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E’ arrivata l’ora.
Il
Consiglio di presidenza del PKK ha dichiarato che lo stato non ha intrapreso
passo alcuno in direzione del processo di pace preoposto da Ocalan e dal PKK da
circa due anni, da quando cioé il Presidente del PKK, Andullah Ocalan è stato
catturato e ha chiamato il popolo ad una sollevazione politica.
Il Consiglio presidenziale ha
divulgato un comunicato, con il quale ha ricordato che il PKK ha fermato le sue
armi, si è ritirato al di là dei confini ed ha intrapreso una “Strategia di
pace” a seguito del suo VII Congresso, ma che la Turchia e le potenze della
regione si sono cimentate in approcci di sabotaggio nei confronti di quello che
al contrario si era intenzionati a realizzare.
La dichiarazione ha reso noto che
in occasione dell’approssimarsi del secondo anniversario del complotto del 15
febbraio e in risposta alla lotta ingaggiata nell’intento di democratizzare la
Turchia e di risolvere la questione kurda sulle basi di una libera unione, le
forze regressive, fasciste e guerrafondaie si stanno battendo per l’insuccesso
di tale processo.
La dichiarazione ha richiamato
l’attenzione nei confronti del fatto che queste forze recentemente stanno
aumentando i propri attacchi. Facendo notare che, invece, si ha l’intenzione di
intensificare un nuovo chiaro e complessivo processo, così come il Presidente
del PKK Abdullah Ocalan lo aveva tracciato da Imrali, aggiungendo che è di
primaria importanza la necessità da parte delle forze democratiche di
rafforzare la propria battaglia. (…) “l’incremento degli assalti da parte di
quelle forze che si oppongono alla democrazia in Turchia e il completo blocco
nei confronti del processo democratico, significano portare al punto d’inizio
di un nuovo processo di guerra, dai risultati imprevedibili”. (...) “E’ diventato necessario, a questo
punto, avanzare con il progetto di soluzione democratica e di resistenza
multidimensionale da parte delle forze democratiche. Gli attacchi che si stanno
intensificando da parte delle forze fasciste e conservatrici possono essere
superati attraverso una resistenza che enfatizzi la lotta politica.” (...) “Il
crescendo delle severe procedure nei confronti del Presidente Apo si stanno
anche riflettendo sulla soluzione della questione kurda. Le politiche di
negazione e annientamento proseguono. Lo stato non sta intraprendendo
assolutamente alcun passo per il riconoscimento delle libertà fondamentali
della nostra gente, come permettere le trasmissioni radio e tv, oltre che
l’insegnamento nella nostra propria lingua. Il tema dell’adesione all’UE si è
bloccato proprio sul punto dei diritti e delle libertà per il nostro popolo.
(...) l’unica via che possa condurre all’ottenimento dei nostri diritti e
libertà fondamentali, elaborata con l’idea della Repubblica democratica, è
quella dell’intensificarsi della resistenza democratica. Il nostro partito si è
riorganizzato e ha raggiunto la capacità di essere l’avanguardia di questa
resistenza. (...)”
Chiamando a prendere il 15
febbraio come data d’inizio di una rivolta continua, il Consiglio di presidenza
ha continuato: “Le repressioni dello stato, gli arresti e le torture in
risposta alle azioni di rivolta vanno affrontate con la lotta. Queste
repressioni vanno viste come un sacrificio indispensabile della lotta in un
ambiente che vede il Presidente Apo in prigione sottoposto a brutali pratiche,
ogni tipo di sacrificio richiesto per lo svolgimento delle attività di
sollevazione va rischiato. Chiamiamo i coraggiosi giovani kurdi, le orgogliose
donne kurde che sono pronte ad ogni tipo di sacrificio per la libertà, i nostri
amati figli e ogni settore della società a prendere parte alle attività di
rivolta. (...) il braccio della pace teso dal nostro presidente e dal nostro
partito devono trovare una risposta positiva. Come requisito di ciò, le istanze
che impongono la guerra vanno abbandonate, le politiche di negazione e
annientamento vanno superate e si devono riconoscere le libertà fondamentali
del popolo kurdo.”
