NUOVO GIORNO - NEWROZ 2001 n. 3/01 del 28/5/2001

(Iniziative e documentazione)

Notiziario mail a cura dell'associazione Azad - Redazione c/o Villaggio globale, Ex-mattatoio, Lungotev. Testaccio snc, 00154 Roma - Tel 06.5730.2933 - 0339.6504639 - 0333.3510598, fax/segr. 06.5730.5132, E-mail ass.azad@libero.it

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Traduzioni e redazione di questo numero a cura di D.F. e A.C. - Segnalare l'eventuale non gradimento di questi messaggi

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A partire da questo numero l'agenzia "Nuovo giorno - Newroz 2001" si stabilizza e si sdoppia: "Iniziative e documentazione" e "News".

I due numeri precedenti, dedicati ambedue alla realtà carceraria, vanno considerati come sperimentali - e li inoltreremo su richiesta a coloro che, essendo stati aggiunti ultimamente alla mailing list, non li abbiano ricevuti).

Ogni sabato (a partire da questo bollettino e da quello di sabato prossimo) comunicheremo iniziative in Italia e in Europa e forniremo documentazione utile; ogni lunedì (a partire da domani, martedì, e dal prossimo lunedì) invieremo una scelta di notizie sulla realtà kurda, prese e sintetizzate dalle fonti in lingua italiana, inglese, tedesca e turca di cui disponiamo, ma anche dalla rete della solidarietà.

Dunque vi chiediamo di inviare puntualmente alla redazione, entro il sabato mattina, sia gli annunci di campagne ed iniziative (ma anche documenti o brevi interventi), sia le notizie sulla realtà kurda che vi appare utile segnalare. Questo bollettino non deve e non vuole essere solo trasmissione dall'alto, ma rete orizzontale. Dipende (anche) da voi tutti...

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SOMMARIO

INIZIATIVE
1. Le "Madri della pace" in Italia: calendario degli incontri
2. Assemblea ICS a Firenze: la prima volta del Kurdistan
3. Riunione nazionale di Azad domenica 3 giugno
4. Iniziative varie (Nadire Mater in Italia; Roma, Terza università; La Spezia, Rimini, Torino)
DOCUMENTI
1. Scheda informativa sulle "Madri della pace"
2. Hasankeyf: articolo di Mimmo Frassineti
3. Commissione europea contro la tortura: la situazione nelle carceri turche
4. Progetti: profughi a Mahmura, bambini a Diyarbakir
5. Lavori in corso: il catalogo della videoteca "Musa Anter"

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INIZIATIVE 1: LE "MADRI DELLA PACE" IN ITALIA

Muyesser Gunes, 49 anni, del combattivo quartiere Gazi di Istanbul, madre di un kurdo caduto in guerra, sarà in Italia dal 31 maggio a metà giugno su invito dell'europarlamentare Lucio Manisco e della Provincia di Firenze. Il suo giro d'incontri, organizzato dall'associazione Azad, toccherà ben dodici città.
Come ha giustamente chiesto il suo movimento, in ogni città insieme ad Azad, all'Uiki (Ufficio d'informazione del Kurdistan in Italia) e alle associazioni e coordinamenti locali, gli incontri saranno promossi e vissuti dagli organismi delle donne.
Ecco il calendario di massima (sono ancora "lavori in corso", e ci scusiamo di eventuali imprecisioni):

- Venerdì 1. giugno a Roma: alle 11 nella sala del Parlamento europeo (via IV novembre 149), partecipazione all'incontro promosso dal Progetto Go-El (Ass.ne Papa giovanni XXIII), dalle Donne in nero, dalla Uiki e da Azad, con Luisa Morgantini e con la giornalista turca Nadire Mater, sotto processo per il suo libro "Mehmedin Kitabi" (trad. it. Il buon soldato Mehmet, ed. EMI); alle 18.30 incontro con le Donne in nero nella Libreria delle donne "Al tempo ritrovato" in via dei Fienaroli.
- Sabato 2 giugno a Napoli: alle 17 assemblea nella sala della Provincia (S. Maria La Nova) in via monte Oliveto, promossa da Azad, Donne in nero, Un ponte per.
- Lunedì 4 giugno a Milano: alle 21 presso "Il Cantiere" in via Monte Rosa 84 (Mm Lotto), assemblea promossa da Azad, Donne in nero, Libera università delle donne, Punto rosso, Centro culturale Kurdistan-Italia, Forum delle associazioni contro il neoliberismo, Assopace. Intervengono Paolo Limonta (Azad) e Silvana Barbieri (Punto rosso).
- Martedì 5 giugno a Bologna: alle 21 nella sala Benjamin (via del Pratello 53), incontro con Muyesser Gunes, Angela Bellei (Azad) e le avvocate Desi Bruno (recentemente in Turchia per i prigionieri politici) e Nazzarena Zorzella (legale di Ocalan nella causa per l'asilo). Promuovono Azad, Donne in nero, Assopace, ProSol, ExAequo, Contropiani, Casa dei diritti, Antigone.
- Mercoledì 6 giugno a Firenze: alle 21 incontro presso il centro delle donne "Il Giardino dei Ciliegi" in via S. Egidio 21, coordinato alla presidente Mara Baronti. Intervengono Daniela Lastri (assessore comunale per l'Istruzione), Marzia Monciatti (assessore comunale per l'Immigrazione), Mariella Zoppi (assessore regionale alla Cultura) e Beatrice Biagini (presidente della commissione Pace della Provincia di Firenze). Promuove il Comitato Kurdistan-Firenze, in collaborazione con Azad, Giardino dei Ciliegi, Uiki, Studenti di sinistra.
- Giovedì 7 giugno a Sassari: alle 18 assemblea nella sala del Consiglio provinciale promossa dal Comitato Kurdistan-Sassari, dalla Uiki, da Azad e dall'Arci. Intervengono, con Muyesser Gunes, Berfin dell'Uiki e Grazia Manca, presidente della commissione regionale Pari opportunità.
- Venerdì 8 giugno a Genova: assemblea da definirsi (ipotesi di coinvolgimento, oltre ad Azad, del collettivo di donne "Marea").
- Sabato 9 giugno a Trento: assemblea da definirsi (ipotesi: Casa della Pace, Unimondo, Amici del Chiapas, Azad, Prc...)
- Domenica 10 giugno a Modena: incontro (da definirsi) con le donne italiane e kurde, partecipa Angela Bellei.
- Lunedì 11 giugno a Verona: assemblea da definirsi (nella palazzina di servizi Rosario?), promossa da Azad, Assopace, Salaam-ragazzi dell'ulivo, Amnesty International, Donne in nero, Prc...
- Martedì 12 giugno a Venezia: assemblea da definirsi (a Malamocco?), promossa da Azad, Rete antirazzista ed altri/e.
- Mercoledì 13 giugno a Trieste: assemblea da definirsi, promossa da Ics, Azad, Umut-I figli del sole...

A ogni città si richiede, oltre al rimborso viaggio e all'ospitalità per Muyesser Gunes e l'eventuale interprete, un contributo di 100-200mila lire per coprire le spese del viaggio aereo (eventuali avanzi andranno alle "Madri della pace"); inoltre di estendere le adesioni e di affiancare alle assemblee pubbliche incontri (previsti per ora a Firenze e Bologna) con le istituzioni locali.

