L'Avamposto degli Incompatibili pubblica volentieri la risposta ad una lettera ricevuta e pubblicata nei giorni scorsi. Chiaramente non abbiamo elementi per giudicare sulla vicenda, visto i gravi rischi di disinformazione pilotata dal regime turco presenti. Per cui pubblichiamo questo intervento come informazione ricevuta, anche se, conoscendo alcuni dei firmatari di questa lettera, non abbiamo motivo di dubitare dei contenuti della stessa.

Pertanto abbiamo deciso di depennare l'articolo in questione, chiedendo scusa per l'errore commesso, anche se tratti in inganno, vista la generalmente attendibile fonte di provenienza del messaggio.

L'Avamposto degli Incompatibili

Cari amici,

il testo che segue, che vi chiediamo di far circolare e rinviare
in tutte le possibili reti della solidarietà, può risultare poco
comprensibile a chi non abbia ricevuto in precedenza un altro
messaggio, proveniente da Aldo Canestrari, al quale questa lettera
risponde. Crediamo però che molti di voi l'avranno ricevuta, perchè
Aldo l'aveva inviata a quasi duemila indirizzi mail. Vi chiediamo
comunque un po' di pazienza: anche chi non conosceva l'antefatto,
lo capirà leggendo. Chiediamo ancora più pazienza a chi dovesse
ricevere questo messaggio più di una volta, perchè l'abbiamo
inviato a Canestrari chiedendogli a sua volta di trasmetterlo alla
rete con cui Aldo è in contatto. Inviamo questo messaggio non solo
per polemizzare, ma anche e soprattutto per far circolare notizie
che richiedono un guizzo di mobilitazione, per prevenire un
possibile incendio di guerra...
Ciao a tutti

Dino Frisullo

Lettera aperta sul PKK

Come compagni di Azad e amici del popolo kurdo, siamo stupefatti
della superficialità con cui il 13 luglio scorso un documento
tradotto dall'agenzia Kurdish Media è stato inviato a migliaia di
indirizzi mail, senza alcuna verifica delle fonti e del merito, ma
anzi accompagnato da un messaggio dal titolo "Solidarietà ai
guerriglieri kurdi vittime del PKK" che dava per acquisito e
condivisibile il contenuto del documento.

Abbiamo atteso per quasi dieci giorni una correzione da parte di
Aldo Canestrari, che certo in buona fede aveva diffuso il
messaggio. Abbiamo ricevuto soltanto un documento di smentita del
PKK, diffuso seccamente dallo stesso Canestrari. Sappiamo che
molti dei destinatari sono rimasti sconcertati. Da una fonte
italiana solitamente attendibile gli arriva un messaggio che dà
per scontata "la repressione che il PKK si accinge ad operare",
poi ricevono soltanto la presa di posizione del PKK, che suona
come un atto dovuto: non poteva non smentire...

Il dubbio resta, ed è un dubbio diffamante nei confronti del
principale partito kurdo e del suo presidente condannato a morte,
cari entrambi a tutto il mondo della solidarietà in Italia. Il
danno d'immagine è gravissimo, proprio nel momento in cui questo
partito, fuorilegge e represso non solo in Turchia ma anche in
Germania ed altri paesi europei, si batte perchè sia legittimato
internazionalmente il suo sforzo di disarmo unilaterale e di
dialogo per la pace. La materia è delicata. Per questo chiediamo
ad Aldo di rinviare a tutta la stessa lista di indirizzi questa
nostra presa di posizione.

Una premessa doverosa, e forse non scontata. Azad, per statuto e
nella pratica, non è cinghia di trasmissione di alcun partito
kurdo, anche se ovviamente ha un rapporto preferenziale con quelle
forze che non collaborano con i nemici del popolo kurdo  e che
portano avanti istanze di liberazione. Diciamo di più: per noi i
diritti umani, a partire dal diritto alla vita e all'integrità
della persona, hanno priorità assoluta. Non esiteremmo a criticare
il PKK (come chiunque altro prima, da Arafat a Fidel Castro), se
avessimo la certezza o anche il fondato sospetto che questo
partito violi questi valori nella sua pratica interna o esterna.
Del resto l'ha già fatto lo stesso Ocalan, quando nella sua
autodifesa di Imrali ha autocriticato severamente alcuni aspetti
passati di una lotta di liberazione che pure rimane fra le meno
violente e le più umane al mondo.

I rapporti interkurdi sono materia estremamente delicata. E'
grazie alle divisioni e ai conflitti interni che i kurdi sono
rimasti fino ad oggi soggetti. Per questo abbiamo sempre evitato,
come singoli e come associazione, di prendere posizione pro o
contro questo o quel partito, ed abbiamo pesato informazioni e
parole persino quando, come è avvenuto e avviene purtroppo nel
Kurdistan irakeno, il PDK di Barzani si è schierato militarmente
con l'esercito turco o con l'esercito irakeno nella guerra contro
altri kurdi. L'episodio di cui si parla (la presunta prigionia e
condanna a morte di una parte di un gruppo di guerriglieri
transfughi dal PKK ed intenzionati a passare al PUK di Talabani)
coinvolge sia aspetti interni al PKK, sia le relazioni fra PKK e
PUK:  dunque andava raddoppiata la cautela e la verifica delle
fonti.