Nella dichiarazione si legge che
un partito conservatore e fascista, come è il MHP, ha usato l’occasione dell’essere
al potere per coordinare gli attacchi nei confronti della lotta per la
democrazia e ha continuato a dire che, “la posizione del partito si rafforza
con l’intento di arrestare il movimento democratico con il sostegno delle altre
forze conservatrici”. Il Consiglio di Presidenza del PKK nella sua
dichiarazione si è appellato alla comunità internazionale, in modo particolare
ai paesi dell’UE e agli USA, richiamando al fatto che nel XX secolo le forze
internazionali sono state la ragione per cui la questione kurda non si è potuta
risolvere, sottolineando che i paesi dell’Unione europea e gli Stati Uniti
d’America hanno giocato un ruolo fondamentale nella cattura piratesca del
Presidente Abdullah Ocalan.
La dichiarazione si concludeva
proprio così “la nuova amministrazione americana deve, oltre a stravolgere gli
aspetti negativi dell’amministrazione precedente, impegnarsi in un’azione
responsabile affinché la comunità internazionale possa giocare un ruolo nella
soluzione della questione kurda. Inoltre deve scegliere la via della risposta
ai crimini commessi contro il nostro popolo. In caso contrario, in una regione
talmente delicata come è quella mediorientale, si dovranno affrontare problemi
molto seri, che andranno ad essere causa di seri danni per gli interessi della
comunità internazionale”.
Il Presidente Ocalan: “Questo governo è lontano da una
soluzione.” KurdishObserver, 27/01/01
Dopo due settimane, al primo
incontro con i suoi avvocati il leader del PKK, Abdullah Ocalan, ha chiesto al
governo turco e a tutte le forze presenti nel Kurdistan del sud di non
distruggere il cammino di pace avviatosi in questi ultimi due anni e ha anche
aggiunto che questo governo non è in grado di trovare una soluzione: “Gli ultimi
due anni sono passati senza dolori, grazie alla svolta del PKK, grazie al suo
ritiro dalla Turchia e alla sua intenzione di lottare con le armi della
democrazia. Non sembra che la Turchia sia in grado di rispondere adeguatamente
alle nostre richieste.” Ocalan ha anche ricordato come la situazione di guerra,
che si sta concretizzando nel Kurdistan del sud, possa allargarsi anche nel
nord e ha ammesso il pieno diritto del
PKK a difendersi con l’uso delle armi in caso d’attacco. Per il Presidente del
PKK, inoltre, il Puk e il Pdk dovrebbero porsi come mediatori di pace e non
come fautori di guerra.
L’obiettivo è limitare la libertà del Presidente Ocalan.
È stato scoperto che, l’obiettivo
dell’indagine avviata dal Ministro della giustizia contro il Presidente Ocalan,
è tesa a limitare le visite dei legali ad una volta ogni 15 giorni. Ultimamente
le visite al Presidente Ocalan, da parte dei suoi avvocati o dei suoi congiunti
più stretti, è stato ridotto ad un’ora a settimana, ma spesso questo termine
non è rispettato: molte visite sono, infatti, rimandate a causa del “tempo
inclemente”. Secondo Hurriyet il Procuratore generale della repubblica, Talat
Salk, ha aperto un’inchiesta contro Dogan Erbas, Irfan Dundar e Aysel Tugluk
sostenendo che il Presidente Ocalan vuole riaprire la guerra ed utilizza i suoi
avvocati come strumento per questo, sarebbe quindi necessario indagare sulla
loro posizione. Le affermazioni del Procuratore Salk sono una chiara
distorsione del pensiero di Ocalan che, commentando la situazione attuale,
aveva detto: “Gli accadimenti nel sud dimostrano che il rischio di una guerra,
che si potrà diffondere anche al nord, è ormai tangibile. (…) E’ un peccato che
la Turchia non lo comprenda. Non vogliamo la guerra, ma se l’unica alternativa
è la nostra distruzione, allora utilizzeremo il nostro legittimo diritto
all’autodifesa. Non sto dando da Imrali degli ordini per la guerra, ma degli
ordini per una soluzione pacifica nell’ambito del quadro della lealtà allo
stato unitario.”