INIZIATIVE 2: L'ASSEMBLEA ICS A FIRENZE

Per la prima volta un grande soggetto nazionale dell'associazionismo assume in pieno la questione kurda, nella sua triplice veste di questione politica, "diplomazia popolare" e progettualità di cooperazione dal basso. E' avvenuto il 12-13 giugno a Firenze nell'Assemblea di programma dell'Ics (Consorzio italiano di solidarietà), che nelle conclusioni del presidente Giulio Marcon ha assunto le indicazioni dello specifico gruppo di lavoro (su Palestina e Kurdistan) condotto da operatori dell'Ics e di Azad.
La discussione, che aveva alle spalle il seminario su "Che fare in Kurdistan" promosso in maggio a Bologna da Arci, Ics, Assopace e Azad, si può così schematizzare:
- Dopo la vicenda di Ocalan, la rimozione della questione kurda da parte della "grande politica" non ha impedito che si consolidassero, in basso, alcuni dati: la legittimazione del movimento kurdo e della sua strategia di pace da parte delle aree pacifiste; l'assunzione della questione dei profughi kurdi come sfida alla politica internazionale e alle politiche dell'asilo e dell'accoglienza, da parte di uns ettore del volontariato; il moltiplicarsi di progetti di cooperazione decentrata anche nel Kurdistan turco, da parte di enti locali ora federati nel "Ciscase" con base presso la Provincia di Ancona.
- Ora si tratta, accanto al Ciscase, di dare solidità e organizzazione all'"altra gamba" della solidarietà, quella delle associazioni e della società civile, tanto più in una situazione in cui la vittoria della destra potrebbe comportare politiche repressive ed espulsive nei confronti degli esuli e dei profughi kurdi. Per questo la rete nazionale di Azad è necessaria, ma non sufficiente: dovrà nascere un coordinamento di soggetti diversi, che converga sull'adozione di campagne e progetti concreti.
- L'Ics, come primo passo in questa direzione, fa propri i due progetti proposti da Azad e Uiki sulla base dell'esperienza di Heyva Sor ya Kurdistane (Mezzaluna Rossa kurda) e della Municipalità di Diyarbakir, rispettivamente a sostegno dei profughi kurdi del campo di Mahmura (fuggiti dalla Turchia, ora in Kurdistan irakeno) e delle famiglie vittime della guerra, dell'esodo e della repressione a Diyarbakir, in particolare i "bambini di strada". Si verificherà la possibilità che due delegazioni raggiungano entro l'estate Mahmura e Diyarbakir, per portare primi aiuti e verificare direttamente la situazione.
- L'Ics proporrà che nel corso della contestazione del G8 a Genova vi sia un particolare osservatorio sui "punti di crisi" della globalizzazione (oltre a Kurdistan, Chiapas, Palestina etc.), e che l'Onu dei Popoli e la Marcia Perugia-Assisi, in programma in ottobre in Umbria, siano precedute da un Forum sulla questione kurda da tenersi preferibilmente a Firenze, con un'ampia e plurale presenza di invitati dalla Turchia e dalla diaspora europea.
- Ci si propone comunque di costruire, all'inizio dell'autunno, una delegazione ampia e rappresentativa dell'associazionismo italiano, che vada in Turchia con il preciso fine di conoscere e collaborare con la società civile kurda e turca in lotta per la pace, la democrazia e i diritti negati (le "Piattaforme per la democrazia" a Diyarbakir e altrove). Questo lavoro dovrà assumere rapidamente una dimensione non solo italiana ma europea, anche in considerazione del ruolo determinante delle istituzioni comunitarie.
- Anche raccogliendo la disponibilità espressa dall'Arci nazionale, nell'immediato si produrrà un dépliant a larga tiratura per pubblicizzare i progetti e le relative raccolte di fondi, e si aprirà un apposito sito Internet.
- Sarà opportuno far nascere nell'Ics un "network" (settore autonomo di lavoro formato da almeno cinque entità aderenti all'Ics) che lavori specificamente slla questione kurda. A questo fine anche la rete di Azad valuterà, nella sua prossima riunione nazionale, la possibilità di aderire all'Ics e quindi di far parte del Network Kurdistan.

INIZIATIVE 3 : RIUNIONE NAZIONALE DI AZAD IL 3 GIUGNO A ROMA

Presso il Villaggio globale di Roma (Ex mattatoio di Testaccio, Lungotevere Testaccio, bus 170 da Termini o Metro B Piramide), che ospita la sede romana di Azad, è convocata una riunione nazionale di Azad domenica 3 giugno dalle 10.30 alle 17.30.
E' necessario consolidare l'impianto nazionale dell'associazione, in una fase politica in cui l'atteggiamento del governo e delle istituzioni potrebbe peggiorare pesantemente sulla questione kurda. Si discuterà dunque di tesseramento, autofinanziamento e organizzazione, ma anche del ruolo e della collocazione politica dell'esperienza di Azad.
Sarà distribuito un documento di bilancio dei primi tre anni di esistenza di Azad, curato dai compagni/e di Roma e Napoli.
Ai partecipanti (che dovrebbero preavvertire della loro presenza) si garantiscono ottimi pasti biologici a prezzo politico. Al termine della riunione, per i compagni/e che si fermeranno a Roma, saranno proiettati a partire dalle ore 19 presso il Centro Ararat alcuni video inediti: "Goord Kurds, Bad Kurds" e "Leyla Zana, Nobel for Peace" (in inglese), e "Il padre rubato" (sottotitolato in francese).

INIZIATIVE 4: VARIE

- NADIRE MATER IN ITALIA: la scrittrice e giornalista turca, assolta in prima istanza dall'accusa di vilipendio dell'esercito per la raccolta di memorie di coscritti sul fronte kurdo "Mehmed'in Kitabi" (trad. it. in corso di pubblicazione presso la Emi "Il buon soldato Mehmet"), sarà in Italia, ospite del Progetto Go-El dell'associazione Papa Giovanni XXIII, dal 31 maggio al 2 giugno. Il 31 maggio assemblea a Milano alle 18 nella Sala Tikkun (via Montevideo 9), con Go-El e Terre di Mezzo; il 1. giugno alle 11 incontro nella Sala del parlamento europeo a Roma (via IV novembre 149) promossa da Go-El, Donne in nero, Azad, con Luisa Morgantini e Muyesser Gunes delle "Madri della pace"; lo stesso giorno incontro fra donne nella libreria "Al tempo ritrovato" in via dei Fienaroli; il 2 giugno a Riccione alle 12 conferenza stampa con Carmen Gurruchaga di Réporteurs sans Frontières, e alle 21 serata sulla libertà di stampa in occasione della consegna del premio intitolato a Ilaria Alpi.
ROMA, TERZA UNIVERSITA': lunedì 28 e martedì 29 maggio dalle ore 17, in via Ostiense 234, incontri con docenti e studenti su "Kurdistan: la nazione negata. Storia di un popolo in lotta". Il primo giorno introduce Mehmet Yuksel (Uiki) sulla storia del Kurdistan, il secondo giorno introduce Dino Frisullo (Azad) sull'attualità politica. Prima degli incontri si assaggia la cucina kurda.
- LA SPEZIA: giovedì 31 maggio assemblea promossa dal coordinamento anti-G8 con testimonianze su vari temi internazionali, dalla Palestina alla pena di morte negli Usa, alle carceri peruviane. Sulla situazione turca e kurda interviene Dino Frisullo di Azad.
- RIMINI: lunedì 11 giugno incontro presso il Centro per la Pace sulla questione kurda, con Dino Frisullo e lo scrittore kurdo Surme, autore del racconto "Il castello di Dimdim".
- TORINO: sabato 16 giugno, nell'Anfiteatro della Cascina Marchese (corso Vercelli 141), il Nomadi Fans Club "Vagabondi della Mole" organizza dalle 20.30 un concerto con i Deriva, in solidarietà con i profughi kurdi.

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DOCUMENTI 1: LE MADRI DELLA PACE

Il movimento, di cui Muyesser Gunes (prossimamente in Italia) dirige la rivista mensile, è nato fra la fine del '96 e il '97 a Istanbul, come evoluzione politica del movimento delle "donne di piazza Galatasaray" che ogni settimana commemoravano nel quartiere Taksim i "kayiplar", desaparecidos kurdi.
Rapidamente le "Madri della pace" hanno assunto un radicamento nazionale, in parallelo con il lancio dell'iniziativa di pace da parte del Pkk e del movimento kurdo nel suo insieme, con il passaggio drammatico degli scioperi della fame di massa attaccati dalla polizia e dai Lupi grigi nelle sedi dell'Hadep durante la presenza di Ocalan in Italia.
Nel 2000 furono protagoniste di una Marcia per la pace da venti città kurde e turche fino alle porte di Ankara, dove furono fermate dall'esercito.
Alle iniziative per un dialogo di pace in Turchia hanno affiancato negli ultimi mesi quella per una soluzione pacifica delle contraddizioni interkurde, con la delegazione che si è recata a Suleymanye per incontrare Jalal Talabani e mediare nel conflitto fra le milizie del Puk e il Pkk. Al ritorno in Turchia la delegazione fu arrestata, le donne fuono sottoposte a tortura e processate, ma il Tribunale per la sicurezza dello Stato di Diyarbakir le ha assolte dall'accusa di "sostegno al terrorismo".
Il movimento è composto in grande maggioranza da donne kurde, ma anche alcune pacifiste turche collaborano stabilmente con loro.
"Vogliamo costruire un futuro di pace e libertà per le future generazioni", affermano in un recente appello, in cui precisano le loro richieste: apertura di un dialogo di pace, amnistia generale per i prigionieri politici, abolizione della pena di morte, delle leggi di emergenza, scioglimento delle formazioni paramilitari dei "guardiani di villaggio", diritto al ritorno dei profughi e alla ricostruzione, istruzione nella lingua madre, e un nuovo patto costituzionale di cittadinanza che garantisca pluralismo culturale e piena libertà di espressione e di pensiero.
Oggi le "Madri della pace" aprono tutte le manifestazioni kurde, dando espressione anche al protagonismo delle donne, vera "rivoluzione culturale" che segna da quindici anni l'insorgenza kurda in Turchia.

