ARTICOLO DI DINO FRISULLO SULLA STRAGE DI KENDAKOR

"Stavamo portando le greggi ai pascoli estivi", racconta una donna all’agenzia Reuters: "gli aerei ci hanno sorvolati a bassa quota, poi sono tornati indietro e tutto e' esploso intorno a noi. Quando ho ripreso i sensi non ho visto che sangue". Il 15 agosto l’aviazione turca ha celebrato a suo modo l’anniversario dell’avvio della lotta armata kurda in Turchia nell’84 e della sua cessazione unilaterale nel ’99. Nelle terribili foto pubblicate dal quotidiano della diaspora Ozgur Politika, le ustioni sui corpi di adulti e bambini del villaggio kurdo-irakeno di Kendakor denunciano l’uso del napalm.

Quel giorno Massud Barzani, uno dei due leader che dividono il controllo del Kurdistan meridionale, celebrava nella sua capitale Erbil un altro anniversario: quello del suo partito, il Pdk. Kendakor rientra nella sua area di controllo. Il Pdk, tradizionale alleato di Ankara, ne ha sposato la versione ufficiosa: la strage sarebbe stata "un tragico errore". In sostanza, i pastori sarebbero stati scambiati per guerriglieri del Pkk.

Una scusa poco credibile: i reparti del Pkk ritirati dalla Turchia non sono certo attestati in prossimita' del confine turco ma piu' ad est, nell’area controllata dall’altro partito kurdo-irakeno, il Puk di Jalal Talabani. Ma questa versione e' utile per seminare discordia fra kurdi addebitando, agli occhi della popolazione che visse l’orrore della strage di Halabja, la responsabilita' indiretta del massacro alla presenza del Pkk.

Difatti Yener Soylu, ex ufficiale turco passato all’impegno pacifista dopo la prigionia presso il Pkk, cosi' individua il triplice intento delle bombe: risposta di guerra all’offerta di pace del Pkk, divisione fra i kurdi, affermazione della totale liberta' d’azione turca. Con le spalle coperte: il Dipartimento di Stato Usa ha lapidariamente commentato che "la Turchia e' libera di garantire la propria sicurezza in territorio kurdo-irakeno". Pochi giorni dopo la stampa turca ha dato ampio risalto al rapporto della Rand Corporation dal titolo "The Future of Turkish-Western Relations": per gli Usa la Turchia e' "potenza geostrategica" vitale per la difesa delle risorse dell’Occidente, da coinvolgere nell’ombrello regionale antimissile e nel contenimento strategico della Russia e da sostenere ai fini dell’ingresso nell’Unione europea.

Se la Turchia e' vitale per gli Usa, la questione kurda e' vitale per la Turchia, che vede un rischio mortale in ogni sorta di statualita' o autonomia kurda nell’Iraq del nord. Il 10 marzo il presidente Demirel, parlando all’Accademia militare, scopriva le carte: la Turchia e' più contraria dello stesso Iraq a una divisione del suo territorio nel dopo-Saddam che s’intravede a Baghdad. E dato che non si puo' tornare agli antichi accordi con Saddam per la repressione dei kurdi sui due lati della frontiera di Habur, il controllo turco va esteso ben oltre le province di confine, nelle quali le operazioni militari turche, fino a marzo e a luglio di quest’anno, non sono mai cessate.

Nuvole nere s’addensano dunque sulla martoriata regione, dalla quale il controllo Onu e l’ombrello militare turco-anglo-americano non arrestano l’esodo dei profughi. Il 7 agosto una delegazione della tedesca Pro-Asyl così descriveva la situazione: oppressione non solo da parte di Saddam (che controlla le aree petrolifere di Kirkuk e Mossul, espellendone ogni settimana quaranta famiglie kurde) ma degli stessi partiti kurdi, rischio di tortura e morte, operazioni militari turche e irakene, conflitti interkurdi alimentati dalle potenze dell’area.