Il generale Kivrikoglu commenta le dichiarazioni del
Presidente Ocalan. KurdishObserver, 01/02/01
Il Comandante in capo
dell’esercito, generale Kivrikoglu, ha commentato la frase di Ocalan “Se saremo
attaccati utilizzeremo il nostro diritto all’autodifesa.” Kivrikoglu ha
sostenuto che questa frase è una legittimazione del terrorismo e che questo non
potrà essere ammesso dallo stato. Il generale ha sostenuto che 1660 membri del
PKK hanno beneficiato della legge d’amnistia e che, non è vero, che lo Stato
turco stia sostenendo il Puk nella sua guerra o che la Turchia sia in conflitto
col PKK stesso.
Non abusate della nostra pazienza.
Osman Ocalan, membro del Consiglio di presidenza del PKK, ha detto che il partito ha fatto di tutto, negli ultimi due anni, per creare un clima idoneo in senso democratico, la contro parte non ha colto questa possibilità e, soprattutto negli ultimi tre mesi, si è accentuato un clima di oppressione sia in Kurdistan, che in Turchia, oltre che, ancora, all’estero. I responsabili di tutto questo non devono, secondo Ocalan, abusare della pazienza e della benevolenza del PKK. Osman Ocalan ha anche ricordato quanto sia importante la questione della salute del presidente del PKK, Abdullah Ocalan, nell’ambito della soluzione della questione kurda: la Turchia non mostra, infatti, alcun rispetto per la figura del presidente del PKK che, invece, è per i kurdi un simbolo vivente; la mancanza di un minimo riguardo per lui, costretto da due anni, ad un regime carcerario peggiore delle celle di Tipo F, è grave e la pazienza dei kurdi non potrà tollerare ancora per molto una situazione così dura.
Per quanto riguarda la guerra,
dopo aver sottolineato le responsabilità degli USA, Osman Ocalan si è rivolto
alla nuova amministrazione del Puk, fiducioso che questa voglia perseguire una
politica di dialogo, ma è pronto a chiamare il popolo kurdo alla lotta se,
invece, il Puk mostrerà l’intenzione di voler continuare a percorrere un
sentiero di guerra. Ocalan ha detto, inoltre, che la data del 15 febbraio
(l’anniversario della cattura del Presidente Abdullah Ocalan) si avvicina e si
è detto sicuro che il popolo kurdo sarà pronto a dare una sua grande risposta
democratica. Per Ocalan il popolo kurdo sarà pronto a dare il suo contributo,
con decine di migliaia di volontari, in caso di guerra, ma che, proprio per
evitare altri spargimenti di sangue, il PKK è sempre più convinto della
necessità di trovare una via pacifica che preveda una partecipazione di massa.
I circoli conservatori contro lo sviluppo degli eventi.
Intervenendo, telefonicamente, a Medya Tv Duran Kalkan, membro del
Consiglio di presidenza del PKK, ha ricordato come i recenti sviluppi in
Turchia sono il frutto della Strategia per la pace e per la democrazia del
Partito. Kalkan ha voluto sottolineare che, in Turchia, sia da parte dello
stato, che tra le forze democratiche, c’è chi ha deciso di abbandonare i metodi
repressivi dello scorso secolo e scegliendo una politica di dialogo. Accanto a
questi resistono, però, coloro che perseverano con le vecchie politiche
repressive e ci sono quelli che, invece, le vogliono coprire con un velo di
falsa democrazia. Kalkan ha, inoltre, ricordato che i circoli conservatori, al
contrario di quello che sembra, stanno perdendo influenza, ma che sono aiutati
dall’estero. Il dirigente del PKK ha posto l’accento sull’importanza di
liberare la Turchia dalla fobia dell’influenza esterna, e ha ricordato che
niente e nessuno potrà distogliere il PKK dal suo cammino verso la democrazia,
rigettando la regione nella guerra totale. Dal punto di vista della politica
estera, Kalkan ha ricordato come la guerra in Kurdistan sia stata pilotata, da
oltre otto anni, dagli USA col nome di “processo di Washington” e ha espresso
la speranza che la nuova amministrazione americana voglia cambiare politica
nella regione. Kalkan ha detto, infine, che il PKK osserva con attenzione la
politica del Puk, le sue mire egemoniche, le epurazioni nella sua
amministrazione, il suo tentativo di coinvolgere il Pdk nel conflitto: “Siamo
pronti a difenderci con una politica attiva e con una attiva azione militare. I
kurdi non possono essere stranieri in Kurdistan. Nella regione Sorani abbiamo
più di 1500 guerriglieri, chi ci potrà cacciare?”