DOCUMENTI 2: HASANKEYF, CRIMINE CONTRO L'UMANITA'

Pubblichiamo il testo integrale dell'articolo sull'antica città di Hasankeyf minacciata di inondazione dalle dighe sul Tigri, pubblicato da L'Espresso con tagli. L'autore è il giornalista free-lance Mimmo Frassineti, membro della delegazione italiana al Newroz di Diyarbakir, che pubblicherà anche un ampio servizio fotografico sulla rivista Archeo, in edicola ai primi di giugno.
Quanto tempo rimane ad Hasankeyf?

Nessuno lo può dire ma, una volta completata la costruzione della diga di Ilisu, nell’Anatolia sud orientale, questa antica città sarà sommersa. Il sud est della Turchia, con le province di Diyarbakir, Batman, Sanliurfa, Gaziantep, Siirt, Mardin, Sirnak e Kilis ovunque, ma non qui, si chiama Kurdistan. Qui non si può pronunciare questa parola, e parlare curdo è vietato. E’ vietato anche salutare agitando l’indice e il medio, ballare intorno a un fuoco, accostare giallo,verde e rosso. Si rischiano guai molto seri: fermo, arresto, botte e anche di peggio, e non devi mai rilassarti: occhi e orecchie registrano quello che dici, quello che fai, le persone che incontri. Ilisu è un tassello del GAP, o Progetto per L’Anatolia sud orientale, il più imponente programma di sviluppo mai intrapreso in Turchia. Consiste nella costruzione di 8 dighe e 8 centrali termoelettriche nel bacino del Tigri e di 14 dighe e 11 centrali in quello dell’ Eufrate. Un progetto finanziato dalla Union Bank of Switzerland e dalle Agenzie di credito all’esportazione di Austria, Germania, Italia, Giappone, Portogallo, Svezia, Svizzera, Regno Unito e Stati Uniti.

Scopo dichiarato dal governo di Ankara uno sviluppo economico e sociale accelerato: irrigazione, elettrificazione, industrie, ferrovie, autostrade, aeroporti, e la promessa di 3 milioni di posti di lavoro. Per gli ambientalisti e per le organizzazioni che si battono in difesa dei Curdi si tratta di una catastrofe che causerà l’evacuazione di città e villaggi, i cui abitanti non saranno né risarciti né reinsediati accettabilmente altrove. Protestano Iraq e Siria, che dai due fiumi dipendono largamente, ma il governo turco ha chiarito che gestirà l’acqua che sgorga in Turchia nel modo che riterrà più opportuno. E proprio per i rischi di un conflitto per l’acqua del Tigri e dell’Eufrate la Banca mondiale rifiuta di finanziare qualsiasi progetto del GAP. Infine è in subbuglio il mondo dell’archeologia da quando si è appreso che sarà sommersa Hasankeyf, una città storica che conserva moschee e monumenti medievali, ma anche le tracce di un insediamento fra i più antichi della nostra civiltà. Il Ministero della Cultura nel 1978 definì Hasankeyf "Sito archeologico di importanza nazionale". La qual cosa non ha impedito al Ministero dell’Energia di decretarne in seguito la morte. Per arrivarci bisogna fare tappa a Istambul, poi volare fino a Diyarbakir, quindi proseguire in macchina o in pullman di linea, dando per scontato che la nostra visita non sarà gradita.

D’altro canto in Turchia non ci sono limitazioni alla libertà di movimento. Le guide descrivono sommariamente le regioni curde, o non se ne occupano affatto, come se una guida d’Italia si fermasse a Foggia. Oggi in Kurdistan non c’è guerra, anche se negli anni scorsi si è combattuto, con 25 mila morti e 3 mila villaggi distrutti. Ferite aperte che però non rappresentano una minaccia per il visitatore, specie se italiano. Qui venire dall’Italia significa essere amati a priori, cercati per una stretta di mano, e uno si chiede cosa ha fatto per meritarlo.

Atterro alle 15.30 all’aeroporto internazionale Ataturk e chiedo al taxi di portarmi a Beyoglu, lo storico quartiere sulla collina, dove ho prenotato in uno dei tanti alberghetti che affollano i vicoli a destra e a sinistra di Isticlal Caddesi, l’arteria che unisce la Torre di Galata a Taksim. Per la camera ci vogliono 25 milioni, ma niente paura! Sono solo 60 mila lire. E fuori si mangiano, per pochi milioni, tutte le specialità della cucina tradizionale. L’aereo per Diyarbakir decolla alle 7.10 di mattina. Oltretutto in Turchia è bene presentarsi in aeroporto con anticipo, a causa delle minuziose procedure di sicurezza. All’ingresso c’è un primo esame ai raggi X dei bagagli poi, dopo il chek-in, quello consueto del bagaglio a mano, mentre valige e bauli attendono davanti all’aereo. Se non conosci la procedura e nessuno ti avverte sali e ti allacci la cintura. Risultato: il tuo bagaglio non ti seguirà a destinazione, perché hai omesso di identificarlo prima di imbarcarti, additandolo sulla pista a un tipo con un gessetto in mano. Infatti, quando il Boeing 737 si muove, è avanzata una valigia marrone e mi solleva, egoisticamente, sapere che invece la mia è al sicuro nella stiva.

L’atterraggio, due ore dopo, avviene fra enormi radar, elicotteri e hangar mimetici, ma poi l’aerostazione, appena ristrutturata, si presenta rassicurante e moderna. Ci vogliono 15 minuti per raggiungere in taxi un albergo del centro, di fronte alle grandiose mura in basalto, 5 chilometri con 72 torrioni, erette dall’imperatore romano Costanzo nel 349 d. C. E’ mia intenzione raggiungere al più presto Hasankeyf, che dista circa 140 km, e mi propongo di tornarci dopodomani. Domani invece si celebra ovunque il Newroz, il "Nuovo Giorno" antichissima ricorrenza curda, alla quale non ho mai assistito. Il posto migliore dovrebbe essere proprio Diyarbakir, dove l’anno scorso sono convenute 300.000 persone. Penso di affittare una macchina e mi rivolgo al direttore dell’albergo, il quale mi consiglia, soprattutto a causa dei posti di blocco, di andare con l’autista. Insiste che non devo preoccuparmi della spesa e mi presenta Yusuf - un amico - mi assicura. Yusuf guida un taxi giallo come erano i nostri, una versione turca della Fiat 131. Mi propone condizioni più che buone: 50 dollari per tutta la giornata, esclusa la benzina. Prendo il borsone delle macchine fotografiche, il cavalletto e partiamo. Il primo posto di blocco poco fuori l’abitato. Yusuf va a passo d’uomo, per dare modo ai poliziotti di osservarci con comodo. Ci lasciano passare. Il secondo invece è dell’esercito, circa quindici chilometri più in là, con una dozzina di soldati in tuta mimetica, due autoblindo, e birilli bianchi per canalizzare il traffico e convogliarlo verso i militari. I birilli sono superflui perché tutti si autocanalizzano spontaneamente ad evitare guai. Anche noi quasi ci fermiamo affiancando un soldato provvisto di paletta rossa da un lato, verde dall’altro, che ci scruta, poi decide che è verde per noi, e Yusuf preme cautamente sull’acceleratore. Incontriamo villaggi con case di argilla - alcune con stipiti di porte e finestre in muratura - e tralicci sormontati da nidi di cicogne. La prossima città si chiama Batman, che sembra un nome incongruo, con strade larghe e quartieri nuovi e spogli. Per chi cerca un aeroporto (collegamenti con Ankara) o un albergo è Batman l’ultima spiaggia verso oriente.

Siamo a quaranta chilometri da Hasankeyf quando compare a destra una radura fitta di trivelle a caccia di petrolio. Poi la strada sbocca su una vallata con un fiume. E’ il Tigri. Sinuoso, con un vasto letto e sponde di ciottoli bianchi, la sua vista non delude chi, fin dalla scuola media, ha fantasticato intorno al suo nome. La riva destra è chiusa da una parete a picco alta 80 metri, tagliata col coltello, mentre a sinistra il paesaggio si allarga su una fuga di colline. Nasce, come l’Eufrate, in Turchia, dalle montagne del Tauro, poi passa in Iraq, mentre l’Eufrate in Siria. Più a valle si ritrovano quasi affiancati, in territorio iracheno, là dove si susseguirono le dominazioni di Sumeri, Babilonesi, Assiri, Persiani, Parti, Romani e Arabi. Scorrono pensili sulla pianura, fra argini dai quali straripano con piene stagionali fecondando la terra. Infine si uniscono in un unico grande corso d’acqua, lo Shatt Al Arab, che si getta nel Golfo Persico. Con il GAP a pieno regime sarà Ankara a stabilire quanta acqua turca dovrà raggiungere quel mare. Improvvisamente compare, con i suoi alti minareti, Hasankeyf. Ma prima imbocchiamo a destra una strada di terra verso una costruzione di forma ogivale, che si staglia isolata. E’ la tomba di Zeynel Bey, figlio - come si apprende dall’epitaffio - di Uzun Hasan, un principe che regnò in questi luoghi alla fine del XIV secolo. Aperta e in stato di abbandono, è decorata con mattonelle blu e turchesi. Un’altro edificio, a ridosso del Tigri, con una base quadrata su cui si innesta un tiburio ottagonale, è un bagno turco, sempre di Zeynel Bey. E’ chiuso e trasformato in pollaio, ma riesco da una apertura a intravedere l’ambiente voltato a cupola e numerose galline che razzolano nella semioscurità. Raggiungo a piedi le rovine del ponte, testimone di vicende millenarie: costruito dagli Assiri, fu poi distrutto e ricostruito da Romani, Bizantini, Mongoli, Eyyubi, Ottomani. Portava negozi e botteghe e la parte centrale, di legno, si alzava in caso di attacco nemico.

