europeo con il seguente messaggio “se voi includete il KADEK nella lista delle organizzazioni terroriste, allora il corso del processo DEP potrebbe cambiare.” Lo stesso dirigente ha dichiarato che l’opinione pubblica turca mette in dubbio la sincerità dell’UE sulla questione e le difficoltà guardando con serietà alle reazioni europee concernenti il caso DEP. Il messaggio è “mettere nella lista delle organizzazioni terroriste il KADEK affinché la gente possa comprendere che le vostre reazioni a riguardo del processo al DEP, nel quale Leyla Zana e gli altri tre ex-parlamentari vengono processati sulla base di aver sostenuto il PKK, è una questione di principio”.Il 16 settembre, nel rendere nota l’ultima versione della lista, che viene aggiornata ogni sei mesi, la Commissione europea, cha non vi ha incluso il KADEK, ne ha spiegato i motivi dichiarando che l’organizzazione non ha lanciato la lotta armata.