Il nuovo gioco della Turchia nel Kurdistan meridionale.
La Turchia ha sviluppato, secondo
delle informazioni di stampa, un nuovo programma d’azione nel Kurdistan
meridionale. Il primo passo di questo piano prevede una presa di posizione
turca, per riconoscere i turkmeni come interlocutori terzi tra Iraq e Kurdistan
del sud. Il Ministero degli esteri turco sta interloquendo con l’Iraq per
ottenere questo riconoscimento, in cambio di un’azione turca contro le sanzioni
e, nello stesso tempo, la Turchia sta prendendo contatti con Puk e Pdk per
continuare la lotta al PKK. Sembra che Saddam Hussein si sia detto pronto a
riconoscere il Fronte Turkmeno come terza forza della regione e, mentre è nota
la disponibilità di Talabani, l’unica incertezza deriva dalla posizione di
Barzani e del Pdk. La Turchia si sta muovendo per aprire dei nuovi varchi
frontalieri col Kurdistan del sud e con l’Iraq: la Turchia vorrebbe lasciare il
controllo di questi varchi all’Iraq, mentre Barzani reclama una gestione
diretta dei varchi. Sembra comunque che Ankara, prima di prendere una posizione
chiara con l’Iraq, stia attendendo di vedere quale sia la posizione della nuova
amministrazione USA.
Nel corso del secondo giorno di
Congresso del Puk, il capo del partito Talabani ha detto che bisogna evitare
che il PKK riesca nel suo tentativo egemonico nella regione e che, a questo
scopo, è necessario incrementare la collaborazione con gli USA e la Turchia.
Talabani ha anche detto che si stanno avendo dei buoni sviluppi nelle relazioni
con l’Iraq, e che, dopo la sua ultima visita ad Ankara, è stata chiarita la
posizione turca verso il Puk. Concludendo il suo discorso, Talabani non ha
potuto fare a meno di ringraziare gli Usa e il Regno Unito per l’aiuto che
danno al suo partito.
Talabani in cerca di alleati per la guerra.
Il
leader del Puk, Jalal Talabani, sta continuando nei suoi tentativi di
convincere il Pdk ad unirsi alla sua lotta contro il PKK e, secondo le ultime
notizie, sembra che le due parti abbiano raggiunto un accordo nel loro ultimo
incontro a Kalacolan, vicino a Suleymania. La televisione del Puk ha riferito
che i due partiti hanno raggiunto un accordo basato sulla comune volontà di
espellere il PKK dalla regione. L’esponente del Puk, Abdulkadir, usando toni
aspri verso il PKK, ha detto che è tempo di aprire nuove relazioni col Pdk,
mettendo da parte il processo di Washington e cercando di dare nuova linfa a
quello di Ankara. Zebari, uno dei membri del politburo del Pdk Zebari ha
espresso, sempre nel corso della trasmissione, la volontà del Pdk raggiungere
un accordo col Puk, sui rapporti col PKK ha detto: “Non abbiamo cambiato la
nostra posizione verso il PKK. Il PKK è intervenuto negli affari interni del
governo. Non è un partito del Kurdistan del sud.” I due partiti hanno rinnovato
le decisioni prese a Washington nel 1998, tra le quali quelle che dichiaravano
il PKK “organizzazione terroristica che sta causando una crisi regionale.”
Lasciate al popolo il diritto di esprimersi.
L’HADEP ha preparato un programma
amministrativo, basato su Consigli Municipali e Commissioni di Quartiere, che
consentirà al popolo di essere il protagonista delle scelte amministrative.