Dietro, in cemento, il nuovo ponte sul Tigri. Lo abbiamo appena superato che una pattuglia di poliziotti, con tanto di autoblindo, ci intima l’alt. Yusuf mi fa capire che non devo fare nulla che non mi venga richiesto. Lui mostra i documenti, ma un poliziotto in borghese sembra più interessato al passeggero, e mi fa segno di scendere. "Passport", dice. Obbedisco e lui sfoglia il documento da cima a fondo, poi si allontana, lo mostra a un collega e lo sfogliano insieme, poi torna e continua. Mi chiedo se voglia allarmarmi, e indosso la maschera del pokerista incallito. "What your job?", mi fa. "Tourist", replico non proprio a tono. "What your job in Italy?" insiste. Il tipo non ha l’aria di amare i giornalisti e mi rendo conto che, se vuole, può farmi perdere tempo. "Professor", dico. "What professor in Italy?" "Archeology", butto lì. Mi rende il passaporto, salta con un altro poliziotto sull’autoblindo e partono sul ponte a tutta birra. Io bevo un succo di ciliegia e vedo che tornano indietro quasi subito. Non dovevano andare in nessun posto, ma soltanto sgommare in rettilineo col blindato.

L’abitato moderno di Hasankeyf è a sinistra del ponte, dove la valle si allarga fra due barriere di roccia entrambe con case rupestri, alcune delle quali sono abitate. La presenza di cavità naturali facilmente difendibili ha portato l’uomo a insediarsi qui fin da epoche remote. A mezza costa la Moschea Koc e la Moschea del Sultano Suleyman sono dei primi anni del XV secolo, ed esibiscono una ricca decorazione. A destra del ponte la moschea di El Rizk, stesso periodo, conserva intatto il minareto sul quale abitano una coppia di cicogne. Quando, dai quattro altoparlanti sotto il nido si diffonde a tutto volume la preghiera, i due uccelli non mostrano insofferenza. La strada prosegue inerpicandosi verso la cittadella fortificata. Mi fermo in un piccolo bar, ricavato in una cavità naturale, a ammirare la gola segnata da case rupestri. Alcuni clienti mi osservano e mi chiedono qualcosa. Io rispondo "Italian tourist", indicando me stesso. Riprendo a salire accompagnato da uno di loro il quale si presenta come Baran e vuole mostrarmi dove abita: è un’autentica casa rupestre, ampia, con il soffitto a volta, una apertura squadrata per far uscire il fumo, gronde per la raccolta dell’acqua e probabilmente altre finezze che non riesco a interpretare. Il WC è fuori e serve anche il bar, è primitivo ma dotato di uno scarico, e sta di fatto che tutta la rupe è linda e pulita. Superiamo due porte monumentali dalle eleganti decorazioni, e penetriamo nel cosiddetto Piccolo Palazzo, le cui finestre affacciano sulla vallata e sul fiume. Superiamo i resti del Grande Palazzo e saliamo fino a un piazzale pavimentato con pietre squadrate di fronte alla Moschea Ulu Cami, costruita dagli Eubi nel 1325 sui resti di una chiesa. Accanto c’è un antico cimitero, con ciottoli che delimitano le sepolture e le lapidi piantate nella terra. Scendiamo per un sentiero che costeggia antichi edifici di pietra.

E’quasi buio quando faccio ritorno al taxi giallo con Yusuf che mi aspetta. Lungo la strada enormi falò nella campagna illuminano la notte. Sono i fuochi del Newroz, la festa che sarà celebrata domani dai curdi ovunque si trovino nel mondo e che solo da un anno è permessa in Turchia, previa richiesta di autorizzazione non necessariamente concessa. Oltrepassiamo un posto di blocco della polizia, ma poi ci ferma l’esercito, che avevamo dribblato al mattino. Scende Yusuf che mostra la licenza. Uno dei militari accosta il viso al finestrino e mi osserva. Io mi metto di profilo. "Arkeolog", dichiara additandomi Yusuf. Mi sento promosso sul campo, ma il militare non si impressiona e vuole il passaporto. Si allontana, dopo un po’ torna invitandomi a seguirlo. Mi conduce in un casotto dove un ufficiale dietro un tavolo brandisce il documento. Ha un’altra tecnica: lo sfoglia una volta sola, ma indugia su ogni pagina, comprese quelle vuote. Mi interroga in turco. Dico: "Tourist, arkeolog." Mi congeda. Siamo quasi a destinazione e mi rendo conto che, se mi trovassi io al volante, avrei difficoltà a orientarmi, per l’oscurità e la segnaletica scarsa. Fortuna che guida Yusuf. Abbiamo appena oltrepassato le mura quando ci blocca la polizia. Hanno modi spicci il che, per un verso, è una fortuna, così non perderemo altri 20 minuti. Senza tanti complimenti ci perquisiscono col metal detector, aprono la mia borsa, guardano attraverso il teleobbiettivo verificando che è ciò che sembra, e ci lasciano andare. Pago Yusuf e prego il direttore di tradurgli il mio grazie. Mi aggrego, per la cena, a un gruppo di Italiani che sono qui per il Newroz nella veste di osservatori internazionali, a garantire il diritto dei Curdi a celebrare la festa. La cucina è buona e tradizionale, c’è allegria e si canta, ma qualcosa va storto. Forse a un tavolo hanno accennato una canzone di quelle non consentite, o il saluto curdo. Non si fa attendere la polizia che preleva sei giovani, col maglione o il giubbotto rivoltati sulla testa, e li trattiene per alcune ore. Il peggio tocca all’interprete, preso a ceffoni.

L’indomani l’appuntamento è alle 8.30 davanti all’albergo. Col pulmino ci vuole quasi un’ora, un po’ per il traffico, un po’ perché andiamo parecchio fuori città. Il luogo è uno spiazzo di mezzo chilometro presidiato dalla polizia. In breve tutto sarà stipato di uomini e donne, queste con gli abiti tradizionali dai colori sfavillanti. Discorsi, musica, danze fino al tramonto, è permesso tutto quanto per il resto dell’anno è vietato. Molti hanno un volantino con le foto di due giovani dirigenti dell’Hadep portati via dai poliziotti tre mesi fa e mai più ricomparsi. Gli slogan sono per Ocalan, per la pace, la convivenza e la dignità dei popoli e contro la repressione. Mi viene spiegato che la linea della pacificazione, sostenuta sia dall’Hadep che dal PKK, è generalmente condivisa. La manifestazione è stata la più grande a memoria d’uomo, almeno 600 mila persone. Più tardi apprendiamo che nelle varie città complessivamente 2 milioni di curdi hanno manifestato pacificamente. Ma a Mersin la polizia ha attaccato la folla, a Marmaris è stato arrestato il presidente del partito Hadep, a Silopi è stata chiusa la sede del partito, si registrano scontri con feriti ad Antalya e a Sirnak. Giunge la notizia che e’ morto uno dei 150 prigionieri in sciopero della fame da 153 giorni. Si chiamava Cengiz Soydas ed era in carcere d’isolamento. Altri, ormai allo stremo, potrebbero seguire. Domani torno ad Hasankeyf con in mente il Newroz: centinaia di migliaia di persone che rivendicano pacificamente la propria identità. Hasankeyf è parte di questa identità, la battaglia è la stessa. Hasankeyf non è stata ancora sommersa. I paesi, tra i quali l’Italia, che con le loro imprese e il loro danaro partecipano alla attuazione del GAP, hanno in mano le leve politiche ed economiche per indurre la Turchia al rispetto dei diritti e della eredità culturale del popolo curdo.