Dunque parliamo delle fonti.
L'articolo diffuso da Canestrari è tradotto dall'agenzia kurda
basata a Londra "Kurdish Media", un'agenzia indipendente ma
considerata in genere vicina alle posizioni del PUK. Ma in realtà
Kurdish Media l'avrebbe a sua volta ripreso e tradotto dal turco
da Intername, un sito Internet aperto e diretto da Selim
Curukkaya. Una fonte assai tendenziosa: Curukkaya è noto al
pubblico italiano per aver occupato un anno fa tre pagine de
L'Espresso (di cui tutti ricordiamo la faziosità antikurda nei
mesi di Ocalan in Italia) con un virulento attacco al PKK e a
Ocalan proprio all'indomani della cattura del leader kurdo in
Kenya. Si tratta, ci dicono i compagni kurdi in Italia, di un ex
militante del PKK, personalmente graziato e scarcerato nei primi
anni '90 dal presidente turco Ozal, uscito dal partito nel '94 e
da allora, in Germania, promotore di continue campagne
diffamatorie contro i suoi ex compagni. Curukkaya proclama ora di
voler proseguire la lotta armata, e attacca come "tradimento" la
scelta di pace del PKK, negli stessi termini in cui attaccò, dal
'93 in poi, i precedenti cessate il fuoco e le offerte di dialogo
di Ocalan.

Il fratello di Selim, Sait Curukkaya detto "Doktor Suleyman", già
vice di Semdin Sakik nel comando della guerriglia kurda nell'area
di Diyarbakir, è il leader del gruppo di guerriglieri che, in
dissenso anch'essi con la scelta di pace, avrebbero deciso, nel
Kurdistan Sud (irakeno), di "cercare aiuto presso l'Iran e il
PUK". Una scelta quantomeno contraddittoria, voler proseguire la
guerra contro la Turchia e passare dal lato di due forze che la
Turchia sta cercando di schierare al proprio fianco contro il PKK
(con i recenti incontri con il governo iraniano e con il PDK e il
PUK ad Ankara). E' a lui e all'altro leader del gruppo, Ayhan
Ciftci detto "Kucuk Zeki", che Ocalan si riferisce in termini di
"traditori" nell'articolo citato della rivista teorica Serxwebun:
non ad altri, tantomeno a chiunque sia in dissenso. Dietro la
durezza di Ocalan c'è anche, esplicitamente richiamata,
l'esperienza amara di Semdin Sakik, il comandante guerrigliero che
nel '93 con un deliberato massacro di soldati turchi fece saltare
il primo cessate il fuoco e il possibile dialogo con il governo
turco e che, uscito poi dal PKK e consegnatosi al PDK e da questo
alla Turchia, oggi in prigione collabora apertamente con il
regime.

Qui bisogna conoscere il contesto in cui si svolgono i fatti, nel
Kurdistan irakeno. E' noto che il PKK ha deciso, per togliere ogni
alibi ed aprire contraddizioni nel regime turco in direzione di un
possibile dialogo di pace, di cessare unilateralmente le ostilità
e di ritirare le sue formazioni partigiane dal territorio turco. I
suoi guerriglieri si trovano ora nel Kurdistan irakeno, il cui
territorio è controllato in parte dal PDK, in parte dal PUK, e si
sono trincerati in posizione difensiva sulle montagne della zona
PUK, la più lontana dalla Turchia e dalle sue quotidiane
incursioni oltre confine. Circa due mesi fa la Comunità kurda in
Italia, in cui sono presenti esponenti di tutti i partiti kurdi,
dopo un incontro con Azad emise un angosciato appello all'unità,
contro ogni conflitto fra kurdi: infatti le drammatiche notizie
dal Kurdistan irakeno parlavano di un possibile attacco congiunto
contro i guerriglieri del PKK da parte dell'esercito turco e dei
peshmerga del PDK e del PUK. Oggi giungono notizie assai simili:
si parla già di settanta morti in scontri fra PKK e PDK, e di uno
schieramento in posizione d'attacco anche delle forze del PUK, che
avrebbe inoltre arrestato venti civili militanti del PKK. Questo
avviene all'indomani dell'ennesimo incontro a Washington fra i due
partiti kurdo-irakeni e il governo Usa. E' vero che la fonte di
queste notizie è il PKK, ma è anche vero che questo partito non
avrebbe alcun interesse ad inventarle, dopo un congresso in cui al
contrario ha proposto pace e dialogo non solo al governo turco ma
a tutti i partiti kurdi e in particolare al PDK e al PUK, unici
partiti kurdi assenti dall'organismo unitario del Congresso
nazionale.