Questo programma dovrà servire a garantire una maggiore partecipazione dei
cittadini nell’amministrazione delle 37 città, nelle quali l’HADEP ha vinto le
elezioni del 18 aprile ‘99. L’HADEP ha vinto quelle elezioni, in condizioni
difficilissime, col motto “Amministreremo noi stessi, e le nostre città, da
soli”. Il programma per l’autoamministrazione locale è stato approvato dalla
Commissione per gli affari locali, istituita da Kemal Pekoz, e portato, per la
approvazione definitiva, all’assemblea generale del partito. I Consigli
Municipali dovranno prevedere la presenza di esponenti di tutta la società
civile, degli intellettuali, dei docenti universitari, degli amministratori
locali, di esponenti delle attività produttive e dovranno svolgere un ruolo di
sostegno e di compartecipazione delle scelte che saranno prese dalla
Municipalità. L’altro organismo che dovrà essere creato è la Commissione di
Quartiere: queste commissioni, che saranno formate da esponenti dei giovani,
delle donne, degli anziani, degli insegnati, dovrà discutere i problemi del
quartiere dando poi delle indicazioni alla Municipalità centrale. Il programma
dell’HADEP prevede anche la creazione di centri sanitari pubblici e gratuiti
per le persone più svantaggiate, di centri culturali destinati soprattutto ai
giovani e di uffici per il monitoraggio delle condizioni ambientali dei
quartieri. Il programma dell’HADEP si conclude affrontando il problema
dell’emigrazione, problema molto forte soprattutto negli ultimi venti anni, tra
le possibili soluzioni. Il miglioramento delle condizioni di vita delle
persone, un maggiore rispetto per l’arte e l’ambiente sono i punti
programmatici principali.
Scomparso un dirigente dell’HADEP.
Due dirigenti dell’HADEP, il
presidente del distretto di Silopi Tanis e il suo segretario Denis sono
scomparsi dal 25 gennaio. Sebbene le ultime testimonianze li ricordano entrare
nel Commissariato di polizia di Silopi, l’autorità locale nega che ciò sia
avvenuto. Recenti interrogazioni dell’IHD e dell’HADEP non hanno, finora, avuto
risposta. Sia l’HADEP che l’IHD hanno inviato delle delegazioni d’inchiesta a
Sirnak e Silopi, ma finora non si è avuto alcun risultato. Secondo delle
testimonianze raccolte da Eyup Tanis, congiunto di Serdar Tanis, il 25 gennaio,
alle ore 13:30 un veicolo Fiat stava aspettando i due uomini dell’HADEP di
fronte all’ufficio postale di Silopi. Tanis, dopo un invito di uno dei due
occupanti dell’auto (identificati, poi, come poliziotti) rifiutò di salire sul
mezzo, affermando che si sarebbe recato in commissariato solo dietro
presentazione di un mandato di comparizione. Tanis ricevette la richiesta di
comparizione alle ore 14:30 e ci sono delle indicazioni di un guidatore
d’autobus che ricorda di aver lasciato i due membri dell’HADEP proprio di
fronte al commissariato. Sia l’avvocato, Osman Baydemir, che il segretario
dell’HADEP, Turk, hanno chiesto alla polizia di chiarire la vicenda, anche se,
le forze dell’ordine, dal canto loro, negano di aver a che fare con la
scomparsa dei due dirigenti HADEP.
Lo stato illegale è entrato in azione.