DOCUMENTI 3: LA COMMISSIONE PER LA PREVENZIONE DELLA TORTURA E LE CARCERI TURCHE

La rappresentanza turca presso il Consiglio d'Europa, di cui la Turchia fa parte da sempre, ha diffuso una nota in cui si presenta il documento stilato dalla Cossmione europea per la prevenzione della tortura (organismo del Consiglio d'Europa), dopo la sua ultima visita in Turchia, come un avallo alle nuove carceri di tipo F (d'isolamento) e alla recente "riforma" premiale dell'articolo 16 delle leggi antiterrorismo, che gradua l'isolamento dei prigionieri politici a seconda della loro eventuale collaborazione con le autorità. Abbiamo chiesto precisazioni al giudice Mauro Palma, rappresentante dell'Italia nella Commissione, che ci ha inviato la relazione sulla visita, inedita ma pubblica. La riproduciamo nel testo inglese.

STRASBOURG, 24.04.2001 - In response to mounting concern about the hunger strike crisis related to the prison system, a delegation of the Council of Europe Committee for the prevention of torture (CPT) returned to Turkey last week (from 18 to 21 April 2001). It held consultations with both Government authorities and non-governmental organisations.

The delegation considers that the agreement reached late last week at Government level on several draft laws concerning prison matters is a positive development. Of particular interest are the draft laws on the amendment of Article 16 of the 1991 Law to Fight Terrorism, on the establishment of prison monitoring boards, and on the creation of sentence execution judges. These draft laws have the potential to bring about important reforms of the Turkish prison system. The delegation has emphasised that the rapid adoption and entry into force of the draft laws should be treated as a matter of the highest priority; it is pleased to note that they have already been formally submitted to the Turkish Grand National Assembly.

At the same time, the delegation recognises that doubts are still held in various quarters on a number of important issues linked to these reforms. Those doubts should be given due consideration during the process of implementing the reforms, including through consultation with civil society.

The draft law on the amendment of Article 16 of the 1991 Law to Fight Terrorism is of particular importance. The present wording of Article 16 implies a system of isolation, and a generalised system of small group isolation is currently operated in the four F-type prisons now in service. As the CPT made clear after its January 2001 visit, this is not acceptable and must be ended quickly. The CPT has acknowledged the drawbacks of the ward (large dormitory) system traditionally found in Turkish prisons. However, it has also emphasised that moves towards smaller living units for prisoners must be accompanied by measures to ensure that prisoners spend a reasonable part of the day engaged in a programme of communal activities outside their living units.

F-type prisons do possess areas specifically designed for communal activities, and the proposed new wording of Article 16 provides for prisoners to participate in activity programmes in those areas. The draft law foresees a number of factors to be taken into account in the planning and delivery of the activity programmes. This cannot be criticised from a penological standpoint. Nevertheless, the delegation has noted that these provisions have in some circles caused concern as to how and to whom the activity programmes will be offered in practice. As in any prison system, it may be necessary, for a certain period of time, to make exceptional arrangements for specific prisoners on account of their dangerousness. However, the great majority of prisoners in F-type prisons could certainly benefit from a developed programme of communal activities outside their living units without jeopardising security. Further, concepts such as education, improvement and training must not be exploited for ideological purposes. These issues will be monitored closely by the CPT during future visits, as the implementation of communal activity programmes in F-type prisons proceeds.

It is also important not to lose sight of other significant aspects of the proposed prison reforms, such as the measures to enhance prisoners’ contacts with the outside world. By virtue of the draft law on the amendment of Article 16 of the Law to Fight Terrorism, the prohibition of open visits for prisoners covered by that Law or Law No. 4422 of 30 July 1999 will be lifted. Further, a draft by-law provides that all prisoners, regardless of their status and category, are to be allowed to make telephone calls on a regular basis. Reforms of this kind can only be welcomed.

The CPT delegation greatly regrets the loss of life which has occurred in the course of the current hunger strike protest and very much hopes that means will rapidly be found of ending the hunger strikes. In this regard, the delegation considers that immediate steps should be taken to explain in an objective and thorough way to all those involved in the hunger strikes the various elements contained in the prison reform proposals. As things stand, it is only right that everyone concerned should be fully and accurately informed.

Further, the CPT delegation has urged the Turkish authorities to explore all possible means of immediately attenuating the small group isolation system which flows from the present text of Article 16 of the Law to Fight Terrorism. The delegation is aware of the legal objections to applying the new arrangements for communal activities prior to the adoption of the draft law by Parliament. However, when lives are at stake, some degree of flexibility within the framework of existing legislation and legal principles is surely possible.

DOCUMENTI 4: I PROGETTI DI AIUTO UMANITARIO A MAHMURA E A DIYARBAKIR

Riproduciamo i progetti elaborati da Azad e Uiki e assunti dall'Ics nella sua Assemblea di programma di Firenze, che dovrebbero mettere capo a due delegazioni nel corso dell'estate. Chiediamo di mobilitarsi per la raccolta dei fondi necessari.

PROGETTO "DIYARBAKIR: ADOTTARE IL FUTURO"

UN’INTERA GENERAZIONE NELLA POLVERE E NEL FANGO DEI "GECEKONDU"


Diyarbakir: la periferia della periferia


Diyarbakir, principale città kurda in assoluto e in Turchia, ha visto la sua popolazione gonfiarsi in modo abnorme in pochi anni. La stima di 1.100.000 abitanti, che sembrava sovradimensionata nel ’95, pochi anni dopo si trova a confrontarsi con 1.500.000 abitanti reali, anche se i censimenti ufficiali ne contano poco più della metà.

L’enorme inurbamento di sfollati dai villaggi distrutti e dalle aree colpite dalla guerra ha fatto della periferia metropolitana un immenso agglomerato di casupole, baracche e tende, senza infrastrutture viarie, idriche, fognarie. Si tratta di profughi, non riconosciuti finora da nessuna organizzazione internazionale salvo quelle degli enti locali.

E’ questa urbanistica della miseria che in turco viene definita con il significativo termine di "gecekondu", ossia "costruito nel giro di una notte".


Una città di bambini, e la "Casa del Bambino"


Il 60% degli abitanti di Diyarbakir ha meno di 18 anni, con una media di 5,7 bambini per famiglia: questa grande popolazione infantile è la prima vittima dell’emarginazione sociale.

Si calcola che siano almeno 4.000 i "bambini di strada", totalmente privi di riferimenti abitativi e familiari. Si tratta per lo più di bambini resi temporaneamente o definitivamente orfani dalla guerra, dalla prigionia o dall’esilio dei loro genitori. Ma non è che la punta dell’iceberg.


La nuova amministrazione municipale, insediata nel 1999 e guidata dall’avvocato Feridun Celik del partito di opposizione Hadep, ha posto il problema fra le sue priorità, pur nella ristrettezza dei mezzi. Un suo documento individua "malattie endemiche, analfabetismo, denutrizione, spaesamento, lavoro servile e accattonaggio, tossicodipendenza, formazione di bande e devianza" come i problemi che investono centinaia di migliaia di minori: "I bambini esclusi formano ormai una nuova classe sociale".


Un progetto elaborato all’inizio del 2000, ed ora già operativo, prevede la formazione di unità di strada coordinate da sociologi, con un ufficio centrale che fa capo al Dipartimento municipale per la sanità e i servizi sociali. Uno degli obiettivi è creare una "Casa del bambino" al centro della città, capace di ospitare, assistere, dare formazione-lavoro e risocializzare almeno mille bambini ogni anno, collegata a una rete di case-famiglia e ambulatori sociosanitari nella periferia. Per il momento sono quattrocento i bambini stabilmente assistiti, anche grazie all’ambulatorio comunale che solo le città di Diyarbakir e di Batman (fra tutte le città kurde) sono state autorizzate ad aprire. Per questo progetto l’Amministrazione comunale chiede la collaborazione di associazioni e Ong sia locali, sia estere.


Le risorse della società civile in Turchia…


A Diyarbakir, nonostante le restrizioni imposte dalla legislazione di emergenza e dalla chiusura di sedi e spazi democratici, esiste un ricco tessuto di società civile organizzata.


Alcune associazioni di grande rilievo, come ad esempio l’Associazione per i diritti umani e in Centro di cultura della Mesopotamia, sono state chiuse, e la stampa di opposizione è vietata a Diyarbakir.

E’ molto viva la rete del partito Hadep e del sindacato Kesk (e in particolare, al suo interno, il sindacato degli insegnanti Egitim-Sen), e altre associazioni sono nate negli ultimi anni, in particolare la Goc-Der (Associazione profughi), la Thay-Der (Associazione dei parenti dei detenuti), la Tohav (fondazione di avvocati e giuristi, al cui interno esiste un centro di assistenza alle vittime della tortura).