Dunque nel Kurdistan irakeno la situazione è di estrema tensione e
di guerra virtuale interkurda. E' comprensibile che in questo
contesto la scelta di una formazione del PKK non semplicemente di
uscire, ma di passare armi e bagagli dalla parte del PUK, sia
tacciata di "tradimento". Misuriamo le parole, quando parliamo di
"repressione" a proposito del PKK: non stiamo parlando di un
regime, nè di un partito che controlli un territorio, ma di un
partito che sta giocando una scommessa difficilissima, sulla
difensiva, sul crinale fra pace e guerra. Un partito la cui lotta
per la libertà e la democrazia non ha alleati al mondo, come
dicono i suoi militanti, se non le loro montagne e... noi.

Ma l'accusa che viene mossa al PKK è grave: del gruppo dissidente,
valutato in sessanta persone, trenta si sarebbero rifugiati presso
il PUK o in Iran, gli altri trenta sarebbero prigionieri del PKK e
minacciati di morte. Di questi ultimi vengono forniti i nomi, ed è
in solidarietà con loro che il messaggio di Aldo Canestrari chiama
a mobilitarsi. Ovviamente ne abbiamo chiesto conto ai compagni del
PKK, ed essi ci dicono che in realtà il gruppo passato al PUK non
conta più di una ventina di elementi. Quanto agli altri, i
"prigionieri", si tratterebbe di una pura e semplice invenzione.
Alcuni di loro parleranno già domenica 23 luglio all'emittente
Media Tv per smentire, come hanno già fatto sulle colonne del
quotidiano della diaspora "Ozgur Politika" il 17 luglio Zubeyde
Ersoz, nota dirigente dell'organizzazione femminile PJKK, e il
giorno dopo Bedriye Tepe detta Veloz, che ha scritto che "la
candela della menzogna ha lo stoppino corto".

Non sta comunque a noi fare gli avvocati del PKK: abbiamo solo
fatto ciò che chiunque dovrebbe fare in questi casi, chiedere
riscontro di notizie così gravi, prima di diffonderle o
commentarle. I compagni del PKK, che anch'essi stanno verificando
(parliamo di persone da rintracciare in montagna o in
clandestinità), ci dicono comunque che a un primo sguardo la lista
è di militanti attivi nei ranghi del PKK. Aggiungono che la lista
è fatta integralmente di membri di famiglie ben note nella
resistenza e nella società kurda, fra cui i figli di due sindaci e
il nipote di un parlamentare in esilio. Suppongono che ciò sia
stato fatto ad arte per gettare scompiglio nel movimento kurdo. Ed
hanno invitato pubblicamente chiunque a recarsi in Sud Kurdistan e
verificare di persona.

Secondo i compagni del PKK, in sostanza, si tratterebbe di una
provocazione destinata a sgonfiarsi assai presto, ma adatta a
indebolirli all'interno e isolarli all'esterno in una fase
cruciale di imminente possibile precipitazione di una dinamica di
guerra. Prendiamo atto che si tratta di una versione possibile e
plausibile: certo più plausibile di quella che vede in veste di
carcerieri e giustizieri i militanti di una formazione in lotta
contro la detenzione e la pena di morte. Attendiamo e cercheremo
altre conferme o smentite con mente aperta. Siamo convinti che la
verità è sempre rivoluzionaria, e comunque doverosa, e non
esiteremo ad esercitare pubblicamente il diritto-dovere di critica
nei confronti di chiunque violi, ovunque, i diritti umani.

Per ora però, alla luce di quanto sappiamo, ribadiamo la nostra
totale e affettuosa solidarietà ai compagni e al presidente del
PKK.

Fra l'altro: due giorni fa è stato chiuso dalle autorità tedesche
il Centro Kurdistan di Berlino, dopo una catena di perquisizioni
provocatorie agli esponenti di questo centro e della Mezzaluna
Rossa kurda (fra cui l'arresto di un compagno mutilato di entrambe
le gambe). Non crediamo di fare della dietrologia se poniamo una
domanda: è una coincidenza casuale quella fra minacce di guerra in
Kurdistan, repressione in Germania, e diffusione di questa storia
a partire proprio dalla Germania?


                   

Alcuni compagni dell'associazione Azad:

Dino Frisullo, Juri Carlucci e Roberta Rezzara (Roma),
Angela Bellei (Modena), Paolo Limonta (Milano),
Erminia Rizzi (Bari), Antonio Olivieri (Alessandria),
Sandro Targetti (Firenze), Carmine Malinconico (Napoli),
Alfonso Di Stefano (Catania), Paolo Zammori (Filattiera)

22 luglio 2000