Ma se la Turchia vuole presidiare l’intero Nord Iraq, per perseguire l’eterno sogno di annientamento dei guerriglieri del Pkk ma anche per contenere l’Iran nella fase convulsa che seguirebbe l’ipotetico collasso del regime di Baghdad, deve portare le proprie armi ben oltre Erbil, fino a Suleymanye. Magari passando per i giacimenti di Mossul, tentazione antica e ricorrente. Dunque deve cambiare in parte cavallo e avvicinarsi al Puk di Talabani, strappandolo all’influenza iraniana. Del resto ultimamente il Pdk di Barzani e' inviso al governo turco per le pressioni denunciate dalla minoranza turcomanna e per l’ufficialita' della sua rappresentanza ad Ankara, di cui piu' d’un ministro turco ha chiesto la chiusura.

Inoltre la Turchia, che pure si prepara a ripristinare relazioni diplomatiche con Baghdad, teme un tentativo del Pdk di imporre, come già nel ’96 e nel ‘98, la sua egemonia appoggiandosi sulle armi irakene. In luglio il nipote di Barzani, capo del governo di Erbil, ha infatti smentito l’allarme lanciato da Talabani sullo schieramento di quindici divisioni irakene presso la linea di demarcazione.

Per questo il regime turco ha avviato, a partire da una visita incrociata ad Ankara e Suleymanye, un’offensiva diplomatica culminata nella visita di Talabani in Turchia a fine luglio. Anche se smentiti poi in parte dal leader del Puk, i comunicati che hanno seguito i suoi incontri con Ecevit e i generali turchi sono chiari. Il Puk si sarebbe impegnato a neutralizzare i guerriglieri del Pkk attestati in posizione difensiva sul monte Kadir, in cambio di una normalizzazione dei rapporti con la Turchia. E di una ripartizione meno favorevole al Pdk degli introiti del ricco traffico di petrolio e merci che, in violazione dell’embargo, attraversa la frontiera di Habur.

La chiusura delle sedi di Suleymanye del quotidiano Welat, del Centro di cultura della Mesopotamia e di un ospedale della Mezzaluna Rossa kurda, e gli scontri sporadici fra i due partiti kurdo-irakeni e il Pkk che potrebbero innescare un conflitto fratricida come quello del ’92, sono valsi al leader del Puk "l’apprezzamento" del presidente Ecevit.

Dopo una fase di teso confronto, da un mese le armi kurde tacciono. Per questo forse l’aviazione turca ha rotto il silenzio con l’urlo del napalm dal cielo di Kendakor. Quei poveri pastori sono vittime sacrificali nella grande scommessa sul futuro dell’unica parte del Kurdistan in cui, come nota il Christian Science Monitor, nelle scuole si studia su libri kurdi e milizie kurde vigilano sui confini. Anche sui confini interni fra partiti e clan, certo. E con la copertura dell’aviazione angloamericana che ancora il 12 agosto ha ucciso due civili a Samawa, in uno dei quotidiani raid in territorio kurdo e irakeno dalla base turca di Incirlik.

E’ ancora lontana quella "regolazione pacifica dei conflitti intestini nel Kurdistan irakeno, che eviti che kurdi si uniscano ai propri nemici contro altri kurdi", chiesta in giugno da un vibrante appello della Comunita' kurda in Italia, nella quale e' ampia la presenza della diaspora kurdo-irakena. Il sogno di una vera autonomia kurda in un Iraq democratico e' forse ancor piu' remoto della speranza di una democratizzazione della Turchia.

La Turchia e' troppo importante per rischiare di essere destabilizzata dalla democrazia, l’Iraq deve restare diviso de facto ma non de jure, e i kurdi non entrano in gioco se non come litigiosi e disperati vassalli. E’ questo il sanguinoso messaggio delle bombe di Kendakor. E’ per fuggire questo destino che i kurdi sfidano a migliaia il mare Egeo, e venti di loro il 27 agosto hanno perso la sfida.

Dino Frisullo