Di particolare rilievo è l’impegno volontario degli insegnanti di Egitim-Sen nei corsi scolastici non ufficiali per i bambini non scolarizzati, e la campagna avviata dalla Goc-Der e dall’Hadep, con decine di migliaia di firme, per il diritto dei profughi all’indennizzo, al ritorno e allo sminamento e ricostruzione dei villaggi distrutti.


Queste e molte altre organizzazioni hanno costruito un coordinamento, denominato "Piattaforma per la democrazia", che collabora strettamente con la Municipalità nella soluzione degli immensi problemi sociali e nell’organizzazione di iniziative per la pace, come la grande festa che ha riunito oltre mezzo milione di persone in occasione del Newroz del 21 marzo.


Per ora è stato sventato, anche grazie al veto opposto dalla Presidenza della Repubblica, il progetto di legge del governo teso a sottrarre alle municipalità ogni competenza autonoma in materia di cooperazione internazionale e la maggior parte delle competenze in materia sociale.


… e all’estero


Dall’Europa, essendo vietata in Turchia, interviene nella realtà sociale la Mezzaluna Rossa kurda (Heyva Sor), fondata nel ’93 in Germania da alcune persone rese invalide ed esuli dalla guerra. Heyva sor ha elaborato un suo "progetto bambini", specificamente indirizzato agli orfani di guerra, e attualmente invia aiuti regolari e trecento bambini con o senza famiglia, scelti fra migliaia di casi segnalati dalle associazioni locali. In molti casi sono state costruite e inviate in Turchia, anche con l’aiuto di organismi come la belga Handicap International, protesi per minori mutilati dalle armi o dalle mine.


La Municipalità di Diyarbakir sta inoltre stringendo relazioni di cooperazione con città francesi e tedesche, anche attraverso la mediazione degli organismi internazionali Fmcu (Federazione mondiale delle città unite) e Iula (Unione internazionale degli enti locali).


In Italia la Provincia di Genova ha deliberato un intervento di 50 milioni di lire per attrezzare di farmaci e strumenti l’ambulatorio comunale di Diyarbakir, e alcune associazioni sarde hanno raccolto con una vasta sottoscrizione popolare una somma destinata a donare due pullmini alla Thay-Der per facilitare le visite in carcere da parte delle famiglie dei detenuti. Un progetto per donare alla città di Diyarbakir altri due pullmini, da destinare alla mobilità degli abitanti delle periferie, è stato presentato ma non ancora approvato dalla Regione Umbria, anche sulla scorta della delibera per il gemellaggio con Diyarbakir approvata nell’autunno del ’99 dal consiglio comunale di Perugia. Il Comune di Roma ha stanziato trenta milioni, non ancora erogati per difficoltà burocratiche, a favore del Centro di assistenza alle vittime della tortura avvaito presso la Tohav di Diyarbakir.


Inoltre il comitato "Verso il Kurdistan", promosso da operatori sindacali Cgil di Alessandria, ha proceduto alla "adozione a distanza" di decine di famiglie di detenuti, su segnalazione della Thay-Der, dell’Associazione per i diritti umani e in particolare del sindacato Kesk: molte di queste famiglie, numerose e prive di ogni sostegno dopo l’arresto del capofamiglia per motivi politici, risiedono a Diyarbakir.


La proposta


In stretto coordinamento con i progetti di cooperazione decentrata degli enti locali (che si sono specificamente organizzati in Italia nel Ciscase, Coordinamento italiano di solidarietà e cooperazione con l’Anatolia sudorientale), le associazioni italiane potrebbero fare proprio lo sforzo di riscatto dell’infanzia emarginata e abbandonata a Diyarbakir:


1) inviando nell’estate una delegazione nella periferia di Diyarbakir, con la presenza di almeno un sociologo, un medico pediatra, un insegnante o pedagogista e uno psicologo, per una ricognizione dei bisogni e degli interventi nella periferia di Diyarbakir, anche nella forma di "campo di lavoro" (su questo esiste una disponibilità di massima anche da parte del Servizio civile Internazionale), portando con sé una fornitura di medicinali per l’ambulatorio comunale di Diyarbakir;


2) estendendo la rete delle "adozioni a distanza" di bambini e famiglie, con particolare riferimento agli orfani di guerra, agli invalidi e ai figli di detenuti politici, in stretto contatto da un lato con le associazioni già impegnate in questo senso in Italia (Comitati locali di solidarietà di Alessandria, Trieste e Firenze, associazione Azad), dall’altro con Heyva Sor e con la Uiki-Onlus (Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia): la cifra usuale di sottoscrizione è di £.50.000 mensili più le spese organizzative, associata sempre alla corrispondenza e alla conoscenza reciproca, epistolare e/o diretta;


3) contribuendo ad ampliare il progetto di acquisto (in loco) di pullmini, promosso dalle associazioni sarde, e/o il progetto di attrezzatura dell’ambulatorio comunale di Diyarbakir promosso dalle associazioni genovesi e fatto proprio dalla Provincia di Genova;


4) "adottando" complessivamente il progetto di Casa del Bambino della Municipalità di Diyarbakir, con una sottoscrizione indirizzata a dotarla di sussidi didattici e ricreativi dimensionati per l’accoglienza prevista di mille ragazzi (ad esempio: mille strumenti musicali, o mille forniture complete di quaderni, penne, matite etc., o mille paia di scarpette da ginnastica…), con spesa da quantificare ed eseguire localmente, per evitare problemi nella spedizione dall’Italia;


5) inviando personale qualificato per una collaborazione di medio periodo, sia in campo medico sia in quello didattico, ricreativo e psicopedagogico.


Riferimenti

Per le adozioni a distanza: Associazione Azad, Comitato "Verso il Kurdistan" di Alessandria, Comitati di solidarietà con il popolo kurdo di Firenze e Trieste


Per informazioni e progetti in collaborazione con la Municipalità: Ciscase c/o Provincia di Ancona, Uiki-Onlus


Per il sostegno dell’ambulatorio comunale di Diyarbakir: Azad di Genova, Provincia di Genova


Per il progetto di acquisto di pullmini: Comitato di solidarietà con il Kurdistan di Cagliari, Uiki-Onlus, Coordinamento di solidarietà con il popolo kurdo di Perugia
PROGETTO MAHMURA


"L’ALTRO VOLTO DELL’ESODO KURDO: QUANDO ESISTERE E’ RESISTERE"


La storia


Nel marzo 1994, in seguito all’ingiunzione di lasciare le loro case da parte delle forze armate turche, circa trentamila abitanti di decine di villaggi dell’area di Sirnak e Hakkari attraversarono a piedi il confine turco-irakeno e si attendarono pochi chilometri più avanti, nella valle di Atrush. Il prezzo dell’esodo sulle montagne fu pesante: trecento morti e oltre seicento feriti.


Ad Atrush i profughi rimasero per tre anni, in condizioni disperate: l’alimentazione non raggiungeva la soglia di sussistenza per il 70% di loro, e 85 donne incinte su cento abortivano o davano alla luce neonati morti o malformati. Nel 1995 la guerra fra le milizie contrapposte del Pdk e del Puk portò al blocco totale del campo, soggetto alle continue incursioni delle forze armate turche o delle milizie kurde loro alleate nell’area.


All’inizio del ’97 il governo turco propose loro di ritornare, ma non nei loro villaggi distrutti, bensì nei centri di raccolta militarizzati chiamati "koy-kent" (città-villaggio). I profughi rifiutarono, e quando venne meno anche la protezione Onu, si rimisero in cammino allontanandosi dalla pericolosa frontiera turca.


Dopo una tappa di un anno a Ninowa (l’antica Ninive), nell’area kurdo-irakena controllata dal Pdk a ridosso della linea di demarcazione con l’Iraq, nel maggio del ’98 i profughi decisero di lasciare la turbolenta enclave kurdo-irakena e di accamparsi nella provincia kurda di Mosul, controllata da Baghdad. Dopo alcuni giorni di pressioni le guardie di frontiera irakene li fecero passare, e più tardi il governo irakeno insieme all’Unhcr fornì loro i materiali per sostituire le tende con baracche in muratura. Nacque così il campo di Mahmura.


Nel dicembre ’99 i profughi hanno fatto appello al governo turco per poter ritornare, ponendo quattro condizioni: l’amnistia, la fine dello "stato di emergenza" che grava sulle loro province da quindici anni, garanzie internazionali sulla loro incolumità e la ricostruzione dei loro villaggi, e la possibilità di educare i figli nella loro lingua madre, come hanno fatto in questi sette anni di esodo. Non c’è stata risposta.

La situazione del campo


Il campo di Mahmura si trova in una zona semidesertica, calda e arida (inusuale per persone provenienti dalle montagne), a due km dal borgo di Mahmura, a 110 km dal capoluogo Mosul e 390 km a nord di Baghdad.