La scomparsa dei due dirigenti
dell’HADEP, minacciati di morte dalla polizia, riapre la questione
dell’uccisione delle persone incarcerate. La polizia continua, inoltre, a
negare di avere qualcosa a che fare con la scomparsa dei due dirigenti, anche
se la testimonianza dell’autista del minibus conferma che i due, prima di
scomparire, stavano entrando nel commissariato di Silopi. Il padre di Tanis ha denunciato alla Corte di giustizia
di Sirnak che il figlio, già prima di divenire segretario di zona dell’HADEP,
aveva ricevuto delle minacce di morte da parte della gendarmeria: “Convinci tuo
figlio a dimettersi da Segretario dell’HADEP. Se non lo farà non potremo
garantire sulla sua sicurezza.” Queste cose sono capitate con costanza nel
passato, ma si è creduto che quei tempi fossero finiti. Il padre di Tanis ha chiamato
in causa le responsabilità del capitano di polizia di Silopi, Suleyman Can che
aveva già convocato Serdar Tanis per convincerlo a dimettersi e che, ad un suo
rifiuto (Tanis aveva ricordato a lui che essere eletti non è illegale) lo aveva
minacciato. Sulla sparizione dei due dirigenti dell’HADEP, e su quella di altri
dirigenti del Partito, è stato preparato un rapporto da parte di una
Commissione mista composta da esponenti dell’IHD e la Fondazione Turca per i
Diritti Umani (TIHV). Nel rapporto risulta
esistere una puntuale denuncia di numerosi casi di sparizioni lasciati
irrisolti.
Nel rapporto, tra l’altro, si
denuncia che:
·
“dopo
tanto tempo sono ricominciate sparizioni fra i fermati.”
·
“ci
sono delle testimonianze che provano che Tanis e Denis, prima di scomparire,
sono stati visti entrare nel commissariato di Silopi.”
·
“Tanis
e Denis sono stati oggetto di pressione a causa della loro militanza
nell’HADEP. Più volte gli è stato chiesto di dimettersi.”
·
“L’attività
investigativa che si sta portando avanti nell’indagine, non è seria né conforme
a quella richiesta dalle NU nei casi di sparizione.”
Le confessioni di Yilmaz.
Il vice Primo ministro turco,
Mesut Yilmaz, ha confessato che il programma che la Turchia ha preparato per
entrare in Europa non è sufficiente a raggiungere l’obiettivo. La confessione è
stata fatta da Yilmaz alla Presidente di turno della UE, la svedese Annel
Lindh, durante il vertice di Davos. Yilamz ha ricordato alla Lindh che la
Turchia ha già preparato il suo documento di adesione alla UE ma, dato che il
documento non rispetta i criteri stabiliti dall’Europa, ha preferito riferire
questa deficienza, in questo suo colloquio personale con la Lindh, per evitare
brutte sorprese alla svedese. Il vice di Ecevit ha, inoltre, ammesso che la
Turchia ha avuto delle difficoltà nel rispettare le linee tracciate dall’Europa
e, su diverse materie, non è riuscita nell’impresa; sulla base di questo Yilmaz
ha chiesto alla Presidente Lindh di avere pazienza e di mostrare comprensione
per la Turchia. Yilmaz ha detto che i ritardi
riguardano le questioni politiche, rispetto alle quali la Svezia ha sempre
avuto una sensibilità diversa dalla Turchia. Da parte sua la presidente Lindh
ha detto che l’Europa discuterà e prenderà una decisione sull’adesione della
Turchia entro febbraio, dopodiché è attesa la risposta turca. La Lindh ha
sottolineato l’importanza dei criteri politici e, tra questi, sicuramente
quelli che riguardano la libertà e il riconoscimento dei diritti dei kurdi sono
tra i principali da garantire.
Continua lo sciopero della fame.
I familiari dei prigionieri,
riuniti nell’associazione TAYAD, hanno smentito le dichiarazioni ufficiali del
Ministro della giustizia turco che annunciava la fine dello sciopero della
fame. Le famiglie ricordano che c’è stato, sì, un breve periodo di fermo dello
sciopero della fame ma che, comunque, quelli che lo hanno fatto non sono in sciopero della fame estremo e
che lo hanno, anzi, ricominciato. I familiari hanno chiesto al ministro di
smetterla con le sue bugie.
L’Associazione dei Medici di
Istanbul ha sottolineato la sua preoccupazione per la condizione degli
scioperanti, condizioni serissime di fronte alle quali i medici sono ora
impotenti. Intanto, i prigionieri politici del PKK, nella prigione di Midyat,
hanno lamentato un peggioramento delle condizioni (botte, violenze fisiche e
mentali) nei loro riguardi.