La responsabilità formale è dell’Unhcr all’interno, delle autorità irakene all’esterno, ma fin dall’inizio i profughi si sono autorganizzati eleggendo un "sindaco" e quattordici responsabili per i diversi aspetti della vita collettiva, con particolare rilievo per il ruolo delle donne.


Le traversie e le persecuzioni hanno ridotto gli originari trentamila profughi a 8.469 (dati Unhcr del ’98), di cui 1.011 bambini sotto i quattro anni di età, più di quattromila ragazzi fra 5 e 17 anni, circa altrettanti uomini e donne fra 18 e 59 anni, e circa trecento anziani di oltre sessant’anni.


I profughi ricevono dal governo le stesse razioni di cibo che spettano ai cittadini irakeni sotto embargo, e alcuni alimenti fondamentali sono distribuiti anche dall’Unhcr. E’ stata decisiva per la sopravvivenza anche la solidarietà delle famiglie kurde che abitano nell’area. Le fonti d’acqua sono lontane dal campo e non canalizzate, salvo i periodici rifornimenti di acqua potabile con autobotti delle Nazioni unite. Gli indumenti sono insufficienti. D’inverno ci si riscalda con stufe a kerosene. Per coprire i bisogni primari occorrerebbero attrezzature (pompa idraulica, materiali per canalizzazioni fognarie e idrauliche, un generatore elettrico) attualmente inesistenti.


La situazione sanitaria è assai grave, con diffuse patologie gastroenteriche d’estate e respiratorie d’inverno. Non mancano malattie più gravi (tredici casi di Tbc, otto tumori fra cui alcune leucemie infantili), riconducibili probabilmente anche al fall-out chimico e radioattivo delle armi usate nella guerra del Golfo, ma anche da parte dell’esercito turco. Sono numerosi i casi di handicap fisici e di postumi di ferite e traumi, che avrebbero bisogno di cura, riabilitazione e protesi. L’ospedale più vicino è quello di Mosul. Attualmente nel campo esiste un ambulatorio in cui operano solo due medici delle Nazioni unite e infermieri volontari scelti fra gli stessi profughi, che cura in media cento persone al giorno e a volte opera piccoli interventi chirurgici, con materiali e medicinali assolutamente insufficienti. Occorrerebbero materiali per trasfusioni e donazioni del sangue, per le radiografie, per interventi chirurgici in "day hospital", farmaci essenziali e vaccini, oltre ad alcune specializzazioni mediche come un dentista e un ginecologo.


Per l’istruzione dei numerosi minori esistono nel campo tre scuole elementari, una scuola media e un liceo, con sessanta insegnanti volontari a fronte di 2.500 allievi 800 fra la 1.a e la 3.a elementare, 900 per il secondo biennio delle elementari, 500 per il triennio delle medie inferiori, 300 per il liceo). In media ogni studente possiede una matita e mezzo quaderno, mentre i libri sono pochi e collettivi, spesso riprodotti a mano. Oltre alle materie di normale insegnamento si imparano le lingue kurda, turca e inglese. Una delle scuole è stata edificata dall’Unhcr, mentre le altre sono state costruite dai profughi (che ne vanno molto fieri), così come le moschee, l’ambulatorio, il centro per le donne, un asilo infantile e alcuni impianti sportivi.


E’ molto difficile far pervenire ai profughi aiuti esterni. Nel ’96, quando erano ancora a Ninowa, Heyva sor (la Mezzaluna Rossa kurda) inviò venti tonnellate di materiali (tende, coperte etc.), bloccati dalle autorità giordane. Fra il ’99 e il 2000 dalla Germania Heyva Sor ha inviato un’ambulanza, che è stata consegnata, e 48 tonnellate di medicinali di cui solo metà è arrivata a destinazione. Nel 2001 una delegazione francese ha cercato di portare una seconda ambulanza, 20.000 marchi in contanti e materiali scolastici e sanitari, anch’essi raccolti da Heyva Sor, ma le autorità giordane hanno trattenuto finora tutto tranne i soldi e i materiali scolastici. Dunque l’esperienza insegna che, a parte i materiali scolastici e didattici, è meglio far pervenire o portare somme in denaro per l’acquisto in loco dei materiali necessari.

Il progetto di "Heyva Sor a Kurdistane" (Mezzaluna Rossa kurda)

Nella vastità dei bisogni dei profughi, Heyva Sor ha deciso di privilegiare la situazione dei numerosissimi bambini del campo, garanzie di futuro, e in particolare il loro bisogno di istruzione e di attività sportive e ricreative.

Ha quindi elaborato un progetto europeo, così articolato:


materiali scolastici e didattici (40 DM a testa per il 1° ciclo delle elementari, 50 DM per il 2° ciclo, 70 DM per ogni studente medio e 90 DM per ogni liceale) = spesa annua di 139.000 DM;


materiali per attività sportive (tute da ginnastica e scarpette): 70 DM per 2.500 ragazzi = 165.000 DM;


attività musicali: 1.500 DM per l’organizzazione di bande musicali in ogni scuola x 5 scuole = 7.500 DM; acquisto di strumenti musicali (300 fiati, 100 "saz", le tipiche mandole kurde, 50 chitarre, 50 violini, 10 percussioni, 100 tamburi e tamburelli) = 74.400 DM;


Totale (139.000 + 165.000 + 7.500 + 74.400 DM) = 385.900 DM di spesa annua (circa £. 400.000.000).

Le iniziative in Italia

Nel 1997 fu una delegazione mista italo-tedesca a rompere l’isolamento del campo (allora a Ninowa).

Per l’Italia, tappa quasi obbligata dell’esodo kurdo verso l’Europa, assume un significato particolare il sostegno a una comunità di profughi che ha scelto di resistere e lottare per il ritorno, rifiutando sia il rimpatrio alle condizioni turche, sia la fuga verso l’Europa alle condizioni delle bande mafiose.


Per questo nel corso del 2001 si sono attivate e potrebbero convergere varie iniziative:


una sottoscrizione in numerose scuole, finalizzata a raccogliere il denaro necessario per inviare o portare alle scuole di Mahmura (oppure comprare in loco) materiali didattici, e in particolare per stampare in Italia, con traduzione italiana a margine, 2.000 copie ciascuno di nove libriccini di favole in lingua kurda e di tre abbecedari progressivi in kurdo, prodotti dal Centro per la cultura della Mesopotamia (MKM) di Istanbul e dall’Istituto di cultura kurda di Berlino;


la disponibilità del Comune di Verbania e dell’Assessorato alla cultura della Provincia di Lecce di contribuire alla stampa degli stessi libri, aggiungendo mille copie da distribuire fra i bambini profughi residenti in Italia, per la conservazione della loro lingua e cultura;


la disponibilità di alcuni comuni pugliesi (in particolare Trepuzzi e i nove comuni uniti nel Consorzio della Grecìa salentina), del Consiglio di quartiere 4 di Firenze e delle associazioni unite nel "Comitato di solidarietà con il Kurdistan" di Cagliari e Sassari, di "tassarsi" per raccogliere i circa 10.000 dollari che rappresentano il tetto minimo per poter acquistare in loco medicinali e attrezzature sanitarie essenziali per l'ambulatorio del campo di Mahmura;


la possibilità che la Regione Emilia-Romagna assuma la questione kurda fra le sue priorità in materia di cooperazione internazionale, e in particolare patrocini l’invio a Mahmura di una piccola delegazione italiana nel corso della prossima estate, della quale facciano parte anche uno o più medici (anche in vista dell’ipotesi che alcuni degli invalidi e malati gravi di Mahmura possano essere curati e riabilitati in Italia, con particolare riferimento all’esperienza già maturata dall’ospedale rizzoli di Bologna);


la possibilità che anche la Regione Sardegna faccia proprio un progetto di aiuto ai profughi di Mahmura.

La proposta

Il progetto in Italia, promosso dalle associazioni Uiki-Onlus (Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia), Azad – Libertà per il popolo kurdo e Consorzio Italiano di solidarietà (Ics), in collaborazione e nel quadro dell’impegno di Heyva sor (Mezzaluna Rossa kurda), può articolarsi in:

stampa e distribuzione di un pieghevole sulla situazione di Mahmura, che illustri le possibilità di intervento;


proseguimento della raccolta fondi per il materiale didattico e i libri, sia coordinando le disponibilità già ricordate degli enti locali, sia con una sottoscrizione pubblica (utilizzando il conto bancario, già pubblicizzato per questo, della Uiki-Onlus (C.b. 12257 int. UIKI-Onlus c/o Banca Pop. di Milano, ag.252, via V.Veneto 1, Roma, codici ABI 05584, CAB 03201, specificando la causale: "Progetto Mahmura");


stampa di 3.000 copie dei 12 libriccini già ricordati, di cui 1.000 per i bambini profughi in Italia e 2.000 per le scuole di Mahmura, finalizzando per questo sia fondi degli enti locali, sia fondi delle associazioni (il preventivo è da definire);


organizzazione di una delegazione, che entro l’estate 2001 si rechi a Mahmura portando con sé i libri stampati e il denaro raccolto per materiali didattici e per medicinali e materiale sanitario (rispettivamente, almeno 5.000 dollari e almeno 10.000 dollari), della quale facciano parte almeno un medico, un insegnante, un esperto di cooperazione di emergenza, un operatore video;


avvio di una prospettiva di cooperazione più di prospettiva in campo sanitario, sia con l’invio in loco di personale medico distaccato, sia con la cura e riabilitazione in Italia di alcuni gravi ammalati o invalidi.

DOCUMENTI 5: LA VIDEOTECA "MUSA ANTER" A ROMA

Grazie alla sottoscrizione effettuata da Azad in occasione del concerto per il trentennale del quotidiano Il manifesto, e al contributo di tre milioni da parte della stessa testata, è stato possibile acquistare un videoproiettore per il Centro Ararat autogestito dai profughi kurdi a Roma, inviare 10.000 dollari di contributo al MKM di Istanbul per la produzione del prossimo film "La Fotografia", e avviare il censimento e il riordino, in collaborazione con Villaggio globale, della videoteca intitolata al grande poeta e drammaturgo Musa Anter, assassinato a Diyarbakir nel '92 dalle squadre della morte.
Il catalogo che riproduciamo comprende 37 filmati, e come si potrà vedere fotografa un "work in progress": stiamo ancora visionando e censendo questi video.
Chiediamo a chiunque ne possegga altri, o comunque abbia materiali sulla filmografia kurda o di argomento kurdo e turco, di inviarcene copia per arricchire quella che sarà la prima videoteca specializzata in Italia.
Avrà sede presso il Centro Ararat, l'associazione Azad e la Uiki-Onlus, e i video saranno ovviamente disponibili per la riproduzione, a un prezzo contenuto di sottoscrizione.

N. - Autore - Titolo - Genere - Durata - Paese - Anno - Ambientazione - Argomento - Lingua

1 Ass.Papa Giov. "GoEl Il coraggio della disobbedienza" Doc. 15’ - Italia 2000 - Turchia Obiezione di coscienza - Italiano

2 Nizamettin Aric "Un canto per Beko" Lungom. 100’ - Germ. 1992 - Kurdistan turco e irakeno Guerra - Kurdo sottot. It.

3 Comunità kurda in Italia "I Curdi e il Curdistan" - Doc. ? - Italia ? - Kurdistan Geografia e storia recente - Italiano

4 Com. Verso il Kurdistan – Al "Verso il Kurdistan" - Doc. 12’ - Italia 1999 - Kurdistan turco : Reportage di viaggio - Italiano

5 Juri Carlucci "Kendakor/Roma" - Doc. 15’ - Italia 2000 - Italia Manifestazione a Roma - Italiano

6 Com. Verso il Kurdistan – Al "Newroz 2000" - Doc. ? - Italia 2000 - Kurdistan turco Newroz a Diyarbakir - Italiano

7 Esen Isik "Il padre rubato" - Cortom. 23’ - Svizzera 1999 - Kurdistan turco Il dramma degli scomparsi - Turco sottot. francese

8. Yesim Ustaoglu "Viaggio verso il sole" - Lungom. 105’ - Turchia 1999 - Turchia e Kurdistan Il paese negato - Turco e kurdo doppiato italiano

9 Kazim Oz "Ax – La Terra" - Cortom. 27’ - Turchia 1999 - Kurdistan turco La distruzione dei villaggi - Turco e kurdo sottot. italiano

10 Yilmaz Guney "La rivolta (Le Mur)" - Lungom. 116’ - Turchia 1982 - Turchia Carceri - ?

11 MKM Istanbul "Sermola: la repubblica dei folli" - Spett. 144’ - Turchia ? - Spett. teatrale di "Jihana Nu" - ?

12 Yilmaz Guney "Il gregge" - Lungom. ? - ? ? - Kurdistan: la vita dei villaggi - Italiano

13/13’ (*) Medya Tv "Newroz 2000 (1. e 2. parte)" - Doc. ? - Belgio 2000 - Kurd. Turco Riprese Medya-Tv sul Newroz - ?

14 Medya-Tv "Roma-Kurdistan II " - Doc. 180’ - Belgio 1999 - Italia e altrove: Manif. 24.2.99 a Roma e musica - ?

15 Lionello Massobrio "Partorire la morte" - Doc. 26’ - Italia ? - Turchia: La protesta suicida delle donne kurde - Italiano

16 (*) ? "Leyla Zana Nobel for Peace" - Doc. ? - Usa ? - Turchia La figura di Leyla Zana - Inglese

17 Kazim Oz – MKM "Desten Me… (Se le mie mani fossero uccelli)" - ? 27’ - Turchia ? - Turchia: L'esodo kurdo - ?

18 ? "Goc Belgeseli (Documentario sui profughi)" - Doc. 27' - Turchia ? - Turchia L’esodo interno - Turco

19 Saman Ali, Jiyan Aslan (M.Tv) "Hidden Theatre: Lontano dal Kurdistan" - Spett. ? - Italia 2000 - Turchia e Italia L’esodo - Italiano, brani in kurdo

20 Medya-Tv "Qerinek Be Rundik: Bajaré Penaberan-Mexmur" - Doc. ? - Belgio ? - Kurdistan irakeno Campo profughi di Mahmura - ?

21 (*) Assoc. Insieme per la pace "I kurdi e il Kurdistan" - Doc. ? - Italia ? - ? ? - Italiano

22 Torre di Babele "Newroz" - Doc. ? - Italia 1998 - ? ? - Italiano

23 (*) Mustafa Gundogdu – Tohav "Campo" - Doc. ? - Turchia 1997 - Turchia Profughi a Istanbul - Turco

24 ? "La guerra contro i kurdi: affare interno o genocidio?" - Doc. ? - ? 1998 - ? ? - Italiano

25 Dimitri Deliolanes "Armi italiane alla Turchia" - Doc. 37’ - ? ? - ? Commercio di armamenti - Italiano

26 Rai/Mediaset "Mediterraneo (5) + Moby Dick" - Doc. ? - Italia ? - Turchia, Italia e vv. Vari argomenti (armeni, Med-Tv, MKM, guerra…) - Italiano

27 ? "Turkiye’de Insan Haklari Gor. (Diritti umani in Turchia)" - Doc. ? - ? ? - Turchia Violazioni diritti umani - Turco

28 Jan Ralske "Badolato: Hoffen aufs Wunder (La speranza di un miracolo)" - Doc 74’ - Germania 1998 - Italia L’esperienza di Badolato - Tedesco, sottot. Italiano

29 IKM Belgium "Don’t be silent on massacres!" - Doc 15’+10’ - Belgio 2001 - Turchia Il massacro nelle carceri - Inglese, doppiaggio italiano

30 Medya-Tv "Strrasburgo 21.11.2000: The Century Trial" - Doc. ? - Belgio 2000 - Francia La manifestazione per l’avvio del processo Ocalan - ?

31 Akin (Usa) "Leyla Zana for the Nobel" - Doc. ? - Usa ? - Turchia La figura di Leyla Zana - Inglese

32 ? "La storia dei kurdi" - Doc. ? - ? ? - ? Storia del Kurdistan - ?

33 ? "Ronahi: Mukaddes Kubilay" - Doc. ? - ? ? - Turchia La storia del sindaco donna di Dogubeyazit (Hadep) - Turco

34 Heyva Sor a Kurdistane "HSK Tanitma Toplantisi" - Doc. 30’ - Germania ? - Turchia La Mezzaluna Rossa kurda e i problemi del popolo kurdo - Turco


35 Akin (Usa) "Good Kurds, Bad Kurds" - Doc. ? - Usa ? - Kurdistan Storia recente del Kurdistan - Inglese

36. Grazia&Beatrice "Quelli che dicono no" - Doc. 5’ - Italia 1998 - Italia e Kurdistan Processo Frisullo - Italiano

37 (*) Francesco Carcano "Mediterraneo (Rai)" - Doc. 30’ - Italia 1998 - Kurd. turco Profughi e repressione - Italiano

Note

13/13’ (*) : sono due cassette consecutive (prima e seconda parte)

16 (*) : è nella stessa cassetta del filmato n.15

21 (*) : è da verificare se il contenuto sia identico a quello della videocassetta n.3

23 (*) : la cassetta attualmente contiene anche un altro filmato

37 (*) : la cassetta attualmente contiene anche un altro filmato